mercoledì 9 febbraio 2011

Lectio divina su Mt 5, 17-37

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / A

Lectio divina su Mt 5, 17-37

Beato chi cammina nella legge del Signore


Invocare
O Dio, che riveli la pienezza della legge nella giustizia nuova fondata sull’amore, fa’ che il popolo cristiano, radunato per offrirti il sacrificio perfetto, sia coerente con le esigenze del Vangelo, e diventi per ogni uomo segno di riconciliazione e di pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
17 «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21 Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
23 Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26 In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27 Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. 28 Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30 E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
31 Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32 Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34 Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi e illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Is 57,15; Lc 16,17; Gv 8,5-24 ; At 18,13; 21,28; Gal 3,17-24; Mt 3,15; Sal 40,6-8; Is 42,21; Rm 8,4; Gal 4,4-5; Eb 10,3-12; Dt 23,21-23; Sir 15, 16-21 [gr. 15, 15-20]; Mt 23,16-22; Gv 8,44; Ef 4,25; Mt 15,19; Col 3,9; 2Cor 1,17-20; Col 4,6.

Capire
Siamo nel contesto del discorso della montagna, discorso che sorprende le l’autorità. Gesù comunica loro con vigore le esigenze di una vita segnata dall’essere figli di Dio e dalla fraternità verso tutti.
Gesù partendo da Mosè che dona la Legge sul monte Sinai (Es 24,9), fa capire il precetto della legge ebraica. Questo lo fa da Maestro. La sua posizione – seduta - ricorda l’atteggiamento del rabbi ebraico che interpreta la Scrittura ai suoi discepoli. Gesù stesso aveva dato l’autorità di estrarre dal loro «tesoro cose nuove e cose antiche».
Il messaggio di Gesù in questo inizio si concentra sulla felicità in senso biblico, che pone l’uomo nel giusto rapporto con Dio e, di conseguenza, con la totalità della vita: una felicità legata alla realtà stessa del regno dei cieli. In una seconda parte viene sviluppato il tema della «giustizia» del regno dei cieli (5,17-7,12).
L’evangelista Matteo descrive per noi Gesù pienezza della legge perché egli è la parola definitiva del Padre (Eb 1,1). Paolo ci dice che “chi ama il suo simile ha adempiuto la legge... Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,8-10).

Meditare
vv. 17-18: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Le parole contenute in questi versetti sono indirizzate ad alcuni che rispettavano la legge, non soltanto nel suo senso letterale, ma ancora nel senso spirituale; e temevano che Gesù avesse l'intenzione di rovesciare tutte le istituzioni stabilite da Dio fra loro.
In queste parole Gesù fa una sua dichiarazione: la sua venuta è per adempiere «la Legge ed i Profeti», un’espressione usuale per designare le Sacre Scritture. La «Legge ed i Profeti», come risulta da altri passi del Vangelo (cfr. 7,12; 11,13), esprimono, nel pensiero di Gesù, la volontà divina rivelatasi nell'antica Alleanza. Gesù afferma, esattamente come i rabbi, che la Legge nessun uomo potrà cambiarla perché voluta da Dio e protetta da Dio. Non un solo iòta passerà della Legge. Lo iòta è la lettera dell’alfabeto greco che sta per la lettera ebraica yod, il più piccolo dei caratteri ebraici.
Gesù non è venuto per abolire la Legge, ma per portarla a compimento. Ciò che viene portato a compimento non può cessare di essere, ma viene ad essere, appunto, nel compimento. La Legge compiuta non è in contraddizione con la Legge, ma ne è la piena fioritura. Gesù con la sua obbedienza e pratica attraverso la passione, morte e resurrezione ha adempiuto la Legge.
vv. 19-20: Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Il versetto si presenta pieno di verbi che conducono all’insegnamento di Gesù: fare la volontà del Padre (Mt 3,13-4,11). È interessante notare che Matteo utilizzi questo verbo di compiere, adempiere, solo per Gesù: solo lui compie la Legge, solo la sua persona presenta le caratteristiche della pienezza. Qui si radica il suo autorevole invito, che per noi diventa un «invio», un compito a compiere in pienezza la Legge: «Io vi dico…» (vv. 18.20).
Rifacendosi a quanto già detto, abbiamo qui gli Scribi ed i Farisei che non osservavano la legge, poiché essi l'annullavano con le loro tradizioni, e la mettevano in pratica soltanto esternamente. Scribi e Farisei, due classi di individui i quali, da due diversi punti di vista, consideravano Gesù come un sovvertitore della legge e dei profeti.
Il lievito degli scribi, dei farisei, e anche dei sadducei, era seducente poiché proponeva la perfezione dell'adempimento della Legge e quindi il gradimento di Dio, e per questo Gesù afferma che la loro giustizia, cioè il nucleo ispiratore dei loro precetti, era falso e non portava al cielo ma alla Geenna (Mt 23,13s).
Perciò essi pretendevano invano di essere giusti; e Gesù dichiara che coloro i quali desiderano entrare nel regno dei cieli devono essere più santi di loro: senza una giustizia superiore a quella dei Farisei, noi non possiamo far parte della sua Chiesa, né in questo mondo, né nel mondo avvenire.
La “giustizia” di cui si tratta qui, non è quella che ci è imputata per la fede, ma bensì una vita giusta e santa che è la conseguenza della prima. Perciò se vogliamo che la nostra giustizia superi quella degli Scribi e dei Farisei, conviene che essa abbia la sua sede nei nostri cuori, e si manifesti nella nostra vita.
vv. 21-22: Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Qui Gesù inizia ad affrontare l’argomento delle relazioni fraterne, ad esporre il vero significato del comandamento. Il Signore non proibisce in un modo assoluto di adirarsi. L'ira, quando è diretta contro il peccato è lecita. «Adiratevi ma non peccate» dice san Paolo (Ef 4,26). Gesù guarda gli ipocriti Farisei «con indignazione» (Mc 3,5). Egli parla qui di un'ira piena di odio contro al fratello. Nella prospettiva completamente nuova del Discorso della Montagna, ogni mancanza d’amore verso il prossimo comporta la stessa colpevolezza dell’omicidio. Infatti la collera, l’ira, il disprezzo dell’altro si radicano in un cuore sprovvisto d’amore.
In questo caso l'ira è peccaminosa; è disubbidienza al sesto comandamento; è l'omicidio che sì svolge nel cuore, benché non sia ancora arrivato alle mani. «Chiunque odia il suo fratello, è omicida» (1Gv 3,15).
La vita dell’uomo è sacra perché è stata creata da Dio ed ha come scopo principale quello di tornare a Dio. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine; nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente (Catechismo Chiesa Cattolica n. 2258). Per Gesù non s’infrange la Legge solo uccidendo, ma anche con tutte quelle azioni che tentano di distruggere o “vanificare” l’altro.
Gesù dimostra qui che la legge di Dio è «giudice dei pensieri e delle intenzioni del cuore»; che non è destinata a reprimere solo gli atti violenti, ma pur anche le malvagia disposizioni dalle quali essi procedono. Egli riconduce il Patto alla sua origine, allo spirito che l'ha prodotto, e combatte il peccato nella sua sorgente, ipocritamente risparmiata dai Farisei.
vv. 23-26: Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Questi quattro versetti, contengono un'applicazione pratica degli insegnamenti di Gesù relativi al sesto comandamento. Quantunque il nostro primo dovere sia di rendere il nostro culto a Dio, Gesù, per dimostrare l'importanza e la necessità della riconciliazione, dichiara che l'offensore, anche se egli fosse in procinto di rendere il suo culto a Dio, dovrebbe sospenderlo, finché non avesse confessato il suo torto al suo avversario, e non si fosse riconciliato con lui. Non è solo questione di chiedere perdono: è urgente ricostruire le relazioni fraterne perché il bene del fratello è il mio bene. Gesù dice: “Va’ prima”… Innanzitutto, prima di pregare, prima di donare, prima che l’altro faccia il primo passo, c’è il movimento del mio cuore, del mio corpo verso l’altro. Tale andare verso l’altro ha come scopo la ricomposizione della lacerazione; un movimento che tende alla riconciliazione.
Il perdono vicendevole e la riconciliazione sono una condizione per partecipare nel culto; senza di essi non é possibile la relazione con Dio.
vv. 27-28: Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Il sesto comandamento (Es 20,14) richiama anche il nono: “non commettere adulterio”. Il desiderio della donna riguardante questo versetto non si riferisce a un semplice pensiero ma a un proposito peccaminoso. Questo non solo verso donne sposate ma anche nubili. Lo sguardo di cui parla Gesù non è prodotto da un pensiero fugace, immediatamente represso da una santa vigilanza, ma è uno sguardo diretto dalla volontà stessa dell'uomo con lo scopo di fomentare in se stesso e negli altri passioni impure. Esempi di tali «sguardi» peccaminosi condannati severamente dalla Bibbia non mancano (cfr. 2 Sam 11,2; Dn 13,20).
Contro i 613 precetti della Legge numerati dai rabbini Gesù, riprendendo l’Antico Testamento, ricorda che il comandamento è uno solo eppure abbraccia ogni atto e ogni istante della vita: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e amerai il prossimo tuo come te stesso”. È da questo comandamento che “dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22, 37-40).
vv. 29-30: Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. «Cava il tuo occhio taglia la tua mano» Gesù usa un linguaggio particolarmente forte per sottolineare la gravità del pericolo costituito dallo sguardo peccaminoso. Egli applica il suo insegnamento a ciascuno. Queste sono immagini forti, anch’esse riferite al sesto e nono comandamento, che probabilmente Gesù non ha usato, ma che erano chiare in rapporto alla circoncisione. È necessario individuare e allontanare dal cuore qualche pensiero o sentimento preciso che, pur essendo legato alla nostra natura, ci impedisce di raggiungere la piena dignità che Dio vuole per il nostro corpo. Quindi ciò che è da cavare, da tagliare non è una parte del corpo, ma la concupiscenza che si pasce e cresce per mezzo dell'occhio e della mano.
La metafora è probabilmente tolta dall'esperienza chirurgica, e in ogni caso è adatta come illustrazione del soggetto, poiché è noto ad ognuno, quando la salute del corpo è compromessa da uno dei membri, non si esita a tagliarlo per evitare la morte. È meglio rifiutare la soddisfazione di una mala concupiscenza in questa vita, dice il Signore, che abbandonarsi in balìa del peccato, il quale conduce alla perdizione.
vv. 31-32: Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Nell’antichità il divorzio era normale per varie cause, il Signore esclude per sempre ogni forma di divorzio. Questo è adulterio per entrambi i separati, se si risposassero, e anche per i loro nuovi sposi. La prescrizione è netta e non ammette eccezioni. Viene descritto solamente il caso del concubinato che nel testo greco (pornéia) indica la prostituzione, sia come idolatria, sia come la pratica di vendere il proprio corpo. Mentre in ebraico il termine corrispondente è zenût (impudicizia, fornicazione), un termine dispregiativo con cui i rabbini chiamavano i matrimoni non validi, come quelli contratti fra parenti, proibiti dalla legge mosaica (cfr. Lv 18), ammessi però nel diritto greco-romano.
Matteo scrive per un ambiente giudaico e altrove non riscontriamo lo stesso problema (cfr. Mc 10,1-12; Lc 16,18 e 1Cor 7,10-11). La legge dell'indissolubilità, dunque, secondo Matteo, non deve estendersi alle unioni non «legate da Dio».
vv. 33-35: Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re.
Viene ripreso qui l’8° comandamento (Es 20,7); Gesù si riferisce ai vari passi del Pentateuco in cui si danno le norme per la disciplina del giuramento (cfr. Lv 19,12; Nm 30,2). La pratica del giuramento, comune a tutti i popoli, aveva lo scopo di chiamare Dio a garanzia della verità. Ma poiché le circostanze della vita davano mille occasioni di ricorrere al giuramento, facile ne era l'abuso o per leggerezza o inadempimento. Adesso Gesù con le parole “non giurare affatto”, prescrive che ogni giuramento è escluso del tutto (cfr. Sir 23,9). Giurare è sempre un atto che esige coerenza con la vita, ma allora tra persone oneste, che hanno coerenza di vita, non c'è bisogno del giurare, basta la parola data. All'insegnamento di Gesù fa eco l'avvertimento dell'apostolo Giacomo: Soprattutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra e non fate alcun altro giuramento. Ma il vostro «sì» sia sì, e il vostro «no» no, per non incorrere nella condanna. (Gc 5,12).
vv. 36-37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno». Il giuramento, sommariamente parlando, è una promessa accompagnata da una invocazione della divinità chiamata a testimone di quanto si dice. I Giudei giuravano per il cielo (come raccomandava Filone), per la Città Santa e per altre realtà connesse con Dio. Gesù proibisce qualsiasi giuramento perché l’uomo non può disporre né di Dio (vv. 34-35), né di se stesso (v. 36). Non si può impegnare Dio poiché non ci appartiene; e neanche noi stessi perché apparteniamo a Lui.
Qui viene ripreso anche un giuramento molto comune tra gli Ebrei: il giurare per la propria testa, quasi a dire: “per la mia vita!”, “per l’anima mia!”. Cioè: Ch'io possa morire se ciò non è vero! Il nostro Signore proibisce di giurare così, e ne dà la ragione: “perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo tuo capello”.
La parola «potere» nel testo greco ha il senso di “cambiare radicalmente il colore dei capelli”, non di modificarli con tinte o con preparati chimici.
Il senso del versetto è evidentemente quello che deriva dalla constatazione che non avendo alcun potere sulla nostra vita rappresentata dalla “testa” (capo), che Dio solo può abbreviare o prolungare, siamo colpevoli giurando per quella, come giurando per il Creatore nostro.
Questo discorso di Gesù non è puro umanesimo; tutto è trattato dal punto di vista di Dio. La verità di un uomo è nella corrispondenza del “sì” e del “no” che pronuncia con le radici del suo sentimento e del suo pensiero.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
«lo vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete
nel regno dei cieli» (Mt 5,20); se non osserverete, cioè non solo quei minimi precetti della legge che incominciano a formare l'uomo, ma anche questi aggiunti da me, che non sono venuto ad abolire la legge ma a perfezionarla, non entrerete nel regno dei cieli. Ma tu mi dirai: «Se prima, parlando di quei minimi precetti, ha detto che nel regno dei cieli sarà chiamato minimo chiunque avrà trasgredito uno di essi e insegnato agli altri ad agire così, mentre verrà chiamato grande chiunque li avrà osservati e avrà insegnato a farlo - quindi sarà già nel regno dei cieli dal momento che è grande- che bisogno c'è di aggiungere altri precetti a quelli minimi della legge, se chi li osserva e li insegna può già entrare nel regno dei cieli, perché è grande»? Quella sentenza: «Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini,sarà considerato grande nel regno dei cieli» ( Mt 5, 19 ). Si deve interpretare nel senso che ora dirò. Che la vostra giustizia superi, egli dice, quella degli scribi e dei farisei,perché se non sarà maggiore non entrerete nel regno dei cieli. Chi trasgredirà dunque quei precetti minimi e insegnerà così, sarà chiamato minimo: chi invece osserverà quei piccoli precetti e in tal modo insegnerà, non è da ritenersi già grande e adatto al regno dei cieli, ma tuttavia non tanto piccolo come colui che li trasgredisce. Perché egli sia grande e idoneo al regno, deve fare e insegnare come Cristo ora insegna, occorre cioè che la sua giustizia sia maggiore di quella degli scribi e dei farisei. La giustizia dei farisei è di non uccidere; la giustizia di coloro che entreranno nel regno di Dio è di non adirarsi senza ragione. Non uccidere perciò è il minimo e chi lo trasgredisce sarà chiamato minimo nel regno dei cieli. Chi poi lo osserverà non sarà subito grande e adatto al regno dei cieli, però salirà già di qualche grado. Sarà invece perfetto se non si adirerà senza ragione; e se osserverà questo sarà ben lontano dall'uccidere. Per cui chi insegna a non adirarsi non trasgredisce la legge che comanda di non uccidere, ma piuttosto la perfeziona, affinché custodiamo l'innocenza all'esterno non ammazzando, e nel cuore non dando campo all'ira. (Sant'Agostino, vescovo, Discorso 1,9. 21).

Notate ancora, a questo punto, come Gesù convalidi la legge antica, facendo un paragone tra questa e quella nuova: egli dimostra che sono della stessa discendenza, che hanno la stessa origine; esse, più o meno, sono dello stesso genere. Egli, perciò, non rigetta l’antica legge, ma vuole svilupparla. Se la vecchia legge fosse stata cattiva, Cristo non si sarebbe preoccupato di realizzarla e neppure di perfezionarla, ma l’avrebbe del tutto rigettata. A questo punto potreste domandarmi perché la legge antica, se buona in se stessa, non conduce più gli uomini al «regno». Vi rispondo che, evidentemente, essa non salva più gli uomini che vivono dopo l’avvento di Gesù Cristo, perché essi ora, avendo ricevuto una grazia ben più grande di prima, debbono di conseguenza sostenere battaglie più dure. Ma tutti coloro che sono vissuti prima di Cristo e sono stati fedeli seguaci della vecchia legge, si sono salvati. Gesù stesso dice nel Vangelo: Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli (Mt 8,11). E noi vediamo del resto che Lazzaro, mentre gode di grandi beni celesti, riposa nel seno di Abramo (cf. Lc 16). Insomma, tutti coloro che brillarono di vivissima luce nell’antica legge, splendettero proprio per aver tradotto in vita i suoi precetti. Se questa legge fosse stata malvagia, oppure avesse avuto un autore diverso da Dio, Cristo, alla sua venuta, non l’avrebbe realizzata. Se egli avesse accondisceso a compierla soltanto per attirare i giudei e non per mostrare l’identica origine e l’affinità tra l’antica e la nuova legge, perché allora non avrebbe cercato anche di perfezionare le leggi e i costumi dei gentili, per attrarli nello stesso modo? Così è del tutto evidente che, se la legge antica ha cessato di salvare gli uomini, non è perché essa sia stata malvagia, ma perché è venuto il tempo in cui i precetti debbono essere più elevati. Se l’antica è meno perfetta della nuova, ciò non significa che essa sia malvagia: se così fosse, nella sua condanna ricadrebbe ugualmente anche la seconda. E, infatti, se si paragona la conoscenza che noi ora abbiamo della legge nuova con la conoscenza che possederemo nella vita futura, quella attuale risulta parziale e imperfetta e certamente scomparirà quando sopravverrà quella del cielo. Quando sarà venuto ciò che è perfetto - dice Paolo - sarà abolito ciò che è imperfetto (1Cor 13,10): questo accadde alla legge antica, quando giunse la nuova. Per lo stesso motivo, non dovremo disprezzare la legge nuova, per il fatto, cioè, che essa deve cessare quando saremo nel cielo e «ciò che è imperfetto sarà abolito». Noi diciamo che essa è grande e sublime; infatti, le ricompense promesse da questa legge sono ben più grandi di quelle promesse dall’antica e in essa la grazia dello Spirito Santo è ben più abbondante. Dio, perciò, giustamente esige da noi frutti e doni maggiori. Egli, ora, non ci promette più una terra in cui scorre latte e miele, né una lunga vecchiaia, o un gran numero di figli o l’abbondanza del pane e del vino, o grandi greggi di pecore e di buoi, ma ci promette il cielo stesso e i beni celesti, la dignità di essere figli adottivi del Padre, fratelli del Figlio unigenito, suoi eredi, partecipi della sua gloria e del regno, e un’infinità di altre ricompense. Paolo ci fa chiaramente intendere che noi abbiamo fruito di un aiuto ben più grande, quando dice: Non c’è più condanna per coloro che sono in Cristo Gesù e che vivono, non secondo la carne, ma secondo lo spirito; poiché la legge dello spirito di vita mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rm 8,1-2) (Crisostomo Giovanni, Commento al Vangelo di san Matteo)

Evagrio ha detto: "E` cosa estranea ai monaci adirarsi, come pure rattristare qualcuno"; e ancora: "Se uno ha vinto l`ira, costui ha vinto i demoni; se invece è sconfitto da questa passione, del tutto estraneo alla vita monastica", con quel che segue. Che dobbiamo dunque dire di noi stessi, che non ci fermiamo neppure alla collera e all`ira, ma che talvolta ci spingiamo fino al rancore? Che altro, se non piangere questa nostra miserabile e disumana condizione? Vegliamo dunque, fratelli, e veniamo in aiuto a noi stessi, dopo Dio, per esser liberati dall`amarezza di questa rovinosa passione. Talora uno fa una "metania" al proprio fratello perchè tra i due, evidentemente, c`è stato turbamento o attrito, ma anche dopo la "metania" rimane rattristato e con pensieri contro di lui. No, egli non deve considerarli di poca importanza, ma deve tagliarli via al più presto. Si tratta di rancore, e c`è bisogno di molta vigilanza, come ho detto, di penitenza, di lotta per non soffermarsi a lungo in questi pensieri e per non correre pericolo. Infatti, facendo la "metania" per adempiere al precetto, si è, sì, posto rimedio all`ira sul momento, ma non si è ancora lottato contro il rancore; e per questo si è rimasti con risentimento contro il fratello, perchè altra cosa è il rancore, altra l`ira, altra la collera e altra il turbamento. Vi dico un esempio, perchè capiate meglio. Chi accende un fuoco dapprima ha solo un carboncino, che è la parola del fratello che lo ha rattristato; ecco, è appena un carboncino: che è mai la parola del tuo fratello? Se la sopporti, spegni il carbone. Se invece continui a pensare: «Perchè me l`ha detto? Posso ben rispondergli! Se non avesse voluto affliggermi, non l`avrebbe detto. Vedrai! Anch`io posso affliggerlo», ecco, hai messo un po` di legnetti o simile materiale, come chi accende il fuoco, e hai fatto fumo, che è il turbamento. Il turbamento è questo sommovimento e scontro di pensieri, che risveglia e rende aggressivo il cuore. Aggressività è l`impulso a rendere il contraccambio a chi ci ha rattristato, che diventa anche audacia, come ha detto l`"abbas" Marco: "La cattiveria intrattenuta nei pensieri rende aggressivo il cuore, mentre allontanata con la preghiera e la speranza lo rende contrito". Se infatti avessi sopportato la piccola parola del tuo fratello, avresti potuto spegnere, come ho detto, anche quel piccolo carboncino, prima che nascesse il turbamento. Ma anche questo, se lo vuoi, puoi spegnerlo facilmente, appena inizia, col silenzio, con la preghiera, con una "metania" fatta di tutto cuore; se invece continui a far fumo irritando ed eccitando il tuo cuore a forza di pensare: «Perchè me lo ha detto? Posso ben rispondergli!», per lo scontro stesso, diciamo così e la collisione dei pensieri il cuore si logora e si surriscalda, e allora divampa la collera. La collera è un ribollimento del sangue che si trova intorno al cuore, come dice san Basilio. Ecco, è nata la collera: è quella che chiamiamo irascibilità. Ma se lo vuoi puoi spegnere anch`essa, prima che diventi ira; ma se continui a turbare e a turbarti, ti vieni a trovare come chi ha messo legna al fuoco, e il fuoco divampa sempre più, e così poi viene la brace, che è l`ira. Questo è quanto diceva l`"abbas" Zosima, quando gli fu chiesto che cosa vuol dire la sentenza che dice: "Dove non c`è collera, si acquieta la battaglia. All`inizio del turbamento, quando comincia, come abbiamo detto, a far fumo e a mandare qualche scintilla, se subito uno rimprovera se stesso e fa una "metania" prima che si accenda e diventi collera, se ne rimane in pace. Ma dopo che è venuta la collera, se non se ne sta tranquillo, ma continua a turbarsi e ad irritarsi, si viene a trovare, come abbiamo detto, come uno che dà legna al fuoco, e continua a bruciare finchè non produce grossa brace. Come dunque i tizzoni di brace diventano carboni e si mettono via e durano per anni interi senza guastarsi e marcire, nemmeno se vi si butta sopra acqua, così anche l`ira, se dura nel tempo, diventa rancore e poi, se non si versa sangue, non si riesce ad allontanarsene. Ecco, vi ho detto la differenza, attenti bene; avete sentito che cos`è il primo turbamento, che cos`è la collera, l`ira, il rancore. Vedete come da una sola parola si arriva ad un male così grande? Se fin da principio si fosse rivolto il rimprovero su sé stessi, se non si fosse voluto giustificarsi e in cambio di una parola sola dirne due o cinque e restituire male per male, si sarebbe potuto sfuggire a tutti questi mali. Per questo vi dico sempre: quando le passioni sono giovani, tagliatele via prima che s`irrobustiscano a vostro discapito e dobbiate poi penare. Una cosa infatti è strappar via una piccola pianta e un`altra sradicare un grande albero. (Doroteo di Gaza, Instruct. 8, 89-91)

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Come vivo i precetti della legge di Dio, come una legge di libertà o come un obbligo che mi rende schiavo?
Come cristiani abbiamo la missione di dare un´espressione concreta a quello che ci anima dal di dentro. Qual è l´espressione che stiamo dando alla nostra fiducia in Dio?
Nella vita sono sempre aperto alla richiesta di Gesù per una giustizia più grande? Sono consapevole di non essere, ancora, nella giustizia piena? Mi confronto con l’agire di Dio?
La mia giustizia si impegna a imitare qualcosa della giustizia di Dio, della sua gratuità, della sua creatività?
Come vivo nella società il comandamento di non uccidere? Nella mia offerta all´altare, dò più importanza a Dio o al fratello? Il mio parlare è sincero o pieno di falsità, ipocrisia?
E il comandamento che fa riferimento alle relazioni coniugali? E alla sincerità nelle relazioni e nelle azioni?

Pregare
Mettiamoci dinanzi alla Parola lasciandoci illuminare da Essa. Il Salmo ci invita ad obbedire alla legge del Signore con tutto l’impegno personale. La pratica della giustizia nuova per entrare nel regno dei cieli non può derivare solo da un impegno individualistico, ma da un dialogo familiare e costante con la Parola di Dio. (Dal Salmo 119 (118)

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.

Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.

Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.

Contemplare-agire
La scelta fondamentale di tutta la nostra esistenza è nella nostra libertà: o con Dio, in Cristo, o lontano da lui, privi della vera libertà e di amore. «Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).

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