giovedì 7 gennaio 2010

Lectio divina su Lc 3,15-16.21-22

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)

Benedetto il Signore che dona la vita

Lectio divina su Lc 3,15-16.21-22


Invocare
Signore, nostro Dio e nostro Padre, ti domandiamo la conoscenza del mistero del battesimo del tuo Figlio. Donaci di comprenderlo come l'ha compreso l'evangelista Luca; come l'hanno compreso i primi cristiani. Donaci, Padre, di contemplare il mistero dell'identità di Gesù così come lo hai rivelato al momento del suo battesimo sulle acque del Giordano e che è presente nel nostro battesimo.
Signore Gesù insegnaci in questo ascolto della tua parola che cosa significhi essere figli, in Te e con Te. Tu sei il vero Cristo perché ci insegni a essere figli di Dio come te. Donaci una coscienza approfondita dell'azione dello Spirito che ci invita ad un ascolto docile e attento della tua parola.
Spirito Santo ti chiediamo di sedare le nostre angosce, i timori, le paure per essere più liberi, semplici e miti nell'ascolto della voce di Dio che si manifesta nella parola di Cristo Gesù, nostro fratello e redentore. Amen!

Leggere
15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 21Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

- Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Meditare
La festa del Battesimo di Gesù è stata sempre l'occasione per riflettere sul battesimo dei cristiani. Scendendo nel Giordano, dicevano i Padri, Gesù ha idealmente santificato le acque di tutti i battisteri del mondo. Il battesimo è la porta d'ingresso nella salvezza. Gesù stesso nel Vangelo dice: "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato" (Mc 16, 16). Nessuno oggi dice che per il semplice fatto di non essere battezzato uno sarà condannato e andrà all'inferno. I bambini morti senza battesimo, come pure le persone vissute, senza loro colpa, fuori della Chiesa, possono salvarsi (queste ultime, naturalmente, se vivono secondo i dettami della coscienza).
Nel vangelo, Luca pone in parallelo il battesimo di Giovanni e il battesimo di Gesù perché appaia chiaramente la continuità che li lega e nello stesso tempo la distanza che li distingue. Uno è il battesimo “con acqua” amministrato dal precursore; l’altro è il battesimo “in Spirito Santo e fuoco” amministrato dal più forte, da “colui che deve venire”. Il battesimo in Spirito Santo e fuoco è quello che deve inaugurare l’esistenza della chiesa. È importante notare che il battesimo cristiano, che segna la nascita della chiesa, è preceduto dal battesimo di Gesù stesso.
Dal punto di vista esegetico, Luca, composto dopo Marco e Matteo, si manifesta sospettoso verso un tentativo del cristianesimo primitivo di presentare il Battista come un rivale o addirittura come un dichiarato oppositore di Gesù. Il vangelo di Giovanni (1,8.19-34) sarà assai esplicito nel far rilevare che Giovanni il Battista non è il Messia. A Luca non sembra interessare il battesimo di Gesù in quanto tale (di fatto non lo descrive), ma quello che è avvenuto “dopo” il battesimo.
Il battesimo di Gesù viene per ultimo, dopo quello di tutto il popolo; diventa così il battesimo amministrato da Giovanni l’ultimo atto del “tempo d’Israele”, tempo della preparazione. Da allora inizia un nuovo periodo della storia di salvezza, il “tempo di Gesù”, tempo del compimento.
v. 15: “il popolo era in attesa”. Luca ama far emergere la problematica che investiva la predicazione e l'opera del Battista. La predica del Battista accresce nel popolo l'attesa della prossima venuta del Messia. Si presenta sempre più insistente il pensiero che Giovanni sia il Cristo.
Luca mette in risalto è l'attesa del popolo, come se tutti si interrogassero sull'identità di Giovanni, e come se tutti fossero in attesa del Cristo. Sullo sfondo sta una convinzione profonda: l'uomo attende un compimento, porta con sé una domanda profonda, che spesso resta inespressa, una domanda di pace, di giustizia, un desiderio di instaurare relazioni positive e riconciliate. In modo particolare una simile attesa è condivisa da Israele, popolo scelto da Dio per avviare la storia della salvezza.
“se non fosse lui il Cristo”. Nella pericope, Giovanni orienta l’attenzione della gente su un altro rispetto a lui. Di fatto, dice il Vangelo di Luca che il popolo sta vivendo un’attesa ansiosa e piena di desiderio nei confronti del Cristo.
Cristo è la traduzione dell’ebraico Messia. Di per sé Messia viene dalla radice che significa ungere, consacrare; quindi il Messia è un consacrato: consacrato da Dio e inviato. Consacrato vuol dire che ha una missione da parte di Dio. E la missione è la restaurazione di Israele.
v. 16: “viene colui che è più forte di me”. “Viene” vuol dire che sta entrando, che è entrato nell’esperienza di Israele. Il testo dice letteralmente: “viene il più forte di me”, non “uno più forte”, ma “il più forte”. C’è l’articolo ‘il’ che indica una persona precisa, conosciuta come tale, attesa e preannunciata. Il profeta Isaia applicava al re-messia «forte, potente come Dio» (9,5) e che nell'antico testamento costituiva uno degli attributi del Creatore, considerato sovrano dell'universo e della storia: «Il Signore regna, si ammanta di splendore, si cinge di forza» (Sal 93,1).
Quindi, Giovanni si presenta come un forte perché è mandato da Dio, è un profeta, ha una missione, deve realizzare un compito; ma la forza di Giovanni è solo una preparazione o un’attesa di una forza più grande legata ad un altro personaggio. Del quale dice semplicemente: “viene uno” di cui un canto processionale dice: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Sal 118). Tale canto viene applicato da Luca a Gesù durante il suo ingresso a Gerusalemme. Anche il famoso annuncio messianico nel libro del profeta Zaccaria riporta lo stesso messaggio: «Ecco, Sion, a te viene il tuo re..» (9,9).
“Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Il Messia porta lo Spirito Santo in misura sovrabbondante a coloro che sono disposti alla penitenza; agli impedimenti invece porta la condanna, il fuoco della perdizione.
Il battesimo in Spirito e fuoco ha un riferimento al giudizio escatologico (si veda il battesimo amministrato da Giovanni) con riferimento ad Ez 36,25ss. Molto presto però questo testo è stato cristianizzato: per Luca il più forte è Gesù Cristo e il riferimento al fuoco, più che all’escathon è riferito alla Pentecoste. È interessante notare che questa espressione è ripresa dall’evangelista nel testo degli Atti (1,5 e 11,16) e attribuita a Gesù stesso.
Ma che cosa vuol dire in “Spirito Santo e fuoco”? Che rapporto c’è tra questi due elementi, nei quali si compie il battesimo di Gesù? Qualcuno dice: il fuoco, non è altro che il fuoco dello Spirito Santo, perché “lo Spirito Santo è sceso sugli Apostoli sotto forma di lingue di fuoco” (At 2, 3); quindi Spirito Santo e fuoco non sono due cose diverse, sono il dono della forza che viene da Dio e il segno di questa forza nell’immagine del fuoco. Le ipotesi però sono varie. Ma possiamo chiudere il pensiero così: “Lo Spirito Santo allude alla forza creatrice e rinnovatrice che il Messia riverserà sui credenti per renderli uomini «nuovi». Il fuoco allude non solo alla purificazione che opererà il Battesimo, così come si purifica l’oro nel crogiuolo, ma anche al suo significato escatologico, di separazione definitiva tra bene e male.
v. 21: “Il cielo si aprì”. È il momento atteso da Isaia. Si aprì, quasi risultato della preghiera di Gesù; si aprì come si apre una porta o una diga, come una breccia nelle mura. Il cielo si apre per permettere la comunicazione tra il mondo del divino e gli uomini. L’apertura dei cieli è un motivo ricorrente nei testi di rivelazione, e prelude sempre a una visione: così per esempio: Is 6,1; Ez 1,1 e anche At 7,56.
Nel nostro episodio, però, l’apertura dei cieli non prelude a una visione del mondo celeste, bensì alla discesa dello Spirito Santo. «Spirito» è parola che significa «vita», dal primo soffio di Dio che accende la fiamma misteriosa nel guscio d'argilla che è Adamo. «Santo» significa «di Dio» (Silvano Fausti). Vivere la «Vita di Dio», soffio che rianima la fiamma smorta, vitalità nuova per ogni battezzato.
Il riferimento veterotestamentario più opportuno sembra essere Is 63,19: “Oh, se tu aprissi i cieli e scendessi! Davanti a te i monti tremerebbero!”. Si tratta di un versetto in cui l’orante chiede a Dio di riaprire il cielo, di manifestarsi e di scendere in mezzo al popolo, così da attuare un nuovo esodo. Questo suggerimento al passo di Isaia suggerisce un significato importante al battesimo di Gesù: dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Dio e da parte del suo Spirito, ora inizia il tempo atteso, nel quale Dio di nuovo si dona agli uomini e torna a parlare.
v. 22: "Colomba in forma corporea". le tradizioni più antiche (Os 11,11; Sal 68,14) raffigurano il nuovo popolo d'Israele e la comunità escatologica con l'immagine della colomba. Luca intende dire che Gesù poteva quasi stendere la mano e toccare la nuova comunità che si stava formando attorno a lui, il che sarebbe stato possibile in un modo del tutto speciale quando la Pentecoste avrebbe realizzato la promessa del battesimo di Gesù.
"Dal cielo venne una voce". “dal cielo” non significa tanto la provenienza quanto l’autorevolezza. E’ uno stile biblico comune che ricorre sotto varie forme, e si riferisce a un messaggio o a un'azione che esprime le speranze di Dio e la sua determinazione (Es 19,9; 1 Sm 3,4 ss; 7,10; Sal 29).
La voce indica una presenza. Questa è più che una presenza perché è la presenza del Padre. Il testo indica non colui che emette questa voce, ma piuttosto colui che ne è il destinatario. Il destinatario è Gesù. Quante volte non siamo semplicemente voce e il nostro servizio è molto diverso dall’essere voce. Invece rimanda, il nostro servizio, a chi lo compie, non a colui che ne è il destinatario. Il Padre dà del ‘tu’ al Figlio, ne rivela la predilezione, ma senza nominarsi, quasi che il Figlio esaurisca completamente la paternità di Dio.
"Tu sei il mio Figlio diletto". Esprime quella che è l’identità personale di Gesù. Identità personale che vuol dire il suo rapporto con il Padre, il suo essere una cosa sola con il Padre; questa identità è manifestata nello Spirito. Le parole "Figlio mio" sono una deliberata sostituzione neotestamentaria dell'ebraico "ebed" (servo). Poiché il servo del Signore è sia un individuo ideale, sia il rappresentante dell'intera comunità (Is 42,1). Gesù è completamente incarnato nella comunità escatologica, fino al punto da essere battezzato come tutti gli altri uomini; ma egli incarna pure nella unicità singolare della sua persona i loro ideali più sublimi e le loro speranze.
A motivo della sua unione totale con ogni debolezza, il Servo Gesù deve assoggettarsi anche alla morte umana in modo da poter infondere la vita in ogni sfera dell'esistenza umana. Questa associazione del battesimo di Gesù con la sua futura morte e risurrezione emerge chiaramente in Lc 12,50 (Mc 10,38). Sembra che in Luca l'espressione "Figlio mio" completata dal precedente riferimento allo Spirito Santo. Lo Spirito è forza di unione, è forza di comunione; se l’uomo Gesù può essere una cosa sola con il Padre è perché in lui c’è lo stesso Spirito di Dio, c’è quella presenza personale dell’amore di Dio che fa di lui una cosa sola con il Padre.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Battezzati in Cristo e rivestiti di Cristo, siete divenuti conformi al Figlio di Dio. Predestinandoci all’adozione a figli, Dio ci ha resi conformi al corpo glorioso di Cristo. Siete diventati Cristi (= cosacrati con l’unzione) perché avete ricevuto il sigillo dello Spirito santo, e tutto su di voi fu compiuto in immagine, perché siete immagini di Cristo. Egli pure, dopo che fu battezzato nel Giordano e comunicò alle acque il profumo della sua divinità, ne risalì, e lo Spirito santo discese personalmente su di lui, posandosi quale simile sul simile. Anche a voi, quando siete risaliti dalla piscina delle sacre fonti, fu conferito il crisma, il quale è figura di quello che unse Cristo, cioè lo Spirito santo. Come Cristo dopo il battesimo e dopo la discesa in lui dello Spirito santo, uscì nel deserto e sconfisse l’avversario, così anche voi, dopo il santo battesimo e la mistica unzione, scendete in lotta contro la potenza avversa e la debellate (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 21).

Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell'acqua. Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
«Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza.
Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa.
Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione.
Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen. (Gregorio Nazianzeno, «Discorsi», Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20; PG 36, 350-351. 354. 358-359).

- Per la riflessione personale e il confronto:
Questa verità di Gesù Figlio di Dio, l'unico, amato è una convinzione condivisa e consapevole per te?
Il battesimo di Gesù ti ha convinto che Dio non è lontano, chiuso nella sua trascendenza e indifferente al bisogno di salvezza dell'umanità?
Sono figlio di Dio, ma lo sono veramente? Lo sono dentro del mio cuore o solo porto il nome di cristiano? Sono figlio di Dio anche nella mia famiglia, con sempre una bella parola ai miei figli o genitori? Lo sono nel posto di lavoro, onesto di fronte ai colleghi? Ma lo sono anche con i mendicanti che incontro sugli incroci delle strade... oppure lo sono solamente in chiesa per farsi vedere ogni tanto ai vicini?
Resisto alla tentazione di pormi al centro dell’attenzione? So ascoltare i suggerimenti dello Spirito Santo, anche se bruciano orgoglio ed istinti, per orientarmi in ciò che dovrò fare?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 42):

Come una cerva assetata
desidera l'acqua,
così anch'io anelo
a te, mio Dio
Io ho sete del mio Dio,
del Dio vivente:
quando potrò vedere
il volto di Dio?
Sono mio pane le lacrime
di giorno e di notte,
mentre mi si dice tutto il giorno:
«Dov'è il tuo Dio?»
E ora mi sento commuovere
nel ricordo di un tempo,
quando andavo alla casa di Dio
fra moltitudini in festa
Perché sei triste, anima mia
perché ti agiti in me?
Spera in Dio, ancora lo proclamerò:
mia salvezza e mio Dio!

Contemplare-agire
Rallegriamoci nel Signore e viviamo in profonda umiltà la nostra vita di fede. Solo l’umiltà e la consapevolezza della nostra fragilità ci dischiudono il cuore di Dio. Con Cristo, per Cristo ed in Cristo, annunciamo anche noi quella Buona Novella del suo Regno che è gioia, pace, serenità, condivisione ed amore attorno all’Emmanuele, il Dio con noi.
Ripeti spesso e vivi questa Parola: Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

domenica 3 gennaio 2010

Lectio divina su Mt 2,1-12

EPIFANIA DEL SIGNORE (ANNO C)

Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra

Lectio divina su Mt 2,1-12


Invocare
Padre misericordioso, Tu mi hai chiamato ad incontrarti in questa parola del Vangelo, perché tu vuoi farmi vivere, vuoi donarmi tutto te stesso. Ti prego, manda ora su di me, fa' sgorgare da me il tuo Spirito Santo, il tuo Amore di luce e di fuoco, perché possa lasciarmi condurre lungo la via santa di questo brano evangelico. Nessuna tua parola cada a vuoto; nessun seme che tu getti nel campo del mio cuore sia rubato dal maligno, né soffocato dalle spine, né disseccato dall'arsura, ma porti il frutto buono, che è il tuo Figlio Gesù, nostro Signore, nella mia vita e nella vita dei miei fratelli.
Possa anch'io, oggi, uscire dalle mie prigionie per mettermi in viaggio e venire a cercare te; possa riconoscere la stella che tu accendi, come segno del tuo amore, sul mio cammino, per seguirla senza stancarmi, con intensità, con l'impegno della mia vita; possa anch'io, finalmente, entrare nella tua casa e lì vedere il Signore; possa piegarmi, con umiltà, davanti a te, per adorarti e consegnare a te la mia vita, tutto ciò che sono e che ho. E infine, o Signore, per la tua grazia, possa ritornare per una via nuova, senza passare più per i vecchi sentieri del peccato. Amen.

Leggere
1 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: 2 «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3 All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5 Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: 6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». 7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8 e li inviò Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». 9 Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10 Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12 Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

- Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Meditare
Oggi è grandissima festa; mai ne penetreremo a sufficienza lo splendore. L’Epifania del Signore.
Epifania è una parola che viene dal greco e vuol dire: "manifestazione". In questo giorno celebriamo infatti la certezza che il Signore Dio manifesta il suo Amore ad ogni persona, cioè si fa vedere e conoscere agli uomini e alle donne di ogni parte del mondo. Scrive san Paolo che “si è manifestata la misericordia e l’amore di Dio per gli uomini”. Questa è la Epifania che celebriamo: la rivelazione di Dio nella carne umana, cioè la rivelazione dell’interesse e dell’amore di Dio per l’uomo.
Questa pericope ci offre il bel racconto del percorso dei magi, che vengono da lontano, perché vogliono cercare e accogliere, amare e adorare il Signore Gesù. Ma il loro lungo viaggio, la loro ricerca instancabile, la conversione del loro cuore sono realtà che parlano di noi, sono già scritte sul rotolo della nostra storia sacra.
Ma in questo episodio non c’è solo il significato di Cristo, ma anche quello della Chiesa. La pagina dei Magi è una solenne dichiarazione di missionarietà e di universalismo. Questo episodio richiama la conclusione dell’intero Vangelo: “Andate e istruite tutte le genti…” (28,18). Due pagine missionarie che aprono e chiudono la storia di Cristo, con una differenza: nell’episodio dei Magi sono le genti che arrivano a Gerusalemme, alla fine del vangelo è la Chiesa inviata al mondo. Questo seconda annotazione esprime più profondamente la concezione della missione come servizio, come un uscire da sé per andare alla ricerca degli altri.
vv. 1-2: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea”. I capitoli 1-2 di Matteo raccolgono l'infanzia di Gesù. Il secondo capitolo si apre con l'adorazione dei Magi a Betlemme, luogo di nascita di Davide e luogo di origine del futuro re messia. A conferma di ciò Matteo cita Michea 5,1-3.
“alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme”. Il termine greco magoi (magi da cui il termine italiano) ha una vasta gamma di significati: sacerdoti persiani, detentori di poteri soprannaturali, astrologi. La menzione della “stella” mostra che essi sono esperti in astrologia. La tradizione cristiana li ha identificati con sovrani provenienti dall’Oriente (ciò lascia pensare alla Mesopotamia, la patria dell’astrologia del mondo greco) e ha fissato il loro numero a tre, ispirandosi ai doni da essi offerti. L’oro, l’incenso e la mirra riecheggiano il Sal 72,10; Is 60,6.
L’arrivo dei Magi è il segno che Gesù compie le promesse antiche, ma il compimento è accompagnato dal giudizio su Israele: i lontani accolgono il Messia e i vicini lo rifiutano. Tutto il Vangelo di Matteo è segnato da questa sorpresa: basti pensare alla parabola dei vignaioli omicidi (21,33ss.) o alla parabola della grande cena (22,1-14), ambedue mostrano che il regno passa da Israele ai pagani, e che questo passaggio rientra nel disegno di Dio.
“dov’è il re dei Giudei che è nato?”. La prima parola di Dio rivolta ad Adamo è: “Dove sei?” (Gen 3,9) perché anche l’uomo chiedesse a sua volta a Dio: dove sei? E i due si potessero incontrare. Anche da parte dei magi c’è semplicemente, nascosto nella loro domanda, l’invito che ci viene rivolto di chiederci chi è questo bambino.
L’Epifania, ribadisce e non annulla la primogenitura di Israele: essi sono israeliti, loro è l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, a loro è stata data la Legge, il culto, le promesse, i patriarchi, da loro proviene il Cristo secondo la carne (Rm 9,4-5).
“Abbiamo visto spuntare la sua stella”. Questi magi sono astrologi, che non sono né re, né tre, né bianchi o neri. Sono studiosi che hanno visto in una stella un segno.
La stella nell’antico Oriente era il segno di un dio e, di conseguenza, di un re divinizzato. Matteo ci riferisce questo fatto, non perché è interessato dal fatto che una stella abbia confermato la nascita del messia, ma perché esiste una profezia messianica esplicita nel libro dei Numeri (24,17), che parla di una stella. La profezia di Balam.
Il racconto dei Magi illustra il tema del Cristo cercato e rifiutato: il Messia è il segno di contraddizione.
“siamo venuti ad adorarlo”. Per tre volte nel racconto dei magi risulta il verbo greco dell'adorazione, che di sua natura indica il curvarsi dell'uomo nella venerazione della grandezza divina (Mt 2,2.8.11). Questo gesto sembra anticipare quanto l'evangelista dirà in seguito: “Molti verranno dall'oriente e dall'occidente e riceveranno a mensa...” (8,11). Dopo l'adorazione, scatta l'intimità espressa attraverso il simbolo del banchetto. Purtroppo l'umanità spesso “ha venerato e adorato la creatura al posto del Creatore” (Rm 1,25). “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” dice Pietro nella sua lettera (1Pt 3,15). Tuttavia l'adorazione non è solo un atto di timore, è anche espressione di adesione gioiosa, di libertà, di intimità.
v. 3: “il re Erode restò turbato”. Dunque Gesù è re. Matteo ha però cura di collocare questo titolo in un contesto di opposizione. Accanto al re Messia c’è il re Erode. E il secondo ha paura del primo. In che senso Gesù può dirsi re? Un cenno alla regalità era già presente nella genealogia: Davide è il re, e Gesù discende da lui. Però fra Davide e Gesù c’è l’esilio, la fine del regno di Davide, la perdita di ogni prestigio politico: Gesù è re, ma senza corona.
Il seguito del vangelo chiarirà meglio questo: il titolo di re è attribuito a Gesù solo nel contesto della Passione, dove ricorre con una certa insistenza. È la passione il luogo dove si coglie il vero significato della regalità di Gesù, una regalità diversa da quella a cui gli uomini sono abituati. Purtroppo Erode con il suo orgoglio non entra in questa dimensione della regalità di Gesù. Si crede l'unico re assoluto, altri non sono che usurpatori. La realtà e la verità è difficile da accettare, da accogliere, da sentire e da vivere. Lo è per tutti. L’illusione crea sempre delusione quando cade. L’illusione è una sicurezza a cui ci attacchiamo; per questo facciamo di tutto perché non cada. E’ una sicurezza, un muro che ci impedisce di vedere ciò che per noi è doloroso e difficile d’accettare. Quando l’illusione cade dentro di te senti la voce: “Ma come?” e rimani attonito, non l’avresti mai creduto. E’ proprio questo il punto: che ogni illusione ti costringe a cambiare credo.
vv. 4-6: “Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”. C'è un informarsi che significa ricerca. Ma attenzione la ricerca di Erode è negativa non coglie la presenza della Luce. Paradossalmente può accadere quello che dice il Vangelo: i vicini non colgono la presenza della luce. Erode abitava a otto chilometri di distanza da Betlemme, quindi vicino; poteva facilmente trovare il bambino. Non lo ha trovato. I Magi sono lontani dal punto di vista fisico, spirituale e morale; eppure camminano; la luce è sufficiente per dare a loro un itinerario di salvezza. Per questo è il mistero paradossale del Natale che dobbiamo accogliere e fare nostro.
Per tanti aspetti noi siamo i vicini, però questo non ci garantisce. Bisogna che vicini come siamo riusciamo a cogliere questa luce, a lasciarci illuminare. E se siamo lontani per un motivo o per l’altro, però possiamo ricordare che il Natale è per noi, che la manifestazione del Signore è per noi. Non siamo così lontani da non intravedere la luce. Nessuno è così lontano. La luce di Dio è andata a scomodare i Magi, là dov’erano. Così nessuno è così lontano da non potere intravedere questa luce. È a tutti che viene data la possibilità di trasformare il proprio vagabondaggio in pellegrinaggio, il proprio camminare senza meta in un itinerario che ha come meta l’amore di Dio, il luogo dove l’amore di Dio si è manifestato.
“A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta...”. Erode sa, attraverso il profeta Michea, che il Messia deve nascere a Betlemme (Mi 5, 1), ma non lo va a cercare. Si sperimenta quello che è uno dei drammi della storia dell’uomo e in fondo della storia della elezione di Dio. Il Signore chiama; quando il Signore chiama, ama con un amore di predilezione. Però chi è amato, e chi è scelto, deve stare attento a non trasformare la vocazione e la elezione in privilegio, come se la elezione di Dio lo collocasse al di sopra degli altri, in una posizione di potere. Perché nell’ottica della Scrittura l’elezione di Dio c’è: ha scelto un popolo. Ma non lo ha scelto perché quel popolo allontanasse da sé gli altri, ma perché si rendesse strumento, perché attraverso di lui l’amore e la predilezione di Dio diventasse universale, perché tutti gli altri popoli vedendo quel popolo e vedendo il suo rapporto con Dio venissero condotti a ricercare il Signore.
vv. 7-8: “Allora Erode, chiamati segretamente i Magi... Andate e informatevi accuratamente sul bambino...”. L'indagine meticolosa del sovrano, travestita di devozione, cela, in realtà, gli interessi meschini dell'uomo preoccupato di salvaguardare il suo potere. Il re dei giudei, infatti, era lui; egli riteneva di essere il punto di riferimento e di unità del suo popolo. Ora questa "stella", apparsa improvvisamente nel cielo, viene a sconvolgere le sue prospettive, viene a competere con la sua autorità, la sua ricchezza, il suo prestigio.
Anche lui, come israelita, era a conoscenza delle antiche profezie riguardo al Cristo, l'Unto di Dio. Il suo è un sapere che non ama, un sapere che è al servizio solo di ciò che a lui interessa: il potere. Anche lui, come i suoi connazionali, lo immaginava, tuttavia, come un capo politico, rivestito di forza e potere, un pericoloso concorrente, dunque, che occorreva eliminare prima che fosse troppo tardi.
vv. 9-11: “essi partirono. Ed ecco, la stella...”. Ricompare la stella (notiamo che questa riappare, dopo che "si allontanano" da Erode e da Gerusalemme), che si muove insieme ai magi e li conduce fino al luogo preciso della presenza del Signore Gesù.
Quando Dio entra nella vita degli uomini lo fa sempre utilizzando un "linguaggio" che il destinatario può comprendere, rivelando così la sua condiscendenza: non dobbiamo, dunque, cercare i segni della presenza del Signore al di fuori della nostra storia, ma leggere il nostro quotidiano alla luce della Parola di Dio per scoprire le "stelle" e le "mangiatoie" in cui il Signore si fa trovare.
“Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima...”. Provare gioia... la presenza del Signore che ci riempie il cuore fino a farlo trasalire di gioia. La sua vista li riempie di una gioia profonda, quella che solo Dio può dare all'uomo, ai popoli; quella che ci rende capaci di uscire da noi stessi, superando ostacoli e contraddizioni, per comunicare ad altri ciò che è avvenuto nel nostro incontro con la Luce.
Gli annunzi profetici del Salvatore sono carichi di parole gioiose e di trasalimenti di felicità. "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda... Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine" (Is 9,1-6; cfr. Mt 4,14-15 ).
“videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. I magi in questo "bambino di periferia" riconoscono il "re della giustizia" e vedendo "il bambino e la madre" offrono il loro tributo e si prostrano in adorazione. In altre parole, aderiscono al progetto di Dio che salva le persone a partire dal piccolo e dal povero e non dai potenti e violenti come Erode.
“aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. I magi offrono doni significativi, che ci permettono di cogliere il mistero in tutta la sua profondità: oro, incenso e mirra. Di per sé quelle offerte sono il simbolo del riconoscimento di Gesù come messia, a cui si presenta un tributo di venerazione, come suggeriva la Bibbia: Sal 72, 10-11 (offerto dalla liturgia), come pure Gen 49,10; Num 24,17; Mi 5,1-3; Is 49,23; 60,1-6.
Per sant'Ireneo di Lione nel II secolo e per un inno del poeta cristiano Prudenzio del IV secolo, queste ricchezze, tributate a Gesù, simboleggiano la regalità (oro), la divinità (incenso) e la passione di Gesù (mirra). In altre parole, i magi - simbolo di quanti accettano il potere di Dio manifestato nel bimbo Gesù - in primo luogo si donano al servizio del Salvatore (= si prostrano) e poi, mettono a disposizione di Gesù il meglio di ciò che hanno, i loro doni.
Questo atto di omaggio richiama il cristiano all'esistenza quotidiana da vivere con le buone opere, con l'orazione e col sacrificio.
v. 12: “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. Avendo contemplato e adorato il Signore, i magi ricevono da Dio stesso la rivelazione; è Lui stesso che parla a loro. Sono uomini nuovi; hanno in sé un nuovo cielo e una nuova terra. Sono liberi dagli inganni dell'Erode del mondo e perciò ritornano alla vita per una via tutta nuova,che il discernimento aveva loro indicato (cfr. 1Re 13,9-10). Una volta incontrato Cristo, non si può più tornare indietro per la stessa strada. Cambiando la vita, cambia la via. L'incontro con Cristo deve determinare una svolta, un cambiamento di abitudini.
L'Epifania che oggi celebriamo è aprire la nostra vita all'incontro con Cristo ed aprire tutti gli spazi possibili perché egli prenda possesso del nostro cuore e della nostra mente, per assaporare la gioia di appartenergli e di vivere per Lui, con Lui ed in Lui.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
L’oro designa la sapienza, come attesta Salomone: un tesoro prezioso sta sulla bocca del sapiente (Pv 21,20). Con l’incenso che viene bruciato in onore di Dio, si esprime la virtù dell’orazione, come attesta il salmista: la mia preghiera si diriga al tuo cospetto, come incenso (Sl 141,2). Con la mirra è simboleggiata la mortificazione della nostra carne, e per questo la santa Chiesa dice dei suoi fedeli che lottano sino alla morte: le mie mani stillarono mirra (Ct 5,5). Noi dunque offriamo oro al re che è nato, se brilliamo al suo cospetto per lo splendore della soprannaturale sapienza. Offriamo incenso se bruciamo sull’altare del cuore i pensieri terreni attraverso il sacro anelito della preghiera… Offriamo la mirra se reprimiamo i vizi della carne in forza dell’astinenza. La nostra dimora è il Paradiso, e ad essa, dopo aver conosciuto Gesù, , non è possibile ritornare rifacendo la via attraverso la quale ci siamo allontanati. Dalla nostra patria ci siamo infatti trovati lontani a motivo della superbia, della disobbedienza, inseguendo le cose che appaiono…, ed è perciò necessario che vi facciamo ritorno nel pianto, praticando l’obbedienza, disprezzando le cose visibili e frenando i desideri della carne. Ritorniamo dunque alla nostra patria attraverso un’altra via: finiti lontano dai gaudi del Paradiso a motivo dei piaceri terreni, possiamo far ritorno attraverso la penitenza (Gregorio magno, Omelie sui Vangeli 10.6-7).

La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo.
Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste.
Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell'universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque «in Israele sia grande il suo nome» (cfr. Sal 75, 2).
Figli carissimi, ammaestrati da questi misteri della grazia divina, celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l'inizio della chiamata alla fede di tutte le genti. Ringraziamo Dio misericordioso che, come afferma l'Apostolo, «ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E' lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1, 12-13). L'aveva annunziato Isaia: «Il popolo dei Gentili, che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse» (cfr. Is 9, 1). Di essi ancora Isaia dice al Signore: «Popoli che non ti conoscono ti invocheranno, e popoli che ti ignorano accorreranno a te» (cfr. Is 55, 5). «Abramo vide questo giorno e gioì» (cfr. Gv 8, 56). Gioì quando conobbe che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè nel Cristo, e quando intravide che per la sua fede sarebbe diventato padre di tutti i popoli. Diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto il Signore aveva promesso lo avrebbe attuato (Rm 4, 20-21). Questo giorno cantava nei salmi David dicendo: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85, 9); e ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97, 2). Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l'un l'altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo che con Dio Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen. (Leone Magno, Discorso 3 per l'Epifania, 1-3. 5)

- Per la riflessione personale e il confronto:
Mi pongo in ascolto profondo della voce silenziosa del Signore e lascio che il soffio del suo Spirito mi raggiunga e mi investa, riempiendomi e avvolgendomi?
Quali sono le mie attese nei confronti del vangelo? E' una parola, quella del vangelo, che ascolto in profondità? Significa qualcosa per me? Ogni giorno apro il mio cuore a Dio che mi parla? Sono soltanto belle parole, affascinanti ma che tengo distanti da me oppure realmente mi lascio interpellare, mettere in crisi?
Ne so abbastanza, so tutto del Messia e di dove dovrà nascere ?
Posso dire che sono nelle “tenebre”, e che ho bisogno di essere “illuminato”?
Posso dire che la “gloria di Dio” trasfigura la mia esperienza concreta, il mio modo concreto, di pensare e di vivere?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 72):

O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.

Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.

Contemplare-agire
Cercherò di vivere la giornata di oggi nella certezza che il Signore è presente nel mio quotidiano: nelle persone che incontro, nel lavoro che svolgo, nella mia famiglia...
Ripeti spesso e vivi questa Parola: Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce.

sabato 2 gennaio 2010

Lectio divina su Gv 1,1-18

II DOMENICA DOPO NATALE (ANNO C)

Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi

Lectio divina su Gv 1,1-18


Invocare
Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda,
illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno. Amen.

Leggere
1 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
2 Egli era, in principio, presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
6 Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
10 Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11 Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
12 A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,13 i quali, non da sangue
né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me
è avanti a me, perché era prima di me».
16 Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
17 Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

- Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Meditare
La liturgia della Parola di questa domenica ci invita a inserire il mistero del natale appena celebrato nell'ampio quadro della storia della salvezza. Torniamo quindi a meditare sullo stesso vangelo che abbiamo ascoltato e meditato nel giorno di Natale.
C'è un'esigenza diffusa di rinascita; tutti ne sentiamo il bisogno. Non è possibile che le cose continuino come sono. Eppure continuiamo a dire che è impossibile cambiare le cose e ancor più difficile trasformare il cuore degli uomini.
Il prologo di Giovanni è costituito dai primi 18 versetti del Vangelo. All'interno di questo testo di carattere poetico, ci sono alcune sezioni (vv. 6-8 e il v. 15), quelle che parlano di Giovanni Battista, che hanno un andamento più prosaico e che, se lette in greco, sembrano meno ritmiche delle altre. Questi versetti sono il riferimento ad un uomo all'interno di un inno molto solenne che vuol parlare di un Essere infinitamente più importante di un uomo, il Lógos, di cui si afferma che addirittura è uguale a Dio. E questo crea una certa sproporzione. Ciò ha fatto sorgere l'ipotesi che i passi riguardanti il Battista siano delle aggiunte, probabilmente dallo stesso Evangelista, fatte in epoche successive alla prima stesura.
Il prologo di Giovanni, che la Liturgia della Chiesa ci propone come Vangelo del giorno di Natale, deve condurci a celebrare questa festa in modo più pieno e profondo, superando quella riduzione folcloristica e sentimentale, alla quale si indulge facilmente, ma che non lascia una grande traccia nella fede e nella vita dei fedeli, anche nella nostra.
vv. 1-2: “In principio...”. La costruzione grammaticale greca utilizzata per esprimere "In principio" è en archè; per correttezza sintattica dovrebbe esserci l'articolo: en te archè, cioè "Nel principio". Molti esegeti hanno osservato che l'articolo non è stato messo di proposito perché tale espressione vuole alludere alla stessa parola che si adopera all'inizio della Genesi per dire "In principio". Nella Genesi "In principio" è scritto barescít, ebraico, che in questo caso ha la stessa costruzione del greco. La conclusione è che chi ha cominciato il quarto Vangelo ha voluto iniziare ripetendo in greco la stessa parola che c'è in ebraico nella Genesi. La Genesi inizia con: "In principio Dio creò il cielo e la terra..." (Gen 1,1) il Vangelo di Giovanni inizia con: "In principio era il Lógos"
Si vuole allora creare un'identità temporale fra le due situazioni e dire: "In principio, quando Dio creava il mondo, il Lógos era".
Il termine lógos letteralmente vuol dire "parola". Ma nel mondo greco voleva dire anche "pensiero"; nel linguaggio degli stoici era usato per indicare il "pensiero divino" che è impresso nel mondo e lo governa, che si riflette poi anche nel pensiero degli uomini dando loro la possibilità di conoscere l'ordine del mondo. Il termine lógos è anche inteso nel mondo greco come "legge che regola l'universo", "principio generale" dell'unità del cosmo, "anima che rende vivo il tutto". Grazie al Lógos l'universo è come un grande organismo; e nell'uomo si manifesta come "ragione".
Già nell’Antico Testamento è presente l’immagine della Parola (Verbo) di Dio e della Sapienza che è in Lui, per mezzo della quale ogni cosa è stata creata; essa esiste da sempre ed è stata inviata sulla terra per rivelare i misteri della volontà divina e ritornerà a Dio dopo aver compiuto la sua missione. Anche Giovanni, nel suo stupendo Vangelo, riprende gli stessi concetti (forse in modo più poetico) rilevando, però, che la Sapienza (la Parola di Dio) è il Verbo fatto carne, il Cristo, la rivelazione dell’Emmanuele, il Dio con noi, il Figlio “diverso” anche se “uguale” al Padre.
“il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Il Verbo “era”, anzi “era Dio”: la rivelazione anticotestamentaria non ha trovato nella razionalità umana una categoria migliore per esprimere la realtà di Dio di quella dell'essere. A Mosè Dio si dette a conoscere dicendo “Io sono” (Es 3,14). Gesù applicherà a se stesso questa definizione (cfr. Gv 8,58; 13,1) dichiarandosi uguale a Dio (5,18).
Il "presso Dio" in greco è scritto con pròs (pros) e l'accusativo, che indica movimento, che non indica una situazione statica, "fermo presso Dio". Non è stato usato parà, che indica uno "stare accanto", ma pròs che esprime una vicinanza più intima (che però non è fusione), rivolto verso Dio, in relazione a Dio. Nei Proverbi, quando si parla della Sapienza, di lei si dice: "All'inizio il Signore mi ha generata, primizia della sua attività, origine delle sue opere, ... Io ero accanto a lui come bambino ed ero la sua gioia quotidiana, alla sua presenza, mi divertivo di continuo". (Prv 8,22). Vi è quindi identità fra Lógos e Sapienza.
v. 3: “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. In greco "tutto" sta a significare "tutte le singole cose", "ogni cosa". L'espressione "è stato fatto" in greco è riportata con eghèneto che significa letteralmente "nascere", "divenire", ed è lo stesso verbo usato in Genesi 1,1 per descrivere la creazione nei vari giorni.
Quel bambino, apparso a Betlemme, si è fatto figlio nostro, ma era prima di noi. Lui è da sempre. Ha preso una “carne”, un corpo, una storia come la nostra: è diventato come noi, ma in realtà noi siamo come lui. Lui era prima di noi. Detto in parole povere, quando Dio ha creato l’uomo e la donna li ha creati secondo un prototipo, un modello: suo Figlio. Dio ci ha fatti così perché così sarebbe dovuto apparire in mezzo a noi il suo Verbo, la sua Sapienza. È straordinaria questa verità! Quando ci sentiamo fatti male, quando pensiamo che il creato sia fatto male, “non lasciamoci cadere le braccia” e reagiamo con forza: se tutto è stato fatto per mezzo di lui, niente può essere stato fatto male. Ciò che va male dipende dalla nostra incapacità o non volontà di essere fedeli al progetto di Dio.
L'espressione "per mezzo" non ci fa capire in che modo "tutto è stato fatto". Il "per mezzo" può essere tradotto "attraverso": in questo caso il Lógos è ridotto a puro strumento esecutivo materiale. Ma può essere tradotto anche in modo che il Lógos venga visto come intelligenza animata. Quindi il "per mezzo" è una metafora molto ampia che concretamente non spiega nulla.
Poi vi è di nuovo una ripetizione, che in ebraico è detta parallelismo sintetico: "...e senza di lui niente è stato fatto".
Si ribadisce la stessa cosa aggiungendo un piccolo particolare. Il "senza" dovrebbe essere interpretato come: "indipendentemente da Lui". Cioè tutto quello che esiste passa attraverso un'opera del Lógos, che non è precisata quale sia, ed è in contatto con il Lógos.
Si può dire, allora, che tutto ciò che esiste – dall’angelo al piccolo vermiciattolo, direbbe sant’Agostino – tutto porta in sé la traccia della Parola di Dio. È perché esiste questa traccia profonda di senso che il mondo può essere studiato, capito, espresso nelle parole della conoscenza – con le parole della scienza, ad esempio, ma anche con tutte le parole che esprimono e dirigono con intelligenza l’esistenza quotidiana delle persone.
vv. 4-5: “Tutto ciò che esiste in Lui, era vita...”. In questi versetti l'evangelista non fa altro che mettere in risalto le due parole “vita” e “luce”. Sono due nozioni teologiche fondamentali in Giovanni.
La parola greca usata qui per dire "vita", vuol mettere in risalto la natura e la qualità del nome usato ed è corrispondente a “vita eterna”. Questa vita in senso assoluto, che nel vangelo viene identificato con Gesù, era “la luce degli uomini”.
Il termine “luce” anzitutto esprime la rivelazione personale e storica di Dio che salva. Sta ad indicare la capacità per gli uomini di poter conoscere e di capire, è cioè un aiuto intellettuale.
Vita e luce indicano insieme la pienezza dell'esistenza umana e la rivelazione-dono del suo senso più profondo. La vita diviene luce che ne illumina il senso: la luce a sua volta è potenza di vita, quando viene accolta nella fede.
Nel v. 5 viene sottolineato la sorte della luce in mezzo alle tenebre. “... e le tenebre non l’hanno vinta”. La vita eterna è la luce degli uomini e questa luce splende là dove invece c'è l'oscurità dell'ignoranza. L'ignoranza degli uomini non ha soffocato questa luce, "le tenebre non l'hanno sopraffatta".
Giovanni dice che la presenza universale della Parola di Dio è vita e luce per ogni essere umano. Ma la maggioranza delle persone non percepiscono la Buona Novella della presenza luminosa della Parola di Dio nella loro vita. La Parola viva di Dio, presente in tutte le cose, brilla nelle tenebre, ma le tenebre non la compresero.
vv. 6-8: “Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni...”. Viene qui presentata la figura del Battista e in particolare la sua missione di “inviato da Dio” e di testimone della luce. Testimone, rendere testimonianza è espressione chiave di tutta la teologia giovannea.
Giovanni Battista venne per aiutare la gente a scoprire questa presenza luminosa e consolatrice della Parola di Dio nella vita. La testimonianza di Giovanni Battista fu così importante che fino alla fine del primo secolo, epoca in cui fu scritto il Quarto vangelo, c'erano ancora persone che pensavano che lui, Giovanni, fosse il Messia! (At 19,3; Gv 1,20). Per questo, il Prologo chiarisce dicendo: "Giovanni non era la luce! Venne per rendere testimonianza alla luce!".
vv. 9-10: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo...”. Un versetto di non facile interpretazione. Infatti, secondo la costruzione greca, si potrebbe tradurre sia "la Luce vera, quella che illumina ogni uomo, stava venendo nel mondo", sia "la Luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo". Allora l'atto di venire nel mondo potrebbe essere attribuito sia alla "Luce" che ad "ogni uomo".
Per capire guardiamo alla nostra vita. Guardiamo a noi immersi in un mondo di luci false, che ti fanno vedere la realtà con un riverbero spesso distorto e falso. Veniva nel mondo la luce che illumina, quella che porta speranza, che riscalda. Veniva nel mondo questa luce impercettibile, inafferrabile, che illumina il cammino, che ti permettere di incontrare in modo autentico il volto di chi ti vive accanto, senza provare vergogna per quello che sei.
Veniva nel mondo la luce su un mistero impossibile: la perfezione di Dio e la debolezza umana, la sua immensità e la nostra infinita piccolezza uniti in una persona.
“eppure il mondo non lo ha riconosciuto”. La risposta negativa, paradossalmente negativa, si ripete lungo il Vangelo. “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage. Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).
La scena più emblematica si ha quando Gesù guarisce un cieco nato, il quale trova anche la luce della fede, mentre i farisei che credono di vedere restano ciechi (cfr. Gv 9). Gesù conclude: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (9,39). E’ il peccato più grave; con esso ci chiudiamo alla possibilità di esser illuminati e salvati. Non si tratta di un dualismo cosmologico o metafisico; si tratta di una situazione esistenziale escatologica, ossia decisiva e radicale. Chi resta nelle tenebre, si perde per sempre (cfr. Gv 12,35).
v. 11: “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”. Il pensiero di Giovanni scende verso maggiori particolari: dal cosmo al mondo degli uomini, al mondo ebraico. Qualche commentatore però non accetta che il versetto 11 si riferisca agli ebrei, ma a tutti gli uomini. Sembra però un tentativo di escludere un'asperità contro gli Ebrei di cui però il Vangelo di Giovanni è pieno. Anzi Giovanni identifica la categoria degli Ebrei come simbolo per "non credenti"; quando dice "i Giudei", vuol dire gli "increduli". Se però nel versetto 11 si vede il parallelismo sintetico, il versetto 10 e l'11 dicono la stessa cosa, sebbene in maniera differente: quindi la "sua gente" sono il "mondo". Tra l'altro il testo ebraico non dice "gente", ma dice "venne fra le sue cose", che vuol dire "venne in casa propria", nella sua proprietà.
L'Evangelista ci parla di accoglienza e riconoscimento, ed ognuno di noi sa quanto
esser riconosciuti e sentirsi accolti, sia importante nella vita di ogni uomo, di più, quanto riconoscimento e accoglienza siano fondamentali, perché l'esistenza fiorisca e scorra serenamente in tutta la sua ricchezza.
vv. 12-13: “A quanti però lo hanno accolto...”. Solo questa espressione fa pensare che non tutti non lo hanno accolto ma che a chi l'ha accolto ha dato il potere di diventare "figlio di Dio", e spiega cosa vuol dire "figlio di Dio".
Accogliere è un termine che esprime la fede in senso passivo: è accogliere una persona in casa con tutto ciò che significa: accettare cioè la persona e il messaggio che porta. Abbiamo davanti un verbo che tende a personalizzare la fede.
Ora a coloro che lo accolgono, il Logos-Luce da il potere di “diventare figli di Dio” (distinti dal Figlio di Dio).
Dinanzi alla luce sfolgorante dell’Amore di Gesù, gli uomini si dividono in “figli della luce” e “figli delle tenebre”, secondo che vivono nella luce di Cristo, oppure nelle tenebre di satana. Si riconoscono dalle loro opere buone o malvagie. La presenza della luce provoca la scelta e quindi la separazione.
E’ Gesù stesso che avverte: “Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce” (Gv 12,36).
“Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce del Signore, comportatevi perciò come figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre. Ma piuttosto condannatele apertamente… Per questo sta scritto: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,8-14). Queste ultime parole provengono da un inno battesimale: il battesimo è inteso come illuminazione, come essere svegliati a vita nuova. Una vita che, nella luce del Signore, eliminerà le opere infruttuose delle tenebre e produrrà i frutti della bontà, giustizia, verità.
La Parola entra nella persona e fa che questa si senta accolta da Dio come figlia, come figlio. È il potere della grazia di Dio.
v. 14: “e il verbo si fece carne...”. Questo è il centro focale del Prologo. Con il termine carne viene definito l'uomo nella sua condizione di debolezza e di destino mortale ecco perché diciamo “si fece” e non “divenne”. Il Verbo-Sapienza-Figlio eterno di Dio, Dio egli stesso, si fece “carne”, ossia umanità fragile e limitata, contingente, storicamente e culturalmente condizionata. Non si tratta unicamente di “natura” umana, ipostaticamente unita alla divinità: si tratta anche di giudaicità, di appartenenza a un ambiente e a un’epoca, di corporeità e mortalità, di affettività e socialità. La Lettera agli Ebrei lo dice con estrema chiarezza: «eccetto il peccato, si è fatto in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; 4,15).
“e venne ad abitare in mezzo a noi”. Il verbo usato per "abitare" è "si attendò". Questa scelta probabilmente non vuole riferirsi alla precarietà della condizione umana, ma al fatto che nel Lógos incarnato si verifica quello che era avvenuto nella Tenda dell'Incontro (Es 27,21; 28,43) nell'accampamento degli Ebrei, nella quale si manifestava la Gloria del Signore. Ora la tenda dove Dio dimora con noi è Gesù "pieno di grazia e di verità!". Gesù venne a rivelare chi è questo Dio che è presente in tutto, fin dall'inizio della creazione.
Gli Atti degli Apostoli lo descrivono così: «è entrato e uscito in mezzo a noi» (1,21), «passò beneficando» (10,38). Si tratta del Gesù della storia, quello che raggiungiamo attraverso i Vangeli e la cui traccia non è scomparsa.
L’incarnazione del Verbo non va limitata al momento della sua nascita «secondo la carne» (Rm 1,3; cfr. Gal 4,4): abbraccia la totalità della sua esistenza terrena e, in un certo senso, si estende nel tempo e nello spazio, se è vero che Cristo Risorto è «il vivente» (Lc 24,5), non solo, è ma presente oggi nel mondo perché la Chiesa è il suo corpo e noi siamo le sue membra (cfr. 1Cor 12,12ss).
“e noi abbiamo contemplato la sua gloria...”. Anche qui si coglie un’eco dell’AT: la «gloria, doxa» (eb. kabôd) di Dio risplende negli eventi salvifici (cfr. Es 16,7 ecc.) ed è come una luce che manifesta la sua presenza (cfr. Es 24,16), prima nel santuario del deserto (cfr. Es 40,34s), poi nel tempio di Gerusalemme (cfr. 1Re 8,10s). Per il quarto evangelista la gloria del Verbo incarnato si manifesta in particolare nei “segni” (cfr. 2,11), che a loro volta simboleggiano la sua attività salvifica come risorto (cfr. 1,50s; 13,31s). A nome degli altri discepoli, Giovanni qui afferma: «abbiamo contemplato la sua gloria»; nella Prima lettera dice in modo equivalente: «abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita» (1Gv 1,1).
La gloria di Cristo è quella “del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”.
L’espressione «grazia e verità, kháris kaì alétheia» viene da Es 34,6. Si tratta dell’amore misericordioso (eb. hesed) e della fedeltà (emet) di Dio nei riguardi di Israele. Il Verbo incarnato è la manifestazione più alta, piena e definitiva dell’amore del Padre. Lo dirà più avanti l’evangelista: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3,16s).
Il tema è ripreso nella Prima lettera di Giovanni. Dopo aver affermato che «Dio è amore», l’apostolo spiega:«In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,9s). Anche san Paolo riconduce la missione salvifica di Cristo all’amore del Padre per gli uomini (cfr. Rm 58; 8,32).
v. 15: “Giovanni rende testimonianza...”. Il versetto riprende la testimonianza del Battista, che si esprime con le parole di 1,30. Pur essendo cronologicamente dopo, il verbo precede in dignità il battista, perchè era prima secondo la presentazione innica del prologo; era infatti “in principio”.
vv. 16-17: Dopo la seconda digressione, viene ripreso il tema della kháris: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia», una “corrente ininterrotta di grazia” che dalla pienezza del Verbo incarnato scorre verso di «noi» (i credenti). L’evangelista istituisce un confronto tra Antico e Nuovo Testamento: «la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo».
Allo stesso modo san Paolo contrappone la grazia alla Legge alla «novità dello Spirito» (cfr. Rm 7,6). Ciò che il prologo afferma in modo sintetico, Gesù lo spiega più apertamente nel corso del Vangelo; per es. nell’ultimo giorno della festa delle Capanne, quando grida: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”». L’evangelista commenta: «Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (7,38-39). L’acqua e il sangue che escono dal costato di Gesù crocifisso (19,34) simboleggiano appunto il fiume di grazia che scaturisce da lui.
v. 18: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Durante l’ultima cena uno dei discepoli chiederà a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli risponde: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse» (14,7-11).
Il miglior commento è quello della costituzione dogmatica Dei Verbum: «Dopo aver Iddio, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò, infatti, il suo Figlio, il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18), Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini” (Diogneto, 7,4), “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» (DV 4).
Concludiamo dicendo che questo versetto evoca la profezia di Isaia secondo cui la Parola di Dio è come la pioggia che viene dal cielo e non ritorna ad esso senza aver svolto la sua missione qui sulla terra (Is 55,10-11). Così è il cammino della Parola di Dio. Viene da Dio e discende tra di noi nella persona di Gesù. Mediante l'obbedienza di Gesù, realizza la sua missione qui sulla terra. Nell'ora della sua morte, Gesù consegna lo spirito e ritorna al Padre (Gv 19,30). Comprese la missione che aveva ricevuto.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
E' venuto il Signore, maestro di carità, pieno egli stesso di carità, a «ricapitolare la parola sulla terra» (Rm 9, 28), come di lui fu predetto, e ha mostrato che la Legge e i Profeti si fondano sui due precetti dell'amore. Ricordiamo insieme, fratelli, quali sono questi due precetti. Essi devono esservi ben noti e non solo venirvi in mente quando ve li richiamiamo: non si devono mai cancellare dai vostri cuori. Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: «Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente»; e il prossimo come se stessi» (cfr. Mt 22, 37. 39). Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare. L'amore di Dio è il primo come comandamento, ma l'amore del prossimo è primo come attuazione pratica. Colui che ti dà il comando dell'amore in questi due precetti non ti insegna prima l'amore del prossimo, poi quello di Dio, ma viceversa.
Siccome però Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l'occhio per poter vedere Dio, come chiaramente afferma Giovanni: «Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi?» (cfr. 1 Gv 4, 20). Se sentendoti esortare ad amare Dio, tu mi dicessi: «Mostrami colui che devo amare», io non potrei che risponderti con Giovanni: «Nessuno mai vide Dio» (Gv 1, 18). Ma perché tu non ti creda escluso totalmente dalla possibilità di vedere Dio, lo stesso Giovanni dice: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio» (1 Gv 4, 16). Tu dunque ama il prossimo e guardando dentro di te donde nasca quest'amore, vedrai, per quanto ti è possibile, Dio.
Comincia quindi ad amare il prossimo. «Spezza il tuo pane con chi ha fame, introduci in casa i miseri senza tetto, vesti chi vedi ignudo, e non disprezzare quelli della tua stirpe» (cfr. Is 58, 7). Facendo questo che cosa otterrai? «Allora la tua luce sorgerà come l'aurora» (Is 58, 8). La tua luce è il tuo Dio, egli è per te la luce mattutina perché verrà dopo la notte di questo mondo: egli non sorge né tramonta, risplende sempre.
Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l'abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque, il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con i quale desideri rimanere. (Agostino, «Trattati su Giovanni», Tratt. 17, 7-9; CCL 36, 174-175)

- Alcune domande per la riflessione personale e il confronto:
Che cosa è stato il Natale per noi, per me? Solo o prevalentemente chiasso, distrazione? Un momento di serenità e dolcezza sentimentale, ma senza un coinvolgimento serio e profondo? Un evento che ha cominciato a cambiarci la vita? Un incontro autentico con la persona del Salvatore Gesù oppure un dono buttato via, un’occasione sprecata?
E’ riuscito Giovanni a contagiarci un po’ della sua scoperta, del suo stupore gioioso di fronte a tale Avvenimento? E’ riuscito a comunicarci un po’ della sua “passione” d’amore per Gesù?
Riconosco in Gesù la piena manifestazione dell’amore del Padre? Lo ringrazio per questo?
Siamo “compaesani” di Dio, lui vive tra ne nostre case. Anche nel nostro cuore?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 147):

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Contemplare-agire
Nel silenzio del cuore incontra il Signore. Ripeti spesso e vivi questa Parola: In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo.