Il cap. 5 del Vangelo di Matteo inizia con un lungo discorso della montagna che termina al cap. 7. Una sezione più letta e commentata. Sant’Agostino vi leggeva qui un “riassunto di tutto il Vangelo”, altri la “Magna Charta del Cristianesimo”. Non è certamente casuale che il discorso della montagna cominci proprio con le Beatitudini: esse rappresentano come l’atrio di tutto il discorso: lo aprono e ne determinano in qualche modo tutto il tono, lo spirito.
Il Vangelo di Matteo si struttura su cinque discorsi e in questo discorso si propone quella che è la catechesi battesimale della chiesa primitiva. Essa presenta chi sono i figli di Dio, il battesimo, la nascita alla vita nuova. Si apre con le beatitudini e continua con tutto il discorso della montagna.
Il monte è il luogo della rivelazione, sia per la trasfigurazione gloriosa di Gesù, sia per la sua parola; il monte ha inoltre un significato più specifico: esso vuol ricordarci il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza. Matteo propone Gesù come il nuovo Mosè e la sua parola è parola di vita, è legge nuova (“ma io vi dico”) che non abolisce l’antica ma la porta a compimento. Tutto il grande Discorso della Montagna traccia la via del discepolo sulle orme del Regno.
Le Beatitudini ne costituiscono il punto di partenza sorprendente, "scandaloso", ma anche consolante. Mentre noi ci chiediamo cosa dobbiamo fare, Gesù ci mostra in primo luogo ciò che fa Dio, ci invita ad aprire gli occhi, per contemplare il Regno dei cieli in arrivo e lasciarci sorprendere dalla sua venuta.
Possiamo leggere le beatitudini come impegni che ci sono chiesti, ma innanzitutto come elementi del ritratto spirituale di Gesù Cristo, di Gesù di Nazareth. È una lettura antica nella tradizione cristiana, perché risale perlomeno a Origene che dice: “Le beatitudini sono immagine di Gesù, altrettante icone della figura spirituale di Gesù”. Quindi, se uno vuole capire chi è Gesù può leggere tutto il Vangelo, può guardare il suo volto a partire da queste prospettive; quello che Gesù è stato, viene comunicato al credente perché a sua volta lo viva egli stesso. Dio ha preso l'iniziativa di instaurare il suo Regno: prima di agire, siamo chiamati ad accoglierlo.
Quindi le beatitudini non sono da prendere come un obbligo, un dovere, ma è un modo di essere. Poi diventerà il modo di agire.
vv. 1-2: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
Questo incipit racchiuso in due versetti, sono un’introduzione, un prologo molto solenne, da momento fatidico, fa capire che si sta per pronunciare un insegnamento fondamentale. Essi introducono il discorso delle beatitudini riallacciandosi ai fatti precedenti, in cui si parla delle folle che accorrevano a Gesù da tutte le regioni circostanti la Galilea. La folla rappresenta l’intero Israele (Mt 4,25) mentre i discepoli sono coloro che per primi si mettono in ascolto della Parola. L'accenno alle folle all'inizio (Mt 5,1) e al termine (Mt 7,28-29) del discorso fa da cornice all'insegnamento impartito da Gesù a Israele. Ciò vuole indicare una moltitudine potenziale dei discepoli, ai quali la chiesa è mandata in missione a portare l'insegnamento di Gesù (cf. Mt 28,19-29). Infatti, l’insegnamento del discorso non è inteso solo per il ristretto gruppo dei discepoli, che in ogni caso non sono necessariamente i «dodici apostoli».
Il luogo delle beatitudini matteane è il monte accompagnato da un articolo, quindi un monte preciso in Galilea, da identificare con qualche altura nella regione collinosa intorno a Cafarnao (cf. anche 14,23; 15,29); il monte è l’altura da cui scende la Parola divina. Il monte delle beatitudini è l'eco e la pienezza del monte Sinai; il monte è il luogo della rivelazione divina (cf. Es 3,1ss; 19,1ss; 1Re 18,20ss; 19,1ss; Mt 4,8-10; 15,29-39 17,1-9; 26,30-35; 28,16). Il monte è quanto Gesù realizzerà sul Golgota ove Gesù dirà: tutto è finito, tutto è compiuto. Da quel luogo Gesù si mostra a tutti con il suo parlare e insegnare. Esso ha una valenza più teologica che topografica come fa Luca.
Su questo monte Gesù si siede. È la posizione del maestro e la sua parola ha un timbro autorevole. Gesù, il Maestro, sta seduto, insegna su questo monte e i discepoli si avvicinano a Lui. Essi sono i destinatari immediati (senza dimenticare le folle menzionate in Mt 7,28).
Il verbo «insegnare» (edidasken) in Matteo è usato esclusivamente in questo discorso e in Mt 7,29. Il discorso si presenta sapienziale e rinvia al Sal 77,2 (cf. At 8,35; 10,34); è un insegnamento, termine tecnico per indicare che Gesù è l'interprete autorizzato della Parola di Dio contenuta nelle sacre scritture dell'Antico Testamento.
v. 3: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Inizia l’elenco dei «Beati», in greco makárioi e si ripete nove volte fino al v. 11. Pensiamo a questa prima beatitudine come atteggiamento fondamentale per accogliere il Regno. C’è in questo versetto un esempio di come rapportarsi con Dio. Ce lo fa comprendere meglio la Bibbia interconfessionale: “Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio”, indicando così coloro che nella vita hanno imparato a contare solo su Dio.
Abbiamo qui un rimando ad un pensiero paolino: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,5-7).
Nel greco profano ptochós indica soltanto l’indigenza materiale; in quello biblico ptôchoi traduce il più delle volte l’ebraico ‘anawim. Questi sono soprattutto coloro che sono privi (o sono stati privati) di sicurezza sociale e materiale, sono gli oppressi, i sottomessi, quelli che non contano. Gli anawim si fidano del Signore, sanno di dipendere interamente da Lui.
Possiamo definire ptôchoi l’atteggiamento della fede che non è un fare qualche cosa, ma è la disponibilità a ricevere qualche cosa; è un mettere come primato della propria vita l’iniziativa di Dio e non le nostre capacità; non è l’affermazione di noi stessi, nemmeno come affermazione spirituale, ma è invece la disponibilità a ricevere la grazia e il dono di Dio.
Il regno dei cieli: si riferisce al governo e alla sovranità di Dio. Questo regno dei cieli è già presente in coloro che vivono già questa beatitudine, infatti, il verbo essere è messo al presente: “di essi è il regno dei Cieli”.
La concezione del Regno dei cieli nel Vangelo è sempre presente, domina in quanto Gesù stesso è il Regno di Dio (o dei cieli) in persona che si fa dono e promessa.
v. 4: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Il verbo (al participio) indica chi piange, geme, si lamenta, chi dunque è nella sofferenza e nello sconforto. Lo sfondo di questo versetto è Is 61,2-3, dove la missione del profeta è quella di confortare tutti coloro che piangono in Sion, coloro che si affliggono perché il Regno di Dio non è ancora instaurato, quelli che, come Gesù che piange su Gerusalemme (cf. Lc 19,41), piangono perché il mondo, sordo agli inviti di pace da parte di Dio, va verso la rovina. I piangenti, sono coloro che soffrono per gli ostacoli posti dal mondo all'adempimento della volontà divina di salvezza (cf. Lc 4,16-22; Is 61,1-6); quindi un atteggiamento che l’uomo stesso sceglie davanti alla realtà della società e del mondo, dove Cristo, Dio, la giustizia di Dio e l’amore che viene da Cristo fanno la figura dei grandi assenti. Non è possibile per il discepolo gioire quando ci sono ingiustizie, oppressioni, falsità e ipocrisie e quando sembra che Dio sia escluso dalla convivenza umana e dai valori che la costruiscono. A questi Gesù promette consolazione (cf. Lc 2,25), anzi Egli stesso asciugherà le loro lacrime (cf. Ap 7,17, che cita Is 25,8; Ap 21,4). La consolazione Dio è pronto a concederla anche a tutti coloro che sono afflitti o soffrono a causa di colpe personali. La consolazione indica l’intervento salvifico di Dio, come troviamo nel Deutero e nel Trito Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (Is 40,1) e questa consolazione il profeta è chiamato a portarla a «tutti gli afflitti» (Is 61,2-3). Portare la consolazione fa parte oggi della missione di tutta la chiesa (cf. Col 1,4s): rendere felici gli afflitti. Il verbo al futuro indica che tale consolazione non è garantita nell’immediato, ma è una promessa che bisogna attendere con fede.
v. 5: Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Questa terza beatitudine “hoi dè praeis [ebraico: wa‘anawim] erediteranno la terra” ha una traduzione che oscilla in “povero”, “gentile”, “umile”, “non violento” (quindi mite). Troviamo in questa espressione il contrario di chi ha la mentalità vincente: non aggredisce, non vuole dominare, non fa uso della forza per imporsi, non sopraffà nessuno, non fa giustizia da sé, ma lasciano a Dio la loro causa. Gesù stesso si attribuisce questa attitudine: «imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
Questa beatitudine è presa dai Salmi: «I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande prosperità [pace]» (Sal 37,11).
Ereditare, possedere la terra a differenza dell’Antico Testamento che riferiva alla terra promessa in senso materiale, trova qui un senso metaforico-escatologico, sempre connesso con il Regno dei Cieli: è la terra in cui ci sarà la piena giustizia un nuovo modo di vivere, nella fraternità, da abitare senza violenza, in mitezza, in pace e ospitalità reciproca secondo lo spirito di Dio. Questo è l'unico modo per possederla con sicurezza e frutto, nella pace. Il violento non possiede davvero la terra, perché la sua minaccia ritorna su di lui e gli nega la sicurezza. I miti non solo possono "ereditare" la terra, starvi sicuri senza far violenza, ma sono i soli in grado di trasmettere a loro volta in eredità la terra ricevuta. Gesù non fa altro che annunciare e inaugurare tutto questo.
v. 6: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
La fame e la sete, nella Bibbia (Is 55,1-2; Sal 42,2-3), indicano un desiderio ardente dei doni di Dio e di Lui stesso, la nostalgia di Lui, il saziarsi e dissetarsi di Lui. I due verbi in senso metaforico possono esprimere un forte desiderio di Dio e della sua Parola: «l'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente...» (Sal 42,3); «O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua» (Sal 63,2); «Ecco verranno giorni -dice il Signore - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore» (Am 8,11).
Il Salmista descrive (Sal 107,5.8-9) come Dio abbia soddisfatto la fame e la sete degli Israeliti. Matteo ha ampliato la fonte Q (Lc 6,21) aggiungendo la «sete» (in conformità al Salmo 107) e «della giustizia» (per chiarire la natura della fame e della sete).
La giustizia si riferisce in primo luogo alla giustizia di Dio, ma anche ai rapporti umani e alla condotta. In un contesto apocalittico la giustizia si riferisce alla rivendicazione dei giusti nel giudizio finale.
Nel Discorso della Montagna fare la giustizia - fare la volontà del Padre (Mt 7,21) - fare queste mie parole (Mt 7,24), designano la stessa realtà, cioè l'agire umano necessario per entrare nel Regno dei cieli. Tale agire deve seguire le norme giuste (fare la giustizia), che sono determinate da Dio (fare la volontà del Padre) e che vengono autorevolmente comunicate da Gesù (fare queste mie parole). L'ultimo passo del Discorso della Montagna in cui si parla di «giustizia» è Mt 6,33: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta»: si oppone alla ricerca ansiosa del cibo, della bevanda e del vestito, la preoccupazione necessaria ed essenziale: il Regno di Dio! Il Regno di Dio dev’essere il bene più alto, mentre il giusto agire (la giustizia) costituisce la condizione indispensabile per l'ingresso in quel Regno.
v. 7: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Questa beatitudine sembra, dicono gli esperti, che sia una aggiunta propria di Matteo che parla di una misericordia che non si limita alla sfera materiale, ma implica anche la prontezza a essere indulgenti verso i peccatori e a condonare le offese (cf. Mt 12,7 dove Gesù si richiama alla misericordia citando Os 6,6; Mt 18,22-35, parabola del servo spietato).
Sfogliando le pagine dell’Antico Testamento, i vocaboli che traducono dall’ebraico l’espressione “misericordia” sono sette (Hesed, Hemet, Rahanim, Hanan, Hamal, Hus, Hen) ricorrendo per le pagine veterotestamentarie per 213 volte. Essi esprimono la vera identità di Dio.
I misericordiosi in greco fa “hoi eleèmones”, cioè coloro che imitando Dio sanno comprendere e perdonare il prossimo secondo l'impegno evangelico che ripetiamo con la preghiera del Padre nostro (cf. Mt 6,11-12.14-15). Lo sfondo è Prov 14,21; 17,5 (LXX), dove la «benedizione» è il premio per la gentilezza mostrata ai poveri. L’evangelista Luca riporta un sinonimo dell’aggettivo “misericordioso” (oiktìrmones cf. Lc 6,36), che sottolinea di più il sentimento di compassione, pietà (cf. Os 1,7: Dio è il misericordioso); il nostro invece include maggiormente un significato attivo, di esercizio anche esteriore di cura e amore.
Questa “misericordia” attribuita a Dio comprende il perdono delle mancanze, il perdono dei peccati, che a sua volta desidera – Dio - di vedere la misericordia praticata dagli uomini.
v. 8: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Nella Bibbia il cuore non è solo il “luogo” dei sentimenti, ma indica le decisioni, la vita. Lì ognuno ritrova se stesso e la propria identità, lì ogni persona decide di sé, del suo rapporto con gli altri, col mondo e con Dio. Il cuore buono rende buono tutto l'uomo, il cuore cattivo lo rende cattivo.
L'espressione «cuore puro» non è né un riferimento alla purità sessuale-rituale né alla sincerità, ma caratterizza le persone oneste la cui integrità morale si estende al loro essere interiore e le cui azioni sono coerenti con le intenzioni.
La purezza di cuore è la purezza interiore con cui la persona prende delle decisioni che sono corrette e non falsate dal suo interesse o dal suo capriccio o dalla sua superficialità. Ciò che corrompe e rende impuri, non sono le cose materiali, ma il peccato; non è ciò che viene a contatto con l'uomo dal di fuori, ma ciò che dall'interno determina i comportamenti personali di ciascuno. «Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo», perché gli entra nello stomaco, non nell'anima. «Ciò che esce dall'uomo, questo contamina l'uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo» (Mc 7,18.20-22).
Dalla dimensione interiore e spirituale dell'uomo, dalla sua anima e dal suo cuore derivano i desideri e le azioni buone o cattive. Se sono cattive corrompono tutto l'uomo: infatti è cattivo all'interno, dove ha pensato e desiderato il male; ed è cattivo all'esterno, dove si comporta male e fa male agli altri. Così il cuore, centro della persona, qualifica in senso positivo o negativo tutta la persona.
v. 9: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Insieme con quella dei misericordiosi, questa è l’unica beatitudine che non dice tanto come bisogna “essere” (poveri, afflitti, miti, puri di cuore), quanto cosa si deve “fare”: adoperarsi per la pace.
Il termine proviene dall'Antico Testamento (Is 27,5) e in greco significa “coloro che lavorano per la pace”, che “fanno pace”. Non tanto, però, nel senso che si riconciliano con i propri nemici, quanto nel senso che aiutano i nemici a riconciliarsi. “Si tratta di persone che amano molto la pace, tanto da non temere di compromettere la propria pace personale intervenendo nei conflitti al fine di procurare la pace tra quanti sono divisi” (Jacques Dupont). Questi non sono gli amanti del quieto vivere, ma gli attivi operatori di pace, che agiscono come Dio stesso, perché Dio è il Dio della pace (Rm 16,20).
Il vero «operatore di pace» è Dio stesso. Per questo quelli che si adoperano per la pace sono chiamati «figli di Dio»: perché somigliano a Lui, Lo imitano e fanno quello che fa Lui. Per loro «un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace» (Gc 3,18; cf. Col 1,20; Ef 2,14).
v. 10: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Questo versetto si ricollega alla quarta beatitudine. I perseguitati per la giustizia sono i perseguitati per Gesù, per il nome di Gesù, per la causa del Vangelo. Pensiamo alle prime persecuzioni che si sono scatenate nei riguardi degli apostoli. Queste sono persecuzioni per causa del Vangelo. Anche la persecuzione ritornerà nel versetto seguente: sarete beati quando vi perseguiteranno per causa mia, cioè di Gesù. Infine, il ricordare il regno dei cieli, ricollega questa beatitudine con la prima, chiudendo il cerchio.
In questa persecuzione possiamo trovarci anche noi tutte quelle volte che dobbiamo sostenere la dignità di essere cristiani nell’ambiente del lavoro, tutte quelle volte che dovremmo sopportare persecuzioni meno gravi, perché annunciamo il nome di Gesù.
In Mt 10,22 leggiamo: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”; e in Mt 10,39: “Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”; e in Gv 15,18 si dice: “se il mondo vi odia sappiate che, prima che voi, ha odiato me”. Tutto quello che evidenziamo: la difficoltà, l’ostilità, difficoltà interna, ostilità esterna, insomma degli ostacoli anche grossi che arrecano sofferenza nella società ci sono perché c’è dissonanza tra il bene e il male, tra una scelta e l’opposta. Non bisogna scoraggiarsi il Signore ci fa dono dell’esperienza della sua presenza proprio in quella situazione di contraddizione.
vv. 11-12: Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
È la nona beatitudine già anticipata nell’ottava e si distacca dalle precedenti per la sua lunghezza e per l’uso della seconda persona plurale («voi»): anch’essa è giunta a Matteo dalla tradizione (cf. Lc 6,22-23), ma risale non a Gesù, bensì alla comunità di Matteo, la quale l’ha coniata a partire dalla beatitudine da lui riservata agli afflitti.
La beatitudine è rivolta a coloro che esattamente saranno insultati come Gesù sulla Croce. Degli apostoli si dice che, At 5,41, si dice che vengono ripresi, vengono condannati, oltraggiati, vengono anche presi a botte e però, quando escono dal sinedrio sono lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. È rivolta ai cristiani che soffrono persecuzione a causa della loro fede in Gesù: ad essi è riservata nei cieli una grande ricompensa, che si identifica con la piena comunione con Dio (cf. 1Pt 4,13-16) e la partecipazione alla Resurrezione di Cristo Gesù, il Figlio di Dio.
La beatitudine si chiude con l’invito all’esultanza, alla gioia: “gioite e danzate”. Nel libro dei Salmi troviamo quest’espressione che si conia bene con quest’invito: “Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di lutto in abito di gioia” (Sal 30,12). Anche Gesù danzò ed esulto nello spirito (cf. Lc 10,21-22) e la motivazione di questa danza e di questa gioia è la “ricompensa nei cieli” che non è un avere qualcosa ma un essere in Dio, essere come Lui.
Pongo a centro della mia vita Gesù, Parola eterna del Padre?
A quale di queste nove beatitudini somiglio di più?
Quale senso di vita trovo oggi nelle beatitudini?
Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza, so rinunciare alla violenza, alla rivalsa, allo spirito vendicativo?
So coltivare, in famiglia e sul posto di lavoro, uno spirito di dolcezza, di mitezza e di pace?
Quale di queste beatitudini mi invita a crescere, che mi chiede di provarci, che mi sfida a cambiare?
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. (Sal 23)
