mercoledì 13 gennaio 2010

Lectio divina su Gv 2,1-11

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore

Lectio divina su Gv 2,1-11


Invocare
Signore Gesù insegnaci in questo ascolto della tua parola che cosa significhi essere figli, in Te e con Te. Tu sei il vero Cristo perché ci insegni a essere figli di Dio come te. Donaci una coscienza approfondita dell'azione dello Spirito che ci invita ad un ascolto docile e attento della tua parola.
Spirito Santo ti chiediamo di sedare le nostre angosce, i timori, le paure per essere più liberi, semplici e miti nell'ascolto della voce di Dio che si manifesta nella parola di Cristo Gesù, nostro fratello e redentore. Amen!

Leggere
In quel tempo, 1vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

- Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Meditare
L’evangelista Giovanni, è l'unico che narra questo evento del nozze di Cana. Il vocabolario del quarto vangelo è noto per il suo significato duplice e a volte anche molteplice. Il vangelo di Giovanni è ricco e denso di significati teologici. Questo brano ha un ruolo importantissimo nella struttura del quarto vangelo e offre una chiave di lettura per capire il piano narrativo dell’evangelista.
San Giovanni, raccontando le nozze di Cana, ha detto esplicitamente quale sia il significato di questo racconto, perché l’ultimo versetto dice che Gesù fece questo inizio dei segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Quindi al centro del racconto c’è Gesù; è un segno che Gesù ha compiuto, e in questo segno viene rivelata la gloria di Gesù; e questo segno è fatto perché coloro che lo vedono possano credere in lui. È questo il motivo per cui il racconto delle nozze di Cana fa in realtà parte della festa dell’Epifania. Le tre domeniche che abbiamo passato – l’Epifania, la Domenica del Battesimo del Signore, e la Domenica che celebriamo domani – costituiscono tutte un elemento dell’Epifania del Signore: i Magi che vanno a Betlemme e portano i doni al Re dei Giudei, Gesù che viene battezzato nel Giordano e viene rivelato dal Padre come il suo Figlio, Gesù che a Cana compie il primo dei suoi segni. L’Epifania, cioè la manifestazione di Gesù, è lì.
Ricordiamo che il brano odierno non è così facile come sembra; inoltre, nel vangelo di Giovanni, ha un’importanza notevole: non per niente Giovanni lo ha messo come primo dei segni di Gesù. E “primo” non si riferisce solo all’ordine cronologico, ma vuol dire l’inizio, il modello; tutti gli altri segni che Gesù farà saranno simili a questo e se uno capisce questo potrà capire il mistero stesso di Gesù.
vv. 1-2: “vi fu una festa di nozze...”. Nell'Antico Testamento, la festa delle nozze era un simbolo dell'amore di Dio verso il suo popolo. Il tema delle nozze richiama subito alla mente un’immagine biblica, divenuta tradizionale a partire dall’esperienza coniugale di Osea fino al Cantico dei Cantici e a Gesù stesso, che ha presentato il regno dei cieli come un banchetto di nozze. La festa umana per eccellenza, quella che dice l’amore dell’uomo e della donna, destinati a divenire uno in conformità con l’immagine divina, è servita da metafora per esprimere l’alleanza di Dio con il suo popolo, e più particolarmente la sua realizzazione escatologica, allorché Dio la stringerà non solo con Israele ma col mondo intero. Cana è il segno delle nozze di Dio con Israele, con il suo popolo.
La Madre di Gesù si trovava nella festa. Gesù ed i suoi discepoli erano invitati. Cioè, la Madre di Gesù fa parte della festa. Ella simbolizza il Vecchio Testamento. Anche Gesù è presente, ma in veste di invitato. Lui non fa parte del Vecchio Testamento. Insieme ai suoi discepoli lui è il Nuovo Testamento che sta arrivando. La Madre di Gesù aiuterà al passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento.
v. 3: “Non hanno più vino”. Il vino accompagnava normalmente un banchetto di nozze ed era offerto con abbondanza. Con il grano e l’olio, il vino è uno dei tre raccolti essenziali per la vita dell’uomo; è un dono di Dio, creato per la gioia degli uomini come segno di prosperità. Ecco perché scorrerà abbondante alle nozze escatologiche, come annuncia il profeta Amos.
Gesù richiama alla simbologia del banchetto celeste quando annuncia che non berrà più del frutto della vite fino a quando lo berrà nuovo nel regno del Padre (Mc 14,25).
A Cana, in attesa che si realizzi il regno del Padre, Gesù dona un vino superiore che, nel linguaggio simbolico, dà compimento al primo vino già servito. Vi è continuità tra i due vini, poiché l’uno e l’altro sono vino di nozze. L’Alleanza Antica raggiunge il suo compimento grazie all’azione di Gesù.
L'espressione “non hanno più vino”, è l’esposizione di un fatto; che abbia chiesto in questo modo un miracolo o che Gesù provvedesse era un invito a darsi da fare.
v. 4: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. È una frase dura e decisa, sottolinea una distanza trai due interlocutori (Mc 1,24; Mt 8,29; Lc 4,34; 8,28). Dice una seccatura e un pericolo, qualcosa che si vuole assolutamente evitare. Gesù non vuole saperne del problema, sembra che non gli interessi, che non lo tocchi. Ma questo non è strano del tutto perché è un atteggiamento che nei Vangeli lo ritroviamo alcune volte. Gesù ormai non è più semplicemente il figlio di Maria; ma ha iniziato la sua rivelazione pubblica come Messia.
Gesù era un uomo libero, sottratto dalle pressioni e dai condizionamenti della gente e dei cari. Agiva in nome di Dio e in nome di nessun altro, chiunque fosse. Con questa risposta Gesù mette in chiaro con sua madre, ma con ogni persona, che lui non farà mai niente di dettato dall'esterno perché lui è venuto per compiere la volontà del Padre e solo a Lui è dovuta l'obbedienza.
I. de la Potterie commenta che “non vi è alcuna traccia di ostilità in queste poche parole, nemmeno alcun rimprovero, contrariamente a quanto hanno pensato talvolta i Padri Greci (Per esempio, Ireneo e Crisostomo). Dicendo a sua madre «Che c’è tra te e me, Donna?», Gesù lascia intendere che egli si pone su un piano diverso da quello di Maria e in un’altra prospettiva: questa pensa ancora al vino della festa, Gesù pensa ormai alla sua missione messianica che inizia. Quindi tra loro c’è una certa incomprensione, un equivoco. Molte volte in san Giovanni si ripete una situazione del genere: l’interlocutore di Gesù si preoccupa unicamente di realtà materiali; ma per Gesù queste sono il segno dei beni salvifici che egli porta.”
Nel vangelo di Giovanni si parla spesso dell’ “ora” di Gesù e la si identifica con la Pasqua in cui Gesù sarà glorificato. Questa è l’ora di Gesù, l’ora in cui Gesù realizza la sua missione, passando da questo mondo al Padre, uscendo dai limiti della sua condizione umana che aveva assunto con l’incarnazione, per partecipare anche come uomo alla pienezza della vita del Padre. E questo passaggio avviene amando. Gesù non ha fatto altro che amare i suoi durante tutta la vita; ora Egli porta a compimento questo amore donando la vita. Le nozze di Cana, perciò, vanno interpretate alla luce della Pasqua, come inizio del cammino che porterà Gesù al Padre attraverso la morte, attraverso una esistenza consacrata all’amore. Anche Cana è una rivelazione di amore: l’inizio della rivelazione dell’amore di Dio. Il compimento pieno sarà la croce, quando Gesù darà la sua vita.
Di questo amore, Cana comincia a donarci i primi segni, la prima manifestazione. E allora, se uno vuole capire Cana, non lo deve isolare come un gesto a sé, ma piuttosto collocarlo insieme a tutti gli altri gesti di Gesù che conducono al cammino di morte e risurrezione.
v. 5: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. È molto importante riconoscere il fatto che “non avendo compreso quali siano esattamente le intenzioni del Figlio, Maria si rimette totalmente alla volontà di lui, e trasmette ai servi questa sua fede aperta sull’incognito, prima che intervenga l’evidenza del segno: «Quanto Egli vi dirà, fatelo»”. Ecco, la profondità della fede della madre di Gesù!
I. de la Potterie scrive: “questa risposta di Maria mostra che Gesù non le ha opposto un rifiuto. Piena di confidenza e di speranza, con una disponibilità totale, ella dice ai servi: « Fate tutto quello che egli vi dirà ». Questa formula viene dall’Antico Testamento, ma la sua risonanza varia secondo i contesti…. Ecco la formula che si trova nell’Esodo, prima e dopo l’Alleanza del Sinai: «Tutto ciò che Jahvè ha detto, noi lo faremo» (Es 19,8; 24,3.7).
v. 6: “Vi erano là sei anfore di pietra”. I riti di purificazione erano diffusi presso i Giudei, come presso tutti i popoli. Esprimono il desiderio religioso-umano di una cancellazione delle colpe, del male, di tutto ciò che inquina la vita dell'uomo. Ma questo desiderio non viene mai esaudito in maniera radicale e definitiva.
Ora, l'indicazione delle giare vuole indicare un piccolo dettaglio, molto significativo. "6 giare": vuol indicare la nostra imperfezione (il 7 numero della perfezione, del completamento, della maturità): ci manca qualcosa di essenziale, di vitale, non siamo completi. Gli esperti arrivano a calcolare la capacità di questi sei contenitori: si tratterebbe di qualcosa come duecentocinquanta litri (se non di più)! Ci troviamo di fronte ad una sovrabbondanza che potrebbe sembrarci esagerata se dimenticassimo che qui Gesù intende offrire una pallida idea della ricchezza e magnificenza della gioia messianica che si effonderà da lui crocifisso e risorto, dal suo costato aperto da cui scaturiscono sangue-ed-acqua sparsi sulla croce, per dissetare il mondo intero.
Le giare solevano essere sempre piene, soprattutto durante una festa. Qui sono vuote! Perché? L'osservanza delle leggi della purezza, simbolizzata dalle sei giare, ha esaurito tutte le sue possibilità. L'antica legge è riuscita già a preparare la gente a poter stare in unione di grazia e di giustificazione dinanzi a Dio.
Le giare, l'antica alleanza, sono vuote! Non più in grado di generare una vita nuova. Solo Gesù può immettere vino nuovo nel tentativo umano di giungere ad un'esistenza autentica, liberata dal peccato. In questo sta il significato profondo del miracolo: non solo Gesù adempie il desiderio di purificazione dell'uomo, ma dona un modo di vivere completamente nuovo.
Dunque, questa quantità di vino dice che stiamo entrando nell’epoca della gioia; detto in termini biblici: dell’epoca messianica. I profeti lo avevano annunciato: quando sarebbe venuto il Messia, avrebbe portato i doni di Dio, e li avrebbe portati sovrabbondanti.
vv.7-8: “Attingete e portatene...”. Come nella moltiplicazione dei pani, anche a Cana Gesù sollecita e quasi attende la collaborazione umana. Essa risulta sempre sproporzionata rispetto all'esito miracoloso della volontà divina.
Eppure quest'ultima - pur potendolo - non fa tutto da sola. Certo Gesù avrebbe potuto riempire direttamente di vino le sei giare senza chiedere nulla a nessuno; ma egli desidera che i discepoli ricordino la loro responsabilità e la vivano con generosa fedeltà: toccherà a loro “riempire, attingere e portare” la bevanda della salvezza e della gioia, sapendo bene che la loro obbedienza alla Parola non ha prodotto il miracolo (2,9), ma lo ha semplicemente accolto nella fede e ne ha veicolato i frutti verso la custodia e la promozione della piena felicità di tutti i commensali al banchetto delle nozze dell'agnello (Ap 19,9).
vv. 9-10: “Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino...”. Colui che dirige il banchetto non sa da dove il vino venga, ma lo sanno solo i servi. Lo sanno i servi perché obbedendo alle parole della Madre di Gesù hanno fatto quello che Gesù ha detto loro di fare. Questo fa parte della rivelazione di Gesù, in quanto nel vangelo di Giovanni quando si parla dei doni divini, che Gesù porta agli uomini, si sottolinea il fatto che questi doni hanno una origine misteriosa, com’è misterioso il Donatore. E se uno vuole comprendere Gesù, deve mettere Gesù in relazione con Dio, deve sapere che viene da Dio e che ritorna a Dio: la Sua origine e la Sua destinazione sono misteriose. Quindi come è misterioso Gesù, così sono misteriosi i suoi doni.
“Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono...”. Il miracolo è già avvenuto. Il Vangelo non dice come e quando è avvenuto. “Il vino di Gesù è misterioso nella sua origine. Simboleggia il mistero della sua Persona e la sua opera rivelatrice, i beni promessi per l’era messianica, accompagnati da un clima di gioia e di obbedienza; in una parola, la relazione di amore tra Dio e l’uomo, che si inaugura con la Nuova alleanza”.
In questi versetti, Giovanni usa “ironia” come un tecnico narrativo dell’episodio. Il maestro di Tavola attribuisce il buon vino allo sposo, e non a Gesù. Così l’evangelista fa notare che il vero sposo è Gesù. Questo viene esplicitamente espresso più avanti in Gv 3,29. Se Gesù è lo sposo, allora Maria diventa la sposa.
v. 11: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù”. Con questo versetto abbiamo la parte conclusiva, anche se la Liturgia ha omesso il v. 12. Qui è l’inizio dei segni.
Nel quarto vangelo il miracolo non viene chiamato “atto di potenza” (dynamis), come usano i sinottici, ma segno (semeion). Questo termine giovanneo include sempre due aspetti: uno dimostrativo, il segno suscita la fede dei discepoli in Gesù; l’altro espressivo, esso manifesta la gloria di colui che lo compie.
Per definizione, il segno rimanda a qualcosa d’altro oltre se stesso; esso viene considerato meno in se stesso che nella sua relazione con i testimoni.
Il miracolo ha la funzione di orientare verso la persona e la dignità del suo autore. La fede è l’obiettivo primario di tutti i segni che riferisce il quarto vangelo, come precisa Giovanni nella conclusione: i segni operati da Gesù sono stati scritti perché crediate.
Il gesto compiuto, tuttavia, non è mai solo dimostrativo, ma è anche espressivo del mistero personale di Gesù e quindi della salvezza che sarà comunicata agli uomini. Il segno manifesta, sotto una forma sensibile, una realtà proveniente dall’alto che l’evangelista designa qui col nome di “gloria”.
Cana ci invita a cercare più in profondità, ad altri livelli, ad penetrare all'interno del nostro vivere comune e di tutti i giorni, spesso vuoto e insipido. Ci invita a trovare un'ebbrezza, una gioia, un'estasi profonda. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che dia un senso e un sapore a tutte le cose. Non lo troviamo nella superficie delle cose ma dentro, nel nucleo.
Cana ci invita a passare dall'acqua al vino, a mutare.
Spalanchiamo i nostri occhi di carne per vedere attentamente i fatti; ma spalanchiamo anche gli occhi del nostro cuore per comprendere in profondità. Solo così potremo vedere a Cana la gloria di Gesù.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
«Ma perché mai -mi chiederete- dopo detto: L’ora mia non è ancora venuta e dopo aver opposto un rifiuto, compì ciò che la madre gli aveva richiesto?». Per dimostrare ai suoi oppositori e a quanti lo ritenevano soggetto all’ora e al tempo che non lo era affatto. Se, infatti, fosse Stato soggetto ad essi, come avrebbe potuto compiere quest’opera, quando non era ancora venuta l’ora? Inoltre, egli volle rendere onore a sua madre... Anche quando disse alla Cananea: Non è bene prendere il pane dei figlioli per gettarlo ai cagnolini (Mt 15.26), le concesse poi ciò che ella gli aveva chiesto, commosso dalla sua insistenza; e benché le avesse detto precedentemente: Io non sono Stato mandato se non alle pecorelle smarrite della casa di Israele (Mt 15.24), egli le liberò sua figlia. Impariamo da questi esempi che la perseveranza spesso ci rende degni di ricevere le grazie, anche se ne siamo indegni. Per questo anche la madre aspettò, e poi saggiamente gli mandò i servitori affinché egli venisse pregato da più persone. Aggiunse infatti: Fate quello che vi dirà (Gv 2.5). Ella sapeva che non era per incapacità che le aveva opposto un rifiuto, ma perché rifuggiva dalla vanità, e per evitare ogni apparenza di precipitazione nel fare questo miracolo, gli fece avvicinare i servitori (G. Crisostomo, Comm. Vang: Giovanni, 22.1-2).

Che c’è tra me e te. o donna? L’ora mia non è ancora venuta. Però, dopo che ebbe risposto così, Gesù compì proprio quello che gli aveva chiesto la madre. Questa espressione ricorre anche in altre circostanze. Qual è il significato? Cristo non era soggetto alle leggi del tempo, e come avrebbe potuto l’autore del tempo, il creatore delle ere e dei secoli subire tale necessità? Esprimendosi in questo modo vuole solo farci intendere che egli compie ogni cosa a tempo opportuno (Giovanni Crisostomo, Commento al vang. di Gv).

Quando si celebrano nozze, naturalmente purché siano caste e oneste, di sicuro è presente la Madre del Salvatore, ma lui stesso viene con i suoi discepoli se è invitato, e non tanto per prendere parte al banchetto quando per compiere il miracolo, e inoltre per santificare il principio stesso della procreazione, che di sua natura è cosa che concerne la carne (Cirillo di Alessandria, Commento al vang. di Gv).

Il miracolo con cui nostro Signore Gesù Cristo cambiò l'acqua in vino, non sorprende se si considera che fu Dio a compierlo. Infatti, chi in quel banchetto di nozze fece comparire il vino in quelle sei anfore che aveva fatto riempire di acqua (Gv 2, 6-11), è quello stesso che ogni anno fa ciò nelle viti. Quel che i servi avevano versato nelle anfore, fu cambiato in vino per opera del Signore, come per opera del medesimo Signore si cambia in vino ciò che cade dalle nubi. Se questo non ci meraviglia, è perché avviene regolarmente ogni anno: la regolarità con cui avviene impedisce la meraviglia. Eppure questo fatto meriterebbe maggior considerazione di quanto avvenne dentro le anfore piene d'acqua. Come è possibile, infatti, osservare le risorse che Dio dispiega nel reggere e governare questo mondo, senza rimanere ammirati e come sopraffatti da tanti prodigi? Che meraviglia, ad esempio, e quale sgomento prova chi considera la potenza anche d'un granello di un qualsiasi seme! Ma siccome gli uomini, ad altro intenti, trascurano di considerare le opere di Dio, e trarne argomento di lode quotidiana per il Creatore, Dio si è come riservato di compiere alcune cose insolite, per scuotere gli uomini dal loro torpore e richiamarli al suo culto con nuove meraviglie. Risuscita un morto, e tutti rimangono meravigliati; eppure ogni giorno ne nascono tanti, e nessuno ci bada. Ma se consideriamo più attentamente, è un miracolo più grande creare ciò che non era, che risuscitare ciò che era. Ed è il medesimo Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che compie tutte queste cose per mezzo del suo Verbo, e lui che le ha create, le regge. I primi miracoli li ha fatti per mezzo del suo Verbo, che è presso di lui e Dio egli stesso; gli altri per mezzo del suo Verbo incarnato e fatto uomo per noi. Come ammiriamo le cose fatte per mezzo di Gesù uomo, così dobbiamo ammirare quelle fatte per mezzo di Gesù Dio. Per mezzo di lui sono stati fatti il cielo e la terra, il mare, ogni ornamento del cielo, l'ubertà della terra, la fecondità del mare: tutte queste cose che ci circondano sono state fatte per mezzo di Gesù Dio. Noi contempliamo queste cose, e se in noi c'è il suo Spirito, ci piacciono e c'invitano a lodare l'artefice; eviteremo così di volgerci a queste opere allontanandoci dal loro artefice o di rivolgere, per così dire, il volto a queste creature voltando le spalle al loro creatore (Agostino, dal Discorso al Vangelo delle nozze di Cana).

- Per la riflessione personale e il confronto:
Rileggendo questo brano, cosa ha voluto dirci Gesù, accettando di partecipare a una festa di nozze?
Gli sposi cristiani, le nostre famiglie a volte sono come gli sposi di Cana, rimangono "senza vino"; che cosa possiamo fare per non farci mai mancare lo Spirito di Gesù, nostro "buon vino" quotidiano?
Siamo disposti ad invitare Gesù al nostro matrimonio nel quotidiano di ogni giorno e a chiedere il suo aiuto nei momenti di crisi?
Riteniamo importante "ritagliare" del tempo per la preghiera in coppia e in famiglia?
Ritengo importante scoprire la bellezza interiore da recuperare come valore da vivere per dare un senso e un sapore al vivere quotidiano?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 148):

Alleluia.
Lodate il Signore dai cieli,
lodatelo nell'alto dei cieli.
Lodatelo, voi tutti, suoi angeli,
lodatelo, voi tutte, sue schiere.
Lodatelo, sole e luna,
lodatelo, voi tutte, fulgide stelle.
Lodatelo, cieli dei cieli,
voi acque al di sopra dei cieli.
Lodino tutti il nome del Signore,
perché egli disse e furono creati.
Li ha stabiliti per sempre,
ha posto una legge che non passa.
Lodate il Signore dalla terra,
mostri marini e voi tutti abissi,
fuoco e grandine, neve e nebbia,
vento di bufera che obbedisce alla sua parola,
monti e voi tutte, colline,
alberi da frutto e tutti voi, cedri,
voi fiere e tutte le bestie,
rettili e uccelli alati.
I re della terra e i popoli tutti,
i governanti e i giudici della terra,
i giovani e le fanciulle,
i vecchi insieme ai bambini
lodino il nome del Signore:
perché solo il suo nome è sublime,
la sua gloria risplende sulla terra e nei cieli.
Egli ha sollevato la potenza del suo popolo.
E' canto di lode per tutti i suoi fedeli,
per i figli di Israele, popolo che egli ama.
Alleluia.

Contemplare-agire
Oggi, partecipiamo all'Eucaristia per vivere intimamente del banchetto nuziale buttando via l'abitudinarietà, chiedendo di essere penetrato dalla dolcezza e dalla forza dell'amore nuziale di Dio per me.

1 commento:

  1. Non il pane, la carne, non il necessario; a Cana viene a mancare il vino: qualcosa di non necessario se non alla festa. E appare un miracolo sprecato. Il vino in Israele, è simbolo dell'amore: manca l'amore e allora finisce la festa della vita. Il vino è anche simbolo dei beni che il messia porterà alla sua venuta, di quella gioia e pienezza attese per il giorno definitivo.
    Anche a noi spesso manca non tanto il necessario ma "quel non so che" di gioia, di amicizia, di passione, di entusiasmo, quel superfluo che è più importante del necessario: fede, gioia, bellezza, che danno profumo, sapore e qualità alla vita!
    Ma il vino è simbolo dell'amore: viene a mancare l'amore ed è l'esperienza quotidiana, universale perchè Cana è la vicenda perenne di ciascuno di noi. Maria se ne accorge per prima perchè conosce l'amore meglio di tutti e ci insegna la riconquista dell'amore: "FATE TUTTO QUELLO CHE VI DIRA'" CIOE' FATE IL VANGELO TUTTO INTERO: realizzate il consiglio amabile, il discorso esigente, la proibizione, la beatitudine, la proposta rischiosa, e persino la croce e la resurrezione. Il vangelo è la strada per reintrodurre nel mondo e nella casa l'AMORE, e forse con i piccoli perdoni, piccoli sorrisi e con piccoli gesti di affetto permetteremo al buon vino di manifestarsi nella festa della nostra vita!.

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