venerdì 27 maggio 2016

LECTIO: CORPUS DOMINI (C)

Lectio divina su Lc 9,11-17

Invocare
Dio Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa, la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie e nell’ascolto della Tua Parola, siamo orientati, come i due discepoli di Emmaus, a sperimentare la forza della tua resurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Amen.

Leggere
11 Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. 12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”. 13 Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. 14 C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”. 15 Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16 Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Silenzio meditativo: Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.

Capire
La festa denominata “Corpus Domini” fu istituita ed estesa a tutta la Chiesa dal Papa Urbano IV (in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena - 1263) con la Bolla "Transiturus" del'11 Agosto 1264. Ebbe subito una grande popolarità che si accrebbe col Concilio di Trento quando si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa.
Il Concilio Vaticano II ha insegnato che «... nella santissima eucarestia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, da vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti ad offrire assieme a Lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create». La Chiesa che continuamente vive dell'eucaristia non finisce mai di approfondire le ricchezze di questo santissimo sacramento.
La pericope evangelica della moltiplicazione dei pani e dei pesci non si legge nel corso normale del Tempo per l'Anno ma è riservata ad oggi. La tradizione evangelica, però, da molta importanza. Infatti, è il solo miracolo di cui tutti e quattro gli evangelisti hanno conservato il ricordo.
Occorre leggere anche il v. 10, che narra del ritorno dei discepoli inviati in prima missione (cfr. anche Lc 9,1-6), che il Signore conduce con sé in disparte per rifocillarli (Mc 6,31) dopo le fatiche della predicazione. Vengono a saperlo le folle, che seguono Gesù (v. 11a), sempre bisognose della sua dottrina, stanca e affamata e soprattutto della guarigione di ogni malattia (v. 11b).
Al termine del racconto ci viene detto: “Tutti mangiarono e si saziarono”. Come è accaduto questo? Constatato il bisogno, i discepoli hanno proposto due soluzioni: o congedare la folla perché ciascuno si potesse procurare il cibo, o andare loro stessi a comperare del cibo. Di fronte all’ampiezza della necessità, infatti (cinquemila uomini), essi si trovano del tutto inadeguati poiché possono contare solo su cinque pani e due pesci.
Sembra dunque insensato il comando che Gesù da ai discepoli: “Date loro voi stessi da mangiare” (Lc 9,13). Eppure proprio a questo vuole condurci il racconto, a comprendere come quel poco che possono donare i discepoli, possa arrivare a sfamare la vita.
Soltanto se si accetta questo coinvolgimento si può parlare di vangelo.

Meditare
v. 11: Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono.
L’inizio di questo versetto, è da collegare al precedente, quando i 12 discepoli ritornano dalla missione e Gesù li invita ad andare in un luogo solitario: “Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò verso una città chiamata Betsàida” (v.10). Nel vangelo di Marco troviamo che Gesù li invita a riposarsi (Mc 6,31).
Gesù è il principio e il termine della loro missione; gli apostoli “raccontano” a Gesù dettagliatamente tutto ciò che hanno fatto (la parola greca diēgéomai indica un raccontare passo passo, quasi un ripercorrere il cammino fatto). Chi annuncia in nome di Cristo, allo stesso Cristo fa ritorno per rendere conto di ogni cosa.
In questo contesto, le folle portano in cuore il desiderio di conoscere Gesù e non accettano di essere escluse da Cristo e dalle cose di Dio, per questo lo seguono e lo raggiungono perché anch’essi si sentono parte del popolo di Dio.
Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Luca è l’evangelista della misericordia e presenta la folla stanca e affamata, bisognosa della misericordia del Signore accolta da Gesù. L’evangelista Marco a differenza di Luca, annota che essi sono come “gregge senza pastore” (Mc 6,32-33). In questo modo, Marco presenta Gesù come pastore messianico secondo il Sal 23, Luca presenta il medico, salvatore della pecorella smarrita e ferita, secondo Ez 34,11.16.22.
C’è un bisogno enorme di Gesù e della misericordia divina. Gesù vedendo quella folla, l'accoglie, le stringe a sé, parla del Regno e cura i malati.
v. 12: Il giorno cominciava a declinare
è sera è il giorno volge al suo declino, letteralmente si piega, si corica. Per chi dopo una lunga giornata di lavoro, questa è l’ora del pasto. Luca la ricorda anche con l’episodio dei discepoli di Emmaus: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29s). è anche l’ora dell’ultima cena e del banchetto eucaristico che si celebra al tramonto del sole.
i Dodici gli si avvicinarono dicendo: Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta.
Del tramonto Gesù non si preoccupa, lui continua il suo ministero di misericordia. I discepoli, invece, si preoccupano ed hanno pensato che sia meglio che Gesù congedi la folla perché possa andare in cerca del cibo da mangiare e passare la notte.
C’è un particolare che viene sottolineato e che è da ritenere importante per la vita spirituale: per poter stare con Gesù, la gente dimentica tutto il resto, persino di mangiare. Ma nel discepolato forse questo non lo avvertiamo tanto è vero che desideriamo che “la folla” vada via, che torni alle proprie case, alla normalità, perché è l’ora di pensare ad altro.
Questo, però, non rientra nella logica di Gesù. Egli è stato capace di attrarre la folla, fino al punto che questa dimentica tutto per seguirlo nel deserto.
Il particolare è accompagnato dal verbo “alloggiare” in greco katalýō indica “sciogliere i cavalli dal carro, perché si disperdano a volontà nel campo a brucare l'erba”.
Questa parola richiama il katályma, l’alloggio di Betlemme, dove Gesù si offrì, al mondo nella mangiatoia delle bestie (cfr. Lc 2,7) e “la casa al piano superiore”, dove Gesù si dona come pane e vino ai discepoli (cfr. Lc 22,11). La folla ha già trovato il proprio alloggio e il proprio cibo in Gesù.
v. 13: Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”.
Una proposta particolare quella di Gesù che non è un consiglio, ma un comando, lo stesso che fece Eliseo: «Dallo da mangiare alla gente» (2Re 4,42-43).
I discepoli sono spaventati di questo, poiché hanno solo cinque pani e due pesci. Pensano di risolvere il problema col denaro e quindi di acquistare altro cibo. Questo non è quello che intende Gesù: è fuori luogo la preoccupazione insorgente per il cibo materiale, proprio quando viene dato quello spirituale. Nessuno e nulla deve distrarre dall’ascoltare Gesù.
Per Gesù, il denaro non è centrale. Se l’uomo volesse operare, mangiare, solo con quello che egli possiede andrebbe poco lontano. L’uomo ha dei desideri che i suoi beni non riescono a soddisfare; se tiene per sé quello che possiede, se lo gestisce in modo autonomo, sarà costretto a confessare la propria impotenza: il denaro non è il fondamento ultimo dei loro rapporti. In altre parole, non ci si guadagna la vita, in ogni caso non col denaro, ma la si riceve da Colui "che fa uscire il pane dalla terra". In altre parole, se l’uomo è disposto a mettere nelle mani di Gesù i pani e i pesci che possiede, se affida a Lui la gestione delle sue capacità, se quindi agisce non secondo solo il proprio interesse, ma piuttosto secondo la volontà di Dio, allora quel poco che egli possiede diventa capace di saziare la fame, il bisogno.
v. 14-15: C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”. Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Molta gente è presente: cinquemila. Il numero richiama At 4,4, la comunità primitiva di Gerusalemme dopo Pentecoste; inoltre risponde al numero dei pani moltiplicato per mille.
E qui viene fatta una sottolineatura legata alla suddivisione di queste 5000 persone in gruppetti di 50 che indica la disposizione di Israele attorno all’arca (Es 18,25). Qui, possiamo ricordare Mosè che, per primo, dà da mangiare alla folla affamata nel deserto dopo l'uscita dall’Egitto (cfr. Nm 1-4).
Quando nella Bibbia troviamo dei numeri, come quelli citati, non sono altro che un modo popolare di fare teologia, di spiegare il sovrabbondante dono di grazia di Dio per l’umanità.
Gesù comanda di farli sedere (kataklínō) e i discepoli obbediscono alla Parola del Signore. Il pasto si fa seduti e non più in piedi e in fretta come il primo esodo (Es 12,11); il popolo ha raggiunto il banchetto, il pasto per eccellenza: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6).
v. 16: prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Questo versetto, nella selezione dei verbi, descrive gli atti di Cristo durante la moltiplicazione dei pani e fa risaltare la lettura eucaristica che Luca fa della berakah (benedizione sul pane azzimo e sul calice del vino che troviamo nell’AT) e della distribuzione dei pani e accentuano la corrispondenza sia col racconto dell’ultima cena del Signore – narrata da lui stesso al cap. 22,19ss e trasmesso da Paolo: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete a questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,23-26).
Gesù prende i pani e i pesci dei discepoli perché loro stessi siano cibo per l’altro. Infatti è per l’obbedienza a Gesù che la folla è nutrita. È dalle loro stesse mani che viene sfamata.
I verbi: “prese il pane”, “rese grazie”, “lo spezzò”, esprimono e realizzano, nei segni del pane e del vino, il dono totale di Gesù per noi. Non possiamo disgiungere il dono del “Pane di vita” dalla passione, morte e risurrezione, il banchetto conviviale dal banchetto sacrificale. La celebrazione eucaristica è banchetto, è convivialità, ma resta sempre banchetto sacrificale, Mistero pasquale.
È questo mistero pasquale che i discepoli sono chiamati a vivere. Infatti, a loro è chiesto di distribuire nella misura in cui la distribuzione dà ciò che è dato a loro. È come se Gesù dicesse: voi date da mangiare se, dando da mangiare, date me. Voi siete in grado di dare da mangiare se, dando da mangiare, date me da mangiare. In realtà, è ciò che vi do io da mangiare ciò che vi permette di essere voi a dare da mangiare. La carità è di Dio; il dono è del Signore: è lui che dona.
A noi compete distribuire. Abbiamo il dono nelle nostre mani perché il Signore ci ha costituito destinatari del dono. Quanto più siamo nutriti da lui, tanto più siamo chiamati a dare quanto ci è stato dato.
v. 17: Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. Soluzione inattesa, realizzata da Gesù e nata dal di dentro della folla, partendo da quel poco che avevano portato, cinque pani e due pesci. Ed avanzano dodici ceste dopo che cinquemila persone hanno mangiato a sazietà!
La sazietà è un motivo ricorrente nell’AT (cfr. Es 16,8.12; 2Re 4,44; Sal 37,19; 132,15), ma nel presente contesto assume un significato messianico ed ecclesiologico: è il Messia che negli ultimi tempi offre la salvezza in modo pieno e la anticipa non solo in questa circostanza, ma anche nella Cena, di cui il miracolo è una prefigurazione.
Cosa è questo avanzo? Certo non è il rimasuglio di un pasto come accade nei giorni di festa. Il termine tecnico è klásma, il Cibo «spezzato» dalle mani del Signore, che deve essere ancora ed ancora conservato e distribuito fino ad oggi: sotto forma di Pane della Parola, Pane dei Misteri. Questo pane che abbonda e avanza, lo si può conservare, a differenza della manna che perisce, perché è pane di vita (cfr. Gv 6,12). Ne avanzano «12 ceste», 12 come le tribù d’Israele. Dodici come dono che si perpetua nel tempo: da donare a tutti e per sempre! È l’abbondanza che caratterizza il dono di Dio. È l’Eucarestia, cena del Signore, mistero di salvezza.
Al discepolo non resta che guardare con il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona a quanti necessitano.

La Parola illumina la vita
Perché celebrando l’Eucarestia non riusciamo a percepire la misericordia del Signore?
Di cosa siamo stanchi, di cosa abbiamo fame? Ci chiediamo se l’essere preparati all’Eucaristia può voler dire qualcosa di diverso dall’avere fame, dall’essere stanchi delle folle?
Personalmente dove ci collochiamo? Tra la folla assetata di ascoltare la Parola di Gesù? Tra quanti avevano bisogno di guarigione? Tra i discepoli che cercano la soluzione dei problemi in una scorciatoia? O tra i discepoli che si lasciano coinvolgere da Gesù e mettono a disposizione il poco che hanno e la loro stessa disponibilità?

Pregare
Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi».

Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici!

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato.

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek». (Sal 109).

Contemplare-agire
Lasciamo che lo Spirito Santo, illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello, che la Parola ci ha fatto vedere o meditare oggi. Lo vogliamo fare insieme alla Vergine Maria perché ci aiuti a praticare la Parola, “a dare noi stessi da mangiare!”.

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