giovedì 3 marzo 2016

LECTIO: IV DOMENICA DI QUARESIMA (C)

Lectio divina su Lc 15,1-3.11-32


Invocare
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3 Ed egli disse loro questa parabola.
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17 Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20 Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22 Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31 Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».

Silenzio meditativo: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Capire
Il capitolo 15 di Luca è un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito. Allo stesso modo, il ritorno alla comunità di un fratello che si «converte» è festa di tutta la chiesa. E ancor più quale sarà la gioia del Padre per il ritorno di noi, suoi figli?
La struttura di Lc 15 è semplice. Dopo l'introduzione (vv. 1-3), le due brevi parabole del pastore che ritrova la sua pecora (vv. 4-7) e della massaia che ritrova la sua dramma (vv. 8-10) sono perfettamente simmetriche e inseparabili l'una dall'altra. La terza parabola, molto più sviluppata (vv. 11-32), illustra l'insegnamento delle parabole precedenti: è la storia di un padre che ritrova suo figlio; e questa viene introdotta semplicemente con "Disse poi”.
Inoltre tutto il capitolo è guidato come da un filo conduttore dai verbi "perdere-perduto"', "ritrovare-ritrovato"; " rallegrarsi-far festa". Sono ripetuti rispettivamente sei - sette volte.
I vv. 7 e 10 con un efficace "Così vi dico..." dichiarano il messaggio delle due parabole: la gioia del pastore e della massaia sono pallido simbolo della gioia che "ci sarà in cielo" (v. 7), "davanti agli angeli di Dio" (v. 10) "per un solo peccatore che si converte" (id.)».
La nostra pericope evangelica (che volgarmente conosciamo come la parabola del figlio prodigo), in Luca non assume il tono di un'esortazione, ma è contenuto dietro un'apologia, per presentare la misericordia di Dio verso i peccatori. Essa è un valore che possiamo capire solo se siamo sedotti dall'agire di Dio, sedotti dal comportamento del cuore di Dio.
Con questo brano evangelico, Gesù definisce i lineamenti autentici di Dio: la paternità e maternità di Dio. Ecco delineata in questa frase tutta la nostra spiritualità di cristiani, l’essenza del nostro essere "figli di Dio" (Gv 1,12).
Con questa parabola, attraverso la Parola del Figlio conosciamo il Padre. E in definitiva è proprio questa la missione del Figlio, far conoscere il Padre. Questa è la vita eterna: “che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

Meditare
vv. 1-3: Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
I primi due versetti presentano due modalità di porsi davanti a Gesù. Tutti u pubblicani e i peccatori “ascoltano” la parola di Gesù, manifestando così un desiderio di partecipare alla comunione con Dio, di essere salvati, di essere discepoli. L’ascolto nel vangelo di Luca è l’atteggiamento del credente.
I farisei e gli scribi, invece, “mormorano”, svelando ostinazione e rifiuto. Il verbo nella Bibbia è figura della contestazione di Dio e del rifiuto del suo modo di dare salvezza (cfr. «Perché ci hai fatto uscire dall'Egitto?» Es 17,1-7). Mormorare vuol dire mettere in dubbio la validità di ciò che Dio ha fatto, la validità della sua azione. È il verbo con cui l'uomo pretende di suggerire a Dio come dovrebbe comportarsi con l'uomo e come dovrebbe dargli la salvezza (o il castigo).
Ed egli disse loro questa parabola
Luca colloca questa parabola in un contesto ben preciso: la critica di scribi e farisei all’atteggiamento che Gesù assume nei confronti di pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei non riescono ad accettare il comportamento di Gesù che mangia e beve con i peccatori, con peccatori pubblici, che non solo hanno fatto qualche peccato, ma sono in una condizione permanente di peccato. La condivisione del pasto esprime una comunione. Qui Gesù non fa altro che dimostrare che Dio non la pensa alla maniera degli scribi e dei farisei e cerca di aprire il cuore e la mente al mistero di Dio misericordioso.
v. 11: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.
La parabola inizia con tre personaggi: un uomo e due figli. L’uomo qui è Dio-Amore: è padre e madre messo insieme (vedi: Rembrandt, “Il ritorno del Figliol prodigo”, dipinto del 1669). È la storia di sempre. È Dio, che nel corso della lettura si rivelerà insieme padre e madre, legge e amore. I due figli indicano la totalità degli uomini, sia peccatori che giusti, per lui siamo sempre e solo figli, perché Dio ha “compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento” (Sap 11,23).
v. 12: Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta».
C'è una giovinezza che manifesta una certa agitazione, che manifesta un atteggiamento molto frequente anche oggi, come se il Padre fosse morto. È il peccato di pretendere di essere autosufficienti.
Ed egli divise tra loro le sue sostanze.
Il Padre è in assoluto silenzio. Rimane sempre Padre. Si “annulla” di fronte alla tua scelta e divide le sue sostanze (alcune norme regolavano il diritto di successione alla morte del padre, о la spartizione dei beni mentre era ancora in vita il padre: cfr. Dt 21,17; Sir 33,20-24), non è un antagonista.
Dividere le sostanze è già un atto di misericordia pretendere tanto e per di più con i1 Padre ancora in vita, è un palese atto di ribellione, impensabile per la cultura orientale. Qui il figlio si dimostra già un “avventato” uno “scapestrato”. E la legge era molto dura nel reprimere un tale atteggiamento (cfr. Dt 21,18-21).
vv. 13-16: Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.
Questo figlio, che non sopporta la presenza del padre va in un paese lontano, cioè in un “paese pagano”. Lontano vuole dire: che non ci arrivi proprio niente di suo padre, né una notizia, né un’ombra, né un richiamo, ma in cui possa effettivamente fare quello che vuole; e lo fa in quel modo che il Vangelo dice: “vivendo da dissoluto”, fino “a trovarsi nel bisogno”.
Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.
La condizione del giovane diventa così grave al punto che è costretto a “mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione”, e “a pascolare i porci”. Il porco è un animale immondo, non viene allevato da ebrei; andare a pascolare i porci deve essere il massimo del degrado, peggio di così non poteva finire. E la parabola vuole dire questo: il figlio scende al punto più basso della sua vita
Questo vuole dire: da figlio è diventato servo; l’autonomia che lui cercava non l’ha in realtà conquistata. E questo è un tema costante della riflessione profetica: quando Israele si illude di trovare la sua libertà negli idoli, in realtà trova semplicemente la schiavitù.
In Geremia si ricorda l’esperienza di Israele così descritta: “Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Io non servirò!” (Ger 2,20a). Il “giogo”, i legami, sono evidentemente quelli della legge di Dio, quelli dell’Alleanza, quindi queste parole sono affermazioni di autonomia: “io non ho legge, io sono legge a me stesso”. “Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita” (Ger 2,22b). La libertà per Israele, l’emancipazione dai legami della legge, è essenzialmente questo: è la prostituzione della idolatria.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.
La fame ha creato un vuoto fuori e dentro di lui. Gli fa capire che fece una scelta sbagliata. Che non è stato capace di valutare le cose. Questo è l'inizio di un cammino verso la casa del Padre. Dice un antico detto ebraico: «Quando gli israeliti hanno bisogno di mangiare carrube, è la volta che si convertono».
v. 17: Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
Si noti, come in questo monologo, Luca non esprime grandi sentimenti di pentimento; è una conversione a sé, più che al Padre, intuisce il vero proprio interesse: “salariati...di mio padre”. Lo considera e lo chiama padre, anche se non considera sé come figlio. Instaura il paragone con i salariati. Ha ancora una falsa immagine del Padre.  
Questo ritornare in sé non è altro che l’esperienza del peccato a cui si è consegnato e che ne è diventato padrone, il proprio dio.
vv. 18-19: Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
Il figlio si è allontanato da casa perché pensava che suo padre fosse un tiranno; ritorna a casa con la speranza che suo padre sia un padrone, lo tratti come un padrone tratta i suoi servi.
La conversione del figlio in realtà non è una grande conversione, perché non ritorna per amore di suo padre, ma ritorna per fame, ritorna con il desiderio di saziarsi, di potere vivere in un modo meno disagiato di quello attuale. Non gli dispiace di aver fatto soffrire suo padre.
non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati».
La conversione non è un percorso facile, anzi è impossibile che l'uomo ritorni a Dio con le sue sole forze interiori; del resto, senza che noi lo desideriamo, Dio non ci converte a sé: perciò è indispensabile che il nostro desiderio e il desiderio di Dio si incontrino; poi l'amore del Padre farà il resto.
Sulla via del ritorno il giovane figlio aveva preparato mentalmente un discorso, nel quale, con atteggiamento umile, si riconosceva colpevole; forse anche noi pentiti, sulla via del ritorno a Dio, abbiamo preparato un discorso ma al Padre le nostre parole non interessano: come nella parabola, egli ha fretta di far festa, ha fretta di tenerci stretti nel suo abbraccio e di riconoscersi nel nostro volto, un volto di figlio che ha i tratti del volto del Padre.
v. 20: Si alzò e tornò da suo padre.
Se fin d'ora abbiamo parlato del figlio adesso subentra il padre in una scena travolgente. Il padre qui è ben altro, non aspetta al varco l’indegno per rinfacciarli una colpa senza scuse, previene ogni suo atto di pentimento. Per capire, l'evangelista usa per noi dei verbi: i verbi dell'amore.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide
Per quanto lontano il Padre lo vede sempre; nessuna oscurità e tenebre può sottrarlo alla sua vista (Sal 139,11). L’occhio è l’organo del cuore: gli porta l’oggetto del suo desiderio. Lo sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello di una madre verso il figlio malato (cfr. Is 49,14-16; Ger 31,20; Sal 27,10; Os 11,8).
ebbe compassione
La compassione è il verbo che definisce la figura del padre. In lui “gli si sono mosse dentro le viscere”. Letteralmente “fu colpito alle viscere”. L'evangelista Luca attribuisce a questo padre i sentimenti di una madre, e si collega cosi alla tradizione biblica, dove Dio ha sovente atteggiamenti materni verso Israele.
In questo verbo abbiamo l'aspetto materno della paternità di Dio. È la qualità di quel Dio che è misericordia. In Lc 6,36 Dio ci è presentato come “padre misericordioso”, cioè insieme come padre e come madre (Luca usa l'aggettivo “oiktìrmon” che traduce l'ebraico “rahamin”, che indica il ventre, l'utero).
gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
C'è una corsa del padre che termina in uno slancio che lo fa letteralmente “cadere addosso” al figlio. Anche Giuseppe, venduto come schiavo dai fratelli, si getta sul collo di Israele (Gen 46,29). Questo gettarsi al collo interrompe l'idea del figlio. Il padre è stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia figlio. Il peccato dell'uomo è di essere schiavo invece che figlio di Dio. Segno di questo è il “bacio”. Segno del perdono (cfr. 2Sam 14,33).
Questi sono gesti che nell'Antico Testamento indicano il perdono e la riconciliazione il segno che la comunione d’amore che c’era prima, è stata immediatamente ristabilita.
vv. 21-23: Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».
È un fardello che si aggiunge al fardello già esistente nella vita del figlio: essere figlio non è questione di dignità o di merito; è un dato di fatto. Il padre può essere libero nel mettere al mondo il figlio, ma nell’essere figlio non c’è libertà; non si sceglie né di nascere né da chi. Il figlio minore non ha ancora capito che il Padre è amore necessario e gratuito; pensa non avendola meritata, di rinunciare alla sua paternità.
La conversione non è diventare "degni" o almeno "migliori" per meritare la grazia di Dio; la conversione è accettare Dio come un Padre che ama gratuitamente.
Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi.
Il padre prende subito l’iniziativa: non permette al figlio di terminare la sua confessione; non dice nulla al figlio, ma l’interruzione nella dichiarazione da parte del figlio, indica che l’aspetto importante della parabola, non è la conversione più o meno sentita del figlio, ma piuttosto l’accoglienza e la misericordia del padre.
Il vestito più bello è la veste migliore, quello riservato agli invitati, che è anche l’abito liturgico della cerimonia e il vestito dei salvati. È l’immagine e la somiglianza di Dio, gloria e bellezza originale che riveste l’uomo con la sua dignità con la sua autorità (l'anello al dito) (cfr. Gen 41,42; Est 3,10; 8,2; Gc 2,2). Che gli ridona la figliolanza, gli ridona la libertà di figlio (i sandali ai piedi; lo schiavo non porta sandali).
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa
Il sacrificio grasso (lett. di grano) immolato, che si "mangia", "facendo festa" è un'allusione all'eucarestia. Per i commentatori questo vitello di grano è l'Agnello immolato per quell'amore che è prima della fondazione del mondo (Gv 17,24).
È l’inizio dell’unica festa che si compie una volta sola per sempre, senza fine.
Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti.
v. 24: perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Qui abbiamo la motivazione. È il canto alla vita del figlio ritrovato, della relazione nuova, filiale e fraterna. I termini "morte e vita" lasciano intuire che la sua gioia deriva da una relazione che si era spezzata prima e ora è reintegrata in un contesto di libertà. I verbi "perdere e ritrovare" collegano questa parabola alle altre due precedenti nelle quali si parla della pecora e della dramma perduta e poi ritrovate. Anche in queste due parabole compare l’ordine di rallegrarsi e far festa.
vv. 25-27: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo».
Chi è il figlio maggiore? Nella Bibbia il maggiore è Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto ma anche nella vita di tutti i giorni, il figlio maggiore è colui che vive nel giusto o che crede di essere nel giusto e va in cerca dei ripari.
Questo giusto, però, non sa nulla della gioia di Dio, anzi gli è sospetta e per questo indaga minuziosamente, interroga un servo per sapere cosa sta accadendo.
vv. 28-30: Egli si indignò, e non voleva entrare.
L’indignazione del figlio maggiore, è la sua carta d’identità. Egli sipresenta diversamente dal padre, che viene descritto dalla compassione (cfr. Gio 4,3.8-9). Il suo arrabbiarsi è giustificato da un ragionamento che ha una logica stringente, ma il ragionamento suppone che il padre sia un padrone e che i figli siano dei salariati, perché questo è il discorso: “io ti servo da tanti anni (…) non ho mai avuto un capretto”.
Il figlio maggiore ha mantenuto sempre quel rapporto del “do ut des” col Padre; cioè un rapporto da salariato a datore di lavoro, ha sempre ricevuto quello che gli spettava come stipendio, ma niente di più di quello che va al di là del gratuito.
Inoltre, il figlio maggiore qui può essere visto come il rappresentante di una religiosità seria e impegnata ma di scambio, dove Dio è datore di lavoro e l’uomo solo un operaio, per cui ha diritto ad un salario corrispondente. Tutto quello che non entra in questo sistema di scambio economico e preciso, diventa incomprensibile e “non si vuole entrare” nell'amore del Padre.
Suo padre allora uscì a supplicarlo.
Il Padre esce per supplicarlo, per consolarlo. C'è un'azione del Padre che è uguale per tutti. C'è l'azione di Dio che si muove sempre per primo. Dio consolò Israele mediante i profeti, fino al Battista che “consolava ed evangelizzava” (Lc 3,18), chiamando alla conversione.
Ma egli rispose a suo padre
Paziente, quel Padre che non ha ascoltato l’umiliazione penitente del secondogenito, ascolta ora le accuse del primogenito. Il figlio maggiore, nel breve dialogo che ha col padre mostra tutto il dramma della sua chiusura. Si è fatto un’idea del padre e da questa non cambia. Non riconosce il padre come suo padre né il figlio di suo padre come suo fratello.
«Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso».
Il figlio elenca i suoi meriti - “ti servo ... non ho trasgredito” - con l’unica preoccupazione di affermare che non ha mai trasgredito alcun ordine. Non è questo il tipo di rapporto che dobbiamo avere col Padre nella ricerca egoistica del proprio io o interesse (“un capretto”).
È facile puntare il dito: “il figlio tuo”. Il primogenito rifiuta di dare il nome di «fratello» al prodigo ma non gli contesta il nome di «figlio» in rapporto al padre. Di colpo, il padre del figlio indegno non gli sembra più neppure suo padre; parla di lui come di un padrone al cui servizio lavora come schiavo: “Ecco, io ti servo da tanti anni” (come uno schiavo: douléuô. Cfr. v. 29). Se il secondogenito si augurava di divenire, a casa del padre, un servo ben pagato, il primogenito si considera come uno schiavo verso il quale il padrone non ha alcun debito di riconoscenza. La comprensione che egli ha del rapporto padre-figlio non è migliore di quella del fratello.
vv. 31-32: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo
Il padre cerca di far entrare nella logica dell’amore e della festa colui che è rimasto sempre impigliato nell’orizzonte del puro dovere, della sola osservanza di una religione rigida che esclude qualsiasi sentimento, gioia e festa e soprattutto perdono. Lo chiama: Figlio! E gli manifesta la cosa più importante della religione: “tu hai un padre, tu sei sempre con lui, con questo padre, nel suo cuore, nelle sue attenzioni. Tu non sei uno schiavo come tu ti definisci, ma un figlio che gioisce di tutto ciò che ho e che sono come padre. Vieni, abbracciami, baciami ed entra nella festa del ritrovamento del tuo fratello, nella festa del perdono. Perché, tu hai un fratello, non sei solo e disperato; come hai un padre, una casa, un focolare attorno al quale gioire e fare festa”.
bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Il padre non rinnega il comportamento tenuto nei confronti del secondogenito e riconferma la sua gioia. La sollecitazione all’allegria e alla festa con cui si chiude il racconto, rimanda al finale delle due parabole precedenti in cui si assicura la gioia celeste per il peccatore convertito (Lc 15, 7.10).
La Parola del Padre ci conduce a deciderci a morire ai nostri schemi mentali, alla nostra religione fatta di leggi ed entrare in una religione imperniata sull’amore per cui il padre accoglie il figlio ribelle e il figlio-schiavo. Senza condizioni, perché sono suoi figli e basta.
La parabola non rivela la reazione del figlio maggiore, non dice se è entrato o no a far festa. Volutamente Gesù lascia le cose in sospeso: ricordando che la parabola è rivolta in primo luogo a farisei e scribi, e ad ogni lettore.
A Gesù sta a cuore far intravedere ai suoi ascoltatori di ieri e di oggi, peccatori e presunti giusti, il modo con cui Dio si rapporta alle persone: ogni uomo, anche se peccatore, rimane per Dio sempre un figlio, proprio come succede nella parabola.
La parabola possiamo concluderla così: "Figlio, ritorna anche tu!". E il vangelo non dice se il figlio ascoltò la voce del padre: forse questo silenzio è giustificato dal fatto che la risposta deve essere ancora data!

La Parola illumina la vita
Sono come il figlio maggiore: invidioso dei peccatori che si convertono? Desidero o no entrare alla festa di Dio? Voglio continuare a non capire la mentalità, il cuore di Dio?
Vivo una religiosità da schiavi cioè la religiosità della paura?
Quale rapporto ho con Dio? Quello del salariato o quello della gratuita, dell'amore?
Con quale animo invoco il Padre nella preghiera che Gesù ha insegnato: con la gioia di chi è amato, sempre e comunque amato?
Sono aperto al perdono verso i miei fratelli? Riconosco solo il loro peccato o anche il fatto che Dio li ama incondizionatamente?
Vivo il perdono - soprattutto sacramentale - con il cuore pieno di gioia, "felice come una pasqua"?

Pregare
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce. (Sal 33).

Contemplare-agire
Per imparare ad essere misericordiosi e a non pretendere dagli altri, ripeti spesso e vivi oggi la Parola: “Mi indicherai il sentiero della vita” (Sal 15,11).


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