giovedì 9 maggio 2013

LECTIO: ASCENSIONE DEL SIGNORE (C)

Ascende il Signore tra canti di gioia

Lectio divina su Lc 24,46-53


Invocare
O Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, vieni e ispiraci sempre ciò che dobbiamo pensare, ciò che dobbiamo dire e come lo dobbiamo dire, ciò che dobbiamo tacere, ciò che dobbiamo scrivere, come dobbiamo agire, cosa dobbiamo fare, per procurare la tua gloria, il bene delle anime e la nostra santificazione. O Spirito Santo, tutta la nostra fiducia è risposta in te! Penetra nei nostri cuori, o divino Spirito, l’amorosa tua voce, il tuo lume, il tuo consiglio, e fai che, docili e ravveduti, tutti torniamo sulla via della salvezza. Amen.

Leggere
46 e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». 50 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52 Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Capire
Siamo nella parte finale del vangelo di Luca e l'Evangelista, diversamente dagli Atti, concentra in un unico giorno, il primo dopo il sabato, i fatti pasquali, a indicare che l'ascensione al cielo è inseparabile dalla risurrezione. Al mattino pone l’incontro al sepolcro delle donne con i due uomini in vesti sfolgoranti, poi identificati come angeli e la visita di Pietro; durante il giorno avviene l’apparizione ai discepoli di Emmaus e alla sera l’apparizione agli Undici e agli altri riuniti. 
Il racconto dell’Ascensione non ha indicazione di tempo ed inizia con il riferimento di Gesù alla passione e risurrezione, alla predicazione universale e alla testimonianza con la forza dello Spirito. Tutto è desunto dalla Scrittura; Gesù, infatti, sta aprendo la mente dei discepoli alla sua comprensione. C’è uno stretto legame tra Ascensione e Risurrezione. Con l’Ascensione si vuole sottolineare il compimento del percorso che Gesù ha compiuto, di discesa (incarnazione, passione e morte) e di ascesa (risurrezione e ascensione al cielo), movimento che ha lo scopo di recuperare tutto il mondo alla comunione con Dio. Nella Scrittura l’Ascensione viene anche interpretata in senso sacerdotale (vedi seconda lettura): Gesù sale al cielo come sommo sacerdote. In Eb 8, 24-ss è scritto che una sola volta all’anno, nel giorno dell’espiazione, il sommo sacerdote poteva entrare nel luogo del tempio detto “santo dei santi” con un capro espiatorio. Il sangue, l’offerta della vita, era lo strumento della comunione tra Dio e il popolo. Attraverso questi riti si compiva la espiazione del peccato che era sempre in funzione della comunione con Dio.

Meditare
v. 46: "Così sta scritto". Il v.46 è introdotto da un solenne: così sta scritto, (il termine greco houtos (così) indica il contenuto e dunque vuol dire: questo è ciò che dice la Scrittura) che indica un rimando generale all'A.T., senza che ci sia un testo che in esso parli della resurrezione del Messia! 
Ricolleghiamoci, per capire, al versetto precedente: “Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse” (v. 45). “Intelligenza delle Scritture” significa fare riferimento a ciò che ‘sta scritto’ e ciò che sta scritto è che il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno. Notiamo che le Scritture convergano tutte verso la Pasqua. Se le Scritture non ci conducono alla Pasqua, facciamo di esse delle guide cieche.
"Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno". Siamo nel momento del congedo di Gesù dai suoi discepoli. Gesù riprende una delle cose che nel suo ministero sono state più presenti, soprattutto nel vangelo di Luca, cioè l’annuncio della sua passione, l’annuncio della sua Pasqua. 
C’è questa unità del mistero pasquale: il Gesù che ha patito è il Gesù che è risuscitato. Questo dobbiamo sempre tenerlo presente. Non c’è una cosa senza l’altra: non c’è risurrezione senza passione e non c’è passione senza risurrezione.
v. 47: "Nel suo nome". Il versetto è una continuazione del v. 46. Per Luca non solo la passione, morte e resurrezione di Gesù, ma anche la missione degli apostoli di annunciare il vangelo a tutte le genti, nel Nome di Gesù, sono il compimento delle Scritture.
Questa è la novità: dal mistero pasquale di Cristo nasce la predicazione. La predicazione è frutto della pasqua. Non solo si attingono dalla pasqua i contenuti della predicazione, ma la pasqua è ciò che si deve annunciare e predicare. La predicazione dipende dal mistero pasquale inteso come “uno”.
"la conversione e il perdono dei peccati". A tutte le genti viene annunciata la conversione a cui fa seguito il perdono dei peccati. È importante non disgiungere mai la conversione e il perdono. Per Luca la conversione è un volgersi a Dio, toccati dalla sua grazia che ci raggiunge attraverso la predicazione.
Accostando la conversione e il perdono dei peccati, vengono indicate queste due realtà come dono. Sia la conversione che il perdono non dipendono dalle capacità delle genti (e qui sta l’universalità, dal momento che per “genti” s’intende la non esclusione di nessuno da questo annuncio), ma sono frutto, ancora una volta, della Pasqua, del dono dello Spirito.
"cominciando da Gerusalemme".  Il riferimento a Gerusalemme, centro della vicenda di Gesù e luogo da cui parte la predicazione della chiesa, non può che cominciare da questo luogo. Questo versetto ha un chiaro collegamento ad At 1,8 che rimanda alla realtà di Gesù Messia luce delle genti.
Ogni tentativo di abbandonare Gerusalemme finisce miseramente. Pensiamo ad esempio alla parabola del Samaritano. Incappare nei briganti è la causa del cammino inverso di quello che ha fatto il Signore. Quindi si sta lì. Non possiamo andare in altri posti; la nostra permanenza a Gerusalemme, cioè nei luoghi della Pasqua, è garanzia per non fallire. È da lì che si comincia ed è lì che bisogna ritornare.
v. 48: "Di questo voi siete testimoni".  La funzione di testimone come caratteristica degli apostoli è propria del terzo vangelo e risponde alla promessa scritta nel prologo (Lc 1,2) circa la solidità degli insegnamenti ricevuti da Teofilo.
Il Signore Gesù investe i suoi apostoli di questa funzione importantissima: proclamare il suo vangelo a tutti i popoli, per invitarli alla conversione e alla fede. Essere testimoni vuol dire portare scritta nella pelle, cucita sillaba per sillaba, la parola che è Cristo. Perciò i credenti debbono rendere testimonianza al Cristo risorto non solo con la vita ma anche con la parola, con l’annuncio del vangelo. La missione evangelizzatrice del mondo intero forma uno dei compiti fondamentali della chiesa.
v. 49: "io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto". Le promesse di Gesù non vengono meno. Lui se ne va, ma non lascia orfani i suoi amici. Questo versetto viene tradotto anche così: “E io mando su di voi la Promessa del Padre mio; ma voi rimanete nella città, finché non siate rivestiti dalla Forza dall’alto”. La “Promessa del Padre” e la “Forza dall’alto” indicano la persona dello Spirito. In verità la testimonianza coraggiosa al Signore risorto con la parola e soprattutto con la vita sarà resa possibile dal dono dello Spirito Santo, potenza, forza che viene dall'Alto, dal Padre. 
Possiamo osservare che in Gv 20,22s il Risorto dona subito lo Spirito, Luca rimanda questo dono ed ordina di rimanere a Gerusalemme. Questo prepara a quanto dirà nel libro degli Atti al capitolo primo, che continua idealmente il vangelo, passando dal racconto della missione di Gesù a quella degli apostoli, della chiesa nascente.
vv. 50-51: "Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse". Betania è il luogo dell’amicizia, non può esserci motivo solenne in un luogo bello come questo. Betania è il luogo del profumo di Cristo e l’amico ne viene contagiato perché è l’amore di Dio, l’amore del Creatore, l’amante per eccellenza, l’unico amante.Il gesto di saluto di Gesù è un dono. Dio non si allontana dai suoi, semplicemente li lascia per tornare in altra veste.
Betania è il luogo da cui Gesù era disceso per entrare solennemente a Gerusalemme (Lc 19,29ss) prima della sua passione. 
Anche qui ci sta un riferimento alle Scritture (cfr.  Sir 50,20-21).
"Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo"La separazione finale di Gesù risorto dai suoi discepoli è avvenuta in un contesto di benedizione. La benedizione dei discepoli riecheggia anche un versetto di Lv 9,22, dove è narrato che “Aronne, alzate le mani verso il popolo, lo benedisse”. Se l’ispirazione di Luca ai testi dell’Antico testamento è reale, allora Gesù risorto implicitamente è presentato come il Sommo Sacerdote che benedice il suo popolo santo, prima di separarsi visibilmente da esso, per colmarlo della sua grazia divina. 
Il Cristo si allontana dai suoi discepoli fisicamente perché sale al cielo, ma la sua benedizione e la sua presenza rimangono in mezzo alla sua comunità.
In questo versetto, l'Evangelista riferisce l'azione a Dio con un collegamento ai testi di rapimento nella Bibbia (per esempio per Enoch, Elia, vedi Gen 5,24; Sir 44,16; 49, 14; 2Re 2,9ss; Sir 48,9.14).
Nel pensiero di Luca ci sta pure che il risorto sale al Cielo, cioéalla destra di Dio, ben attestato nella predicazione apostolica (vedi Fil 2,1-13; 1Tm 3,16: 1Pt 3,22; At 2,33; 5,31).
v. 52: "Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia". Il congedo di Gesù dai discepoli non crea disagio, anzi tutt'altro: sembra che nasca un nuovo rapporto che Luca traduce per la prima volta con il verbo proskynein (prostrarsi; presente anche in Sir 50,21): un gesto di adorazione dovuto solo a Dio. In questo nuovo rapporto con Gesù Signore, i discepoli riconoscono la regalità e la filiazione divina.
Questo nuovo rapporto trasmette gioia e con gioia partiranno per la predicazione a tutte le genti, perché posseggono un tesoro sconfinato: la gioia dell'appartenenza. L'umanità di Cristo entra in cielo, è una porta che si riapre per non più chiudersi. La gioia della sovrabbondanza di vita che Cristo ha ormai versato nella loro esperienza non si arresterà più.
v. 53: "stavano sempre nel tempio lodando Dio". Stare è un verbo importantissimo per il cristiano. Stare suppone una forza particolare, la capacità di non fuggire le situazioni ma di viverle assaporandole fino in fondo. Stare. Un programma evangelico da portare a tutti. Allora la lode scaturisce sincera, perché nello stare la volontà di Dio è sorseggiata come bevanda salutare e inebriante di beatitudine. Lodare Dio vuol dire riconoscere quello che lui ha fatto nel Figlio Gesù. L’oggetto della lode di Dio deve comprendere il mistero pasquale. La lode di Dio come ultima tappa del vangelo è anche indicativa dell'atteggiamento che Luca si aspetta dalla Chiesa nel suo cammino lungo la storia (G. Rossé).
Quel stare sempre nel tempio rimanda a diversi testi che Luca descrive negli Atti (2,46-47; 3,1; 5,21.42) e riporta un ricordo storico del legame tra la prima comunità cristiana e questo luogo sacro, sino alla sua distruzione nell'anno 70 d.C. 

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
So gioire delle opere di Dio? Lo riconosco presente nella mia vita? 
Lo rendo presente con la mia testimonianza? Ho un cuore capace di accogliere tutti oppure discrimino facilmente secondo le mie vedute?
La conversione che introduce all'atteggiamento di fede piena nel risorto è un elemento presente nella mia vita di credente? Come alimentarla ed esprimerla?
Vivo anch'io con la speranza di raggiungere il Cristo, imitandone l'amore per il Padre e i fratelli? 
La certezza di questo dono di Dio cosa cambia nella mia vita? Lodo il Signore per ciò che compie nella mia vita oppure chiedo per me?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 46):

Popoli tutti, battete le mani! 
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.

Contemplare-agire
Lasciamoci dall’azione dello Spirito e non da uno sguardo che non fa altro che guardare il nostro cielo. Il Signore ci doni il suo cielo che è più largo, è ampio come il mondo e profondo come il cuore degli uomini, avvolge il volto dei deboli, copre le terre martoriate dalla guerra, si stende sul letto dei malati, copre le piazze o le strade ove vivono i senza tetto. 
Sia questo cielo da contemplare e da vivere.


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