martedì 3 febbraio 2026

LECTIO: V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 5,13-16
 
 
Invocare
O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del Vangelo, perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
13 «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Siamo ancora nel grande «discorso della montagna» e il Signore, dopo aver proclamato le beatitudini, prosegue nel descrivere il DNA di ogni cristiano usando due appellativi: «sale della terra» e «luce del mondo».
“Gesù, Sapienza di Dio, è il Figlio che dà la vita per i fratelli. Per questo è sale e luce: fa sentire e vedere loro che Dio è il Padre comune. La Chiesa è il “voi” che ha ascoltato le beatitudini e ha lo stesso sapore di Cristo. Partecipa del suo destino di passione in quanto sale della terra e di gloria in quanto luce del mondo – senza dimenticare che è luce solo in quanto è sale” (Silvano Fausti).
La difficoltà del simbolismo del sale è un primo ostacolo alla giusta comprensione del detto di Gesù; le esperienze di ognuno possono far variare l'opinione che si ha di questo minerale. Prima dell'avvento del frigorifero il sale era considerato un ottimo conservante; è usato per dare sapore ai cibi; gli antichi contadini e nomadi palestinesi nelle vicinanze del mar Morto lo usavano per riscaldarsi a causa della sua combinazione col bitume; per noi moderni (ma già per gli antichi, Esdra (4,14) chiama i funzionari persiani «coloro che mangiano il sale della reggia») indica lo strumento economico della sopravvivenza, «il salario»; molto noto il riferimento del «sale della sapienza», un rito che si era introdotto nel battesimo proveniente dalla superstizione della cultura dei barbari del primo medioevo, ma del tutto sconosciuto al complesso delle Chiese antiche.
Il testo del vangelo mette in evidenza che la continuità e la visibilità di chi opera per il regno di Dio sono ben sottolineate dalle immagini del sale e della lucerna, che non possono mai venir meno alla loro funzione (dare sapore e fare luce). Gesù, dunque, affida un compito ai discepoli: la terra ha bisogno di sapore e luce e io oggi vi costituisco come “sale e luce della terra”!
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 13: Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Nei precedenti versetti avevamo le beatitudini che si concludevano con la persecuzione e la ricompensa che avrebbero ottenuto quanti sarebbero stati investiti da tale persecuzione. Ora con delle immagini Gesù fa capire chiaramente, partendo sempre da Lui, quali sono le caratteristiche del discepolo che non sono da ricercare ma si posseggono già. Anzitutto l’immagine del sale, al quale si associano diverse funzioni: dà sapore e conserva i cibi e nei sacrifici antichi si utilizzava allo scopo di purificare la vittima offerta (cf. Lv 2,13). Nell’Antico Testamento il sale per le sue proprietà di conservazione era simbolo dei valori duraturi di un contratto: un’alleanza di sale (Nm 18,19; 2Cr 13,5).
Il nostro versetto, che troviamo in parallelo con Lc 14,34 e Mc 9,50 afferma che il battezzato deve conservare e dare sapore al mondo nella sua alleanza con Dio. Altrimenti non serve a niente e merita di essere gettato fuori (cf. Lc 14,35).
Quindi, chiediamoci: chi è per noi il sale? È Gesù stesso il sale perché Egli è il sapore di Dio che contrasta il sapore del mondo. Guardando ai suoi discepoli, a quanti vogliono seguirlo Gesù li definisce come «il sale per la terra», destinato ad esercitare una funzione sulla terra, sugli uomini. Nello stesso tempo da’ un monito a mantenere e dare sapore, a non essere scadenti o già scaduti per non rischiare di essere insignificanti per tutti. Come Gesù siamo chiamati ad essere sapore di Dio nella quotidianità.
L’evangelista Marco ci aiuta a comprendere questa funzione cristiana: «Ognuno, infatti, sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mt 9,49-50).  
La triplice insistenza sul sale, e la precisazione di «salare con sale» mostra che il sacrificio d'offerta, «memoriale sull'altare, sacrificio di aroma soave al Signore» (Lv 2,2b), il santo dei santi tra i sacrifici del Signore (Lv 2,3b), deve essere preparato compiutamente, ben condito e ben cotto, per essere vero sacrificio a cui si partecipa prima spiritualmente, e poi nel convito come segno di comunione.
Ogni discepolo deve prepararsi ad essere, con il Signore, questo sacrificio di aroma soave per il Dio dell'alleanza, redenzione della terra e comunione tra gli uomini. Se il sale non esplica tale funzione sacrificale, non avrà nessuna rivalutazione «da fuori». Occorre avere questo sale sacrificale dentro il cuore, ed allora il sacrificio spirituale sarà pace sulla terra.
C’è quindi una dimensione di responsabilità e consapevolezza vocazionale nella vita del credente. Egli deve misurare la sua vita, il senso delle cose che fa, non solo in riferimento a sé, ma in riferimento al mondo intero con gli occhi di Dio.
vv. 14-15: Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Oltre l’immagine del sale, Gesù si serve anche dell’immagine della luce, tema molto presente nei testi del Nuovo Testamento in riferimento a Gesù. Se ricordiamo in Mt 4,12-17 Egli era stato indicato come la grande luce che rischiara le terre di Zabulon e Neftali. Anche l’Antico Testamento ha il suo riferimento in particolare nel profeta Isaia: «Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore» (2,5).
In Is 42,6; 49,6 Israele è chiamato ad essere una «luce per le nazioni». Paolo riprende questo tema della vocazione di Israele in Rm 2,19 («luce di coloro che sono nelle tenebre») e dirà che i cristiani devo splendere come astri nel mondo (Fil 2,15) e che sono luce nel Signore, dopo essere stati tratti dalle tenebre (Ef 5,8).
Anche qui: chi è la luce? Gesù è la luce: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». (Gv 8,12) e noi lo professiamo dicendo del Figlio “luce da luce”. Nel salmo 36 viene espresso per noi che «nella sua luce vediamo la luce». Gesù è la luce. Allora noi battezzati in lui, tuffati in lui, veniamo illuminati per riflettere tale luce su quanti incontreremo nel nostro cammino.
Allora le parole di Gesù per noi «Voi siete la luce del mondo» come possiamo intenderle? Siamo luce del mondo non perché produciamo una qualche luce ma perché siamo illuminati da Gesù. Quindi ogni discepolo è luce con tutta la sua povertà e debolezza. Egli è colui che deve essere in grado di trasmettere una luce autentica che permetta al mondo di orientarsi e dirigersi. Se la nostra vita è stata illuminata ciò non è solo in vista di noi e del nostro cammino, ma in vista del cammino di tutti: illuminati dalla luce che è Gesù dobbiamo a nostra volta diventare luce per gli altri.
Cambiando prospettiva, il discepolo qui viene definito una lampada (cf. Gv 5,35) poiché la luce è Cristo e da lui riceve la luce. Per far capire questo, Gesù usa il paragone del moggio (Recipiente per misurare il grano, usato anche come mensola). La luce è posta in alto affinché risplenda in tutta la casa (cf. Mc 4,21; Lc 8,16; 11,33). Questa espressione è facilmente comprensibile se facciamo riferimento alle usanze del tempo di Gesù: la fiamma allora si otteneva dai grassi e spegnere con un soffio una di quelle lampade voleva dire riempire la stanza di un puzzo insopportabile. Per questo si usava mettere un moggio o un altro recipiente che fosse a portata di mano sulla fiamma, ottenendo che si spegnesse per mancanza di ossigeno senza mandare cattivo odore.
Cristo Gesù dice semplicemente che la luce non dev'essere spenta, perché illumini sempre. Deve essere come il faro posto nelle vicinanze del porto che illumina la rotta.
v. 16: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
Il versetto finale di questa pericope racchiude le motivazioni che il Signore dà di questa funzione: tale luce deve sfolgorare davanti agli uomini come esempio efficace (cf. Rm 14,18; Fil 2,15; Fm 6; Ef 5,8-9; 1 Pt 2,12).
I discepoli non vivono per sé, autosufficienti, in un angolo del mondo, bensì in pubblico, visibili e accessibili agli uomini per restituire il sapore divino a quanti erano diventati insipidi.
Il testo presuppone una trasformazione della vita cristiana che possa essere in grado di essere testimoni in mezzo la gente. I discepoli come figli portano così altri figli al Padre, ma seguendo sempre il Figlio Unico. Un vangelo vissuto si esplica nella collettività. Tutto ciò che riguarda la terra, riguarda innanzitutto la coerenza con cui i cristiani vivono la loro presenza nel mondo; ogni terra deve poter contare sul sapore dei discepoli, sul sapore della Chiesa. I discepoli, la Chiesa sono visibili, non nascosti.
Riprendendo il pensiero della luce messa in alto, sul candelabro, perché illumini tutta la casa in riferimento alla nostra vita, abbiamo un invito a volgere lo sguardo verso l’alto della croce perché possiamo essere illuminati, radiati da quella luce, che è la stessa luce di Dio che si espande, in particolare quelle volte che la nostra vita è offuscata dal male o da altre situazioni. Ma questa luce non si ferma in noi deve essere irradiata. In Mt 7,17 viene detto che “l’albero buono fa dei frutti buoni”. Sappiamo benissimo che l’albero buono è l’albero della croce. Appesi a questo Albero anche noi possiamo essere quel sapore di Dio, quella luce di Dio, iniziando a testimoniare lo stesso amore di Dio presente nella mia vita.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale riflesso di Dio la mia vita fa vedere?
Cosa significa per me essere “sale”, “luce” nella quotidianità?
Sono il sapore e la luce di Dio nella mia ferialità?
Quale senso delle cose, di Dio Amore faccio assaporare a quanti incontro?
Sono davvero capace di opere di bene?
Quali sono le opere buone che posso fare e che facciano sì che la gente renda gloria non a me ma a Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
 
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
 
Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. (Sal 111)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Il cristiano non è invitato a cercare successo, ma a vivere il suo essere discepolo nell’essere sale e luce nella vita di tutti i giorni, vivendo le opere buone indicate dalle beatitudini, vivendo le opere di misericordia, aiutando le persone a glorificare Dio Padre nella quotidianità.



martedì 27 gennaio 2026

LECTIO: IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

 Lectio divina su Mt 5,1-12
 

Invocare
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, dona alla tua Chiesa di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore sulla via delle beatitudini evangeliche.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Questa domenica siamo chiamati a riflettere sul grande discorso della montagna, in particolare sulle beatitudini, quasi a dire che la prima bella notizia che il Signore Gesù ci dona è la felicità.
Le Beatitudini di Gesù arrivano a noi in due stesure: quella lunga in Mt 5, 3-12 e la forma breve di Lc 6,20-26.
Il vangelo delle Beatitudini costituisce la prima parte del “discorso della montagna”. Il monte è il luogo della rivelazione, sia per la trasfigurazione gloriosa di Gesù, sia per la sua parola; il monte ha inoltre un significato più specifico: esso vuol ricordarci il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza. Matteo propone Gesù come il nuovo Mosè e la sua parola è parola di vita, è legge nuova (“ma io vi dico…”) che non abolisce l’antica ma la porta a compimento. Tutto il grande Discorso della Montagna traccia la via del discepolo sulle orme del Regno. Le Beatitudini ne costituiscono il punto di partenza sorprendente, "scandaloso", ma anche consolante. Mentre noi ci chiediamo cosa dobbiamo fare, Gesù ci mostra in primo luogo ciò che fa Dio, ci invita ad aprire gli occhi, per contemplare il Regno dei cieli in arrivo e lasciarci sorprendere dalla sua venuta.
L’espressione letteraria “beato” è anteriore alla Sacra Scrittura, appartiene già al linguaggio umano per indicare la felicità umana come facciamo anche ai nostri giorni. Ma è uguale nella Bibbia? È uguale per Gesù?
No. Non è uguale perché le beatitudini sono l’identikit di Gesù Cristo e che Lui indica a quanti vogliono seguirlo. Possiamo leggere le beatitudini come impegni che ci sono chiesti, ma innanzitutto come elementi del ritratto spirituale di Gesù Cristo, di Gesù di Nazareth. È una lettura antica nella tradizione cristiana, perché risale perlomeno a Origene che dice: “Le beatitudini sono immagine di Gesù, altrettante icone della figura spirituale di Gesù”. Quindi, se uno vuole capire chi è Gesù può leggere tutto il Vangelo, può guardare il suo volto a partire da queste prospettive; quello che Gesù è stato, viene comunicato al credente perché a sua volta lo viva egli stesso. Dio ha preso l'iniziativa di instaurare il suo Regno: prima di agire, siamo chiamati ad accoglierlo, “a stare di fronte a Dio”.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 1-2: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro.
Abbiamo in questi versetti un popolo rappresentato dalla folla e dai discepoli. Il luogo è un monte da cui scende la Parola divina. La tradizione ha identificato il monte delle beatitudini la collina che domina su Cafarnao. Il monte di cui parla Matteo però non è un monte materiale ma spirituale. Il luogo, infatti, ha una valenza più teologica che topografica come fa Luca, in cui si fa esperienza di Dio. Da questo luogo spirituale, Gesù si mostra a tutti con il suo parlare e insegnare.
L'accenno alle folle all'inizio (5,1) e al termine (7,28-29) del discorso fa da cornice all'insegnamento impartito da Gesù a Israele. Questo può anche indicare una moltitudine potenziale dei discepoli, ai quali la Chiesa è mandata in missione a portare l'insegnamento di Gesù (cf. Mt 28,19-29). Infatti, l’insegnamento del discorso non è inteso solo per il ristretto gruppo dei discepoli, cioè i “dodici” ma a quanti seguono Cristo.
Il monte delle beatitudini è l'eco e la pienezza del monte Sinai; è il luogo della rivelazione divina [cfr. vocazione di Mose sull’Oreb (Es 3,1ss); consegna della Legge sul Sinai (Es 19,1ss); il sacrificio del Carmelo (1Re 18,20ss); Elia sull'Oreb (1Re 19,1ss); la trasfigurazione (Mt 17,1-8); l'apparizione del risorto ai discepoli (Mt 28,16).
Su questo monte Gesù si siede (è la posizione del maestro e la sua parola ha un timbro autorevole) e “aprì la sua bocca” (traduzione letterale) per insegnare che fa pensare a Dt 8,3: «l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore»; e ancora: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò». Gesù pronuncia con autorità che gli è propria perché la sua bocca è quella di Dio che pronuncia solo parole che danno vita.
Il verbo «insegnare» in Matteo è usato esclusivamente in questo discorso, qui e in 7,29. Il discorso è sapienziale anche nella formula, che rinvia al Sal 77,2 (cf. At 8,35; 10,34); il verbo insegnare qui è un termine tecnico per indicare che Gesù è l'interprete autorizzato della Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture dell'A.T.
v. 3: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Questa prima beatitudine è sorprendente e strana in quanto la povertà è oggetto di beatitudine. Forse è il caso di accogliere il pensiero dell’evangelista Matteo che non riguarda la povertà sotto l’aspetto economico, infatti aggiunge «in spirito», atteggiamento fondamentale per accogliere il Regno dei Cieli. C’è in questo versetto un esempio di come rapportarsi con Dio. Lo spirito di cui si parla, rimanda al soffio della vita che Dio ha comunicato ad Adamo; è la nostra dimensione più intima, diciamo la dimensione spirituale, la più intima, quella che ci rende persone umane, il nucleo profondo del nostro essere. Ce lo fa comprendere meglio la Bibbia interconfessionale: «Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio», indicando così coloro che nella vita hanno imparato a contare solo su Dio. Inoltre,
I poveri in spirito” sono le persone che davanti a Dio si collocano come dei mendicanti, dei bisognosi nell’intimo del loro essere e che sanno di avere bisogno di Lui, di dipendere interamente da Lui. Possiamo definirlo l’atteggiamento della fede che non è un fare qualche cosa, ma è la disponibilità a ricevere qualche cosa; è un mettere come primato della propria vita l’iniziativa di Dio e non le nostre capacità; non è l’affermazione di noi stessi, nemmeno come affermazione spirituale, ma è invece la disponibilità a ricevere la grazia e il dono di Dio che non tratterremo per noi stessi ma lo consegneremo a chi è nel bisogno. Infatti, beato è colui che non trattiene nulla per sé di quei doni che Dio ha messo nelle sue mani ma li consegna a coloro che sono nel bisogno, ai poveri. Chi è il beato per eccellenza? Gesù di Nazaret: Egli non ha trattenuto nulla per sé ma ha consegnato agli altri, ha consegnato sé stesso agli altri (cf. Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Ef 1,3-14). Il vero povero è colui che si fa povero per amore a questi appartiene il Regno dei cieli.
v. 4: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Nel testo greco viene riportata la forma attiva: «che si affliggono», piangono ma nel loro intimo. I padri del deserto e i primi monaci, lo chiamavano “penthos”, cioè un dolore interiore che apre ad una rinnovata relazione con il Signore e con il prossimo.
Quest’afflizione o questo pianto, nelle Sacra Scrittura, lo troviamo sotto due aspetti: il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. L’altro aspetto sono le lacrime per il peccato – per il proprio peccato –  quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo. Qui si piange perché non si corrisponde all’amore del Signore e ci si rattrista per il bene non fatto. Questo è il senso del peccato.
Ci aiuta l’esperienza di Pietro il cui pianto lo porterà a vivere di un nuovo amore, perché il suo pianto purifica, rinnova. A differenza di Giuda, non accettò di aver sbagliato e prese la strada del suicidio.
I piangenti, sono anzitutto coloro che soffrono per gli ostacoli posti dal mondo all'adempimento della volontà divina di salvezza (cf. Lc 4,16-22; Is 61,1-6); quindi un atteggiamento che l’uomo stesso sceglie davanti alla realtà della società e del mondo, dove Cristo, Dio, la giustizia di Dio e l’amore che viene da Cristo fanno la figura dei grandi assenti. Non è possibile per il discepolo gioire quando ci sono ingiustizie, oppressioni, falsità e ipocrisie (a partire da se stessi) e quando sembra che Dio sia escluso dalla convivenza umana e dai valori che la costruiscono.
Questo versetto lo riscontriamo in Is 61,2-3, dove la missione del profeta è quella di confortare tutti coloro che piangono in Sion. A questi Gesù promette consolazione (cf. Lc 2,25), anzi Egli stesso asciugherà le loro lacrime (cf. Ap 7,17, che cita Is 25,8; Ap 21,4).
v. 5: Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Vengono riprese qui le parole del Salmista: «I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande prosperità [pace]» (Sal 37,11). Il termine ebraico di “miti” è 'anawìm (con questo termine si vuol riprendere il v. 3). I “miti” di cui si parla non sono i timorosi, ma gli stessi poveri di spirito che accettano senza amarezza o rancore la loro condizione e trovano la forza nella serenità e in una coraggiosa sopportazione (cf. Sal 37,7-9.11.29.40). I miti sono coloro che con pazienza puntano il loro sguardo oltre l’orizzonte e sono capaci di attendere, sono capaci di perseverare.
Nel linguaggio e nel contesto evangelico, “la terra” significa la terra promessa. Inoltre, la parola “terra” significa il regno dei cieli, ovvero il nuovo modo di vivere secondo lo spirito di Dio, che Gesù annuncia e inaugura.
La terra, che è sempre di Dio, deve essere vissuta come un dono condiviso e ammini-strato nella giustizia e nella fraternità, dono di Dio ai popoli, da abitare senza violenza, in mitezza, in pace e ospitalità reciproca. Questo è l'unico modo per possederla con sicurezza e frutto, nella pace. Il violento non possiede davvero la terra, perché la sua minaccia ritorna su di lui e gli nega la sicurezza.
I miti non solo possono “ereditare” la terra, starvi sicuri senza far violenza, ma sono i soli in grado di trasmettere a loro volta in eredità la terra ricevuta.
v. 6: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
La fame e la sete, nella Bibbia (Is 55,1-2; Sal 42,2-3), indicano la tendenza a Dio e la nostalgia di lui. I due verbi in senso metaforico possono esprimere un forte desiderio di Dio e della sua Parola: «l'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente...» (Sal 42,3); «O Diotu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua» (Sal 63,2); «Ecco verranno giorni -dice il Signore - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore» (Am 8,11 ).
Il Salmista descrive (Sal 107,5.8-9) come Dio abbia soddisfatto la fame e la sete degli Israeliti. Matteo ha ampliato la fonte Q (Lc 6,21) aggiungendo la «sete» (in conformità al Salmo 107) e «della giustizia» (per chiarire la natura della fame e della sete). La giustizia si riferisce in primo luogo alla giustizia di Dio, ma anche ai rapporti umani e alla condotta. In un contesto apocalittico la giustizia si riferisce alla rivendicazione dei giusti nel giudizio finale.
Nel Discorso della Montagna fare la giustizia - fare la volontà del Padre (Mt 7,21) - fare queste mie parole (Mt 7,24), designano la stessa realtà, cioè l'agire umano necessario per entrare nel Regno dei cieli. Tale agire deve seguire le norme giuste (fare la giustizia), che sono determinate da Dio (fare la volontà del Padre) e che vengono autorevolmente comunicate da Gesù (fare queste mie parole). L'ultimo passo del Discorso della Montagna in cui si parla di «giustizia» è Mt 6,33: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta»: si oppone alla ricerca ansiosa del cibo, della bevanda e del vestito, la preoccupazione necessaria ed essenziale: il Regno di Dio! Il Regno di Dio dev’essere il bene più alto, mentre il giusto agire (la giustizia) costituisce la condizione indispensabile per l'ingresso in quel Regno.
v. 7: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Per la Bibbia “misericordioso” è un appellativo tipicamente divino, la “misericordia” è l’identità propria di Dio. Tutta la Sacra Scrittura rivela la misericordia di Dio. La stessa alleanza proposta da Dio è un segno della sua misericordia. Questa “misericordia” attribuita a Dio comprende il perdono delle mancanze, il perdono dei peccati, che a sua volta desidera – Dio - di vedere la misericordia praticata dagli uomini.
I misericordiosi sono coloro che, imitando Dio, sanno comprendere e perdonare il prossimo secondo l'impegno evangelico che troviamo nella preghiera del Padre nostro (cf. Mt 6,11-12.14-15). Lo sfondo è Prov 14,21; 17,5 (LXX), dove la «benedizione» è il premio per la misericordia mostrata ai poveri.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Quanto più si accoglie l’amore del Padre, tanto più si ama (cf. CCC, 2842). La misericordia non è una dimensione fra le altre, ma è il centro della vita cristiana: non c’è cristianesimo senza misericordia. Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità (cf. CCC, 1829).
v. 8: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Nella Bibbia il cuore non è solo il “luogo” dei sentimenti, ma indica le decisioni, la vita. Lì ognuno ritrova sé stesso e la propria identità, lì ogni persona decide di sé, nel suo rapporto con gli altri, col mondo e con Dio. Il cuore buono rende buono tutto l'uomo, il cuore cattivo lo rende cattivo.
L'espressione «cuore puro» non è né un riferimento alla purità sessuale-rituale né alla sincerità, ma caratterizza le persone oneste la cui integrità morale si estende al loro essere interiore e le cui azioni sono coerenti con le intenzioni.
La purezza di cuore è la purezza interiore con cui la persona prende delle decisioni che sono corrette e non falsate dal suo interesse o dal suo capriccio o dalla sua superficialità.
Ciò che corrompe e rende impuri, non sono le cose materiali, ma il peccato; non è ciò che viene a contatto con l'uomo dal di fuori, ma ciò che dall'interno determina i comportamenti personali di ciascuno. «Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo», perché gli entra nello stomaco, non nell'anima. «Ciò che esce dall'uomo, questo contamina l'uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo» (Mc 7,18.20-22).
Dalla dimensione interiore e spirituale dell'uomo, dalla sua anima e dal suo cuore derivano i desideri e le azioni buone o cattive. Se sono cattive corrompono tutto l'uomo: infatti è cattivo all'interno, dove ha pensato e desiderato il male; ed è cattivo all'esterno, dove si comporta male e fa male agli altri. Così il cuore, centro della persona, qualifica in senso positivo o negativo tutta la persona.
v. 9: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Insieme con quella dei misericordiosi, questa è l’unica beatitudine che non dice tanto come bisogna “essere” (poveri, afflitti, miti, puri di cuore), quanto cosa si deve “fare”. Il termine in greco significa coloro che lavorano per la pace, che “fanno pace”. Non tanto, però, nel senso che si riconciliano con i propri nemici, quanto nel senso che aiutano i nemici a riconciliarsi. “Si tratta di persone che amano molto la pace, tanto da non temere di compromettere la propria pace personale intervenendo nei conflitti al fine di procurare la pace tra quanti sono divisi” (Dupont)
 “I portatori di pace” non sono dunque gli amanti del quieto vivere ma gli attivi operatori di pace, che agiscono come Dio stesso, perché Dio è il Dio della pace (Rm 16,20). Il vero «operatore di pace» è Dio stesso. Per questo quelli che si adoperano per la pace sono chiamati «figli di Dio»: perché somigliano a Lui, Lo imitano e fanno quello che fa Lui. Vuol dire che la pace è prima di tutto un dono da accogliere! Di conseguenza la pace è un compito! Non si tratta, tuttavia, di inventare o creare la pace, ma di trasmetterla, di lasciar passare la pace di Dio «che sorpassa ogni intelligenza» (Fil 4,7), lasciando che custodisca i cuori e i pensieri in Gesù Cristo.
v. 10: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
“Beati i perseguitati”, cioè coloro che ricevono sofferenze dall’esterno, dagli altri e che contempla la stessa prospettiva del regno definito qui con “giustizia”.
Nella Bibbia il termine “giustizia” appare in contesti diversi fra loro e con sfumature che ne indicano di volta in volta il significato. Fondamentalmente la giustizia esprime il rapporto che lega l’uomo a Dio (cf. Gen 15,6). Ma indica pure il rapporto che lega l’uomo al suo prossimo. Riferito all’uomo, il termine “giustizia” indica il compimento della volontà di Dio, l’ascolto della sua parola (esempio di Giuseppe, lo sposo di Maria, cf. Mt 1,19). “Giustizia” è la parola che nella predicazione dei profeti (come Isaia, Amos, Michea) più significativamente esprime gli atteggiamenti dell’uomo chiamato alla solidarietà responsabile e alla condivisione fraterna verso chi, nella società di ogni tempo, è emarginato, debole, prigioniero, indifeso e straniero. Giustizia è «sciogliere le catene inique», «dividere il pane con l’affamato», «introdurre in casa i miseri, senza tetto» (cf. Is 58,6-12; Mi 3,9-12 e anche Mt 25,31-46).
La beatitudine, si riferisce ai perseguitati per Gesù, per il nome di Gesù, per la causa del Vangelo. Pensiamo alle prime persecuzioni che si sono scatenate nei riguardi degli apostoli. Queste sono persecuzioni per causa del Vangelo. L’evangelista, infatti, riprendendo la quarta beatitudine, dà la motivazione di questa persecuzione «per la giustizia» che il versetto seguente completerà meglio«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11).
In questa persecuzione possiamo trovarci anche noi tutte quelle volte che dobbiamo sostenere la dignità di essere cristiani nell’ambiente del lavoro, tutte quelle volte che dovremmo sopportare persecuzioni meno gravi, perché annunciamo il nome di Gesù.
In Mt 10,22 leggiamo: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome»; e in Mt 10,39: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Il discepolo però sa che nulla potrà separarlo dall’amore di Cristo, né la persecuzione, né la prigione, né la morte (cf. Rm 8,35). Questa è la beatitudine dichiarata da Gesù.
vv. 11-12: Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
È la nona beatitudine già anticipata nell’ottava e si distacca dalle precedenti per la sua lunghezza e per l’uso della seconda persona plurale («voi»): anch’essa è giunta a Matteo dalla tradizione (cf. Lc 6,22-23), ma risale non a Gesù, bensì alla comunità, la quale l’ha coniata a partire dalla beatitudine da lui riservata agli afflitti.
La beatitudine è rivolta a coloro che esattamente saranno insultati come Gesù sulla Croce. È rivolta direttamente ai cristiani di ogni tempo che soffrono persecuzione a causa della loro fede in Gesù. Annunciare Cristo, testimoniarlo nella propria vita, denunciare corruzione, vizi, tradimenti, lassismo morale, ingiustizie, soprusi, violenze, resistendo, se necessario, fino alla morte: tutto questo vuol dire essere profeti scomodi e perciò esposti alla derisione, alla persecuzione e al terrorismo ideologico. Gesù invita a non lasciarci spaventare, anzi, Egli assicura che nell’ora del processo gli saranno date parola e sapienza per resistere ai persecutori, che non potranno contraddirlo. In ogni avversità, anche da parte di parenti, familiari e amici, il cristiano non deve temere nulla. Deve solo continuare a confidare nel Signore Gesù, accogliendo la sua promessa: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Ecco la virtù cristiana per eccellenza: la perseveranza-pazienza che è la capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, di rimanere e durare nel tempo, che diviene anche capacità di supportare gli altri, di sopportarli e di sostenerli.
Questo richiamo alla perseveranza (cf. Mt 10,22; 24,13), continuando a vivere nell’amore “fino alla fine”, sull’esempio di Gesù (Gv 13,1), è la sua stessa promessa che contiene una grande ricompensa: la piena comunione con Dio (cf. 1Pt 4,13-16) e la partecipazione alla Resurrezione di Cristo Gesù, il Figlio di Dio.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quali sono le beatitudini in cui mi identifico maggiormente? Quali quelle da cui mi sento ancora lontano/a?
Quale mi invita a crescere, che mi chiede di provarci, che mi sfida a cambiare?
Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza so rinunciare alla violenza, alla vendetta, o allo spirito vendicativo?
Trovo piste di conversione per poter incarnare una o più beatitudini, anche attraverso l’esempio dei Testimoni del nostro tempo?
Ritengo possibile una vita improntata alle beatitudini?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
 
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
 
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. (Sal 145).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lasciamoci illuminare dalla Parola di Dio e cerchiamo di scoprire nella nostra vita le beatitudini elencate da Matteo. Cerchiamo di scoprire se la nostra vita è un dono di Dio che per amore va “consegnata” secondo l’ideale delle Beatitudini. Proviamo a vivere le beatitudini praticando l'umiltà, la carità, l'onestà e la giustizia nelle nostre relazioni.
 

martedì 20 gennaio 2026

LECTIO: III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno A

Lectio divina su Mt 4,12-23
 

Invocare
O Dio, che hai fondato la tua Chiesa sulla fede degli apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
12Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: 15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! 16Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta.
17Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. 21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. 23Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Gesù è stato battezzato da Giovanni a Bethabara (Mt 3,13-17), poi fa esperienza delle tentazioni nel deserto (Mt 4,1-11) e successivamente dopo aver saputo che «Giovanni era stato consegnato» torna a Nazaret e lì svolge l’attività di carpentiere. Poi lascia Nazaret lasciando la sua residenza andando lungo la riva del lago di Tiberiade e da lì inizia la sua missione.
La sua missione si pone in continuità con quella di Giovanni e la inizia da una regione periferica e non dal cuore del giudaismo, inizia da una regione disprezzata e contaminata dal paganesimo: la Galilea dei Gentili (dei pagani) o delle genti. In questo scenario l’evangelista Matteo scorge il compimento di un’antica profezia e il segno rivelatore del messianismo di Gesù: un messianismo universale che rompe con decisione ogni forma di particolarismo.
Gesù, poi, chiama alla sua sequela passando dalla quotidianità della vita. Nei vangeli quando parliamo di sequela Christi, abbiamo due ambientazioni: presso il lago di Galilea: i primi discepoli; sul monte: i dodici.
Al primo gruppo appartiene la chiamata delle due coppie di fratelli e Matteo-Levi; al secondo, quella riguardante la chiamata dei Dodici.
La vocazione, al di là di qualsiasi contesto, è sempre un lasciare qualcosa per seguire Qualcuno. Seguire Cristo, significa accettare che egli divenga veramente l'unico Signore della vita lasciandosi plasmare dalla sua Parola, significa vivere come lui, costantemente protesto a realizzare nella vita quotidiana il progetto del Padre.
Infine, Matteo ci dà un riassunto generale sull'opera di Gesù in Galilea: insegnamento, predicazione e guarigione dei malati. Prepara così il capitolo 5 dedicato al discorso della montagna.

Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 12-13: Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali
I versetti si presentano con un’annotazione di tempo: l’arresto di Giovanni Battista e il ritirarsi di Gesù nella Galilea. È un’annotazione che va oltre il semplice significato cronologico: è già una prefigurazione della sorte che attende lo stesso Gesù. Anche la seconda annotazione «si ritirò nella Galilea e venne ad abitare a Cafarnao» non vuole indicare una semplice precisione geografica, ma riporta un fatto che costituì uno scandalo per le attese religiose del tempo. Egli da Nazaret va ad abitare a Cafarnao, un piccolo villaggio di un certo prestigio, lungo la via del mare, presso il mare o lago di Tiberiade, nel territorio di Zabulon e il paese di Neftali, un luogo di diaspora, un luogo di confine dove facilmente i costumi si mescolano (cf. 2Re 15,29; Gen 49,13). Cafarnao sita in Galilea possiamo definirla terra di confusione e di conflitti (cf. Mt 4,15), un luogo poco raccomandabile. Gesù decise d’iniziare la sua vita pubblica in un luogo così variegato proprio per indicare che il buon seme doveva essere sparso in tutto il mondo (cf. 2Tm 2,9). Il grande lago di Genezareth, detto anche Mare di Galilea, davanti al quale si affaccia Cafarnao, simboleggia il Mare della vita (Gn 1,2-4) dove tutto è cominciato e continuamente ricomincia.
perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta.
L’evangelista Matteo aggiunge spiegando l’aspetto teologico che motiva la nuova residenza di Gesù a Cafarnao: il compimento di una profezia di Isaia con un oracolo riferito alla Galilea che vide sorgere il discendente davidico. Questo popolo visitato non è altro che un popolo che «siede nelle tenebre» e «nell’ombra della morte» (Mt 4,16). Cioè, è un popolo statico, smarrito, incapace di vedere l’altro, incapace di rapportarsi. Eppure, anche per questo popolo marginale ed emarginato, Dio si incarna, si fa vicino in Cristo Gesù, pianta la sua tenda.
L’evangelista Matteo ci ricorda che in questo luogo, la Galilea, inizia l’evangelizzazione di Gesù ma anche l’avvio della sua Resurrezione (Mt 28,10.16). Il piantare la tenda da parte di Gesù è uno stile di vita che Egli stesso assume in mezzo alla gente e diventa faro, luce che illumina chi sta nelle tenebre (cf. Is 8,23; 9,1; 58,10). Gesù è quel “prode che percorre” (Sal 19) la via entra con tutta la sua potenza e sconfigge la tenebra del mondo. È un messaggio di speranza per noi che ci rassegniamo alla tenebra invece di essere splendidi e dissolvere le oscurità del mondo.
v. 17: Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».  
«Convertitevi» è la prima parola che dice Gesù, quella stessa parola che ha sperimentato lui, quel modo di cambiare, di essere, di pensare diversamente. La parola usata è metanoia che indica un cambiamento radicale di intelligenza e volontà. Letteralmente, significa “pensare oltre”, adottare una prospettiva diversa.
La motivazione della conversione è: passare dal regno mondano al regno dei cieli, per non andare incontro al fallimento della propria vita.
All’imperativo Gesù aggiunge anche la motivazione: «Il Regno dei Cieli è vicino». Esso non vuol dire che sta per arrivare, che si trova nei pressi, vuol dire che è lì in mezzo e che comincia a dare i suoi frutti, vuol dire che Egli è così vicino che la sua presenza fa effetto, incomincia a produrre la salvezza, la gioia, la speranza, il perdono, qualcosa di straordinario nella mia vita.
Il Regno di Dio è vicino vuol dire che Dio è vicino; Dio è nella nostra vita; Dio non è l’assente, così lontano che posso fare come che non ci fosse. Dio Salvatore si prende cura della povertà umana, della condizione umana. Se Dio è vicino, accoglietelo, orientate la vostra vita, il vostro cammino verso di Lui. Non dimenticatelo; non trascuratelo perché è la vostra salvezza, perché è una offerta di vita che vi passa vicino. È meglio accogliere la logica delle sue beatitudini, che la logica del mondo.
Il messaggio che lascia trapelare Matteo è semplice: la lunga attesa che le promesse dei profeti hanno suscitato in Israele si sta compiendo; Dio si è fatto vicino agli uomini con la forza della sua volontà regale. Accettate, dunque, la sovranità di Dio sulla vostra vita e affidatevi alla forza del vangelo che vi viene annunciato.
v. 18: Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù è in continuo movimento, è in continuo movimento in mezzo alla gente e ciò significa che insegna con la sua stessa vita. Il suo camminare è l’invito ad afferrare il suo passaggio dalla nostra vita, dalla nostra realtà e cambiare mentalità, cambiare idea falsa su Dio. Questa conversione avviene «mentre camminava lungo il mare di Galilea». Il mare della Galilea è il mare biblico che vuole rappresentare la vita caotica, non ordinata, che impedisce il quieto vivere. In questo caos, lo sguardo di Gesù si incrocia con altri sguardi che invita a pensare diversamente (conversione), a guardare oltre il proprio naso.
Il vedere di Dio nella Bibbia è paragonabile a “stravedere” a “impazzire” per il proprio figlio. Lo sguardo di Gesù si posa su due fratelli: Simone, che in ebraico significa «docile all'ascolto», che riceverà il nome nuovo, Kèfà', Pietra, Pietro (cf. Gv 1,42), sul quale, insieme con gli undici e con la Comunità, il Signore fonderà la sua Chiesa (16,16-18) e Andrea, suo fratello.
Questo vedere di Gesù, il Figlio amato, deve farmi riconoscere la mia realtà di figlio da condividere con il fratello. Possiamo vedere in questa coppia di fratelli una chiamata alla fraternità universale, perché è nella chiamata ad essere figli che si realizza la fraternità. La Chiesa è questa fraternità. In due c’è già il principio della moltitudine dei fratelli (il numero due nella Bibbia e l’inizio di una moltitudine).
L’evangelista di questi due fratelli sottolinea che erano pescatori. Qui non c’è un intento a descrivere la condizione sociale, ma la vita ed è nella vita quotidiana che avviene la chiamata.
v. 19: E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».
Dio si è sempre impegnato a realizzare l’uomo nuovo. Con Abramo usa questo imperativo: «vattene dal tuo paese» (Gen 12,1). Adesso ne ascoltiamo un altro: «venite dietro a me» - «segui me». Cioè, rispecchiati in me, nella mia bellezza se vuoi essere un uomo nuovo, trasformato nella mia bellezza. Ecco il modo di vedere la conversione, essere discepoli di Gesù possedendo la sua stessa beltà.
Non è la prima volta che nella Bibbia che sentiamo questa formula stilizzata di vocazione, nella quale riecheggia il rapporto che lega il Maestro al discepolo presso gli ebrei (cf. 1Re 19,20-21).
La promessa di fare di loro dei “pescatori di uomini” vuole indicare il loro ufficio apostolico: fare altri discepoli o essere loro stessi maestri. La frase potrebbe anche essere un'allusione a Ger 16,16: «Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli».
L’elemento determinante di questa chiamata è lo stare con Gesù, condividere l’esperienza di Gesù. Si legge nel vangelo di Giovanni: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (12,26).
Gesù passa dalla nostra quotidianità ancora oggi e chiama. Non ci chiede di abbandonare il nostro quotidiano, ma di trasformarlo. I discepoli continueranno ad essere pescatori, in particolare pescatori di uomini, cioè a pescare l’uomo alla vita, a conservare e il dare la vita, che è il vero pescare. Sarà la propria conversione che parlerà al nostro cuore, quella metanoia, che ci aiuterà a cambiare sguardo, ad avere nella vita uno slancio vitale vitale verso la novità dello spirito, più che in una penitenza di mortificazione per il passato.
v. 20: Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
La voce di Cristo Gesù che chiama alla sua sequela è simile a quella con la quale Dio nell’Antico Testamento aveva chiamato i suoi profeti costituendoli suoi portavoce davanti a Israele suo popolo. Il discepolato diventa una condizione permanente, la realizzazione piena del desiderio del discepolo. Pietro un giorno si interesserà di una ricompensa (Mt 19,27), ma Gesù ha costituito una legge fondamentale per i suoi discepoli: «chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33).
Simone e Andrea lasciano le reti che sono simbolo di quanto impedisce, di quanto ti lascia impigliato per poter seguire Gesù: le tue convinzioni, le tue sicurezze, i tuoi rimpianti. Bisogna dare un taglio e agire subito dice Gesù.
La parola “subito” evidenzia questa condizione: è la prontezza piena di gioia e senza rimpianto. Oggi diremmo: aspetta; pensaci; non avere fretta; etc. Scrive Paolo «il tempo si è fatto breve; d'ora in avanti quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono come se non piangessero; e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non comprassero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno, perché passa la scena di questo mondo» (1Cor 7,29-31).
Nello stesso versetto, Matteo riprende la medesima azione aggiungendone un’altra più espressiva: “lo seguirono”. Non è un semplice andare o unirsi a Lui, anche perché lo seguono senza comprenderlo. Ma questa sequela vuole indicare un rapporto: Gesù è il Maestro, loro i discepoli; Egli è il primo, loro i seguaci. In pratica hanno messo in chiaro fin dall’inizio i loro rapporti anche se alla fine fuggono tutti, anzi abbiamo chi lo tradisce, chi lo rinnega e chi si eclissa. Ci assomigliano! In questa sequela fatta di infedeltà, di tradimento, di rinnegamento lui ci chiama come siamo. Allora ci si accorge che la vita ha un senso e i rapporti con Gesù vengono vissuti in maniera sempre più profonda, fino a seguirlo nel dono di sé, nell’umiliazione, nella persecuzione, nella morte.
v. 21: Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò.
Si ripete la stessa cosa con altri due fratelli. Segno che Dio chiama sempre anche se il contesto può essere diverso dall’altro. Questa volta, infatti, abbiamo altri due fratelli che si trovavano con il padre. Questi stavano ordinando le reti. Questo verbo qui è usato in senso materiale, però possiamo coglierlo in senso spirituale come in un “ordinare le anime”.
Matteo ci suggerisce come l’attività dei figli di Zebedeo possa essere trasfigurata dalla comunione col Signore: come Simone e Pietro non saranno più pescatori di pesci, ma di uomini, così Giacomo e Giovanni non saranno più ordinatori di reti, ma di anime. Al di là di questo, ciò che e fondamentale sottolineare e che l’agire dei discepoli ci svela l’esatta natura della conversione preannunciata dal Battista e realizzata dal Signore: la metanoia, quel cambiare mentalità più che il mestiere.
Anche questa coppia di fratelli è chiamata dal Signore. Il verbo chiamare che in questo versetto è usato, vuole indicare la vocazione del discepolo e non solo, anche “dare il nome”. Il nome nella Bibbia ha diversi significati. Dare il nome a qualcuno nel linguaggio biblico è anche segno di appartenenza a qualcuno. Avere il nome da qualcuno è essere a lui sottoposto, appartenergli. Uno appartiene a chi gli impone il nome. Chi conquista una città sente pronunciare il suo nome dagli abitanti, che perciò appartengono a lui. Ioab, prima di espugnare una città, manda a dire a Davide: «Raduna il resto del popolo, accàmpati contro la città e prendila, altrimenti se la prendo io, porterebbe il mio nome» (2Sam 12:28). Anche il discepolo di Gesù porta un nome nuovo: Pietro spiega che sebbene i non credenti chiamino i discepoli con l’appellativo denigratorio di “cristiano”, tuttavia dietro questo appellativo c’è il nome del Cristo o consacrato di Dio: «Se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (1Pt 4:16). Il discepolo non appartiene più a sé, ma al Cristo; non intende più seguire la propria volontà, ma quella del Cristo.
v. 22: Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Anche Giacomo e Giovanni lasciano all’istante il lavoro, la loro vita (la barca e il padre) e si uniscono a Gesù. Al passaggio di Gesù, alla sua chiamata “bisogna essere pronti come un corridore che, coi muscoli tesi, attende al suo posto il segnale della partenza, con davanti a sé ben chiaro il percorso da superare, lo sguardo fisso al traguardo” (W. Trilling).
Possiamo dire che questi uomini hanno sperimentato qualcosa di più grande, straordinario; una forza che li ha attratti fino a lasciare ciò che erano abituati a fare col vecchio modo di pensare. Giacomo e Giovanni in quell’istante fanno esperienza di Dio e del suo Regno e guarderanno il loro stesso lavoro, la loro stessa vita con occhi nuovi, con gli occhi di Dio. Hanno messo in cima alla scala dei valori l’amore ed entrano nella barca della vita insieme a Gesù.
v. 23: Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
La pericope evangelica è iniziata “in movimento” e così termina. Cambia la scena che si presenta come un sommario facendo capire che la vita del discepolo è un continuo movimento con Gesù. La parola si deve diffondere per tutta la Galilea, deve diffondersi ovunque. È la nuova barca che navigherà nel mare della vita, per rinnovare l’incontro tra l’umano e il divino, per fare del bene e rendere felice dando gioia e vita al fratello.
Il v. 23 con i suoi verbi: insegnare, annunciare e guarire insieme ai vv. 24-25 fanno da sintesi all’attività di Gesù in Galilea indicandone l’efficacia. Gesù fa capire cosa significa essere pescatori di uomini facendolo Lui per primo mostrando così come devono vivere la loro vocazione: prendendosi cura di tutti.
Questa sintesi è per ogni discepolo di Gesù, perché Gesù è il Servo di Jahvé che «ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie» (cf. Is 53,4). Il discepolo di Gesù è colui che con il Maestro si muove per insegnare, annunciare, guarire, percorrendo le rive delle odierne Galilee per guarire il disumano perché tutto il mondo ridiventi sano. Annunciare il Vangelo, infatti, significa tirar fuori da quelle condizioni che non rendono felici.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono convinto che il passaggio di Gesù mi chiama anzitutto alla conversione come passaggio dall’egoismo all’amore di Dio e del prossimo?
Di fronte ad ogni gioia e ad ogni tristezza mi chiedo: Chi sto seguendo in questo momento?
Quale rete mi tiene legato? Quali sono le barche nelle quali ci siamo comodamente accasati? Quali sono quegli affetti che, seppur belli e importanti, sono diventati possessi che imbrigliano?
Il Vangelo è scoperta di una buona notizia. Lo è anche per me?
Che cosa significa per me seguire Cristo?
Con il battesimo sono divenuto un collaboratore di Cristo: ho coscienza di questa responsabilità?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?
 
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.
 
Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. (Sal 26).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lasciamo che il Signore posi il suo sguardo su di noi, lasciamo che gli sguardi si incrociano durante la nostra quotidianità lasciandoci avvolgere dal suo amore. Rispondiamo alla sua chiamata per essere segno e strumento del suo amore che salva.