martedì 6 luglio 2010

Lectio divina su Lc 10,25-37

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)
I precetti del Signore fanno gioire il cuore
Lectio divina su Lc 10,25-37

Invocare
Vieni, Spirito Santo, donaci di comprendere che questa Parola che ascolteremo, parla direttamente alla nostra vita, e ci rivela il progetto di amore che Dio nutre per ciascuno.
Vieni, e apri le orecchie del nostro cuore perché ascoltando la Parola possiamo imparare ad essere davvero discepoli di Gesù, e a scegliere, senza paura, quello che il Vangelo ci chiede.
Vieni, e aiutaci a far entrare con forza questa Parola nella nostra esistenza, perché la trasformi, la renda bella, e tutti possano vedere che anche noi abbiamo incontrato il Signore Gesù che ci ha cambiato la vita. Amen.

Leggere
25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». 29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Capire
Una parabola molto conosciuta, quella del Buon Samaritano e una parola, o meglio un verbo che viene messo al centro dalla liturgia di oggi: il verbo amare. Il verbo amare unito alle due direzioni fondamentali della vita: quella verticale - amare Dio - e quella orizzontale - amare i fratelli -. Qualcuno ha scritto che queste due direzioni ci vengono continuamente richiamate dai due bracci della croce di Gesù... è lui che, con tutta intera la sua vita, ci insegna ad amare.
L’evangelista Luca racconta, all’interno di circa dieci capitoli, l’esperienza di Gesù che si dirige a Gerusalemme. Qui vivrà i giorni della sua morte e risurrezione. Gesù dunque è in viaggio e lungo il suo cammino racconta questa parabola. In particolare in Lc 9, 51 si dice che Gerusalemme è la città verso la quale Gesù «si diresse decisamente». Gesù inizia a seguire con più decisione e consapevolezza il progetto del Padre e questo chiede anche ai discepoli e a quelli che vogliono “ereditare la vita eterna”.
Il contesto più immediato è quello della missione dei 72 discepoli e del loro ritorno da Gesù (10,1-20) con il canto di lode di Gesù al Padre. All’amore del Padre che scende sulla terra (e ai prodigi che compie nella missione dei discepoli) risponde l’amore dei figli e fratelli che si innalza fino al cielo. In questo contesto si innesta la parabola del buon samaritano, sintesi del discorso della pianura: "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso" (6,36). La misericordia non ha bisogno di un codice di leggi per manifestarsi; dipende solo dalla sensibilità delle persone in relazione alla vita, soprattutto quella dei bisognosi.
La parabola del buon samaritano “riassume una storia ed un’esperienza di amore infinito, tuttora in atto: la storia di Cristo, che per tutti noi si è fatto Samaritano misericordioso e perdonante (Gv 8,48)” (S. Cipriani).

Passi utili alla meditazione
Dt 4,1;6,4-5; 19,21; 24,17,18; Mt 9,13; 12,7; 22,40; 23,4; Sal 1,1-2; 37,21;119,112; Sap 6,18-18; Lc 6,36;14,13-14;22,26-27; 24,27; Mc 12,33; Gal 6,2; Col 3,12-13; Fil 2,5; Gv 5,6; 10,10b-11; Is 1,6; 61,1; 57,18; Ger 8,22; 30,17; Ez 16,8-9;34,16; Lc 15,5-6; 1Cor 6,11.

Meditare
v. 25: un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova. Il dottore della legge è un esperto di Torà e di questioni teologiche. Gesù però mostra apprezzamento nei suoi confronti, e questo è importante.Anzitutto domandiamoci a chi è rivolta la parabola. Essa è provocata da questa domanda che viene rivolta a Gesù circa la vita eterna: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Vuole mettere alla prova Gesù, perché ha i suoi dubbi, le sue ritrosie. Pone la domanda che ogni uomo si pone quando è posto dinanzi al senso del proprio esistere nel mondo: cosa bisogna fare per avere la vita in pienezza? Il suo problema è ereditare la vita, entrare nella vita. Ereditare è il verbo che normalmente viene usato per parlare del rapporto con la terra promessa, la terra nella quale si entra. La parabola è quindi rivolta ad ogni uomo, la parabola è rivolta a ciascuno di noi.
vv. 26-28: Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Gesù non risponde alla domanda, ma stimola il dottore della legge a riandare alle conoscenze che gli appartengono e lo contraddistinguono; lo rimanda alla legge, rimanda l’ascoltatore alla conoscenza della volontà di Dio che si manifesta nel suo comandamento. Essa contiene gli elementi sufficienti per poter sciogliere ogni dubbio. Lo scriba risponde dunque: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso»… in poche parole la sua risposta è amore di Dio e amore del prossimo. La saldatura dei due passi biblici (Dt 6,5 e Lv 19,18) è solida: ora formano un solo comandamento, la cui osservanza assicura la vita eterna.
Il problema, qui, non è tanto nell’enunciato, che è noto, non si discute, è chiaro: lo sanno i maestri e lo sanno i discepoli. Il problema non riguarda l’enunciato, che è conosciuto, appunto, ma lo starci dentro. Avere la vita eterna è fare il bene, lasciando però che sia Dio a determinare il senso delle nostre relazioni. Se non abbiamo la coscienza che la carità "c’entra" col nostro rapporto con Dio e con gli altri, essa rimane un qualcosa per il tempo libero. Essa invece è una forma del comandamento di Dio e della vita autentica dell’uomo.
La carità è il senso e la méta di ogni giorno: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». La parola di Gesù è inequivocabile. Ci invita ad abbattere le barriere e gli steccati che frapponiamo tra noi e tanti altri che secondo i nostri gretti giudizi non meritano di stare a contatto con noi o di essere aiutati da noi. L’amore verso il prossimo non ha confini e non deve essere grettamente calcolato secondo i nostri parametri umani. Altrimenti, anche se crediamo di essere cristiani, non lo siamo per niente.
v. 29: Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». In greco è usata una parola che vuol dire vicino; vicino può essere un avverbio; con davanti un articolo diventa un sostantivo: il vicino, il prossimo. Se non ha l’articolo può diventare preposizione, per esempio: vicino ad uno, vicino a... Il dottore della legge dice: “chi è vicino a me”? Qual è il senso di questa domanda? È come se dicesse: “È vero che bisogna amare Dio e il prossimo; io sono disposto a tutto; ho capito, lo so, lo insegno da tanto tempo, questo è il mio mestiere, la mia professione, la mia specialità: amare Dio e amare il prossimo. Anche noi tante volte, pur avendo delle buone intenzioni, cerchiamo di giustificarci. Non sappiamo come identificare il nostro prossimo ma al contempo siamo disponibili, proclamiamo una generosità che però fatica a diventare atteggiamento stabile. Ed è per questo che Gesù narra la parabola: per strutturare il nostro desiderio, per rendere stabili le nostre intenzioni, per dare competenza alle nostre iniziative, per aiutarci a non essere dei pressappochisti della carità.
Gesù narra se stesso come parabola perché nessuno possa dire: non lo sapevo. Noi pensiamo: a me chi è vicino? A me chi pensa? Di me chi si prende cura? Chi mi sta dietro”? È questo il problema; la parabola, infatti, va proprio in questa direzione: chi si è avvicinato? Chi è vicino a me?Se il comandamento di Dio può apparire come una legge esterna, la storia di Gesù lo precisa in una figura personale.
v. 30: Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Da questo versetto inizia il racconto della parabola, e Gesù racconta che un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Chi è costui? Mentre di tutti gli altri personaggi ci viene indicata l’identità o il ruolo, di questo personaggio non ci viene detto niente, un uomo. Che sia bianco o nero, alto o basso, povero o ricco, fortunato o sfortunato, sapiente o ignorante… non viene detto assolutamente niente.
Non per caso! E’ necessario che questo uomo non abbia qualifiche e non deve avere qualifiche perché le qualifiche qui non contano. Non è che la parabola funziona solo se questo uomo ha alcune caratteristiche.
Quali siano le sue caratteristiche è assolutamente indifferente! Giovane o vecchio, ebreo o nepalese, non deve cambiare niente! Per questo l’uomo non viene descritto. Si racconta qui la vicenda di ogni uomo e donna che camminano in questo mondo. Ogni uomo è portatore di un bisogno, ogni uomo è destinatario della nostra azione. Di lui però sappiamo che stava tornando da Gerusalemme ed era diretto a Gerico.
Fermiamoci… sembra che ci sia un cammino a ritroso. Abbiamo già detto altrove che Gesù sta andando verso Gerusalemme. Questo uomo sta andando nella direzione opposta; è un uomo che ha sbagliato strada. Gesù sta andando verso Gerusalemme e l’uomo sta andando verso Gerico, in direzione opposta. Un’altra cosa, al termine del versetto si dice di quest’uomo: è mezzo morto. Mezzo morto vuol dire evidentemente nel crinale tra la vita e la morte. Forse può vivere, forse morirà, è lì a metà; vive ma non possiede una vita sicura, chiara; rischia di morire… ma non è morto, c’è ancora speranza, è in quella sottile linea di divisione tra vita e morte.
Quest’uomo è il dottore della legge – guarda, questo sei tu –; Gesù sta parlando di lui, sta rispondendo a lui. – Vedi, tu ti trovi in questa condizione, sei quel tale che ha sbagliato strada, ma non è per forza colpa tua: ci sono i briganti in giro per il mondo, e poi comunque è così, poi scivoli, poi ti ammali, ti trovi imbrigliato in situazioni insopportabili e non ti puoi più sollevare.
vv. 31-32: un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Di fronte alla carità a volte anche noi ci facciamo dei falsi alibi, persino rivestiti di una giustificazione religiosa, come è successo al sacerdote e al levita: essi contrappongono il loro servizio religioso e il culto all’esercizio della carità. Non si accorgono che il culto a Dio è riferito alla comunione con Dio e con gli uomini: culto e carità sono un segno, che in modo diverso costruisce l’unica comunione.
I due evitano il ferito; non si sa il motivo… l’evangelista non lo descrive forse addirittura per obbedienza alla Legge: se infatti il ferito fosse già morto, toccarlo significherebbe cadere in una forma di impurità che la Legge ebraica vietava. Non giudichiamo troppo severamente il sacerdote, perché lui è un sacerdote e deve mantenere uno stato di purità, ha i suoi doveri, le sue responsabilità.
La parabola contesta le false alternative tra Dio e l’uomo, tra azione e contemplazione, tra preghiera e impegno. Pur nella diversità delle vocazioni l’armonia tra parola e gesto deve sempre essere presente. Ci deve essere equilibrio tra il momento in cui si riconosce la priorità e l’assolutezza di Dio nel culto e nella contemplazione orante e il momento in cui questa assolutezza si fa carne e storia nel riconoscimento dell’altro.Anche noi "passiamo oltre" quando la necessità della vita cristiana è solo un ripiegamento su di sé, o la religione è solo uno strumento di affermazione, o ancora quando il nostro servizio è solo una forma di gratificazione che non ha stabilità, che è solo efficientismo.Proseguendo sulla nostra strada evitiamo la sfida della carità che chiede di istruirci sul mistero di Dio e sul nostro rapporto con gli altri.
vv. 33-34: Invece un Samaritano, che era in viaggio… Qui inizia la svolta della parabola: è passato un sacerdote, è passato un levita, passa una terza figura, e uno istintivamente si aspetterebbe un laico, e invece non tocca a un laico, tocca a uno straniero. Un samaritano, uno di fede imperfetta, se non addirittura un nemico. I samaritani non appartenevano neppure pienamente al popolo di Dio: eppure proprio un samaritano riconosce l’uomo nel bisogno e si china su di lui. Il Samaritano era in viaggio: questo è il viaggio nel senso forte del termine. Il salmo 84 dice: “..il santo viaggio. Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio”. È il viaggio della salita a Gerusalemme. E qui c’è un samaritano, unico, che va controcorrente, che sale. Il Samaritano rappresenta Gesù, è lui il viandante che sale a Gerusalemme.
passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. In greco, il verbo “si commosse” è il medesimo con cui si indica la commozione profonda di Gesù a Nain o quella del padre del figlio prodigo nel vedere il figlio tornare a casa. Ecco l’essenziale: chi soccorre il povero si è identificato con l’atteggiamento di Gesù e di Dio, ha capito chi è Dio.
Il Samaritano gli si fece vicino. “Chi viene vicino a me?” dicevamo prima. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Sono i gesti di compassione e di vicinanza del samaritano. Il provare profonda emozione, il chinarsi, il portare in braccio, il curare e fasciare le ferite ricordano alcuni indimenticabili passi di Osea sull’amore di Dio verso Israele. L’amore di Dio è il centro della legge, ma amarlo vuol dire lasciarsi plasmare da lui fino a far diventare la propria vita una trasparente immagine del chinarsi misericordioso di Dio sulle sue creature.
v. 35: Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Anche in questo versetto ricordiamo i gesti dell’azione divina. C’è un sovrappiù della carità di Gesù: egli pensa anche al dopo. C’è una caparra e c’è una promessa. Si apre lo spazio e il tempo della nostra libertà in attesa del suo ritorno. È questo il tempo della nostra carità, della possibilità che ci è data di ritrascrivere la figura del buon samaritano. Il riferimento è alla carità pasquale di Gesù, nella consapevolezza che la "differenza" della carità di Gesù non è un freno ma è la sorgente della nostra missione.
Tutte le forme, piccole o grandi, in cui molti esprimono la loro dedizione, sia nel gesto volontario, sia nella dedizione con cui svolgono il loro lavoro quotidiano, sono frammenti preziosi che alludono all’insuperabile ricchezza del gesto pasquale. Bisogna quindi saper guardare con gli occhi e il cuore di Dio per riconoscere il bisogno e il bisognoso, e fermarsi per servirli. Siamo chiamati a riconoscere l’origine del nostro agire: il nostro operare si fonda nella carità di Dio, che vuole che ogni uomo viva una vita piena. Per questo occorre che l’uomo sia strappato al suo bisogno e sia posto nella condizione di scegliere liberamente per il bene.
v. 36: Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Gesù ha capovolto dunque la domanda iniziale: la questione vera non è chi è il prossimo, ma chi si è fatto prossimo. Spinge il dottore della legge a partire da un preciso punto di osservazione: a partire dalla situazione dello sventurato. La prossimità non è una situazione, una persona, un fatto ma è una relazione da istituire. Trovare il prossimo significa farsi prossimo, leggere e scegliere i tempi, i momenti, le persone della carità.
Il dottore della legge viene invitato a prendere posizione a sua volta, ma non dalla parte di chi può fare del bene, bensì di chi è nella sventura. Solo dopo potrà operare da prossimo. Solo così ci si introduce seriamente nel concetto di prossimità. Non si può definire il prossimo a partire da se stessi. Gesù fa notare che la carità non è solo un fare ma è un capire, è scegliere: ci vuole una intelligenza della carità.
La carità chiede testa e cuore, chiede di comprendere le cause senza fermarsi solo a tamponare gli effetti.Ci vuole quindi una carità che comprende, che non dà tutto oggi, perché anche il domani ha bisogno di te.
v. 37: Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così». La parola compassione (patire con) non è l'elemosina di chi è qualcosa verso chi non è nessuno, ma è il vivere insieme la passione della vita. Infatti, la sua etimologia ci spinge a sentire dispiacere o male altrui, quasi li soffrissimo noi. Lo scriba questo l’ha inteso bene! Gesù quindi conferma la sua risposta e lo invita a fare altrettanto. La carità è missione, è invio, è un riprendere le orme di Cristo Gesù nella quotidianità. Per fare questo Gesù chiede tempo, vuole disponibilità totale, spinge a lavorare ad un progetto comune, ad entrare in una storia, in un stabilità di vita. Questa è la vita eterna: fare lo stesso tragitto che ha scritto Gesù, abitare il luogo della nostra infermità.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Accade dunque che sulla stessa strada discendessero prima un sacerdote, poi un levita, che magari avevano fatto del bene ad altre persone, ma non lo fecero a costui che era disceso da Gerusalemme a Gerico. Il sacerdote, che secondo me raffigura la Legge, lo vede; e ugualmente lo vede il levita, il quale, io credo, rappresenta i profeti. Tutti e due lo vedono, ma passano oltre e lo abbandonano là. Ma la provvidenza riservava quest’uomo mezzo morto alle cure di colui che rea più forte della legge e dei profeti, cioè del Samaritano, il cui nome significa ‘Guardiano’. Questi è colui che non sonnecchia né dorme vegliando su Israele (Sl 121.4). È per soccorrere l’uomo mezzo morto che questo samaritano si è messo in cammino; egli non discende da Gerusalemme a Gerico, come il sacerdote e il levita, o piuttosto, se discende, discende per salvare il moribondo e vegliare su di lui. A lui i Giudei hanno detto: Tu sei un samaritano e un posseduto dal demonio (Gv 8.48); e Gesù, mentre ha negato di essere posseduto dal demonio, non ha voluto negare di essere samaritano, in quanto sapeva di essere buon “guardiano”. (Origene, Comm. a Luca 34.5)

Dunque questo samaritano discende- e chi è che discende dal cielo se non colui che è salito al cielo, il Figlio dell’Uomo che è nel cielo (Gv 3.13)?- e vedendo quell’uomo mezzo morto che nessuno sino allora aveva potuto guarire... si avvicinò a lui; cioè, accettando di soffrire come noi, si è fatto nostro prossimo, ed esercitando la sua misericordia, ci si è fatto vicino. (...) Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo. Non è la parentela che ci fa l’un l’altro prossimi, , ma la misericordia, poiché la misericordia è conforme alla natura: non c’è niente infatti di più conforme alla natura che aiutare chi con noi partecipa della stessa natura. (Ambrogio, Comm. a Luca 7.74, 84).

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico». Cristo... non ha detto «uno scendeva», bensì «un uomo scendeva», perché il brano concerne tutta l'umanità. Questa, in seguito alla colpa di Adamo, ha lasciato il soggiorno elevato, calmo, senza sofferenza e meraviglioso del paradiso, a buon diritto chiamato Gerusalemme – nome che significa «La Pace di Dio» – ed è disceso verso Gèrico, regione bassa e cava, dove il caldo è soffocante. Gèrico, è il ritmo febbrile della vita di questo mondo, vita che allontana da Dio... Una volta che l'umanità ha imboccato quella vita, lasciando la via retta... il branco dei demoni selvaggi viene ad attaccarla come una banda di briganti. La spogliano del vestito della perfezione, non le lasciano nulla della sua forza d'animo, né della purezza, della giustizia o della prudenza, nulla di ciò che caraterizza l'immagine divina (Gen 1,26), ma dopo averla colpita con i colpi ripetuti dei diversi peccati, la atterrano e la lasciano finalmente mezza morta...La legge data da Mosè è passata..., ma le è mancata la forza, e non ha potuto condurre l'umanità alla piena guarigione, non ha potuto rialzare l'umanità che giaceva in questo modo... Infatti la Legge offriva dei sacrifici e delle offerte che «non hanno il potere di condurre alla perfezione coloro che si offrono a Dio»... perché «è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri» (Eb 10,1-4)...Infine, un Samaritano passò accanto. Apposta Cristo dona a se stesso il nome di Samaritano. Infatti... egli è venuto in persona, compiendo il disegno della Legge e mostrando con le sue opere «chi è il prossimo» e cosa significa «amare gli altri come se stesso». (Severio di Antiochia (circa 465-538), vescovo, Discorsi, 89 ).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Anche io, come il dottore della legge: come posso io entrare nella vita, come si entra nel Regno? Come posso io mettermi in cammino su questa strada che mi conduce a Gerusalemme e non a Gerico?
Ma io, come entro nel gaudio eterno? Come eredito la vita?
Che cosa ti spinge nell'offrire amore al prossimo? Il bisogno di amare ed essere amato, o la compassione e l'amore di Cristo?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (da 1Pt 2,21-24):
Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché seguiate le sue orme:
egli non commise peccato
e non si trovò ingannosulla sua bocca;
oltraggiato non rispondeva con oltraggi,
e soffrendo non minacciava vendetta.
ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccatisul suo corposul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato
vivessimo per la giustizia
dalle sue piaghe siete stati guariti.

Contemplare-agire
Abbandoniamoci all’azione dello Spirito Santo per aderire col cuore e la mente al Signore che con la sua Parola ci trasforma in persone nuove che compiono sempre il suo volere. "Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica" (Gv 13, 17).

giovedì 1 luglio 2010

Lectio divina su Lc 10,1-12.17-20

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

Acclamate Dio, popoli della terra
Lectio divina su Lc 10,1-12.17-20

Invocare
O Spirito Santo, sei tu che unisci la mia anima a Dio: muovila con ardenti desideri e accendila con il Fuoco del tuo amore. Quanto sei buono con me, o Spirito Santo di Dio: sii per sempre lodato e benedetto per il grande amore che effondi su di me! Dio mio e mio Creatore è mai possibile che vi sia qualcuno che non ti ami? Per tanto tempo non ti ho amato! Perdonami, Signore. O Spirito Santo, concedi all'anima mia di esser e tutta di Dio e di servirlo senza alcun interesse personale, ma solo perché è Padre mio e mi ama. Mio Dio e mio tutto, c'è forse qualche altra cosa che io possa desiderare? Tu solo mi basti. Amen. (Santa Teresa di Gesù).

Leggere
In quel tempo, 10il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11“Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città».17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Capire
Questo brano è posto all’interno del viaggio verso Gerusalemme, ma è strettamente legato all’invio dei Dodici che Gesù ha compiuto in Lc 9,1-6.
L’invio dei Dodici ha prefigurato l’invio degli apostoli al popolo di Israele. L’invio dei 70/72 prefigura la missione universale di tutta la Chiesa.Questa prospettiva universale della missione può essere colta grazie alla presenza nel brano di alcuni elementi caratteristici: - l’immagine della messe abbondante (v. 2): nell’Antico Testamento è immagine del giudizio finale di Dio su tutti i popoli.- il ricordo delle città di Sodoma (v. 12), città simbolo dei pagani.- il numero simbolico di 70 o 72.
Da dove viene questo numero? Può riferirsi a Gn 10: l’elenco dei popoli, la discendenza dei figli di Noè. Il loro numero (70 per la Bibbia masoretica, 72 per la Bibbia dei LXX) simbolizza il mondo pagano. Oppure può provenire da Nm 11,24-30: Jahvè ha dato lo spirito profetico ai 70 anziani scelti da Mosè, ma anche a due uomini che erano rimasti nell’accampamento, in totale dunque 72 uomini. Viene dunque prefigurata la missione post-pasquale, quando la vicinanza del Regno sarà proclamata a tutti i popoli, senza eccezione. E di questa missione vengono indicate le caratteristiche fondamentali. Anzitutto è una missione apportatrice di bene: entrando in una casa i discepoli devono augurare la pace e cioè la pienezza dei beni messianici; entrando in una città essi devono annunciare il regno di Dio con le opere (guarendo i malati) e con le parole. Viene offerta a tutti gli uomini la salvezza di Dio; è necessario però rendersi conto della gravità che un eventuale rifiuto riveste.

Passi utili alla meditazione
Es 3,10-12; 32,32-33; Dt 19,15; Qo 4,9; Is 6,8; 49,6; Mt 5,39; 9,37; 10,1.8.10; 13,47-48; 28,19; Mc 6,7; Gv 1,12; 4,35.38; 13,35; 15,10-11; 17,23; 1Tm 2,4; 1Gv 1,3; Lc 12,32; 22,35; Gn 6,6.18; 10; Sir 1,16; At 4,32; 10,24-25; Rm 12,18-19; Ef 1,13; 4,1-3; Gc 3,17; 1Pt 4,14; 5,2; 2Re 4,8; Lc 1,56; 9,3.48; 19,5-9; 24,47; 1Cor 3,9; 10,8; 12,13; Col 1,12; Ap 3,5; Sal 27,3; 84,11; 87,6-7; 91,13; 96,2-3; 133,1-3.

Meditare
v. 1: Il Signore designò altri settantadue e li inviò. C’è una Parola di Dio per te, inviata a te da un messaggero. L'iniziativa della chiamata e dell'invio è del Signore, padrone della messe; ai discepoli corrisponde la disponibilità nella risposta. Vuole dire che l’uomo non è gettato nella vita per andare verso la morte, ma l’uomo è chiamato per nome; Dio manda per lui dei messaggeri per portargli la sua parola.
a due a due. Li inviò a piccoli gruppi; occorre essere in comunione almeno con un'altra persona, perché la testimonianza sia credibile. Così andarono Pietro e Giovanni (At 3-4; 8,14); Barnaba e Saulo, inviati dalla comunità di Antiochia (At 13,1-4). L'annuncio del Vangelo non è lasciato all'inventiva solitaria, ma è opera di una comunità di credenti. Sia pure piccola, come nel caso dei genitori, primi educatori della fede dei loro figli. L'impegno di annunciare il Vangelo assieme ad altri non è solo una questione di maggiore efficacia, ma perché il farlo assieme è espressione di comunione e garanzia della presenza del Signore: "Dove sono due o tre lì sono io in mezzo a loro" (Mt 18,20).
davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Sono portatori del messaggio di un'altra persona; non sono proprietari o protagonisti, sono precursori di Qualcuno che è più importante, che verrà dopo, per la cui venuta essi devono preparare le menti e i cuori dei destinatari, che sono su tutta la faccia della terra.
v. 2: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Oggi la situazione è la stessa di ieri. Le sfide della missione variano, in parte, secondo i tempi e i luoghi, ma nella sostanza sono ugualmente esigenti. E quindi valgono anche oggi le stesse soluzioni che Gesù proponeva allora.
Pregate dunque il signore della messe. Bisogna pregare, perché la missione non può venire dalla decisione degli uomini. Annunziare il Regno di Dio non significa annunziare una verità che io ho capito, ma vuol dire annunciare qualcosa che Dio compie e questo annuncio è legato a una missione del Signore. La preghiera sta ad indicare che ci troviamo dentro al Regno della grazia e non al regno dell’autoaffermazione umana. È una preghiera che porta a compimento, realizza il desiderio di Gesù, un desiderio legato alla sua compassione.
Dobbiamo pregare perché ci siano persone che pongano mano alla messe che è Gesù. Gli operai sono chiamati ad essere mandati alla messe, cioè al Cristo. È giusto pregare per le vocazioni, ma se la messe è Gesù, allora cambia la prospettiva degli operai. È il pregare il padrone della messe, il Padre, perché è lui che attira al Cristo.
vv. 3-4: Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Il Signore ci manda come agnelli in mezzo ai lupi, anticipando quello che sarà lui in pienezza, cogliendo di questo soprattutto la impotenza, cioè chiedendo ai discepoli di essere rivestiti solo di lui. L’agnello richiama l’Agnello pasquale e il servo sofferente che porta il peccato del mondo: il Crocifisso.
Non portate borsa, né sacca, né sandali Lo stile della missione deve essere libertà e distacco. Le modalità della missione sono già missione. Non è solo importante il fine: i mezzi sono importanti almeno quanto il fine. C’è un modo di andare che dice che abbiamo raccolto Cristo, nostra messe, che è l’andare come agnelli in mezzo ai lupi, senza che ci sia una garanzia. Le vicende della guerra ci hanno insegnato che siamo poco inclini, in quanto Chiesa, ad assumere la condizione degli agnelli.
Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. Questo significa che non si deve perdere tempo con le cose che non appartengono alla missione. È possibile che sia un'evocazione dell'episodio della morte del figlio della sunammita, dove Eliseo dice all'impiegato: "Parti! Se qualcuno ti saluta, non rispondergli" (2Re 4,29), perché si trattava di un caso di morte. Annunciare la Buona Novella di Dio è un caso di vita o di morte!
vv. 5-6: In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. I discepoli di Gesù quello che possono portare con loro è solo la pace. Ciò significa che devono confidare nell'ospitalità della gente. Così il discepolo che va senza nulla portando appena la pace, mostra che ha fiducia nella gente. Il dono della pace (lo Shalom) nel senso biblico più completo, per le persone e le famiglie. È un impegno solenne e positivo, che solo può compiere chi si presenta come un agnello. La pace è il dono messianico per eccellenza; Gesù l'ha già donata a qualcuno, soprattutto nel dono del perdono; e, nella sua passione, egli diventerà «la nostra pace», quando ci riconcilierà definitivamente con il Padre. La pace è il dono e il saluto privilegiato del Risorto.
Dopo la sua risurrezione, salutare con il saluto della pace non è un continuare la pur sempre lodevole abitudine del tempo, ma significa comunicare e augurare la salvezza, la riconciliazione con Dio e tra gli uomini. Il discepolo è essenzialmente un portatore di pace, un costruttore di pace.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Il saluto «pace» appare come una realtà salvifica capace, se viene accolta, di ottenere effetti concreti nella vita della casa, di rendere efficace in essa la forza del Regno annunciato da Gesù (vedi l’episodio di Zaccheo Lc 19,1-10). Questa pace è la password per aprire anche le serrature più arrugginite. E non va sprecata e tanto meno vanificata, al punto che Gesù precisa "altrimenti tornerà a voi". La «vostra» pace è quindi quel dono salvifico di Gesù che i messaggeri sono incaricati di portare. Essa «riposerà»: verbo che nell’AT è utilizzato per parlare dello Spirito di Dio (Nm 11,25; 2Re 2,15).
L’espressione semitica «figlio della pace» ha diversi significati: uomo pacifico, aperto alla pace, destinato alla pace.
vv. 7-8: Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa A partire da questo versetto, l’attenzione si rivolge alla città come luogo della missione. I discepoli non devono andare di casa in casa, ma rimanere nella stessa casa. Cioè devono convivere in modo stabile, partecipare nella vita e nel lavoro della gente del luogo e vivere di ciò che ricevono in cambio, perché l'operaio merita il suo salario. Il valore comunitario della convivenza fraterna prevale sull'osservanza delle norme rituali. Agendo così, criticavano le leggi della purezza che erano in vigore, ed annunciavano un nuovo accesso alla purezza, all'intimità con Dio.
Non passate da una casa all’altra. In questo secondo imperativo vuole impedire che il discepolo dia l'impressione di essere un incostante o di ricercare comodità che non possono dargli i primi che l'hanno accolto. Eppure, sono questi i più degni di fare della loro casa, in quella città, il centro di diffusione del messaggio. Non possono essere privati di questo loro bene. Ed è con loro che si condivide anche il cibo.
Questi versetti corrispondono però anche alla visione di Luca, per il quale la vera meta dell’attività missionaria è la città. Per lui, la casa rimane l’alloggio base degli evangelizzatori, e la ripetizione della regola sul mangiare si riferisce a i vv. 5-7 e quindi alla funzione della casa nella prospettiva della predicazione nella città.
v. 9: Guarite i malati che vi si trovano... Questo versetto afferma uno stretto legame tra guarigioni e predicazione. Nelle guarigioni Luca vede il segno della vicinanza del Regno di Dio come salvezza: l’uomo riceve la sua integrità umana. I discepoli devono occuparsi dei malati, curare i lebbrosi e cacciare i demoni (cfr. Mt 10,8). Questo significa che devono accogliere dal di dentro della comunità coloro che da essa furono esclusi. La pratica della solidarietà critica la società che esclude una persona dal resto della comunità. E così si recupera l'antica tradizione profetica del goêl. Fin dai tempi più antichi la forza del clan o della comunità si rivelava nella difesa dei valori della persona, della famiglia e della possessione della terra, e concretamente si manifestava ogni "sette volte sette anni" nella celebrazione dell'anno giubilare (Lv 25,8-55; Dt 15,1-18).
dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Per la prima volta Luca riporta la formula «il Regno di Dio è vicino a voi», sintesi dell’annuncio centrale di Gesù (cfr. Mc 1,15). Riguardo al significato originale, il problema è di conoscere il senso esatto del verbo eggizein, che normalmente significa «avvicinarsi», ma che, al perfetto, può acquistare la sfumatura di una prossimità immediata, di una vicinanza tale da diventare presenza. Il Regno di Dio è vicino perché Gesù è vicino. E’ la prossimità del Signore, del Risorto, grazie all’annuncio dei suoi missionari. I messaggeri annunciano la forza salvifica del Regno presente nella loro attività che è quella del Risorto.
Annunciare il Regno non è in primo luogo insegnare verità e dottrine, ma portare le persone ad un nuovo modo di vivere e di convivere, ad un nuovo modo di agire e di pensare, partendo dalla Buona Novella che Gesù ci annuncia: Dio è Padre, e quindi noi siamo fratelli e sorelle gli uni degli altri.
vv. 10-11: Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze… Qui viene contemplata la possibilità di un rifiuto. Gesù, come ha detto ai dodici, comanda ancora una volta di scuotere la polvere dai piedi, mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità.
“Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Il gesto di scuotere la polvere dai piedi va fatto in città come atto che tutti possano vedere e viene seguito da un discorso. L’azione missionaria è un’attività pubblica che si svolge alla luce del giorno e non in modo clandestino. Solo Luca dice che gli evangelizzatori devono annunciare la prossimità del Regno di Dio anche alla città che rifiuta l’accoglienza: questa vicinanza del Regno può essere vista come una minaccia verso quella città, oppure come un’ulteriore possibilità di conversione.
v. 12: Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città». Quanto sia urgente il messaggio si percepisce anche dal fatto che è forte la condanna per coloro che non intendono accettarlo, essi sono considerati peggiori dei famigerati peccatori di Sodoma (Gn 19). Si noti però che si dice che ciò avverrà nel giorno del giudizio, non adesso: al rifiuto non segue immediatamente il castigo, la condanna; Dio continua ad offrire tempo ai peccatori per convertirsi.Il valore escatologico dell’annuncio di Gesù viene trasferito sulla missione dei suoi messaggeri: anche il loro annuncio ha carattere escatologico, e quindi le città che rifiutano la loro proclamazione sono minacciate dal medesimo giudizio di quelle che hanno respinto Gesù. Il rifiuto dei messaggeri è seguito da una parola di giudizio che funge da legame tra Lc 10,10-11 e Lc 10,13-15. Più che un senso di vendetta contro le città che non accolgono il Vangelo, la sentenze mette in luce la serietà della decisione richiesta dinanzi all’annuncio della venuta del Regno di Dio; comunque esiste qualche tensione con l’insegnamento emerso in Lc 9,51-56.
v. 17: I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Siamo verso la conclusione dell’istruzione ai discepoli (vv. 17-20). L’evangelista Luca ha inserito nel quadro del ritorno dei missionari tre frasi originariamente indipendenti. La gioia caratterizza il ritorno dei discepoli: essa suppone il successo missionario, descritto come sottomissione dei demoni e implica l’estendersi del tempo della salvezza come tempo di gioia alle nazioni. La sottomissione dei demoni può destare meraviglia a questo punto, poiché i discepoli erano stati inviati a guarire e predicare.
L’accenno al potere di espellere i demoni si legge solo all’invio dei Dodici. Questo può suggerire che non c’è distinzione di poteri tra i Dodici e i Settantadue nel campo della missione. Questo potere sui demoni mostra che Luca vede la missione come confronto con le forze sataniche del male, una liberazione dell’uomo che si trova sotto tale potere significato dalle malattie.
v. 18: Egli disse loro: Vedevo Satana cadere dal cielo come folgore. Il fatto che satana cade dal cielo va messo in prospettiva escatologica. Con l’annuncio della vicinanza del Regno di Dio, satana ha perso il potere di accusatore nei confronti di Israele: Dio offre di nuovo e in modo definitivo la sua grazia salvifica al popolo. La caduta di satana è già una realtà: l’agire salvifico di Dio è all’opera, il suo Regno è già presente e tende con tutta forza verso il pieno compimento. Quando gli eserciti di Dio marciano nel nome di Gesù, Satana non ha il potere di fermare quella marcia vittoriosa : la volontà di Dio viene fatta, il nemico è in fuga e nulla può fermare i propositi dell’Altissimo .
v. 19: Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Con questo versetto Luca pone l’attenzione sulla protezione ricevuta: gli evangelizzatori non camminano sui serpenti e gli scorpioni per schiacciarli come un nemico vinto, ma possono camminare sopra queste bestie pericolose senza danno, senza essere vittime dei loro morsi. La protezione divina dei discepoli si estende anche contro le numerose e varie manifestazioni nocive – seduzioni e tormenti – che satana può recare all’uomo, e che i messaggeri dovranno affrontare: avranno da Dio il potere di superarle.
v. 20: Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi… È la gioia legittima di chi vede i frutti della sua attività, e i settantadue, avevano visto i demoni sottomettersi a loro, che predicavano ed operavano nel nome di Cristo; un entusiasmo che dava loro coraggio e li riempiva di esultanza. Da qui l’invito prezioso che Gesù rivolge ai discepoli è un invito a non rallegrarsi del potere che possono esercitare. L’orientamento è ai cieli. Il segno di una Chiesa orientata al cielo è una Chiesa che non gioisce del potere che ha, ma è una Chiesa che si sa al servizio.
C’è una gioia più profonda e sicura che proviene dall’essere amati e scelti da Dio. Una priorità data alla salvezza individuale e un orientamento all’essenziale, che prepara le esortazioni della seconda parte del capitolo (vv. 25-42).
La gioia vera, quella profonda, duratura, inalterabile e che niente e nessuno potrà mai intaccare, non viene, infatti, dalle mutevoli vicende temporali, ma nasce dall'eterna comunione col Dio che salva.
rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli… Il profeta Isaia gia nell'A.T. aveva messo in rilievo come la missione del profeta sia strettamente legata al piano di Dio. È lui che per mezzo nostro consola, restituisce la gioia della vita, nutre, fa crescere, rende la società prospera e la fa vivere in pace. È sempre la paternità e fecondità di Dio che siamo portati a trasmettere. San Paolo osa dire, da Apostolo, che il missionario porta in sé le stigmate, i segni di riconoscimento di Gesù Crocifisso (Gal 6,17), del dono, della Missione di Cristo, il solo missionario che fa della vita nostra partecipazione alla sua missione.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Il buon pastore non ha paura dei lupi per il suo gregge: e perciò i discepoli non sono inviati per divenire preda dei lupi, ma per diffondere la grazia; la sollecitudine del buon pastore fa sì infatti che i lupi non possano osare niente contro gli agnelli. Egli manda gli agnelli tra i lupi affinché si realizzi quanto sta scritto: Allora lupi e agnelli pascoleranno insieme (Is 65.25) (Ambrogio, Comm. a Luca 7.46).

Che cos’è una borsa? È denaro racchiuso, cioè sapienza nascosta. Che significa: Non portate la borsa? Non siate sapienti ai vostri occhi. Accogli lo Spirito: deve essere in te una sorgente, non una borsa; una ricchezza da cui si possa prenderne per farne dono, non per tenerla rinchiusa. (...) Chi saluta per la via, saluta occasionalmente, perché non si dirige verso colui che egli saluta. Stava compiendo una faccenda e si imbatte in un’altra. Era diretto a compiere una faccenda e incidentalmente trovò altro da fare. Che significa dunque “salutare occasionalmente”? Annunciare la salvezza occasionalmente. Ma cos’altro significa “annunciare la salvezza”, se non “predicare il Vangelo”? Se dunque predichi, fallo per amore, e non occasionalmente. Ci sono infatti degli individui che annunciano il vangelo cercando uno scopo diverso; di questi tali l’Apostolo gemendo dice: Tutti infatti cercano il proprio interesse, non quello di Gesù Cristo (Fil 2.21). Anche questi tali salutavano, cioè annunciavano la salvezza, predicavano il Vangelo, ma ricercavano altri vantaggi, e perciò salutavano occasionalmente (Agostino, Discorsi 101.6, 9).
Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Mi sento anche io un inviato ad annunciare la Parola di Dio negli ambienti in cui sono chiamato a vivere?
Sono una persona che porta la pace? Mi è mai capitato di scacciare un male?Sono una persona che sa accogliere ciò che gli viene offerto dagli altri?
Che cosa può significare per me camminare sopra serpenti e scorpioni senza averne danno? Che cosa significa per me oggi che il “regno di Dio” è vicino?
Mi sto preparando perché “il mio nome sia scritto nei cieli”?
Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 146 [145])
Loda il Signore, anima mia:
loderò il Signore per tutta la mia vita,
finché vivo canterò inni al mio Dio.
Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.
Esala lo spirito e ritorna alla terra;
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.
Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,
creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene.
Egli è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero,
egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

Contemplare-agire
Abbandoniamoci all’azione dello Spirito Santo per ritrovare lo stupore dell’ascolto della Parola di Dio che giunge ai nostri orecchi attraverso l’inviato di Dio. C’è una parola di Dio per te! Dare all’uomo il vangelo significa dargli il motivo fondamentale per cui vivere, significa dargli la forza e l’energia per superare i tanti momenti di avvilimento, di stanchezza, di fatica che inevitabilmente stanno dentro alla nostra vita.