martedì 14 aprile 2026

LECTIO: III DOMENICA DI PASQUA (Anno A)

Lectio divina su Lc 24,13-35
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane.
Egli è Dio, e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
13 Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14 e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23 e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto». 25 Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26 Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
28 Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32 Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33 Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35 Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
L’evangelista Luca si è convertito dieci anni dopo la resurrezione di Gesù e scrive intorno agli anni 80 d.C. per le comunità cristiane della Grecia, che al 90% erano formate da pagani convertiti, Cristiani che hanno già ricevuto il kerigma pasquale e vogliono approfondirlo, vivendo il vangelo in ambiente ancora fortemente pagano.
Gli anni precedenti furono quelli della persecuzione di Nerone e poi, nel 70 la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani. Nel 72 nella fortezza di Masada ci fu il massacro degli ultimi giudei ribelli a Roma.
Erano gli anni in cui gli apostoli, cioè i testimoni della risurrezione, stavano scomparendo. Ognuno avvertiva la stanchezza di un cammino e si chiedevano: dove attingere forza e coraggio per non scoraggiarsi? Come scoprire la presenza di Gesù in questa situazione così difficile? Come stare uniti? A queste domande piene di angoscia, vuol rispondere la narrazione dei discepoli di Emmaus, un racconto si costruisce sulla metafora-immagine del viaggio: la vita di Gesù è un lungo viaggio verso la città santa, Gerusalemme, dove Gesù darà compimento alla sua missione.
Luca, ponendo il brano dei discepoli di Emmaus come didattico per chi vuol intraprendere un cammino di lectio divina, vuole insegnare alle Comunità come interpretare la Sacra Scrittura per poter riscoprire la presenza di Gesù nella propria vita. Infatti, se ascoltiamo la Parola e diciamo il nostro sì a Dio, la Parola si fa carne in noi, e noi diamo vita a Dio nella nostra vita e diventa nostra vita. Inoltre, descrive la struttura della celebrazione Eucaristica del tempo.
Il brano ci permette ancora una volta di fare esperienza del Risorto, incontrarlo e tornare per annunciarlo. Ed è per questo che Luca ha scritto il Vangelo, per farcelo incontrare, conoscere e riconoscere.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 13-14: Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Luca introduce il racconto alla luce della Pasqua: «in quello stesso giorno», il giorno di Pasqua, il giorno della risurrezione. È l'introduzione alla vita. Una vita in cammino che parte dallo “stesso giorno”, dal giorno di Pasqua. Nel Vangelo di Luca ormai c’è solo un giorno dopo la resurrezione. Viviamo in quel giorno e di quel giorno che è, passata la notte, il giorno definitivo della vita.
Nel giorno di Pasqua abbiamo due viandanti. Sono solo due in cammino. Chi sono? Certamente discepoli. Potrebbero essere tra quelli che ricevettero insieme con gli Undici l’annuncio della risurrezione da parte delle donne (v. 9).
Il numero può indicarci una nuova realtà. Può anche indicarci il cammino della quotidianità. Il cammino che questi due discepoli stanno facendo, dice l'evangelista Luca, è verso Emmaus cioè verso le proprie cose, verso se stessi. Ciò che li guida non è la luce della Pasqua ma li trasportava il loro modo di pensare.
Nel cuore di questi due uomini regna solo tetra delusione e amarezza. Infatti, mentre camminavano discutevano appassionatamente. Il verbo che viene usato nel testo greco traduce l’espressione italiana: "Si facevano l'uno all'altro l'omelia". “Litigavano”. Su cosa? Sul fondamento della nostra fede: la passione, morte e risurrezione di Gesù. Il Vangelo, Gesù, sono oggetto del litigio. Il loro raccapezzarsi dice che non hanno capito nulla. Sanno tutto e hanno capito niente.
vv. 15-16: Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.
Le loro discussioni omiletiche, però, cadevano nel vuoto perché non guidati dalla Luce Pasquale, privi del Maestro. Essi sono come la preghiera del Salmista che appassionatamente si rivolge a Dio dicendo: «se Tu non mi parli, io sono come colui che scende nella fossa» (Sal 28), cioè come un morto, come chi non ha più nessuna ragione, nessuna forza di vita. Ecco come si presentavano i discepoli. Senza Dio e la sua Parola e quindi morti. Anche l'allontanarsi da Gerusalemme, indica proprio la fine, un lasciare al passato tutto, anche Gesù. Però loro continuavano a cercare insieme.
Ora un "misterioso viandante" si accosta al loro cammino, si accosta a questa discussione che conduceva alla morte. Nei momenti di sconforto, di tristezza, di delusione Gesù si avvicina a te, a ciascuno di noi, e comincia a camminarti vicino sia che tu lo sappia, sia che tu ne sia ignaro. Gesù cammina con loro. Non li lascia nel dubbio. Non li lascia senza la luce della Sua Pasqua.
La comunità che cerca Cristo non è lasciata a se stessa, ma è accompagnata e guidata invisibilmente da Lui. Questo è il Dio della Bibbia: un Dio che sceglie di camminare con il suo popolo.
Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
I Vangeli sono concordi nel testimoniare che non è facile riconoscere il Signore dopo la sua risurrezione. Maria Maddalena lo scambia per il custode del giardino. Solo dopo aver fatto una pesca miracolosa e grazie a Giovanni che grida: «è il Signore», Pietro e i compagni lo riconosceranno mentre li attende sulla riva del lago (cf. Gv 21,1-14). Qui, Cleopa e il suo compagno lo trattano da forestiero, non lo riconoscono. Una traduzione parla di “occhi impossessati”. Sembra strano ma avere gli occhi impossessati sono come quelli impossessati dai demoni: i nostri occhi non vedono la realtà; i nostri occhi vedono i nostri deliri, le nostre paure, i nostri desideri, le nostre delusioni. Non vedi mica le persone, vedi quello che ti aspetti da loro, o ciò che vorresti o che non vorresti. È la menzogna di Satana che ci impedisce di aprire gli occhi, perché siamo abitati da tutto questo racconto falso su Dio, sugli altri e su di noi che realmente ci impedisce di vedere ciò che siamo.
Forse oggi, noi, dopo tante omelie e catechesi magari pensiamo di riconoscere Gesù, eppure la Parola ci dice il contrario. Infatti, d'ora in poi è questo il modo della presenza di Gesù in mezzo ai suoi discepoli.
Questo modo di non riconoscere, l'evangelista Matteo ce lo presenta così: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?» (Mt 25, 37-39). Gesù risorto mantiene la promessa di stare sempre con noi, ma lo fa a modo suo e non sempre si fa riconoscere. Si fa presente nel povero, nell'ammalato per darci la possibilità di fare qualche cosa per lui. Se osserviamo, il Risorto si presenta ai discepoli con le stesse trafitture della carne (v. 39).
Per riconoscere Gesù bisogna entrare nella prospettiva della risurrezione passando dalla passione e morte.
vv. 17-19a: Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».
Era usanza, tra gli ebrei, discutere su temi religiosi durante il viaggio. L'intervento di Gesù è un modo di fare abituale nella pedagogia di Gesù con gli apostoli (cf. Mc 9,33). Altre volte li ha colti a discutere tra loro e si è fatto raccontare ciò che già sapeva. Si mette in ascolto per permetterci di raccontarci. Abbiamo bisogno di parlare, di gridare la nostra angoscia, le nostre paure, le nostre delusioni. Gesù le ascolta.
Si fermarono, col volto triste;
Qui abbiamo la risposta alla domanda. La descrizione del "volto triste". Non è la prima volta che nei Vangeli incontriamo la descrizione del volto triste. Che cos’è questo volto triste? Avere il volto triste, scuro, è ciò che tu rivolgi all’altro, il volto è la relazione. Un volto cupo è la negazione della relazione, è il buio. Quindi indica la morte che hanno dentro più che una indignazione per la domanda indiscreta di uno straniero. Per questo Gesù invita «quando digiunate non fate la faccia triste» (Mt 6,16).
uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?».
Luca ci fa conoscere il nome di uno dei viandanti: Cleopa (forse un parente di Gesù, cf. Gv 19,25); l’altro anonimo, perché porta il nome di ogni lettore chiamato a fare la stessa esperienza.
La retorica domanda di Cleopa permette di riprendere i fatti della passione e morte di Gesù come un fatto già a conoscenza di tutti. Egli pensa che i fatti accaduti siano capitati a loro e invece sono accaduti proprio al forestiero, a Gesù. Diciamo sempre così: “ma dov’è Dio? Sembra estraneo a ciò che succede”. Dobbiamo stare tranquilli, tutto ciò succede a Lui, mica a noi.
Domandò loro: «Che cosa?».
Dio appare estraneo. Diciamo sempre anche così: ma dov’è Dio? Sembra estraneo a ciò che capita e invece è il contrario. Però la domanda di Gesù apre il cuore dei due discepoli esprimendo la profonda delusione in quei fatti. Questa domanda permette di introdurre la risposta, che è un vero e proprio inizio dell’annuncio kerygmatico, al quale manca ancora la proclamazione della risurrezione e il riferimento alle Scritture.
La domanda somiglia a quel «la gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27).
v. 19b: Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;
Qui sgorga la professione di fede dei viandanti. Purtroppo, una professione spenta, morta, perché come noteremo al versetto successivo, quella speranza si ferma ai piedi della croce dove Gesù venne crocifisso. La risposta è stata vaga e anche qui non si va oltre. Mancano di quella parrésia (termine lucano che caratterizza tutti i discorsi kerygmatici della prima parte del libro degli Atti! Cf. At 4,13.29.31). Manca loro la chiave giusta per rileggere la vita di Gesù nella loro stessa vita, alla luce della Pasqua.
v. 20: come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso.
Viene descritta la passione e morte di Gesù attraverso le autorità. Luca fa notare che l'espressione "i nostri capi" è contrapposto al "noi" del versetto seguente, quasi a ribadire la divisione fra il popolo. La responsabilità della morte di Gesù è dei capi e non dei romani. Così, infatti, si espresse il sommo sacerdote Caifa: «È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv 11,50).
E qui nasce il problema: non hanno capito. Non hanno capito che quella Croce era la pietra d’inciampo alla fede. Non hanno capito che Dio li ha amati tanto da dare la vita per lui, non hanno capito niente. Non possono incontrare il Signore. Il Signore è quello che mi ama e la croce è la testimonianza del Suo amore infinito per me, per te, per tutti che lo mettiamo in croce.
v. 21: Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele
Questa era la loro speranza che lui fosse davvero il Cristo di Dio, l’Inviato, il Salvatore, colui che, come un grande condottiero, avrebbe liberato Israele. Tutto portava in questa direzione secondo una concezione giudaica, tipica da partigiani, ma non la sua morte infame. Una prospettiva miope.  Quindi il motivo per cui non possono riconoscerlo è perché non accettano, non credono all’amore; all’amore più forte della morte. Credono che vinca il più potente.
con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.
Il "tre giorni" secondo una credenza giudaica, vuole significare che l'anima si aggira per tre giorni ancora intorno al corpo dopo di che lo abbandona definitivamente alla decomposizione e perciò dopo tre giorni dalla morte non c'era più speranza alcuna. Quindi non possono vederlo Risorto, perché loro sono chiusi nel loro fallimento, nella loro tristezza, col volto scuro, triste, con tutto il subbuglio interiore, in litigio anche con l’altro con cui si parla insieme delle stesse cose.
vv. 22-24: Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.
Sembrava che il racconto dovesse terminare qui invece subentra un fatto nuovo, una notizia sconvolgente che ha dell’incredibile, dell’inaudito, una notizia raccontata dalle donne e confermata da alcuni dei discepoli: quel condannato a morte che è stato crocifisso è vivo. In Luca, l'espressione "è vivo" vuol indicare che Gesù è il Vivente.
Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Tuttavia, manca qualcosa perché questa notizia possa essere accolta come vera: “Lui non lo hanno visto”.
Questo andare alla tomba riprende il v. 12: la visita di Pietro («corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende»). L'evangelista Luca, sembra che voglia darci un'altro messaggio da altra fonte: le donne giungono alla fede, Pietro non giunge alla fede: la loro fede riposa sull'apparizione del Risorto in persona! Pietro ancora pensa che senza la comunione diretta e personale del Risorto la fede è impossibile.
Tommaso non crederà nemmeno a quelli che lo hanno visto e dovrà aspettare ancora altri otto giorni per vedere e credere. Adesso anche qui. Gesù cammina con i due discepoli ed essi non lo riconoscono.
vv. 25-26: Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
Gesù, a questo punto, interviene e rovescia "le carte". Ad un tratto Egli stesso è il protagonista di tutto. Gesù più volte si è scontrato con l’incredulità di coloro che avevano sempre bisogno di “vedere per credere”.
Gesù li chiama bradicardici e senza testa. Un modo per scuoterli, per condurli alla verità, un modo per far capire che non hanno colto il senso della passione, dell’amore di Dio.
Anzitutto la loro lentezza è in riferimento alla Parola dei Profeti, in riferimento a tutte quelle volte che si sono messi in ascolto della Parola passivamente. Anzi ascoltare la Parola ascoltavano se stessi e i loro problemi. La loro lentezza li ha portati a credere a tutto ciò che non era vangelo. Credevano che lo fosse, ma non si è rivelato così.
Infatti, il Cristo annunciato non era un liberatore alla maniera dei potenti della storia, era un salvatore che doveva attraversare la sofferenza per entrare nella sua gloria. Perché nella croce rivela la sua gloria, rivela un amore assoluto, più forte di ogni male e tutto il Vangelo non vuol spiegare che questo grande amore.
v. 27: E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Gesù inizia a fare la sua lectio divina, spiega loro le Scritture. Il verbo greco diepseusen significa spiegare dettagliatamente, cioè dischiudere il senso nascosto. Le parole di Gesù sono un’esegesi vivente, che muta la lettura della Bibbia in un incontro personale con lui. Quest’incontro passa attraverso la croce, intesa come amore assoluto di Dio per l’uomo. La croce è la chiave interpretativa proprio di tutto il mistero della vita.
Luca qui non fa altro che iniziare un tema che ha notevole importanza nella sua opera: la spiegazione della Scrittura nella Chiesa (Lc 24,45; At 8,28-34; 17,3; 28,23). Gesù agisce come fonte e modello di ciò che diverrà l’uso cristiano della Scrittura.
Quello che Gesù fa, non era la prima volta. Ci sono altri esempi, raccontati dagli Evangelisti in cui Gesù ricorre alla Scrittura per dire chi è e qual è la sua missione (cf. Mt 5,22 ss; Mc 9, 11-13). Sono piccoli squarci di luce. Tanto che Filippo aveva potuto dire a Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (Gv 1,48). Qui però Gesù si rivela Maestro, cominciando da Mosè passa in rassegna tutti i profeti, soprattutto illustranti la sua morte e risurrezione. Gesù risorto è l'ermeneuta, l’esegeta della Parola e dell’evento-Cristo.
vv. 28-29: Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.
Il viaggio termina. Termina anche la lectio divina. Gesù fa per andare oltre, quindi è disposto anche ad andare oltre le nostre paure, oltre a dove arriviamo noi ma non lascia mai solo. Attende perché vuole essere cercato. San Giovanni nell'Apocalisse dirà: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). 
Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Qui l’invito arriva, pressante, forzato, adeguato alla situazione: la notte è vicina; perciò, offrire ospitalità a un viaggiatore è necessario in luoghi dove camminare nell'oscurità rappresentava un vero pericolo concreto.
"Resta con noi!" dimora con noi. Forse un po’ di poesia risuona in questa espressione, ma la sera richiama a quella stessa sera del banchetto pasquale di Gesù con i suoi, in un'altra casa, al piano superiore.
L’esortazione ora diventa invocazione paradigmatica della comunità dei discepoli, sulla base di ciò che Gesù aveva promesso: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23; cfr. 15,4). Questo ora lo realizza, il dialogo lungo il cammino non è stato inutile. Gesù questa volta non entra per andarsene anche se sparirà dalla loro vista, entra per rimanere, per dimorare con loro, ha già preso dimora nei loro cuori. Lo ha fatto con la spiegazione delle Scritture e ora sta per farlo spezzando il pane eucaristico. Questa è la forma che egli ha scelto per rimanere con i suoi, con tutti noi, sempre. Fino alla fine del mondo.
vv. 30-31: Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Gesù spezza il pane che compete al padrone di casa. L'usanza dell'ospitalità cedeva il posto all'ospite. Egli compie i gesti di un pasto giudaico normale, ma per un cristiano i termini scelti per descriverlo sono significativi: è il linguaggio del gesto eucaristico.
Gesù “prese il pane, e spezzato lo diede (lett. “dava”) loro”. Notiamo che mentre nell'istituzione dell’Eucarestia (22,19) si dice “lo diede loro” (è usato un indicativo aoristo, edoken), qui si dice: “dava loro” (con epedidou: un imperfetto greco): un'azione passata che continua. Infatti, ciò che fu dato nell'ultima cena è donato fino alla fine del mondo nella celebrazione Eucaristica.
La Cena eucaristica di Emmaus è la prima eucaristia della comunità cristiana al tempo di Luca, dopo l’istituzione del Giovedì Santo. È una Eucaristia domenicale e domestica. La casa dei discepoli di Emmaus è la prima domus ecclesiae.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.
Questa ospitalità è occasione per poterlo riconoscere. Davanti all’amore che si fa pane, nutrimento, si aprono, si spalancano i loro occhi. E allora lo riconobbero. Quello che i due discepoli sperimentano a Emmaus è paragonabile alla guarigione del cieco nato. Si aprirono loro gli occhi. La loro vista interiore, impedita da tutte le idee che si erano fatte sul Messia, ora si apre e “lo riconoscono”. I discepoli si sono preparati al banchetto con l’ascolto della Parola, ma hanno riconosciuto Gesù solo quando hanno preso parte al suo sacrificio, non cultuale, non rituale, ma reale e vitale, attuato cioè con l’offerta di se stesso all'umanità.
Egli però, appena lo riconoscono “divenne invisibile”, recita il testo greco. Gesù non sparisce ma rimane invisibile agli occhi e visibile nel cuore. Ora è dentro di te, di noi perché accolto e se desideriamo vederlo, guarda il tuo volto che è cambiato, la tua vita che è cambiata. È il tuo stesso volto che è riflesso del suo; sei diventato anche tu come Lui.
v. 32: Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
L'Evangelista riporta al cuore dell'esperienza: la Sacra Scrittura. La Parola di Dio arde nel cuore, brucia come fiaccola (Sir 48,1; Es 3,2), risveglia il cuore. Prima Gesù ha aperto loro alle Scritture, poi ha aperto loro gli occhi. È lo stesso verbo che viene usato da Luca. Le Scritture possono restare chiuse anche se vengono lette e studiate come si può essere ciechi anche se ci si vede.
La presenza del Risorto entra nella vita dei credenti attraverso le Scritture interpretate in senso pasquale e attraverso l’eucaristia, facendo ardere il cuore e rendendolo capace di comprendere.
vv. 33-35: Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
I discepoli ormai sono cambiati, sono risorti con Gesù. L’inizio del v. 33: partirono senza indugio, nel testo greco indica “l’ora della risurrezione” e fanno il cammino opposto, il cibo che fortifica per il lungo cammino l’hanno ricevuto, possono far ritorno a Gerusalemme dagli Undici e dagli altri discepoli, risplendenti della Pasqua del Risorto per dare, anche loro, l’annunzio della risurrezione. Non ci fu giorno come quello, né prima né dopo: stette il sole e non si affrettò a calare (Gs 10,12-14).
Qui inizia l'annuncio pasquale. L’annuncio del Vangelo. Pietro l’ha visto e l’ha raccontato e l’ha riconosciuto e noi, attraverso il Vangelo, lo vediamo, lo conosciamo; questa parola così fa ardere il cuore, ci cambia la testa, ci cambia il volto, gli occhi, la bocca, le mani, i piedi; ci ha fatto risorgere. Ecco cosa vuol dire conoscere il Signore, il Vivente: che viviamo anche noi.
Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Quest'ultima parte chiude l'episodio con l'esplicito riferimento al tema del "cammino" (lungo la via). Il tema del cammino è un tema antropologico forte che presenta i discepoli di Emmaus come persone in continuo cammino. Solo mettendosi realmente in cammino si può incontrare il risorto.
I due discepoli hanno fatto esperienza che «il Signore è vivo». Il brano ha presentato anche una struttura eucaristica, quella che quotidianamente celebriamo nella memoria del Signore perché è il ricordare, che ci fa crescere, perché noi viviamo di ciò che abbiamo nel cuore: quello che mettiamo davanti agli occhi e dentro gli orecchi. Mettiamo allora negli orecchi e nel cuore questa Parola, cambieremo giorno dopo giorno e vivremo della Pasqua del Signore.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale situazione cupa: delusione, dubbio, incertezza nella mia vita?
Leggo la Parola di Dio? La medito? Faccio in modo che arde nel mio cuore? O anch’io sono bradicardico e senza testa?
Prego il Signore perché resti con me, illumini il mio cammino, mi apra gli occhi e il cuore alla Sua Parola, spezzi il pane per me?
Tengo tutto dentro di me per non sciupare l’esperienza di Dio? Oppure la condivido per rafforzare la fede comune e la crescita nel Signore Risorto?
Vivo della Pasqua settimanale, l’Eucarestia, narrandola nella vita?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
 
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.
 
Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
 
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra. (Sal 15).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Al termine di questa Lectio divina, lasciamo che il cuore arda facendo nascere in noi un nuovo desiderio, un nuovo entusiasmo, per ripetere l'incontro e scegliere la via di Dio. Invitiamo Gesù a dimorare nella nostra vita, a restare con noi. Egli non entra semplicemente tra quattro mura domestiche, ma nella nostra vita, nella nostra persona e lo farà in modo abituale e continuo, lo farà tra gli alti e bassi della nostra vita.




martedì 7 aprile 2026

LECTIO: II DOMENICA DI PASQUA (Anno A)

Lectio divina su Gv 20,19-31
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, che in ogni Pasqua domenicale ci fai vivere le meraviglie della salvezza, fa’ che riconosciamo con la grazia dello Spirito il Signore presente nell’assemblea dei fratelli, per rendere testimonianza della sua risurrezione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
La II domenica di Pasqua è l'antica domenica detta “in albis deponendis”, che significa “la domenica in cui si toglie la veste bianca”. Nei primi secoli della chiesa il battesimo era amministrato (normalmente a adulti che si convertivano) durante la veglia della notte di Pasqua e i nuovi battezzati ricevevano una veste bianca, segno della vita nuova appena ricevuta, da portare per tutta la settimana dell’ottava di Pasqua. Durante questi giorni i nuovi battezzati, con la loro veste bianca, partecipavano alle cosiddette “catechesi mistagogiche” e venivano così gradualmente introdotti a fare esperienza del Signore nella comunità cristiana. Scriveva S. Giovanni Crisostomo ai neobattezzati: “È infatti un vero matrimonio spirituale ciò che si compie qui. Deducilo dal fatto che, come nelle nozze umane le feste durano sette giorni e si veste l’abito della festa, così anche noi per altrettanti giorni vi prolunghiamo questa festa spirituale, allestendovi la mistica mensa colma di innumerevoli beni. Ma che dico, sette giorni? Queste feste spirituali continueranno per sempre, se voi, restando sobri e vigilanti, conserverete immacolata e smagliante la veste nuziale del battesimo”.
 
Il nostro brano evangelico è identico nel ciclo liturgico dei tre anni (A, B e C). Esso narra i fatti avvenuti proprio nell’arco di una settimana dopo la risurrezione e ci aiuta a comprendere il senso della domenica, Pasqua della settimana.
Il tema dominante di questa domenica è la fede nei segni della passione nel Crocifisso Risorto.
L’apparizione del Risorto ai discepoli riuniti nel Cenacolo, è narrato da Matteo e Luce in un solo episodio. Mentre Giovanni lo ha diviso in due episodi: nel primo (Gv 20,19-23) riprende il tradizionale racconto delle apparizioni da parte di Gesù che si manifesta ai discepoli affidando loro una missione. Il secondo invece, (Gv 20,24-31) proprio di Giovanni, concentra l’attenzione sull’apostolo Tommaso e il suo dubbio di fronte al Risorto. Quest’aggiunta da parte dell’Evangelista l'abbiamo per       giungere a una proclamazione di Cristo da parte del discepolo Tommaso.
Gesù, quindi, si presenta in una maniera misteriosa e la paura dei discepoli si trasforma in gioia. Paura e gioia ci fanno pensare subito ad alcune emozioni, ad alcuni stati d’animo, ma il linguaggio di Giovanni non è psicologico, bensì teologico, non indica stati d’animo ma diverse collocazioni dell’uomo davanti alla realtà.
La paura è l’atteggiamento di chi percepisce la realtà e gli altri come ostili; la gioia è piuttosto la fiducia e la pace con cui il credente guarda il mondo intorno a lui.
L'incredulo Tommaso dovette «vedere» per credere; i cristiani che verranno dopo credono senza aver visto, sebbene Cristo si accosti a loro con segni diversi della sua presenza gloriosa. Non con segni fisici e corporali. I segni con cui si manifesta sono i Sacramenti.
Questo brano considerato la “prima conclusione” del quarto vangelo, chiude con l’esperienza di fede del discepolo Tommaso dedicandogli tempo, spazio, importanza.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 19: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei
Giovanni colloca la prima apparizione ai discepoli nel giorno stesso di Pasqua. Forse un modo di vedere quell’abitudine della prima comunità cristiana incontrarsi questo giorno: il Giorno della Memoria del Signore.
Quel giorno viene indicato come “il primo della settimana”, l’inizio di un tempo nuovo, di un mondo nuovo che inizia, che si manifesta.
Il brano fa il passaggio dall’alba alla sera. L’alba è il giorno della nuova creazione. La sera quando la sua ombra copre tutto, non vedi più nulla, respiri solo la morte. È la sera della paura e i discepoli sono avvolti dalla paura, una paura giustificata in quei giorni, perché era un pericolo mortale dichiararsi a favore di Gesù.
Siamo a Gerusalemme. I discepoli sono chiusi in casa, forse si tratta dello stesso Cenacolo (cf. Lc 22,12; At 1,13). Questo luogo chiuso diventa simbolo di quella paura, simbolo del loro sepolcro, anche se il Cenacolo era il luogo della Cena del Signore, il luogo dove Gesù aveva spezzato il pane, facendosi cibo per l’anima, per la vita eterna.
venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
In questo contesto Gesù viene, irrompe con tutta la sua novità, la novità dell’inizio del mondo nuovo, dell’eternità di Dio; irrompe in questo sepolcro, dove i discepoli hanno posto sopra la pietra della paura.
Gesù viene e si ferma in mezzo, come Maestro, Risorto, Trionfatore perché Egli è “Colui che era, che è, che viene!” (Ap 4, 8): la sua è una presenza dinamica, ricca di salvezza, di consolazione, di speranza. Egli sta al centro del nostro cuore, della nostra esistenza e porta la sua pace: è il primo dono alla Chiesa, dono che ripeterà altre due volte (20,21.26). Gesù non ha più bisogno di presentarsi come un tempo «Sono io» (6,20), perché la sua presenza è ormai di un altro ordine.
«Pace a voi» non si tratta del consueto saluto ebraico, ma è l'adempimento della promessa fatta nell'ultima cena (cf. 14,18-19.27-28; 16,16-23). La pace dei tempi messianici è il dono supremo di Dio annunciato dai profeti (cf. Is 53,5), implica tutto il benessere di vivere (cf. Ef 2,14). È la pace che li renderà capaci di superare lo scandalo della croce e ottenere la liberazione nella loro vita. Cosa importante da notare è che il saluto è ripetuto due volte.
v. 20: Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
Gesù si fa riconoscere: è il Crocifisso! Qui notiamo la continuità tra il Gesù della croce e il Risorto. Il mistero della croce è insieme mistero di morte, certo, ma che inevitabilmente richiama il mistero della resurrezione. Non si capisce il mistero della croce se non si capisce il mistero della resurrezione e viceversa. C’è questa unità. Giovanni sottolinea con forza che il Cristo che appare e che sta in mezzo ai discepoli è un essere reale, è lo stesso Gesù appeso sulla croce, per questo mostra i segni del suo martirio.
Le mani di Gesù sono le mani del potere ma anche del servizio. Proprio al Cenacolo quelle mani avevano lavato i piedi. Fuori le mura della città quelle mani sono inchiodate in Croce, inchiodate al servizio dell’uomo. Contemplando queste mani possiamo capire veramente chi è il Signore per noi!
Giovanni è il solo a dare rilievo alla piaga del costato; già nella crocifissione l'aveva menzionata come densa di significato per il sangue e acqua che ne uscirono (19,34-35). Luca non parla di costato perché nel racconto della passione questo episodio non è citato.
Il fianco trafitto è la carne da cui noi siamo nati, è la ferita d’amore di Dio che sempre ci genera donandoci pace e gioia. È effusione del suo Spirito, della sua Misericordia.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
La gioia dei discepoli è il segno della presenza del Risorto. La loro gioia si lega al Signore risorto: anche loro, ora, sono risorti con Lui. La primavera della Pasqua è sbocciata nei loro cuori. Gesù l’aveva detto: «Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia» (16,20). La loro è una gioia incontenibile, che chiede di essere condivisa con generosità sincera. Il Cristo risorto è sorgente efficace di perdono, è “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. I discepoli dovranno annunciare a tutti gli uomini questa possibilità di vita che viene loro offerta: essere oggetto dell’amore infinito di Dio donandoci pace e gioia.
v. 21: Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Gesù rinnova il suo dono di pace. La pace che dona Gesù Risorto è liberazione dall’angoscia della morte che turbava il cuore dei discepoli e li teneva prigionieri della paura. Ma non esiste liberazione senza un mandato, per rendere presente la Parola, l’amore, la misericordia, il progetto e le promesse di Colui che lo ha mandato. Per questo conferisce ai discepoli la sua stessa missione. Gesù è il primo apostolo del Padre (viene usato il verbo apostello – reso con “mandare” – da cui “apostolo”, ovvero “quello mandato”; cf. anche Gv 3,17: «Dio ha mandato il suo figlio nel mondo»), ora i discepoli sono inviati da Gesù. La missione viene dall’alto, non è iniziativa umana, ma prende l’avvio da Dio stesso, e quindi è la continuazione della missione del Figlio.
Questa missione non è proporzionata alle nostre forze, ma è proporzionata all’amore del Signore, quindi al suo dono. Questo mandato non è riservato ai dodici ma tutti i discepoli, quelli presenti alla sua apparizione, ma anche quelli futuri di tutte le epoche e le zone geografiche: essi sono i rivelatori di Dio.
Con questo mandato, più volte affermato (Gv 17,18; cf. Gv 13,20; Mt 28,19; Mc 16,15; Lc 24,47s; At 1,8), Gesù instaura il tempo della Chiesa, l’epoca dello Spirito Santo e tutti siamo fratelli e sorelle grazie al medesimo Spirito.
vv. 22-23: Detto questo, soffiò
Nella Sacra Scrittura, “ruach” (dall’ebraico: «soffio/vento/spirito»), il vento non è sempre un fenomeno naturale ma espressione del soffio divino che dà vita e ordine al cosmo. Ricordiamo Gen 1,2 ove lo Spirito di Dio (ruach) aleggiava sulle acque. I profeti e i Salmi collegano il respiro di Dio all’atto creativo (Sal. 33,6), così come l’Antico Testamento afferma che Dio «fa dei venti i Suoi messaggeri» (Sal 104,4). Anche i fenomeni atmosferici (tuoni, fulmini) vengono interpretati come manifestazioni della potenza divina.
Il verbo “soffiò” (emphysao: “insufflare, alitare”) utilizzato da Giovanni, lo troviamo anche nell’Antico Testamento ed è usato solo in Gen 2,7 (cf. anche Sap 15,11) quando Dio insufflò in Adamo, fatto dall’argilla, dalla terra, la vita e quando lo Spirito, in Ez 37, soffia dentro le ossa aride per farle rivivere. Soltanto lo Spirito di Dio è capace di ricreare l'uomo e strapparlo al peccato (Ez 36,26-27; Sal 50,12-13; 1Re 17,21). Ora, se nell’Antico Testamento il soffio di Dio si tratta della comunicazione della vita naturale o dell’anima, qui invece non solo evoca il gesto creativo di Dio ma il dono per poter svolgere il ministero.
Con il soffio dello Spirito si compie la profezia di Giovanni Battista: Gesù ha battezzato nello Spirito Santo (1,32-33), l'attesa si è compiuta nel giorno di Pasqua. Questo dono dello Spirito mette in evidenza che ora i discepoli partecipano alla vita di Cristo glorificato (cf. 1Gv 4,13; 3,24)
Nel nostro brano è dono del Signore la pace, ed è dono del Signore lo Spirito. Giovanni segna il dono dello Spirito Santo lo stesso giorno di Pasqua e non cinquanta giorni dopo.
Nel soffio di Gesù, che è una promessa che si verificherà nel giorno di Pentecoste (At 2,1-4), Egli dichiara la sua divinità, indicando, nel dono dello Spirito, la vera vita a cui la Chiesa deve attingere, una vita che spinge la Chiesa alla remissione dei peccati, che è il gesto stesso di Dio.
e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo.
Questo è il secondo dono pasquale: lo Spirito Santo, promesso come Consolatore e Spirito che li introduce nella pienezza della verità. Lo Spirito è il dono del Cristo, viene dal «soffio» del Cristo Risorto; in ebraico (ruah) il termine «spirito» e «soffio» coincidono, ricorda Gv 19,30.
Ai discepoli resta accogliere questo dono. Già dall’alto della Croce l’ha donato, ma non è stato accolto. Ora lo ridona e l’Evangelista ci permette di accogliere il dono dello Spirito Santo nella contemplazione delle ferite d’amore del Crocifisso Risorto.
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.
Il dono dello Spirito si realizza in modo concreto. Esso si manifesta nel perdono dei peccati. Un potere che appartiene a Dio e l’uomo vive di perdono: “non sette volte ma settanta volte sette” (Mt 18,22). E sarà il perdono che ci tirerà fuori dalle paure, dalla fossa di morte ed è nella relazione che il perdono si rivelerà come luogo di un amore più profondo.
Il versetto parla anche di “rimettere” i peccati, tradotto qui con “perdonare”. Per capire il versetto, bisogna risalire all’ultima cena: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28) realizzato sulla croce in riscatto per molti (Mc 10,45), per cui i credenti possono ben dire di essere stati acquistati da Dio, «sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro” sono “stati riscattati dal vano modo di vivere … ma con il prezioso sangue di Cristo» (1Pt 1,18-19). «Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,2).
Ora l’Evangelista riprende la stessa missione di Gesù: misericordia e perdono costituiscono ciò che la chiesa è invitata a compiere. La parola di Gesù sul potere di rimettere i peccati accompagna il gesto col quale egli mostrava le piaghe della passione. Il ministero del perdono è ogni giorno attualizzazione del sacrificio di Cristo. Qui bisogna tenere presente che Gesù non si sta rivolgendo esclusivamente al gruppo dei dodici ma a tutti i discepoli. C’è una remissione del peccato che appartiene a tutti i battezzati. Infatti, questi, in quanto acquistati da Dio, esercitano il perdono tra di loro. Per capire, qui viene utilizzato il verbo è “affiemi” che significa “lasciare”, “abbandonare”. Il battezzato deve aiutare l’altro a lasciare, a abbandonare la loro condizione di peccato per introdurli nel cammino della vita. In questo modo si recupera il fratello. Diversamente la responsabilità ricade sui discepoli e spezzano la comunione con Dio.
v. 24: Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Ancora un’apparizione del Risorto, la terza, incentrata su Tommaso. La prima volta incontriamo questo personaggio al capitolo 11, nella preparazione del segno di Betania, la rianimazione dell’amico Lazzaro.
Il versetto indica che Tommaso, all’apparizione ai discepoli, era assente. Tommaso è chiamato Didimo che significa “gemello”. Didimo è la traduzione greca della parola aramaica «Tôma’» quindi, è lo stesso nome di Tommaso.
Ma se l’Evangelista ha voluto inserirlo, ci sarà una motivazione che ritroviamo nello stesso Vangelo: Gv 11,16; 14,5, versetti che ci permettono di vedere una certa instabilità in Tommaso, una certa doppiezza e la doppiezza indica il dubbio e il suo bivio che condurrà a una scelta.
Di Tommaso, in questo versetto, si dice che non era coi dodici, senza darne motivo, forse perché non condivideva la paura degli altri.
v. 25: Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
I discepoli annunciano a Tommaso l’incontro con il Signore e usano la stessa frase che aveva detto Maria di Màgdala. Anche loro, fatta l’esperienza, la comunicano.
Tra l’annuncio degli altri discepoli e Tommaso ci sta una separazione, una distinzione. Tommaso pone la necessità di vedere. Siamo davanti alla prima testimonianza ecclesiale e al suo primo insuccesso: Tommaso non crede. La frase di Tommaso riprende quella che Gesù aveva detto al funzionario regio: «Se non vedete segni e prodigi voi non credete» (Gv 4,48).
Adesso Tommaso fa memoria di quella parola e la applica: vuole vedere i segni delle trafitture di Gesù, cioè i segni della sua passione. La sua non è curiosità, ma vuole vagliare la sua fede, vuole farne verifica e l’Evangelista ci permette di verificare la fede nelle piaghe di Gesù, nei segni della sua passione.
vv. 26-27: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».
Il rituale è lo stesso della prima apparizione. È importante quel numero otto; al sei insistente del periodo precedente, adesso subentra l’otto della pienezza, della totalità, del giorno senza tramonto.
“Otto giorni dopo” indica la domenica seguente, il giorno dell’Eucarestia, il giorno del Signore Risorto. Giovanni indica questo giorno dando fondamento liturgico alla domenica, al giorno del Signore, giorno in cui i cristiani incontrano il Signore riunendosi in assemblea liturgica: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono là in mezzo a loro” (Mt 18,20).
Gesù torna nuovamente, torna ogni volta che celebriamo l’Eucarestia, ogni volta che i fratelli si riuniscono lui è in mezzo a loro donando la sua Pace.
Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
Gesù senza attendere risposte và da Tommaso e gli fa constatare la sua identità, calma le sue apprensioni e lo invita a non comportarsi da incredulo. Lo chiama ad approfondire la sua fede di prima, a rafforzarla, a farla crescere. Egli non deve limitarsi alla fede nel Messia, deve credere al Figlio dell'uomo glorificato nella sua morte.
I verbi che accompagnano le parole di Gesù sono “metti” e “tendi”. Al sepolcro con la Maddalena Gesù non volle essere toccato, qui invita a toccare. Due persone diverse, due stili diversi. Ad ognuno il Signore si rapporta in maniera diversa ma ad ogni Tommaso di ogni epoca invita ad agire da vero credente!
Gesù invita Tommaso a diventare credente. Il testo greco non usa il verbo “essere” ma il verbo “diventare” nella forma di imperativo presente che indica qualcosa di continuativo quasi a dire: “non diventare incredulo, ma diventa credente” (cf. Sal 1: “le due vie”. Cf. anche Mt 7,24-27).
Diventare credente alla luce della Pasqua significa che le piaghe del mondo, la sofferenza del mondo non sono il segno di un Cristo sconfitto, ma sono il segno di un Cristo glorioso, perché Cristo ha fatto della sua morte il segno della sua risurrezione.
vv. 28-29: Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
All’invito di Gesù, Tommaso sa solo dire “mio Signore e mio Dio”: è la sua professione di fede che pone fine a una fede per sentito dire. In nessun punto del Vangelo Giovanneo c'è una professione di fede così decisa e chiara. Tommaso è l’apostolo che ha formulato la fede più matura. È l’unica volta in cui Gesù viene riconosciuto sia Signore che Dio. In greco i due termini: “Signore” e “Dio” sono entrambi preceduti dall’articolo determinativo che ne indica per l’apostolo l’esclusività. Non è semplicemente la formula astratta: “Tu sei Dio”, ma “Tu sei il mio Dio”. È un coinvolgimento personale, di adesione totale.
Per due volte Tommaso ripete l'aggettivo “mio”, che cambia tutto, che viene dal Cantico dei Cantici: «Il mio amato è per me e io per lui» (6,3), che non indica possesso geloso, ma ciò che mi ha rubato il cuore; designa ciò che mi fa vivere, la parte migliore di me, le cose care che fanno la mia identità e la mia gioia. “Mio”, come lo è il cuore. E, senza, non sarei. “Mio”, come lo è il respiro. E, senza, non vivrei.
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Il verbo vedere ha un rilievo particolare nel racconto giovanneo dell’incontro del Cristo con i discepoli la sera di Pasqua. L’evangelista Giovanni usa due verbi greci diversi per indicare questa “visione”, ideìn e horàn. Si va da un vedere esteriore a un vedere più intimo che conduce alla fede. Anzi, come dice oggi il Risorto, allora non sarà più necessario il vedere diretto perché la comunione avverrà su un altro canale di conoscenza, sarà la visione in un senso perfetto e pieno. A Tommaso Gesù concede la possibilità di una percezione diretta della sua nuova presenza in mezzo a noi.
Il versetto termina con una beatitudine, che non riguarda Tommaso, ma i discepoli futuri: l'evangelista si rivolge alla comunità già lontana dalle origini. La comunità non deve rimpiangere il fatto di non aver vissuto al tempo di Gesù. Anche se il suo modo di accesso alla fede non è lo stesso, sono beati coloro che nel corso dei tempi avranno creduto senza vedere. La fede, infatti, si fonderà sulla testimonianza dei primi discepoli sull’opera di Gesù compresa la sua morte e risurrezione (cf. 15,26s).
vv. 30-31: Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Gli ultimi versetti sono la prima conclusione del Vangelo di Giovanni. L’altra conclusione abbraccia i vv. 24-25 del capitolo successivo.
L’Evangelista fa capire di aver fatto una cernita dei segni che Gesù fece. Forse non ha voluto dire tutto sulla vita di Gesù ma certamente sviluppare una fede intelligente.
Cosa sono i segni di cui parla? “Segno” è una parola che il Vangelo di Giovanni preferisce usare per indicare quelli che nei Vangeli sinottici sono i miracoli. Caratteristica del “segno” è il mettere in movimento non solo i sensi ma anche l’intelligenza per capire quanto si vede.
Il lettore del Vangelo di Giovanni viene qui provocato perché la sua fede diventi matura. Infatti, Giovanni stesso dice la motivazione per cui ha scritto il Vangelo: “io scrivo perché crediate”. E cosa dobbiamo credere? “che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. E credendo in Lui, che è il Verbo rivelatore del Padre, abbiamo la vita stessa di Dio, che è amore, comunione eterna. Ora questa vita l’abbiamo nel suo nome perché amando Gesù già vive in noi, come noi da sempre viviamo in Lui perché amati dall’eternità.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quanti dubbi, doppiezze e incertezze ci sono dentro di me?
Trovo dentro di me quella pace che solo Gesù Risorto sa donarmi o continuo a scontrarmi quotidianamente con i miei limiti e con le cattiverie del mio prossimo?
Riesco a credere che Cristo è vivente nella sua Chiesa?
Gesù mi chiede di diventare credente non incredulo, quale percorso faccio?
Mi sento amato da Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».
 
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.
 
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d'angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo! (Sal 117).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Proviamo a immergerci nell'esperienza di Tommaso, ripercorrendone le tappe: dall'incredulità che segna anche la nostra vita, a un'adesione di fede sempre più limpida e forte, che pure desideriamo. 
Proviamo anche noi a diventare “gemelli” non nel dubbio ma nella fede in Gesù!
 
 
 

martedì 31 marzo 2026

LECTIO: PASQUA DI RISURREZIONE (Anno A)

Lectio divina su Gv 20,1-9

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3 Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7 e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Il cap. 20 del vangelo di Giovanni è l’ultimo del vangelo giovanneo, anche se segue un nuovo capitolo aggiunto da una redazione diversa: il cap. 21.
Il capitolo andrebbe letto per esteso. Gv 20 si articola in quattro episodi, che compongono la struttura interna del brano: Maria Maddalena e i due discepoli al sepolcro (vv. 1-10); l’apparizione a Maria Maddalena (vv. 11-18); l’apparizione ai discepoli (vv. 19-23); l’apparizione ai discepoli in presenza di Tommaso (vv. 24-29).
Il capitolo, poi, si conclude con una breve appendice (20,30-31) con la quale l'Evangelista ci informa sia delle modalità con cui il vangelo è stato scritto che delle sue finalità.
Mettendo in sinossi i 4 Vangeli (Gv 20,1-9; Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-12), possiamo notare che nessuno dei quattro Evangelisti descrive il fatto in sé della risurrezione perché nessuno vi assistette personalmente. Comunque, i Vangeli e 1Cor 15,4-7 rendono testimonianza al fatto della risurrezione, affermando che la domenica mattina la tomba fu trovata vuota e che il Cristo, risorto, apparve ai suoi discepoli.
I racconti pasquali contengono un grande movimento attorno all'evento risurrezione. La scoperta del sepolcro vuoto e dell’incontro con il Risorto, la varietà dei personaggi implicati e dei percorsi con cui arrivano a credere.
Questo movimento serve al nostro credo, per illustrare le nostre condizioni di accesso alla fede pasquale.
Dopo la risurrezione gli apostoli cominciano a comprendere, anche se in maniera confusa, ciò che le Scritture avevano profetizzato intorno al Cristo e ciò che Gesù stesso aveva loro detto di sé.
In questi nove versetti, ognuno potrà scoprire che per l’evangelista Giovanni, il Risorto è colui che è stato crocifisso. La tomba è vuota ed è iniziata la corsa della fede per poterlo incontrare: chi ama capisce!
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: Il primo giorno della settimana.
Nel contesto pasquale l’espressione “il primo giorno” suggerisce l’inizio di un “giorno nuovo” per il mondo.
Ci sta un chiaro richiamo a quel "principio", a quel "primo giorno" della creazione quando si apre l'atto creativo di Dio: la luce (Gen 1,3).
L’espressione "primo giorno" volge l’attenzione al giorno del Signore in cui le comunità cristiane si riunivano per celebrare la Cena del Signore e la sua Risurrezione, come ci ricorda At 20,7.
La risurrezione di Gesù costituisce l'inizio di una nuova "settimana" creativa (primo giorno), da cui defluisce una nuova luce, quella del Cristo risorto, che illumina nuovamente la creazione e l'intera storia dell'uomo orientandole verso Dio.
Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio.
Giovanni modifica la nota dei sinottici sull’ora: non dopo l’alba (come Marco) né all’aurora (come Luca), ma quando la notte non è ancora terminata. Il greco usa qui il termine “skotìa” (la tenebra), tipico del linguaggio giovanneo. Giovanni concentra la sua attenzione su Maria di Magdala, precisando che ella si recò al sepolcro mentre era ancora buio, lasciando intendere la portata simbolica della tenebra (cf. Is 42,7), ma anche il suo vivo desiderio di ritrovarsi accanto al suo amato Maestro.
Il mattino di Pasqua si presenta come un mattino pieno di incertezze: «era ancora buio». Questo buio lo possiamo mettere in rapporto con la notte nel Vangelo di Giovanni. Nel prologo troviamo tenebre e luce. La Parola tanto annunciata non è chiara. Solo una donna ha la percezione del mattino, intravede la luce prima ancora che si faccia luce, intravede la luce di Pasqua.
Nel Vangelo di Giovanni, il tema della luce è importante. Maria di Magdala coglie nella sua vita la Luce e la vive. Questo particolare le fa vincere le tenebre. La Parola le fa precedere l'aurora.
A volte, il legame con il Signore è un legame al buio, nel quale la sua presenza è una presenza assente. La fede è vivere questo legame personale con il Signore anche al buio.
Non esiste la rassegnazione, esiste una Parola di vita, di Luce che rischiara le tenebre (Sal 17,29). C'è l'ansia dell'incontro, la stessa ansia che vivono due innamorati quando si danno appuntamento. Quest’ansia precede il mattino di Pasqua.
vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Gli Evangelisti sono concordi nel far notare, anche se ciascuno in modo proprio, il “segno” della pietra rimossa.
Questa parte di versetto, ha il suo movimento raccolto in due verbi: “vedere” e “togliere”, due verbi che ci richiamano alle prime pagine del Vangelo, un richiamo al precursore di Cristo.
Il verbo “vedere” nel testo greco è tradotto con “scorgere” (blèpein - blepo), verbo che ritroviamo con il Battista quando “scorge” Gesù (Gv 1,29). Questo è un verbo che non ci permette di andare oltre. Descrive una fede che non è pronta a comprendere quanto sta davanti al mistero. Infatti, era ancora buio.
L'altro verbo usato è “togliere” che ci rimanda a Gv 1,29: «l'Agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo» indicato dal Battista.
Forse l'Evangelista vuole richiamare il fatto che questa pietra “tolta”, sbalzata via dal sepolcro è il segno materiale che la morte e il peccato sono stati “tolti” dalla resurrezione. Un segno che fa riflettere. La pietra tolta non presenta più la prova che ci inchioda nella colpevolezza. Non ci sta prova del nostro misfatto, ma una nuova speranza, una nuova certezza racchiusa nel Risorto.
Anche questo verbo ha lo stesso significato del precedente, ma con un invito a leggere in quella pietra tolta l'intervento di Dio, un intervento talmente potente che non si esaurisce nell'istante in cui si compie, ma perdura nel tempo, cioè sempre.
v. 2: Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo.
L’indicazione di due uomini per testimoniare la verità del sepolcro vuoto risponde alle esigenze del diritto ebraico, secondo il quale per la validità di una testimonianza devono essere almeno due i testimoni oculari (Dt 19,15; Mt 18,16; 2Cor 13,1ss). Qui inizia la corsa dell’amore, la corsa della fede, una fede confusa ma una fede avvolta dall’Amore.
Nei gesti di Maria, che corre da Simon Pietro e da Giovanni e riferisce ciò che ha visto, si coglie come lo smarrimento di coloro a cui viene a mancare il rapporto con il Signore sia una condizione da vivere nella chiesa. Coloro, infatti, la cui vita è spesso una vita al buio devono poter sentire la necessità di condividere con la chiesa la vicenda della loro fede. Il plurale utilizzato incarna tutta la vicenda della chiesa dei poveri, di una chiesa che cammina al buio, che ha perso di vista il Signore, ma non ha perso di vista il legame con Lui.
La chiesa di Pietro, la chiesa di Giovanni non è la chiesa che si è alzata di buon mattino, non è la chiesa dei poveri, che si incarna in Maria di Magdala, è una chiesa animata dalla fede nel momento in cui prende atto della risurrezione.
quello che Gesù amava.
Se la tradizione identifica questo discepolo con Giovanni, egli rimane però nel quarto vangelo senza nome, qualificato solo dall'amore di Gesù per lui. Egli è il modello del credente che conosce l’amore di Gesù, che si lascia amare dal Signore senza scandalizzarsi della debolezza della sua passione. Per questo lo segue fin sotto la croce, senza rinnegarlo e sarà il primo a riconoscere il mistero della risurrezione.
Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!
Anche se la fede di Maria di Magdala è al buio, la sua fede in Dio, in Cristo, è viva con una profonda coscienza interiore. Per Ella Gesù, anche se morto, è il Kyrios, cioè il Dio della gloria e perciò immortale.
Quel «non sappiamo», poi, indica l'impotenza umana di fronte al mistero di Dio che esprime tutta la fragilità del sapere umano di fronte alle cose che vengono dall'Alto, che soltanto l'intelligenza di Dio, cioè il dono del suo Spirito, può rendere comprensibili.
In questo brano, Maria di Magdala è descritta come la donna “innamorata” del Cantico dei Cantici, che va in cerca del suo Diletto e, dopo varie peripezie e avventurose ricerche, finalmente lo trova e lo stringe a sé (Cf. Ct 2,8-16; 8,6-7).
v. 3: Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Solo due hanno ricevuto l’annuncio? Solo due vanno al sepolcro? Come mai solo loro due e non tutti? Perché essi sono di riferimento per la comunità che si nutre del Vangelo, che si nutre della Parola.
Pietro per la sua missione di guida e di responsabilità all’interno del gruppo. L’altro discepolo, invece, chiamato ad essere in un rapporto di comunione stretta col Signore e a vivere del suo amore. Per loro e per tutti inizia un "movimento", inizia un cammino interiore verso la Luce.
I due si dirigono al sepolcro: un luogo di passione, un luogo di morte. Il cammino verso la Luce non è ancora aperto: c'è il buio della morte e il cammino diventa una corsa.
v. 4: Correvano insieme tutti e due.
Il giorno della risurrezione «tutti e due» corrono al sepolcro. Perché correre verso un sepolcro di cui già si sa che è vuoto? È la fretta dell’amore, un amore che riecheggia in quel momento nel proprio cuore. Al luogo della morte c’è chi corre più forte e chi corre più adagio. È il volto della Chiesa che si rivela in tutti i suoi tratti. È il popolo della Pasqua che deve entrare nel mistero e iniziare a credere in Gesù Risorto.  
C'è qui l'ansia inquieta di una chiesa nascente. In questa chiesa nascente, c'è chi corre più forte e chi corre più adagio: una chiesa che si rivela in tutti i suoi tratti, una chiesa che non si può permettere di perdere nessuno, una chiesa nella quale ci si aspetta, ma ci si aspetta per entrare e cominciare a credere al Risorto. È la corsa della fede ma è anche la corsa della comunione e non della rivalità. insieme vanno verso quel mistero che tanto li turba.
In questo mistero tutti siamo chiamati a vivere, nessuno è escluso da questo, che di fronte alla risurrezione del Signore non c’è motivo per non aspettarsi; che bisogna cominciare a credere, ma che la vera fede nasce dalla comprensione delle Scritture e che la comprensione delle Scritture è frutto della risurrezione.
Dal credere al comprendere c’è di mezzo un rapporto tra Scrittura e risurrezione che è tutto da scoprire, da cogliere e da vivere.
l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
L'altro discepolo, per il rapporto che aveva con Gesù giunge prima di Pietro al sepolcro; se ha corso più in fretta, se è arrivato per primo, deriva dal fatto che ha intuito prima il mistero della risurrezione. 
L’arrivare prima di Giovanni nei confronti di Pietro non vuol dire entrare. Non è il primo colui che entra, si entra se ci si aspetta. Non si entra se non insieme, nel cammino impegnativo, lungo, appassionante dell’incontro con il Risorto. Questo cammino non lo si vive se non insieme. D’altra parte, non vale solo l’aspettarsi, ma l’aspettarsi è funzionale a ciò che si vuole fare insieme. Non c’è un’attesa se non relativa a un camminare verso il Risorto.
v. 5: Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
L’intuire dell’altro discepolo non significa comprendere pienamente il mistero. Infatti, il verbo vedere usato qui è lo stesso del v. 1, un vedere imperfetto, nel senso fisico.
Un particolare che viene tralasciato, ma è evidente. In quei teli o lini, c’erano cento libbre di profumo, cioè 33 chili di profumo. In quei lini si sente il profumo, cioè la presenza che era su quel corpo. Quindi la cosa che vede è che il sepolcro non è più il luogo della morte, ma del profumo, della comunione, delle nozze. E si ferma fuori, non entra nel mistero ma attende la Guida stabilita da Dio, perché è meglio scoprire il vuoto insieme.
vv. 6-7: Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
L’Evangelista descrive l’arrivo di Simon Pietro. Egli è uno che osserva. Infatti, il verbo usato è diverso per quello usato per Maria di Magdala e Giovanni. Per loro, infatti, viene usato “blepei”, cioè vedono con uno sguardo imperfetto che non sa andare oltre le apparenze fisiche, Pietro, invece, vede in modo più attento e più riflessivo (“zeorei”). Egli trova tutto in ordine, tranne l’assenza del corpo di Gesù. Questo è il primo segno di Pasqua: il sepolcro vuoto, un corpo assente. Alla morte manca un corpo. Ecco la Pasqua: solleva dall’ombra di morte per far sprigionare il profumo di Cristo, il profumo della vita.
Pietro contempla tutto questo, con stupore. L’Evangelista però di Simon Pietro non dice che credette.
v. 8: entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Finalmente, l'altro discepolo può entrare nel mistero. Ci sta uno sviluppo spirituale del “vedere”: da un semplice vedere a un contemplare il mistero (theorein per Pietro; blepein per Maria di Magdala e l'altro discepolo; idein). Il suo è un vedere spirituale. Questo è il vero e proprio sguardo della fede, che va oltre alle apparenze e che sgorga da un'attenta riflessione che apre alla comprensione del mistero.
Per il quarto Evangelista, tuttavia, il binomio “vedere” e “credere” è molto significativo ed è riferito esclusivamente alla fede nella resurrezione del Signore (Cf. 20,29), perché era impossibile credere davvero prima che il Signore fosse morto e risorto (Cf. 14,25-26; 16,12-15).
Il binomio visione – fede caratterizza tutto questo capitolo. Del discepolo viene detto: «vide e credette» (v. 8), la Maddalena riconosce il Risorto e crede (v. 16), i discepoli nel cenacolo «videro Gesù e gioirono» nella fede (v. 20), a Tommaso incredulo il Risorto richiama la beatitudine della fede per coloro che «pur non avendo visto crederanno» (v. 29).
L’Evangelista descrive “il discepolo amato” come un modello di fede che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli avvenimenti materiali (Cf. anche 21,7). Credere significa fidarsi di Dio più di quanto si abbia paura del mondo; affidare la propria vita a Dio in qualunque situazione ci si venga a trovare. Ripetere sempre di nuovo le parole del Salmo: «Nelle tue mani, Signore, affido la mia vita» (Sal 16,5).
v. 9: Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Alla vita dei discepoli, manca un tassello importante: la Sacra Scrittura, che avrebbe dato loro una completa e più profonda comprensione del mistero, di cui furono inconsapevoli testimoni.
La testimonianza che la Scrittura dà della Resurrezione del Cristo è in sé stessa e per se stessa sufficiente a generare la fede. Per questo si dovrà attendere il dono dello Spirito nel giorno di Pentecoste (Gv 16,13).
Quest’accenno alla Sacra Scrittura, che i discepoli non avevano ancora compreso, sottintende che esse, anche da sole, sarebbero bastate per portarli alla fede: forse l’Evangelista, senza voler biasimare i due, sta già preparando l’affermazione di Gesù secondo cui sono «beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Cf. v. 29).
Anche per coloro che avevano vissuto accanto a Gesù è stato difficile credere in Lui e per loro, come per noi, l'unica porta che ci permette di varcare la soglia della fede autentica è la conoscenza della Scrittura (Cf. Lc 24,26-27; 1Cor 15,34; At 2,27-31) alla luce dei fatti della resurrezione.
Ora conoscere la Sacra Scrittura significa amare il Signore, perché solamente amandolo possiamo capire, dopo la Risurrezione, la Sacra Scrittura, perché se Cristo non è risorto a niente serve la Sacra Scrittura e tutto finisce nella morte.
Nel Vangelo di Giovanni questo risuona come un ritornello: tutte le Scritture parlano di Gesù e il punto di arrivo e la sua Risurrezione che rende comprensibile tutto (Cf. Gv 5,31-47). Ciò vuol dire, che tutti abbiamo la chiave per comprendere tutte le Scritture alla luce di Gesù risorto, che ci ha amato così e se lo amassimo, anche noi lo capiremo. Occorre che usciamo dal nostro sepolcro per comprendere la Sacra Scrittura e incontrare il Risorto. Egli ci coinvolge nella sua Pasqua. Quindi, diamo la nostra risposta personale, la nostra conformazione a Cristo Risorto.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Come la Maddalena, davanti alla tomba, piango semplicemente perché tutto è finito?
Come vivo il legame con il Signore: in piena luce o nel buio?
Anch’io corro verso la tomba di Gesù o son rimasto nella mia?
Sono qualificato dall'amore di Gesù o dal mio dire "sono cristiano/a"?
Sono ancora tra coloro che non comprendono la Sacra Scrittura?
La resurrezione riguarda solo Gesù o è veramente il fondamento della mia fede?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
 
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
 
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi. (Sal 117).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Cristo è risorto, è vivo! Egli non è rimasto prigioniero della morte, non è più avvolto nel sudario, e dunque non si può rinchiuderlo in una bella storia da raccontare, non si può fare di Lui un eroe del passato o pensarlo come una statua sistemata nella sala di un museo! Al contrario, bisogna cercarlo e per questo non possiamo stare fermi. Dobbiamo metterci in movimento, uscire per cercarlo: cercarlo nella vita, cercarlo nel volto dei fratelli, cercarlo nel quotidiano, cercarlo ovunque tranne che in quel sepolcro (Papa Francesco).