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martedì 23 giugno 2026

LECTIO: XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 10,37-42
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Infondi in noi, o Padre, la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nelle scorse domeniche abbiamo ascoltato un “grande discorso” che Gesù ha fatto al gruppo ristretto dei suoi discepoli, prima di mandarli in missione per annunciare la presenza del Regno di Dio.
Precedentemente ai versetti di questa domenica, abbiamo avuto una presentazione paradossale della stessa missione di Gesù e la situazione che essa provoca: “non la pace ma una spada; una separazione, indicando nemici quelli della stessa casa”. Certo Gesù non parla di armarsi per una guerra. Questo no! Gesù ripudia la violenza. Non rientra nel suo annuncio evangelico. Non sarà una spada a portare pace e a costruire un mondo nuovo. Non per nulla dice «beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) «amate i vostri nemici… fate del bene a coloro che vi odiano… a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» (cf. Mt 5,38-45).
Quindi l’immagine della spada non è quella della guerra. Quest’immagine la ripigliamo dal Vangelo di Luca nelle parole del vecchio Simeone, nel momento in cui viene presentato Gesù al Tempio, Simeone, rivolgendosi a Maria disse: «anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Un riferimento alla divisione interiore che la Madre di Dio avrebbe sperimentato una volta accolto il messaggio divino, una volta accolto la scelta di vita che il Figlio avrebbe fatto. Quindi la spada vuole indicare i conflitti che il messaggio evangelico provocano, anche all’interno stesso della famiglia.
Quando Matteo scrisse il Vangelo (siamo dopo la distruzione di Gerusalemme intorno all’anno 80 d.C.), queste divisioni di cui Gesù parlava, si erano presentate in mezzo ai credenti in una forma drammatica. Chi aderiva a Cristo Gesù era ritenuto un rinnegato e veniva anche ripudiato dai familiari. La situazione era talmente dolorosa, non solo dal punto di vista affettivo ma anche sociale ed economico, in quanto perdeva tutto. Ecco la divisione di cui parla Gesù.
Questo mostra tutt’oggi la serietà dell’impegno per quanti si fanno discepoli di Gesù Cristo, anche a costo della propria vita.
Il brano di questa XIII domenica del Tempo Ordinario (vv. 37-42), costituisce l’ultima parte del discorso fatto da Gesù ai suoi discepoli, ma che si ricollega al discorso doloroso e provocante della missione stessa.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 37: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me
Il versetto lo possiamo mettere in parallelo con Lc 14,26. Che vorranno dire le parole di Gesù? Una divisione in famiglia? No, Gesù non vuole spezzare nessun legame familiari, altrimenti non parlerebbe bene della famiglia e dell'osservanza del quarto comandamento che obbliga di amare il padre e la madre (Mc 7,8-13; 10,17-19). Lui stesso ha obbedito ai genitori (Lc 2,51). Sembrano due affermazioni contraddittorie. Una cosa è certa: Gesù non si contraddice.
Allora è il caso di vedere il linguaggio. Sappiamo che i Vangeli sono stati diffusi in lingua greca. La lingua, abitudinariamente, riflette in filigrana ciò che è dell’originale. Nell’originale ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’“amare”, cioè l’“odiare”. Quindi possiamo tradurre: «Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre o sua madre, non è degno di me, non può essere mio discepolo». Gesù chiede ai figli di sciogliere quei vincoli che impediscono loro di crescere, troncando ogni tipo di dipendenza dai loro genitori e ai genitori di distaccarsi da quei legami verso i figli che condizionano la loro realtà di coniugi e la loro libertà.
Gesù chiama ed esige un impegno forte, un distacco da tante abitudini, per essere veri, genuini e spontanei: un orientamento radicale verso di lui e il regno di Dio. Per esprimere questa esigenza egli non esita a ricorrere al paradosso: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25).
v. 38: chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
In diversi momenti, Gesù menziona la parola “croce”. La croce di cui parla Gesù non è la malattia, la sofferenza o chissà quale disgrazia come è nel pensiero comune ancora oggi. La croce sotto l’Impero Romano era il simbolo di morte, pena di morte per i banditi ed emarginati. E chi era crocifisso veniva definito un castigato, un maledetto da Dio.
Gesù va contro questo pensiero, abbraccia la croce come facevano gli schiavi del tempo. La croce indica la scelta di chi si ritiene schiavo, di chi si sente dipendente dal padrone. Uno che si sente servo a pieno titolo.
Gesù qui parla di “prendere” la propria croce e portarla dietro a Lui. Una cosa simile la troviamo in Mc 8,34.
Quest’invito non è altro di essere «emarginato tra gli emarginati»; di essere «altri Gesù», emarginato, per le strade del mondo, è un «passare per la porta stretta» (cf. Mt 7,13-14) e bisogna abbassarsi, spogliarsi, farsi piccoli per potervi passare. Questo è l’impegno liberamente assunto di rivelare la Buona Novella che Dio è Padre e che quindi tutte le persone devono essere accettate e trattate da fratelli e sorelle. Questo ha fatto Gesù donando la propria vita.
Per capire meglio tutto questo, possiamo sostituire la parola croce con la parola amore. Infatti, non c'è prova di amore maggiore che dare la vita per il proprio fratello (Gv 13,15). Dare la vita non è sinonimo di morire. Ma dare vita, accendere, dare vitalità, offrire la propria vita, donarla.
v. 39: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
La missione della Chiesa consiste nel dare la vita. È la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cf. Gv 12,24). Quindi il pensiero volge a una radicale trasformazione del senso della propria vita ma a causa di Gesù. Questo non vuol dire che tutti siamo votati al martirio ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana.  È in gioco la scelta per un amore più grande e nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: «Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio» (Gv 3,16). «Non c’è amore più grande che dare la vita!» (Gv 15,13).  Ricordiamo anche l’esempio di Paolo che per poter essere fedele a Gesù e guadagnarsi la vita, dovette perdere tutto ciò che aveva, una carriera, la stima della sua gente, soffrì persecuzioni.
Fin dall’inizio, i cristiani per essere tali, erano perseguitati. Paolo dice: «Sono crocifisso con Cristo» (Gal 2,20). «Sono crocifisso per il mondo e il mondo è crocifisso per me» (Gal 6,14). Seguendo Gesù, il discepolo impara a staccarsi da una vita proiettata su sé stesso per mettere al centro il Regno e i rapporti nuovi che esso implica.
Il versetto sembra riprendere il tutto e vuol far chiarezza sulla dinamica “perdere-trovare”. Che cosa perdi? Forse tutto te stesso? Assolutamente no! Vieni solo perdendo quello che in te è cupidigia di possedere e tenere stretto quello che Dio ti ha dato in cura, affidandotelo per amore. Diversamente sei isola.
Qui il paradosso del Vangelo: L'ultimo è il primo, chi perde vince, chi tutto dà tutto conserva, chi muore vive. Guadagna la vita chi ha il coraggio di perderla. Non rientra nella logica del mondo, un mondo neoliberale e liquido. Seguire Gesù comporta la decisione di seguire la sua strada, con la certezza della croce.
vv. 40-41: Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Da questi versetti abbiamo un messaggio per coloro che hanno abbracciato la croce. Secondo la mentalità semitica, un inviato come ambasciatore o messaggero godeva della stessa dignità di colui che lo aveva mandato. Il verbo accogliere è ripetuto più volte al centro di questo messaggio evangelico, segno di un autentico rapporto con Dio, che parte dal concreto del discepolo del Vangelo, per poter svelare il Volto del Padre. Accogliendo Gesù, rappresentato dai suoi discepoli, è Dio stesso che si accoglie. È chiaro che non si tratta della semplice ospitalità ma dell’ascolto del Vangelo.
Gesù augura che il suo discepolo venga accolto, ovunque vada. Diversamente è un rifiutare Lui stesso. Questo perché il discepolo appartiene al Signore e dipende dal Signore ed avrà sempre accanto “il bastone”, “il vincastro” “che gli daranno sicurezza” (Sal 22; cf. anche Mt 10,9-10). Quando si accoglie chi viene nel nome del Signore, si accoglie Egli stesso e si entra nel vortice della ridondanza del suo dono, che si riversa su ciascuno come benedizione e fecondità.  
Il profeta è e sempre resterà scomodo. Egli ha bisogno di essere sostenuto da chi capisce la novità del Vangelo. Egli quanto annuncia viene da Dio e non dalle tradizioni popolari. Chi, allora, collaborerà col profeta sarà riconosciuto come collaboratore in quello che ha fatto, diventando anche una testimonianza d’amore verso Dio. Così anche chi entrerà in sintonia con la proposta di vita del giusto sarà tale.
v. 42: Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Il tema dell'accoglienza dei piccoli (greco: mikròs) è per l'Evangelista un tema di primaria importanza tanto da farne la chiave della grande parabola del giudizio (Mt 25,31-46).
Chi sono questi piccoli? Nella bocca di Gesù il piccolo è il bambino (cf. Mc 9,37; Mt 18,10.14) e in particolare l’ultimo a cui abbiamo dato amore (Mt 25,40). Viene utilizzato per indicare la statura (vedi Zaccheo Lc 19,3).
Il piccolo è la definizione del Regno di Dio (granello di senapa, Mt 13,31-32). Qui viene attribuito ai missionari, ai discepoli del Vangelo, umili e poco significativi.
I piccoli sono persone socialmente insignificanti e anche quelle spiritualmente esposte a pericolo a causa della loro insicurezza sociale. Pertanto, vanno assistite con premurosa sollecitudine nella Chiesa a imitazione di Gesù, sempre solidale con le persone semplici ed emarginate.
La piccolezza è quella che cambierà il mondo, la convivenza umana. La piccolezza è quella che supererà le decisioni dei grandi politici e magari i grandi discorsi teologici. Infatti, “Dio non cavalca la grandezza, ma si cala nella piccolezza” (Papa Francesco) per questo dinanzi a Dio siamo tutti uguali, perché tutti bisognosi di Dio e la piccolezza ci avvicinerà a Dio.
La vita deve apparire fresca come acqua di sorgente, scoprendosi deboli dinanzi a Dio. Allora si diventerà umili. È necessario un mutamento nella nostra vita e nella vita delle persone, nei rapporti interpersonali e comunitari, altrimenti non cambierà nulla, non avremo “la nostra ricompensa”. 
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Cosa raccolgo per me, per la mia vita, da questa pagina di Vangelo?
In quali occasioni la mia fede è stata più importante degli affetti familiari?
Accolgo i discepoli del Vangelo nella mia vita sapendo che accogliendo loro accolgo Gesù?
Il mio impegno sociale è testimonianza viva del rinnovamento umano prodotto dall'incontro con Cristo?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».
 
Beato il popolo che ti sa acclamare:
camminerà, Signore, alla luce del tuo volto;
esulta tutto il giorno nel tuo nome,
si esalta nella tua giustizia.
 
Perché tu sei lo splendore della sua forza
e con il tuo favore innalzi la nostra fronte.
Perché del Signore è il nostro scudo,
il nostro re, del Santo d’Israele. (Sal 88).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Abbandona te stesso, e mi troverai. Vivi libero da preferenze, libero da tutto ciò che sia tuo proprio, e ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia sempre più grande sarà riversata sopra di te, non appena avrai rinunciato a te stesso, senza volerti più riavere. Da' il tutto per il tutto (dall'Imitazione di Cristo).


martedì 16 giugno 2026

LECTIO: XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Gv 10,26-33

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annunzio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Dopo il grande «discorso della montagna» (Mt 5,1-7,29), seguono due capitoli narrativi che illustrano e completano il discorso. Nella sezione che va dal c. 9,35 al c. 11,4 abbiamo un discorso missionario (il secondo dei 5 grandi discorsi), di cui Matteo attinge dall’evangelista Marco (cc. 3.6.13).
Gesù istruisce i suoi discepoli sul comportamento che devono adottare nell’esercizio della loro missione e della persecuzione. Tali istruzioni diventano un invito al coraggio che viene descritto e motivato. Testimonianza profetica e persecuzione sono realtà indissolubili nella vita del popolo di Dio e nell'esperienza dei profeti: è propria del cristiano, in quanto Cristo stesso è stato chiamato a vivere la persecuzione in prima persona per la salvezza dell’uomo, per questo accompagna loro questa espressione «non temete!».
Il discorso missionario che troviamo nella liturgia odierna riguarda due aspetti della missione: la paura nella persecuzione (10,26-31) e il riconoscere o rinnegare Gesù (32-33). Il Vangelo che Gesù è venuto a portare in mezzo a noi, troverà sempre opposizione da parte di qualcuno.
Nel brano colpisce maggiormente due avvertenze: (1) la frequenza con cui Gesù allude alle persecuzioni e alle sofferenze che dovranno sopportare; (2) quattro volte è ripetuto al discepolo di non avere paura: paura degli uomini; paura di chi uccide il corpo; paura di non valere abbastanza; paura di perire nella eterna Geenna.
Al centro del messaggio ci sta sempre Gesù. Ogni inviato deve annunciare che è «vicino». Gesù, infatti, è l’oggetto dell’annuncio missionario, non esiste alternative: o si è per Gesù, o si è contro di lui (cf. Mt 12,30); un invito chiaro e deciso a fondare la vita su di Lui.
Fede e fiducia in Dio per impegnarsi come Gesù e con Gesù per portare a compimento, pieni di fede e di amore, l’opera iniziata. Lì accade il vero miracolo.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 26: Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.
“Non abbiate paura”, “non temete”, sono inviti che riscontriamo nelle pagine della Bibbia. Ricordiamo Abramo, Mosè, i Profeti, Maria, la madre di Gesù, a tutti è risuonato nel cuore quest’invito. Anche per la missione non occorre avere paura. Qui i discepoli appaiono paurosi, temono qualcosa, diversamente, non avrebbero ricevuto quest’invito da Gesù.
Quindi, la paura, di cui qui si parla, non è la paura naturale che ogni uomo avverte di fronte agli avvenimenti imprevisti della sua vita ma quella che accompagna i cristiani nel corso della loro missione evangelizzatrice.
Il tempo della missione, è il tempo dell’apocalisse. Non nel senso catastrofico, ma nel senso di rivelazione. Una rivelazione fatta in pieno giorno (cf. Mt 13,35; Sal 78,2) in quella contingenza dell’agire e delle strategie nascoste di chi si vuole sostituire alla potestà di Dio, di chi si affida ai semplici poteri umani, inconsistenti e illimitati.
Il discepolo di Cristo immerso in queste realtà non deve temere anche se la fatica della persecuzione e della missione lo possano far apparire come perdente e sconfitto, perché la forza della sua parola e della sua testimonianza viene dal Signore, dalla sua fedeltà e dal suo amore misericordioso.
C’è un velo che verrà tolto e svelato. Quel velo tolto è la rivelazione di Dio e Dio si rivela sulla Croce. Sulla Croce Egli mostra il suo grande amore per l’umanità. Questa manifestazione divina legata al velo ci rimanda a quel velo squarciato, dall’alto in basso, alla morte di Gesù (Mt 27,51) per indicare che sulla Croce Dio si rivela totalmente come amore e con la sua Croce ha vinto non è sconfitto.
Allora “non temete” perché Gesù è il nuovo velo che rivela l’amore.
v. 27: Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Gesù sta istruendo i suoi discepoli e lo sta facendo in privato, di nascosto, in quella tenebra che ognuno sta vivendo, sussurrando all’orecchio del cuore il grande mistero del Regno. Ora, avvertendo l’esigenza di annunciare a tutti il messaggio evangelico, invita a dirlo apertamente, alla luce del sole, con molta trasparenza e rispetto umano perché il Vangelo entri in ogni cuore. Inoltre, invita ad “uscire dalle sacrestie” perché la Parola di Dio possa essere annunciata nei vicoli della nostra vita (cf. Mt 22,9), con la certezza di avere Gesù al nostro fianco. Stessa certezza che ebbe san Paolo: «So infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato» (2Tm 1,12). 
v. 28: E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.
Aver paura della morte è puramente umano. Ma il cristiano non è per la morte ma per la vita. Egli è il discepolo che deve far risplendere la Parola con coraggio. Questa è una lotta continua, con la stessa forza che viene da Dio, combattendo l’idolatria che lo seduce. E la parola che proclama è dýnamis (cf. Rm 1,16), è forza che attraversa la storia umana senza impedimenti, in una sorta di corsa (cf. 2Ts 3,1). La vita terrena non è nulla in confronto alla vita imperitura che il Padre darà loro in cielo.
Anche se la vita del cristiano è provata, faticosa, pesante mai può sconvolgere la sua vita sino a togliere la speranza che viene dal sentirsi amato e sostenuto dall’amore misericordioso di Dio, dalla certezza che Dio si prenderà cura di ciascuno in ogni frangente della vita. Nessuno ucciderà quel legame indicibile e divino che il Signore ha instaurato con ciascuno di noi dall’alto della Croce.
vv. 29-31: Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.
Il versetto assomiglia a quel proverbio che proviene da una fede semplice e sincera: "Non si muove foglia che Dio non voglia!". Una lettura diversa del versetto, può aiutarci ad entrare dentro: “Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro”. Con il paragone dei passeri, Gesù mette in evidenza quanto l’amore del Signore sia concreto e attento alla vita di ciascuno e in particolare in chi soffre a causa del suo nome (cf. Lc 21,17-18).
Dio è Colui che non abbandona nel momento del dolore, della sofferenza, della catastrofe. Dio è lì, presente. Nel mondo creato ci sono delle “imperfezioni” ma sono realtà, realtà spesso create da noi. Dio di tutto questo non ha colpa. Tutto però è sotto il suo sguardo, persino quei capelli che cadono senza che ce ne accorgiamo. Dio non abbandona chi ha fede in Lui: in Cristo ci ha salvato dalla morte eterna.
Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
I discepoli non sono chiamati a vivere nella disperazione ma in quel santo timore e non quella paura che invade ogni giorno il nostro cuore. Essi sono più preziosi dei passeri, più preziosi dei capelli. Possono essere perseguitati e messi a morte, ma anche nella loro morte il Padre è là; nelle loro tentazioni il Signore è là, nelle loro sofferenze è Cristo a soffrire.
La paura è una cattiva consigliera: frena lo slancio del cuore, toglie l'audacia e la razionalità.
Questi versetti dovrebbero farci riflettere sul nostro contesto di vita globalizzato e se siamo capaci di un sereno abbandono di fede, anche nelle tribolazioni. Il discepolo è colui che rimane sempre ancorato a Cristo, non teme la persecuzione, il dolore, la sofferenza, perché sa che Lui, è solidale compagno di viaggio per quelle vie impervie e difficili. Questo è il timore di Dio, sapere che Dio mi è Padre e io gli sono figlio.
vv. 32-33: Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
La conclusione del brano è quella di una fede salda nel Signore. Riconoscere il Signore, dice il v. 32. Ciò implica la conoscenza, la testimonianza. Il discepolo è uno che lo testimonia in due modi: il primo nella vita quotidiana mentre il secondo nella persecuzione.
Questa conoscenza di Lui parte dagli ultimi. Qui la realizzazione piena della nostra vita in quanto figli, che è la nostra essenza: riconoscere i fratelli e riconoscere nei fratelli il mio Signore. Sgorga, allora, l’invito a prendere la croce e vivere la fedeltà a Cristo fino in fondo, uscendo dalla mediocrità e dal compromesso, che svuotano di autenticità la vita cristiana. Quindi l’orientamento pieno della nostra esistenza cristiana è proprio il riconoscere il Signore presente nella carne dei fratelli, dei poveri, dei piccoli, degli ultimi, degli esuli; è lì che si gioca la testimonianza e lì è realmente presente il Signore, con la coscienza di averlo fatto a Lui (Mt 25,40). Da qui sgorga l’esortazione a vivere con coerenza la scelta di Cristo, poiché dall’atteggiamento che avremo assunto nei suoi confronti durante la nostra esistenza terrena, dipende l’eredità eterna.
Nei versetti troviamo anche il contrario di riconoscere: “rinnegare”. Il termine ci riporta allo stesso dramma che visse Gesù nella sua passione: trovare il discepolo che non si riconosce in lui.
In questo la croce rimane il segno inimitabile della fedeltà di Dio a tutti coloro che lo rinnegano; che nessuno lo ha accettato e lui resta fedele (cf. 2Tim 2,11-13). Quindi l’ultima parola spetta sempre alla Sua fedeltà.

Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato

La Parola illumina la vita e la interpella
Mi sento prezioso/a agli occhi di Dio? Ho fiducia in Lui?
Sono coerente nel proclamare la mia appartenenza alla Chiesa? oppure vivo una situazione di comodo?
Testimonio con coraggio la Parola di Dio? Oppure ho paura?
Sono perseguitato/a a causa dell’annuncio del Vangelo?
Sono capace, in qualsiasi contesto di vita, di un sereno abbandono di fede?
Cosa significa per me oggi riconoscere o, al contrario, rinnegare il Signore?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
 
Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.
 
Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brùlica in essi (Sal 68).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Siamo ancora sulla strada giusta. Proseguiamo perciò a testimoniarlo con coraggio anche in mezzo alle prove, anche a prezzo della vita. La mèta che ci attende lo merita: è il Cielo, dove Gesù, che amiamo, ci riconoscerà davanti al Padre suo per tutta l’eternità (Chiara Lubich).
 
 
 

martedì 9 giugno 2026

LECTIO: XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 9,36-10,8


Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che hai fatto di noi un regno di sacerdoti e una nazione santa, donaci di ascoltare la tua voce e di custodire la tua alleanza, per annunciare con le parole e con la vita che il tuo regno è vicino.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
9,36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! 38Pregate, dunque, il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
10,1Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.
 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Prima di arrivare al nostro brano, nel Vangelo di Matteo, la sezione che va dal cap. 8,2 al cap. 9,34 è dedicata prevalentemente al racconto di dieci azioni-miracoli compiuti da Gesù. Qui abbiamo una manifestazione messianica esercitata sulle malattie, sulla natura, sui demoni, sulla disabilità, sulla morte che in 9,35 è riassunto come sommario della sua attività missionaria e che si ripercuotono sulla chiamata dei discepoli.
Chi legge il Vangelo non può che vivere la sua fede a immagine del Maestro. Infatti, solo in Lui ha origine l’apostolato.
Questa pericope del Vangelo segna l’inizio dei cinque grandi discorsi di Gesù che formano l’ossatura del vangelo di Matteo, quello cioè che ha come tema la missione della chiesa (9,36-10,42).
Come ogni brano biblico, anche questo Vangelo liturgico, ci spinge oltre. In Esso troviamo folle disorientate paragonate a pecore senza pastore. Folle che necessitavano di qualcuno, come Mosè, guida del popolo.
Questo brano (andrebbe letto per esteso da 9,35-11,1) fa da congiunzione tra l'attività di Gesù e l'attività nostra, cioè ci fa vedere in modo molto sintetico, in poche espressioni, qual è lo stile, lo spirito di Gesù il Figlio, in modo che comprendiamo quale sarà il nostro spirito, il nostro stile nella missione.
Completa il messaggio la seconda parte della pericope domenicale con il discorso apostolico, che sarebbe da identificare con il discorso dell’inviato all'inviato, quindi non riservato espressamente agli apostoli come tali, ma ad ogni persona che è credente, ad ogni battezzato. “Nella barca della Chiesa siamo tutti equipaggio e nessuno è passeggero” (Yves Congar). Difatti noi siamo apostolici, non solo nel senso che siamo fondati sugli apostoli, ma siamo anche inviati, così come si esprime Gesù in Gv 20,19 dice: «Come il Padre ha mandato me così io mando voi».
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
9, 36: Vedendo le folle, ne sentì compassione
Lo sguardo di Gesù va oltre il semplice apparire. Qui l’Evangelista sottolinea che Gesù, alla vista delle folle, prova compassione. La compassione è quel “patire con” perché ti coinvolge nella sofferenza dell’altro. Il verbo esplanchnìsthe (“ne ebbe profonda compassione”), analogo a quello utilizzato per indicare la reazione del padre al ritorno del figlio (cf. Lc 15,20), rimanda proprio alle “viscere” (splanchna), alla dimensione profonda, emozionale che segna la relazione tra il Dio biblico e l’uomo. Questo è quanto accade in Gesù. 
Quindi, “compassione”, non pena, che spesso ritorna nel Vangelo “come un vecchio ritornello” che ha i volti della vedova di Nain, del Buon Samaritano, del lebbroso, del padre del figliol prodigo. E l’invio dei discepoli trova motivo nella stessa compassione di Gesù (cf. Mc 6,34) che poi è la stessa compassione del Padre per tutti i suoi figli. È Dio che ama tutta l’umanità, con “viscere materne”.
perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.
L’immagine veterotestamentaria del gregge senza pastore è in contrasto con quella del buon pastore. Gesù è colui che si china sull’uomo, che aiuta il popolo (cf. Mt 2,6; 11,28-30; 1Re 22,17; Ez 34,5s; Nm 27,13; 2Cr 18,16).
L’Evangelista dice che la gente è stanca e sfinita, quasi a dire che non ce la fa a vivere disorientata. Ognuno è fatto per vivere da figlio e da fratello e sente il bisogno di tale orientamento. E questo status esige che qualcuno si prenda cura del popolo di Dio. Diversamente sembra che sia «annoverato fra quelli che scendono nella fossa» (Sal 87), muore come muore una pecora senza pastore, in quanto abbandonata. Il pastore è quello che porta le pecore ai pascoli e alle sorgenti di acqua, senza pastore nel deserto la pecora muore. Allora siamo chiamati ad avere quello sguardo di Gesù verso gli altri, in quanto tutti figli di Dio.
v. 37: Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!
Se prima Gesù ha preso una immagine negativa: “le pecore senza pastore”, ora ne prende una positiva: “la messe abbondante”. Che cos’è la messe? La messe abbondante è l'immagine del grano maturo, è l’immagine di ogni battezzato. Infatti, ogni battezzato è da sempre maturo per vivere da figlio di Dio. Gesù insegna che la messe è matura da sempre. Da sempre l’uomo è maturo per vivere da figlio di Dio, perché il tempo è questo; il tempo è finito, il tempo è compiuto, è il tempo della messe.
La messe è anche un fatto escatologico con un suo valore: essere per l’altro. Essere per l’altro significa lasciarsi assimilare dalla misericordia di Dio, da Dio per essere come Lui.
Oggi più che mai, siamo chiamati ad avere verso questa nostra epoca, verso coloro che ci circondano, verso noi stessi, verso gli altri, questo atteggiamento di amore, di compassione, di tenerezza: questa è la messe.  
Purtroppo, l’Evangelista mette una nota di biasimo: gli operai sono pochi! Sono pochi coloro che conoscono la misericordia di Dio Padre.   
v. 38: Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Qui in particolare l’esortazione a pregare «il Signore della messe» perché la messe necessita di operai e la preghiera risponde al bisogno di operai. È la preghiera, esperienza profonda dell'amore di Dio per me, che mi fa scoprire amato che mi permette di amarmi e di amare come sono amato. È dalla preghiera che sgorga l’inviato. Inoltre, questa preghiera che ha il potere di mandare l'operaio.
Il verbo “mandare” nel testo greco, viene descritto con “stanare” quasi a indicare il modo di vivere che abbiamo: rintanati. Ci ritroviamo spesso rintanati nelle nostre sicurezze, nelle nostre idee, nei nostri desideri divenendovi schiavi e a questo si aggiunge quell’avidità di avere sempre più cose come se la vita fosse quella ma la vita non è possesso ma donazione.  
Qui possiamo scoprire la nostra vocazione, che non è un “fare” ma un “essere” nel nome del Figlio Unigenito scoprendone anche la sua missione che è anche la nostra: andare verso gli altri testimoniando la figliolanza divina avendo cura dell’altro, scoprendo quella compassione di Dio che è tenerezza, debolezza.
Evitiamo di interpretare questo invito della preghiera esclusivamente per le vocazioni sacerdotali e religiose. Gesù spinge sempre oltre. Infatti, qui il suo invito è un offrirci a Dio perché mandi noi come operai della sua compassione, mandi noi con mani che sanno sorreggere e accarezzare, asciugare lacrime e trasmettere forza.
10, 1: Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
Se prima Gesù istruisce i discepoli attraverso la preghiera, perché questa renda “operai”, cioè “collaboratori”, adesso si concretizza questa collaborazione col concedere potere di insegnare, scacciare gli spiriti impuri e guarire operando secondo l’esempio datoci da Gesù secondo Matteo. Ma prima di tutto Gesù li chiama a sé. Non si può andare nel mondo se prima non si è rimasti con il Signore. La missione non nasce dall'entusiasmo personale ma dalla comunione con Cristo.
Ora i dodici discepoli sono chiamati a fare come il loro Maestro. Essi sono dodici come i patriarchi e come le tribù d’Israele. Ma solo dodici discepoli dovranno vivere questo? No. Nessuno si senta escluso o deleghi altri al loro posto. La missionarietà è di tutta la Chiesa, di ogni battezzato, tutti e ognuno chiamati a prendersi cura e prendersi a cuore la vita dell’altro e in quanto chiamati alla vita, siamo chiamati a darle senso servendola. Allora, così l'uomo si rivela figlio di Dio, si rivela fratello.
vv. 2-4: I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Qui inizia la lista dei dodici discepoli che adesso vengono chiamati con l’appellativo di “apostoli” che significa “inviato”. Poi segue un elenco di nomi. Quando nella Bibbia appare un elenco di nomi, facilmente non ci dice nulla. Eppure, nell’antichità l’elenco dei nomi aveva un certo significato. Qui assume, nel caso dei dodici, qualcosa di strutturale e un rapporto personale. Se osserviamo sono nominati i singoli discepoli perché c'è un rapporto personale da parte di Gesù con ciascuno di essi.
Un altro aspetto che possiamo mettere in risalto e che questa lista è descritta a coppie. Quindi non abbiamo solo il rapporto personale con Dio ma anche il rapporto che vige tra i due: un rapporto di fraternità. «I discepoli non sono dei “battitori liberi”, dei predicatori che non sanno cedere la parola a un altro. È anzitutto la vita stessa dei discepoli ad annunciare il Vangelo: il loro saper stare insieme, il rispettarsi reciprocamente, il non voler dimostrare di essere più capace dell’altro, il concorde riferimento all’unico Maestro» (Papa Francesco).
L’elenco descritto non mostra persone che spicchino per preparazione culturale e morale. Non ci sono sapienti, non ci sono perfetti (cf. 1Cor 1,26-29), non ci sono farisei, scribi, cioè persone che sono ragguardevoli per l'impegno o l’osservanza della legge o per la competenza anche della legge. Sono persone normali: pescatori e peccatori, contraddittori. Forse noi non l’avremmo scelta mai. Gesù la sceglierebbe ancora oggi perché sceglie amando, «perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio» (1Cor 3,19).
vv. 5-6: Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.
Dopo la lista dei nomi abbiamo l’invio, la missione con le sue direttive. Per questa missione Gesù fa una scelta preferenziale sembra strana ma non discriminatoria. Nel libro del Deuteronomio troviamo questa spiegazione: «Non è che Dio ha scelto Israele scartando gli altri popoli, dice: Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama» (Dt 7,7-8). È una scelta in certo qual modo immotivata e incomincia da lì. La salvezza, allora, e l'annuncio della salvezza inizia da Israele per poi estendersi agli altri. È un partire non da chi ci sta lontano ma da chi ci è accanto.
v. 7: Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.
La strada si percorre per questo diventa il luogo simbolico della missione. Camminando predicate o proclamate il Vangelo. Il Vangelo, infatti, non è destinato a rimanere chiuso negli spazi sacri, ma deve accompagnare la vita concreta degli uomini. Questo significa che l’invio di Gesù, la missione, è dinamica e la salvezza la si comunica anche parlando, ma soprattutto vivendo con e per l’altro. Allora “sentirai la strada far battere il tuo cuore… vedrai più amore” (da “Strada facendo” cantata da Claudio Baglioni).
La salvezza è una comunicazione che non si argomenta, ma si diffonde prevalentemente con la vita, con la propria vita, con il proprio camminare insieme condividendo “il regno dei cieli” che è la sostanza di Dio, è Dio che si espande, che si fa vicino a ciascuno di noi. È il Padre che visita i suoi figli. È Cristo stesso che continua a rendersi presente nella storia. A noi tocca fargli spazio.
v. 8: Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Ritorna il verbo guarire, quasi a insistere su questo particolare. Proviamo a sostituire questo verbo con il verbo curare usato già in Mt 9,35. Esso assume un altro carattere e senso per la missione che Gesù ci affida: prendersi cura e prendersi a cuore perché così fa Gesù ed è così che si è mostrato fratello.
Di chi prendersi cura? Anzitutto gli “infermi”, cioè quelli che fanno fatica a stare in piedi, il debole, il fragile. Gesù si è preso cura di queste persone. Noi per rivelare la figliolanza divina ed essere segno di fraternità, dobbiamo prenderci cura dell'infermo, del debole, di colui che fatica a stare in piedi.
Poi il Maestro dice: “Risuscitate i morti”. Non è da intendere di far tornare in vita dei cadaveri. Penso che si tratti più di una comunicazione, di essere segno di risurrezione. San Giovanni si esprime così: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). Occorre aiutare a fare il passaggio dalla morte alla vita.
E ancora: “Mondate i lebbrosi, cacciate i demoni”. Colui che è mandato e che è assimilato al Figlio di Dio è capace di rendere più libera la vita, libera dalla lebbra, dal peccato. Non sotto il segno della schiavitù, ma della libertà dei figli: «Non siamo stati chiamati a uno spirito di schiavitù, ma a uno spirito di libertà per cui diciamo: Abbà, Padre» (Rm 8,15). Questo ci dice che non esiste cristianesimo senza missione e non è cristiano colui che non avverte la necessità di predicare il vangelo con la propria vita, attraverso il modo di parlare, di relazionarsi e di amare.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Qui abbiamo il culmine della spiritualità missionaria e il cuore del discepolato. Tutto è grazia. Niente ci siamo dati da soli: la fede, la misericordia, tutto proviene da Dio e per questo non possiamo vantare diritti davanti al Signore, perché tutto quello che abbiamo spiritualmente, l’abbiamo ricevuto in dono. Per questo ogni discepolo inviato in missione dona gratuitamente quanto già ha ricevuto da Dio.
Gratuità è la parola chiave della missione. Papa Francesco in una sua riflessione ricordava che tutto è grazia e quando noi vogliamo fare in una modalità dove la grazia viene un po’ lasciata da parte, il Vangelo non ha efficacia.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Oggi il Signore mi chiama alla missione stanandomi dalle mie comodità e sicurezze. Sono capace a descriverle?
Faccio spazio a Dio nella mia vita? Quale rapporto personale vivo con Dio?
Il mio pregare assomiglia a un chiedere favori a Dio oppure un chiedere lo Spirito Santo perché mi renda compassionevole su tutte le creature?
Riesco a guardare le persone che incontro con lo stesso sguardo compassionevole di Gesù, oppure mi fermo ai giudizi, alle apparenze e alle etichette?
So vivere in fraternità nel rispetto, senza rivalità ma avendo come riferimento Cristo Gesù?
Vivo la fede come un dono ricevuto gratuitamente da condividere con gli altri oppure come un bene da custodire soltanto per me stesso?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.
 
Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
 
Buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione (Sal 99).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
“Cristiano, non dimenticare la grande dignità di cui sei stato rivestito!” (san Leone Magno) per essere segno della vicinanza di Dio nei luoghi ordinari della vita. Essere discepoli significa imparare a stare con il Maestro per diventare strumenti di comunione. Essere missionari significa trasformare in dono ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. Essere Chiesa significa rendere visibile nel mondo la compassione stessa di Cristo.



mercoledì 3 giugno 2026

LECTIO: SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (Anno A)

Lectio divina su Gv 6,51-58
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
L’Evangelista Giovanni dedica ben cinque capitoli al racconto dell’ultima cena ma non racconta l’Istituzione dell’Eucarestia. La motivazione di questa scelta sta nel fatto che l’Istituzione dell’Eucarestia è stata raccontata dai Sinottici e poi da Paolo nella I lettera ai Corinzi. Giovanni invece scelse di dedicare spazio per rispondere al gesto dello spezzare il pane, che già nelle comunità cristiane, nel giorno del sole, veniva fatto.
L’evangelista Giovanni introduce due momenti: il primo è quello della lavanda dei piedi che vuole indicare l’apice dello spezzare il pane: il servizio. Se spezzare il pane, se nutrirmi dell’Eucarestia non mi conduce a questo, quello che faccio è vano, è da ipocrita.
L’altro momento che spiega il significato dell’Eucarestia si trova al cap. 6 del quarto Vangelo, dopo la condivisione del segno dei pani. Qui l’Evangelista fa un lungo discorso fino a far capire cosa significa assimilare quel pane materiale e poi il pane disceso dal cielo, quel pane che dona la vita eterna. Già presso il lago di Tiberiade Gesù fa il dono del pane, dove la gente viene saziata e ne avanzano dodici ceste e Gesù dice di raccogliere il sovrappiù. La gente lo cerca perché vuole del pane e Gesù spiega che l’importante non è il pane, è quel sovrappiù che è avanzato dalla sazietà che consiste nel modo di vivere ogni pane, come Gesù che prese benedicendo il Padre che dona e condividendo con i fratelli.
Quindi il pane che Gesù ci vuol dare è quel pane che ci mette in comunione col Padre e in comunione con i fratelli e questo pane è la vita eterna.
L'eucarestia ci consente di essere partecipi di un mistero mediante il quale Cristo continua a vivere realmente in mezzo ai suoi e permane come una presenza viva e perenne nella vita della sua Chiesa. Non per nulla san Paolo scrivendo alla comunità di Corinto, rimandando alla dimensione della Celebrazione Eucaristica, dice: «il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane» (1Cor 10,16-17).
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. 
Gesù afferma: Io Sono il pane. “Io Sono” richiama il Nome di Dio liberatore dell’Esodo, questo pane è la liberazione dell’uomo dalla schiavitù e poi è pane. Sappiamo che il pane comunica la vita, fa vivere, mantiene la vita. Se la vita ci viene prima dal cordone ombelicale e poi dal latte, in seguito viene dal masticare. Il cibo ci alimenta, ci mantiene la vita, Gesù afferma di essere il pane vivente, la vita, ciò che mantiene la vita. E il pane va mangiato.
Ricordando la manna nel deserto, Gesù dice di essere il vero cibo che scende dal cielo ed è permanente. Per questo, precedentemente, il discorso si è aperto con un invito deciso: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27).
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno
Il verbo “mangiare” ricorre nel discorso di Gesù 11 volte. Poi il verbo “masticare”, “triturare”, ricorre quattro volte. Per chiudere con il verbo “bere”. “Mangiare e bere” sono due azioni in movimento che esprimono e realizzano l’accoglienza, realizzano l’assimilazione. “Mangio e bevo”, vuole dire: accolgo dentro di me un nutrimento e una bevanda, e li assimilo, e diventano parte di me, della mia persona.
Allo stesso modo, “la carne e il sangue di Gesù” contengono la vita, perché sono “sangue e carne per”, perché sono state trasformate da un amore oblativo.
Facendo questo lo accolgo dentro di me, diventa parte della mia persona, quella vita trasformata in amore, che è la vita del Signore; accolgo la forma del Signore dentro di me; assimilo la vita del Signore trasformata in amore; accolgo, mi lascio formare dentro secondo la forma della vita di Gesù. Per cui se la vita di Gesù è “una vita per”, e io l’accolgo e l’assimilo, il senso è che la mia vita diventi “una vita per”. «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la sua vita per noi; quindi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3, 16). Ed è l’unico senso che si può dare alla parola “assimilare”, non posso assimilare una vita come quella di Cristo senza che la mia vita prenda quella forma, senza che la mia vita assuma la logica della vita del Signore.
Qui troviamo il senso dell’Eucarestia: chi mangia il pane che il Signore ci dà, che è lui stesso, non muore in eterno, ha la vita eterna.
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo
In queste parole abbiamo un richiamo all’offerta sacrificale di Gesù sulla croce e quindi, poi, l’Eucaristia. Gesù è potuto diventare pane che dà la vita al mondo, agli uomini perché si è immolato sulla croce. Il pane è Gesù, ma il pane, qui, è Gesù sacrificato, glorificato e risorto. Gesù sottolinea una comunione con la sua morte salvifica per poter avere la vita eterna.
L'evangelista Giovanni insiste dicendo che questo alimento che viene dal cielo si è fatto “carne”. Esso è la sapienza di Dio incarnata in Gesù. Io sono chiamato ad assimilare quella sapienza che si è fatta carne.
Per i Giudei parlare di questo è scandalo, perché la Sapienza di Dio è la Torah. Ricordiamo che Ezechiele è invitato a mangiare quel rotolo, la Sapienza, la Torah (Ez 2,1-3). Ma non per tutti è facile capire tutto questo.
v. 52: Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
I Giudei si misero a discutere, il verbo usato indica una disputa violenta, una battaglia fra pareri opposti. Possiamo qui sottolineare come Gesù quello scandalo per i Giudei che mette in discussione non solo la messianicità del Cristo ma anche la sua divinità. Questo modo mette Gesù nelle condizioni di rivelarsi. Qui l’obiezione riguarda il “come”; per Gesù la prospettiva non è quella del come, ma è quella della assimilazione della condizione di Lui in quanto Figlio dell’uomo. Ora, noi sappiamo che per gli ebrei la celebrazione della Pasqua non era soltanto il ricordo di un evento passato, ma anche una sua riattualizzazione, nel senso cioè che Dio era disposto ad offrire di nuovo al suo popolo la salvezza di cui, nelle mutate circostanze storiche, aveva bisogno. In questa maniera il passato faceva irruzione nel presente, lievitando della sua forza salvifica. Allo stesso modo il sacrificio eucaristico "potrà" dare nei secoli "carne da mangiare".
L’Eucaristia dice la verità dell’incarnazione e dice il mistero stesso di Dio. Dio si comunica tutto nel mistero dell’Eucaristia. La sua definitiva comunione con noi avviene in quel mistero.
v. 53: Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Sembra che Gesù sia arrivato a un out-out, c’è spazio per un sì o per un no. La parola “mangiare” qui sostituisce il “credere” del brano precedente: «Se non credete nel Figlio dell’uomo, non avete in voi la vita». Quest’affermazione è sancita in modo solenne: «amen amen Io parlo a voi». La fede non è qualcosa di vago: è assimilare la carne, l’umanità di Gesù, fino ad avere un’umanità simile alla sua. Attraverso questa fede il discepolo vivrà della vita stessa di Gesù.
In questo versetto Gesù va direttamente al significato del mangiare: carne da mangiare perché Cristo è presenza che nutre la vita e sangue da bere. Il sangue per i semiti è la vita, non si può bere il sangue, appartiene solo a Dio. Gesù dice di bere il suo sangue e ciò significa assimilare la sua vita. Se io assimilo il suo corpo, la sua umanità, ho il suo Spirito, ho la vita stessa di Dio perché lui ha vissuto nel corpo lo Spirito del Figlio e del Padre, per cui tutta la nostra carne è animata dallo stesso Spirito di Dio.
vv. 54-55: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Giovanni non parla di pane e di vino ma di accogliere ciò che essi significano. Si parla di masticare, triturare per essere assimilata bene, per poter ricevere la sua energia vitale. E bisogna aver capito cosa significa e chi è quel pane, per non vanificare un rito, un gesto. È un accogliere l’Inviato del Padre per donarci la parola di vita, per donarci la sua vita nella nostra vita. Accoglienza che ritroviamo nell’eucarestia che mangiamo e che viviamo. Per questo Giovanni in 1Gv 3,1 dice: «quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente».
Chi mangia e beve il mio sangue, dice Gesù, “ha” la vita eterna “ora”, non “l’avrà”: ce l’ha già ora, perché chi ama è già passato dalla morte alla vita, ha già vinto la morte. «La vita eterna consiste nel vivere da figli amando il Padre e i fratelli, con un amore più forte della morte» (Silvano Fausti).
Quindi questa vita nello Spirito del Figlio è già caparra piena della resurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell'ultimo giorno.
L'alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di di vita eterna. Nutrendoci di Lui noi ci nutriamo del suo modo di essere.
v. 56: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
Gesù spiega cosa succede quando uno mangia e beve il suo corpo e il suo sangue: c’è una “inabitazione” reciproca, c’è una vita comune, un’esistenza comune. C’è un’unica vita tra tutte e due. È la proposta sponsale fatta da Cristo la vita dell’Amore. Queste sono realtà. Non sono però realtà che possono cadere sotto i nostri sensi; quindi, non possiamo spiegarle come spieghiamo le cose del mondo. È una dimora reciproca: implica una stessa vita che scorre nell’esistenza di noi e di Lui, Se beviamo e mangiamo, abbiamo la stessa vita.
Questa piena comunione l’abbiamo nel verbo “dimorare” (o “rimane”), definizione più bella dell’amore.
Quello che l’Antico Testamento esprime con la formula dell’alleanza, Giovanni lo esprime nelle parole del mangiare e bere per dimorare con una formula di immanenza: “io in voi, voi in me”; “chi mangia la mia carne rimane in me e io in lui”. È una formula che ha qualche cosa di profondamente legato all’alleanza, ma che va più in profondità: non solo uno per l’altro, ma uno nell’altro.
v. 57: Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Gesù spende la vita in obbedienza al Padre, la sua vita è missione, è obbedienza. Per Gesù vivere significa vivere per il Padre. Così deve essere per il cristiano. Gesù dice chi mastica di me, vivrà di me. Quindi il masticare e il bere hanno, per volontà esplicita del Signore e per l’autorità che Gesù ha conferito a loro, la forza del la sua vita, ci comunica la sua vita.
Il discepolo è colui che vive del dono che Cristo ha fatto della sua vita, ha ricevuto la vita da questo. Quindi il discepolo non può vivere se non orientando la sua vita a Cristo, nell’obbedienza a Cristo; attraverso l’amore per gli altri non fa altro che dilatare all’infinito la medesima logica. E tutto va nella direzione dell'amore: amare è vivere nell'altro e attraverso l'altro. Amare è non avere una vita propria (si capisca bene), avere solo la vita che fluisce a me attraverso l'altro. Dunque: chi mangia questo pane avrà in sé la mia stessa vita, che non è altro che la stessa vita del Padre. Dal Padre la vita passa in Gesù, e da lui fluisce in chi mangia di lui nel pane eucaristico. È un'unica vita che tutti lega e circola in tutti.
E se vogliamo allargare la meditazione dobbiamo andare all’inizio del cap. 15°, dove si parla della “vite e dei tralci”, e dove viene ripetuto con insistenza quel verbo tipico giovanneo, “rimanere” a quella linfa vitale.
v. 58: Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno
Lo scopo di questo nuovo dono di Dio è che l’uomo non muoia. Dio fa questo dono perché l’uomo ne mangi per non morire. I padri del deserto si nutrirono di un pane materiale e morirono. La manna e la Legge date da Dio erano delle prefigurazioni del vero pane che è Gesù, dato da Dio e donatosi fino alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita. Gesù invita ad accogliere il dono della vita divina e invita insistentemente con quel verbo mangiare nel suo senso di "stritolare", "lacerare"... "masticare". Allora è chiaro: Gesù vuole che lo si "mastichi", che lo si consumi nel senso più "crudo" della parola! E noi assimiliamo, mangiamo, mastichiamo questo, fino a dimorare, a star lì di casa, fino a vivere di lui: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me e la vita che vivo nella carne, la vivo nell’amore di Lui che mi ha amato e ha dato sé stesso per me» (Gal 2,20).
Gesù dicendo di essere pane disceso dal cielo che lui è il pane della vita, che ci comunica la vita di Dio.
Gesù garantisce che chi si avvale del nutrimento eucaristico avrà in sé la vita e la salvezza per tutta la vita terrena e un pegno glorioso di eternità.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Di quale pane nutro la mia vita? Sono fermo a quello materiale o cerco anche quello spirituale?
Sono tra coloro che obiettano, così come fecero i Giudei o cerco di assimilare Cristo Gesù nella mia vita?
Quanto è importante l'Eucarestia per me? È importante fino al punto di divenire pane per l'altro?
Faccio della vita di Gesù la mia vita?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
 
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.
 
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi (Sal 147).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Testimoniamo con la nostra vita la gioia e l'entusiasmo che Cristo ha comunicato sé stesso a noi; giacché il "pane eucaristico", non va' semplicemente consumato ma "comunicato" agli altri attraverso una vita esemplare e gioiosa per la quale, anche chi non crede, possa restare affascinato.