martedì 9 giugno 2026

LECTIO: XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 9,36-10,8


Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che hai fatto di noi un regno di sacerdoti e una nazione santa, donaci di ascoltare la tua voce e di custodire la tua alleanza, per annunciare con le parole e con la vita che il tuo regno è vicino.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
9,36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! 38Pregate, dunque, il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
10,1Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.
 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Prima di arrivare al nostro brano, nel Vangelo di Matteo, la sezione che va dal cap. 8,2 al cap. 9,34 è dedicata prevalentemente al racconto di dieci azioni-miracoli compiuti da Gesù. Qui abbiamo una manifestazione messianica esercitata sulle malattie, sulla natura, sui demoni, sulla disabilità, sulla morte che in 9,35 è riassunto come sommario della sua attività missionaria e che si ripercuotono sulla chiamata dei discepoli.
Chi legge il Vangelo non può che vivere la sua fede a immagine del Maestro. Infatti, solo in Lui ha origine l’apostolato.
Questa pericope del Vangelo segna l’inizio dei cinque grandi discorsi di Gesù che formano l’ossatura del vangelo di Matteo, quello cioè che ha come tema la missione della chiesa (9,36-10,42).
Come ogni brano biblico, anche questo Vangelo liturgico, ci spinge oltre. In Esso troviamo folle disorientate paragonate a pecore senza pastore. Folle che necessitavano di qualcuno, come Mosè, guida del popolo.
Questo brano (andrebbe letto per esteso da 9,35-11,1) fa da congiunzione tra l'attività di Gesù e l'attività nostra, cioè ci fa vedere in modo molto sintetico, in poche espressioni, qual è lo stile, lo spirito di Gesù il Figlio, in modo che comprendiamo quale sarà il nostro spirito, il nostro stile nella missione.
Completa il messaggio la seconda parte della pericope domenicale con il discorso apostolico, che sarebbe da identificare con il discorso dell’inviato all'inviato, quindi non riservato espressamente agli apostoli come tali, ma ad ogni persona che è credente, ad ogni battezzato. “Nella barca della Chiesa siamo tutti equipaggio e nessuno è passeggero” (Yves Congar). Difatti noi siamo apostolici, non solo nel senso che siamo fondati sugli apostoli, ma siamo anche inviati, così come si esprime Gesù in Gv 20,19 dice: «Come il Padre ha mandato me così io mando voi».
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
9, 36: Vedendo le folle, ne sentì compassione
Lo sguardo di Gesù va oltre il semplice apparire. Qui l’Evangelista sottolinea che Gesù, alla vista delle folle, prova compassione. La compassione è quel “patire con” perché ti coinvolge nella sofferenza dell’altro. Il verbo esplanchnìsthe (“ne ebbe profonda compassione”), analogo a quello utilizzato per indicare la reazione del padre al ritorno del figlio (cf. Lc 15,20), rimanda proprio alle “viscere” (splanchna), alla dimensione profonda, emozionale che segna la relazione tra il Dio biblico e l’uomo. Questo è quanto accade in Gesù. 
Quindi, “compassione”, non pena, che spesso ritorna nel Vangelo “come un vecchio ritornello” che ha i volti della vedova di Nain, del Buon Samaritano, del lebbroso, del padre del figliol prodigo. E l’invio dei discepoli trova motivo nella stessa compassione di Gesù (cf. Mc 6,34) che poi è la stessa compassione del Padre per tutti i suoi figli. È Dio che ama tutta l’umanità, con “viscere materne”.
perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.
L’immagine veterotestamentaria del gregge senza pastore è in contrasto con quella del buon pastore. Gesù è colui che si china sull’uomo, che aiuta il popolo (cf. Mt 2,6; 11,28-30; 1Re 22,17; Ez 34,5s; Nm 27,13; 2Cr 18,16).
L’Evangelista dice che la gente è stanca e sfinita, quasi a dire che non ce la fa a vivere disorientata. Ognuno è fatto per vivere da figlio e da fratello e sente il bisogno di tale orientamento. E questo status esige che qualcuno si prenda cura del popolo di Dio. Diversamente sembra che sia «annoverato fra quelli che scendono nella fossa» (Sal 87), muore come muore una pecora senza pastore, in quanto abbandonata. Il pastore è quello che porta le pecore ai pascoli e alle sorgenti di acqua, senza pastore nel deserto la pecora muore. Allora siamo chiamati ad avere quello sguardo di Gesù verso gli altri, in quanto tutti figli di Dio.
v. 37: Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!
Se prima Gesù ha preso una immagine negativa: “le pecore senza pastore”, ora ne prende una positiva: “la messe abbondante”. Che cos’è la messe? La messe abbondante è l'immagine del grano maturo, è l’immagine di ogni battezzato. Infatti, ogni battezzato è da sempre maturo per vivere da figlio di Dio. Gesù insegna che la messe è matura da sempre. Da sempre l’uomo è maturo per vivere da figlio di Dio, perché il tempo è questo; il tempo è finito, il tempo è compiuto, è il tempo della messe.
La messe è anche un fatto escatologico con un suo valore: essere per l’altro. Essere per l’altro significa lasciarsi assimilare dalla misericordia di Dio, da Dio per essere come Lui.
Oggi più che mai, siamo chiamati ad avere verso questa nostra epoca, verso coloro che ci circondano, verso noi stessi, verso gli altri, questo atteggiamento di amore, di compassione, di tenerezza: questa è la messe.  
Purtroppo, l’Evangelista mette una nota di biasimo: gli operai sono pochi! Sono pochi coloro che conoscono la misericordia di Dio Padre.   
v. 38: Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Qui in particolare l’esortazione a pregare «il Signore della messe» perché la messe necessita di operai e la preghiera risponde al bisogno di operai. È la preghiera, esperienza profonda dell'amore di Dio per me, che mi fa scoprire amato che mi permette di amarmi e di amare come sono amato. È dalla preghiera che sgorga l’inviato. Inoltre, questa preghiera che ha il potere di mandare l'operaio.
Il verbo “mandare” nel testo greco, viene descritto con “stanare” quasi a indicare il modo di vivere che abbiamo: rintanati. Ci ritroviamo spesso rintanati nelle nostre sicurezze, nelle nostre idee, nei nostri desideri divenendovi schiavi e a questo si aggiunge quell’avidità di avere sempre più cose come se la vita fosse quella ma la vita non è possesso ma donazione.  
Qui possiamo scoprire la nostra vocazione, che non è un “fare” ma un “essere” nel nome del Figlio Unigenito scoprendone anche la sua missione che è anche la nostra: andare verso gli altri testimoniando la figliolanza divina avendo cura dell’altro, scoprendo quella compassione di Dio che è tenerezza, debolezza.
Evitiamo di interpretare questo invito della preghiera esclusivamente per le vocazioni sacerdotali e religiose. Gesù spinge sempre oltre. Infatti, qui il suo invito è un offrirci a Dio perché mandi noi come operai della sua compassione, mandi noi con mani che sanno sorreggere e accarezzare, asciugare lacrime e trasmettere forza.
10, 1: Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
Se prima Gesù istruisce i discepoli attraverso la preghiera, perché questa renda “operai”, cioè “collaboratori”, adesso si concretizza questa collaborazione col concedere potere di insegnare, scacciare gli spiriti impuri e guarire operando secondo l’esempio datoci da Gesù secondo Matteo. Ma prima di tutto Gesù li chiama a sé. Non si può andare nel mondo se prima non si è rimasti con il Signore. La missione non nasce dall'entusiasmo personale ma dalla comunione con Cristo.
Ora i dodici discepoli sono chiamati a fare come il loro Maestro. Essi sono dodici come i patriarchi e come le tribù d’Israele. Ma solo dodici discepoli dovranno vivere questo? No. Nessuno si senta escluso o deleghi altri al loro posto. La missionarietà è di tutta la Chiesa, di ogni battezzato, tutti e ognuno chiamati a prendersi cura e prendersi a cuore la vita dell’altro e in quanto chiamati alla vita, siamo chiamati a darle senso servendola. Allora, così l'uomo si rivela figlio di Dio, si rivela fratello.
vv. 2-4: I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Qui inizia la lista dei dodici discepoli che adesso vengono chiamati con l’appellativo di “apostoli” che significa “inviato”. Poi segue un elenco di nomi. Quando nella Bibbia appare un elenco di nomi, facilmente non ci dice nulla. Eppure, nell’antichità l’elenco dei nomi aveva un certo significato. Qui assume, nel caso dei dodici, qualcosa di strutturale e un rapporto personale. Se osserviamo sono nominati i singoli discepoli perché c'è un rapporto personale da parte di Gesù con ciascuno di essi.
Un altro aspetto che possiamo mettere in risalto e che questa lista è descritta a coppie. Quindi non abbiamo solo il rapporto personale con Dio ma anche il rapporto che vige tra i due: un rapporto di fraternità. «I discepoli non sono dei “battitori liberi”, dei predicatori che non sanno cedere la parola a un altro. È anzitutto la vita stessa dei discepoli ad annunciare il Vangelo: il loro saper stare insieme, il rispettarsi reciprocamente, il non voler dimostrare di essere più capace dell’altro, il concorde riferimento all’unico Maestro» (Papa Francesco).
L’elenco descritto non mostra persone che spicchino per preparazione culturale e morale. Non ci sono sapienti, non ci sono perfetti (cf. 1Cor 1,26-29), non ci sono farisei, scribi, cioè persone che sono ragguardevoli per l'impegno o l’osservanza della legge o per la competenza anche della legge. Sono persone normali: pescatori e peccatori, contraddittori. Forse noi non l’avremmo scelta mai. Gesù la sceglierebbe ancora oggi perché sceglie amando, «perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio» (1Cor 3,19).
vv. 5-6: Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.
Dopo la lista dei nomi abbiamo l’invio, la missione con le sue direttive. Per questa missione Gesù fa una scelta preferenziale sembra strana ma non discriminatoria. Nel libro del Deuteronomio troviamo questa spiegazione: «Non è che Dio ha scelto Israele scartando gli altri popoli, dice: Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama» (Dt 7,7-8). È una scelta in certo qual modo immotivata e incomincia da lì. La salvezza, allora, e l'annuncio della salvezza inizia da Israele per poi estendersi agli altri. È un partire non da chi ci sta lontano ma da chi ci è accanto.
v. 7: Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.
La strada si percorre per questo diventa il luogo simbolico della missione. Camminando predicate o proclamate il Vangelo. Il Vangelo, infatti, non è destinato a rimanere chiuso negli spazi sacri, ma deve accompagnare la vita concreta degli uomini. Questo significa che l’invio di Gesù, la missione, è dinamica e la salvezza la si comunica anche parlando, ma soprattutto vivendo con e per l’altro. Allora “sentirai la strada far battere il tuo cuore… vedrai più amore” (da “Strada facendo” cantata da Claudio Baglioni).
La salvezza è una comunicazione che non si argomenta, ma si diffonde prevalentemente con la vita, con la propria vita, con il proprio camminare insieme condividendo “il regno dei cieli” che è la sostanza di Dio, è Dio che si espande, che si fa vicino a ciascuno di noi. È il Padre che visita i suoi figli. È Cristo stesso che continua a rendersi presente nella storia. A noi tocca fargli spazio.
v. 8: Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Ritorna il verbo guarire, quasi a insistere su questo particolare. Proviamo a sostituire questo verbo con il verbo curare usato già in Mt 9,35. Esso assume un altro carattere e senso per la missione che Gesù ci affida: prendersi cura e prendersi a cuore perché così fa Gesù ed è così che si è mostrato fratello.
Di chi prendersi cura? Anzitutto gli “infermi”, cioè quelli che fanno fatica a stare in piedi, il debole, il fragile. Gesù si è preso cura di queste persone. Noi per rivelare la figliolanza divina ed essere segno di fraternità, dobbiamo prenderci cura dell'infermo, del debole, di colui che fatica a stare in piedi.
Poi il Maestro dice: “Risuscitate i morti”. Non è da intendere di far tornare in vita dei cadaveri. Penso che si tratti più di una comunicazione, di essere segno di risurrezione. San Giovanni si esprime così: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). Occorre aiutare a fare il passaggio dalla morte alla vita.
E ancora: “Mondate i lebbrosi, cacciate i demoni”. Colui che è mandato e che è assimilato al Figlio di Dio è capace di rendere più libera la vita, libera dalla lebbra, dal peccato. Non sotto il segno della schiavitù, ma della libertà dei figli: «Non siamo stati chiamati a uno spirito di schiavitù, ma a uno spirito di libertà per cui diciamo: Abbà, Padre» (Rm 8,15). Questo ci dice che non esiste cristianesimo senza missione e non è cristiano colui che non avverte la necessità di predicare il vangelo con la propria vita, attraverso il modo di parlare, di relazionarsi e di amare.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Qui abbiamo il culmine della spiritualità missionaria e il cuore del discepolato. Tutto è grazia. Niente ci siamo dati da soli: la fede, la misericordia, tutto proviene da Dio e per questo non possiamo vantare diritti davanti al Signore, perché tutto quello che abbiamo spiritualmente, l’abbiamo ricevuto in dono. Per questo ogni discepolo inviato in missione dona gratuitamente quanto già ha ricevuto da Dio.
Gratuità è la parola chiave della missione. Papa Francesco in una sua riflessione ricordava che tutto è grazia e quando noi vogliamo fare in una modalità dove la grazia viene un po’ lasciata da parte, il Vangelo non ha efficacia.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Oggi il Signore mi chiama alla missione stanandomi dalle mie comodità e sicurezze. Sono capace a descriverle?
Faccio spazio a Dio nella mia vita? Quale rapporto personale vivo con Dio?
Il mio pregare assomiglia a un chiedere favori a Dio oppure un chiedere lo Spirito Santo perché mi renda compassionevole su tutte le creature?
Riesco a guardare le persone che incontro con lo stesso sguardo compassionevole di Gesù, oppure mi fermo ai giudizi, alle apparenze e alle etichette?
So vivere in fraternità nel rispetto, senza rivalità ma avendo come riferimento Cristo Gesù?
Vivo la fede come un dono ricevuto gratuitamente da condividere con gli altri oppure come un bene da custodire soltanto per me stesso?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.
 
Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
 
Buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione (Sal 99).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
“Cristiano, non dimenticare la grande dignità di cui sei stato rivestito!” (san Leone Magno) per essere segno della vicinanza di Dio nei luoghi ordinari della vita. Essere discepoli significa imparare a stare con il Maestro per diventare strumenti di comunione. Essere missionari significa trasformare in dono ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. Essere Chiesa significa rendere visibile nel mondo la compassione stessa di Cristo.