martedì 6 ottobre 2026

LECTIO: XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 22,1-14

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che inviti tutti gli uomini alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, donaci di accogliere sempre le sorprese del tuo amore, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1 Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4 Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5 Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10 Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12 Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Matteo scrive per una comunità in grande espansione. Erano molti i pagani che accogliendo il Vangelo si sono convertiti. Davanti a questa conversione si registra l’incredulità degli Israeliti e nasce, all’interno della comunità cristiana, la prima tiepidezza spirituale. Per questo Matteo presenta questa parabola e dare orientamento alla vita della comunità cristiana.
La parabola è conosciuta anche come “la parabola della cena”. È preceduta immediatamente da quella dei vignaioli omicidi che hanno rifiutato di consegnare al legittimo proprietario i proventi della vigna, giungendo al punto di uccidere il figlio del padrone (Mt 21,33-44). La parabola nel suo contesto è legata anche alla precedente parabola iniziata in Mt 21,23 e insieme, le tre parabole, nate nel Tempio di Gerusalemme da una disputa di Gesù con i sommi sacerdoti e i farisei sulla sua missione e autorità, contemplano quei frutti che inaspettatamente non arrivano.
Domenica scorsa, con la parabola della vigna, Gesù fece un riassunto della storia della salvezza. Dio circondava Israele con attenzione particolare e aspettava che tanta cura avrebbe prodotto frutto in una vita di fedeltà e giustizia. Di tempo in tempo inviava i profeti per ricordare al popolo il frutto che Dio attendeva, ma la loro missione incontrava sempre il rifiuto da parte di Israele. Finalmente Dio inviò il proprio Figlio, ma questi fu ucciso. A questo punto Gesù dichiara che siccome Israele continuava a rifiutare il Regno, questo passerà ad un altro popolo, cioè ai pagani (Mt 21,43). Questa frase ci offre la chiave di lettura per la nostra parabola che in realtà ripete il messaggio della precedente con un’altra immagine e altre sfumature.
L’argomento principale è il rifiuto da parte di Israele di entrare a fare parte della gioia di Dio descritta dalle “nozze regali” e dalla sua “veste” ma è anche un monito per tutti coloro che si definiscono cristiani pensando di avere, come per magia, la partecipazione al Regno.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 1: Gesù riprese a parlare loro con parabole
Gesù aveva iniziato a parlare in parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei (cf. Mt 21,45) i quali decisero di eliminare Gesù. Queste parabole, rivolte da Gesù ai suoi interlocutori, parlano di loro. Ora continua a parlare loro sempre in parabole. Questa parabola, in questo momento è rivolta a ciascuno di noi, perché ci aiuti a trovare e dare senso a quei frutti che il Signore ci chiede di condividere.
v. 2: Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.
Il racconto della parabola inizia con una formula tipica: “il Regno dei cieli è simile” e subito illustra un aspetto dell’intervento escatologico di Dio. Il re di cui si parla è Dio, il banchetto a cui invita gli ospiti è un pranzo di nozze - figura tipica dell’alleanza - per il figlio del re che allude chiaramente al Messia, inteso come Figlio di Dio, secondo l’immagine attinta dalla parabola precedente.
La parabola in parallelo con Lc 14,15-24 dove si parla di una grande cena mentre Matteo parla di un banchetto di nozze per il figlio del re. Questa immagine del banchetto di nozze, simbolo delle nozze messianiche, la troviamo sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
Anche l’immagine del re è simbolica, infatti il re di cui si parla è Dio che invita al convito nuziale, figura tipica dell’alleanza; il figlio del re allude chiaramente al Messia, al Figlio di Dio.
La metafora biblica delle “nozze” per descrivere l’alleanza tra Dio e il suo popolo viene riportato per ben cinque volte ai vv. 2.9.10.11.12 e richiama quanto riporta il libro dell’Apocalisse: “Ecco, sono giunte le nozze dell’Agnello” (Ap 19,7). Le nozze dell’Agnello rappresentano la volontaria immolazione di Gesù, con la quale Egli ha inaugurato il suo Regno. Con quest'invito, il Padre chiede di essere partecipi alla condizione del Figlio, ci chiede di essere partecipi della nuzialità del Figlio, che si manifesta attraverso il dono della sua vita sulla croce per tutta l’umanità.
Si può notare che non si parla dello sposo, che resta un’identità misteriosa, né della sposa, altra figura da identificare. Il soggetto di tutte le azioni sembra solo il re. A maggior ragione ebbe a dire sant’Agostino: «Conoscete lo Sposo: è Cristo. Conoscete la Sposa: è la Chiesa» (S. Agostino, Disc. 90,1.5.6).
vv. 3-6: Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
Ecco l’azione del re: invia i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze. Qui abbiamo il termine Kalèo che significa “vocare”, “chiamare”, “invitare”. La chiamata è tipica dell’evangelista Matteo. La troviamo nella vocazione dei primi discepoli (Mt 4,18-22) e anche nelle parabole (cf. Mt 9,13; 20,8; 25,14).
Abbiamo una chiamata ripetuta dove il Vocante è sempre il Re. Lungo la pagina abbiamo il verbo che si ripete per sei volte (vv. 3.4.9.10.14); non solo, ma segna i tempi del prima, del poi, dell’eterno presente. Ciò è sinonimo che la chiamata è sempre attuale.
La chiamata è una chiamata ad una esperienza di comunione prima di tutto ed è una chiamata ad un qualcosa che ci viene donato. Cioè, l’Alleanza che Dio ha stipulato con Israele è irrevocabile, rimane inviolata nonostante il rifiuto.
Chiamata e rifiuto camminano di pari passo. Coloro che Dio aveva chiamato, con i quali aveva stretto Alleanza, coloro ai quali aveva dato un nome, cioè a cui aveva riconosciuto una identità, quella di popolo di Dio, non accolgono l’invito. È la cecità del cuore che non vede l’ingresso di Dio nel tempo e nella storia degli uomini. Infatti, questi, hanno altre cose a cui pensare, sono dilaniati da altri interessi. Non sono disponibili a mutare il centro dei loro interessi. Per capire, san Paolo ci dice che grazie a questo rifiuto si apre una porta di speranza per gli altri: “Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?” (Rm 11,15) e continua: “Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio, infatti, ha rinchiuso tutti nella misericordia, per usare a tutti misericordia” (Rm 11,30-32).
Nella versione di Luca gli invitati semplicemente rifiutano l’invito, perché hanno altri impegni; invece nel racconto di Matteo coloro che ricevono l’invito a pranzo non solo non se ne curarono, ma addirittura presero i servi, li insultarono e li uccisero. Omicidio, violenza, sopruso, inganno… troveranno sempre gli inviati di Dio fino ad oggi. Un amore gratuito fa fatica ad entrare nella vita personale di ciascuno mettendo in crisi la propria autosufficienza. Appena mi si presenta uno che mi ama gratuitamente, mi ricorda il mio fallimento e lo uccido, così faranno con Gesù.
v. 7: Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Un versetto particolare: questa furia omicida non dovrebbe essere presente qui. Nel libro dell'Apocalisse (cf. 11,8) si parla di alcune città, tra cui anche la città in cui il loro Signore fu crocifisso, e tutte questa città sono equiparate a Babilonia, perché è la città che uccide i profeti. Perché è una città che si costruisce una sua forma di giustizia dal basso, perché è la città che si fonda sull’autonomia, sull’autosufficienza e anche Gerusalemme. Per cui tutti hanno bisogno di essere salvati, per questo la croce di Gesù acquista un senso, cioè non è possibile salvarsi da soli.
Per questo Gesù usa il linguaggio dei profeti, un linguaggio colorito e sta annunziando quella che sarà la sorte di Gerusalemme, che uccide i profeti, che ha seminato violenza e sarà travolta dalla violenza.
Il versetto può essere benissimo letto alla luce della distruzione del tempio di Gerusalemme avvenuta a opera dei Romani nel 70 d.C. che l'Evangelista legge come castigo di Dio.
v. 8: Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni
Per la terza volta, ancora una volta si ripete la festa delle nozze. Il Re non si stanca, ha a cuore questo convito ma i destinatari, i chiamati, non erano degni. Per l’evangelista Matteo gli invitati rappresentano sia il popolo giudaico che i loro capi; in Luca, invece, essi rappresentano soltanto il popolo giudaico nel suo insieme.
Questa inadeguatezza non riguarda l’essere degni rispetto a un merito che si possa acquisire, in quanto il Regno di Dio è donato, gratuitamente, a tutti.
Nel banchetto vi è l’amore gratuito di Dio che entra nel mondo, un amore infinitamente libero nella sua iniziativa. Forse quest’aspetto è tralasciato da noi, dimenticato. Occorre, invece, meditarlo e farlo nostro. L’essere degni del banchetto di nozze del figlio del re significa dirci e lasciarci dire cosa sia questo per noi.
Vuol dire fare nostra la logica di Dio che è una logica di alleanza, che è una logica di comunione, per la quale Dio si compromette; è la logica per la quale Dio è Dio solo se è amore, se è carità, se è servizio. L’essere degni vuol dire entrare in una logica di nozze, in quella logica per la quale tutto è rivolto, da parte di Dio, alla persona che ha deciso di amare nel Cristo suo figlio.
 
v. 9: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
«Andate» è il verbo della missione (cf. Mt 10,6; 28,19). Si va verso i crocicchi, gli incroci delle strade, cioè al luogo reale della vita, il luogo reale dove si incontrano le varie culture, tra varie città, varie nazioni, vari modi di essere. I crocicchi sono il crocevia della vita. È il mondo della periferia, dove stanno i luoghi dell’esodo giornaliero segnati dalla croce di Cristo. Biblicamente sono i confini di territorio. È il mondo pagano.
In questi crocicchi abita l’uomo che Gesù cerca. Qui si incrociano quei cuori nonostante il modo diverso di pensare, agire. Questi sono i nuovi invitati alle nozze. Sarà la nuova comunità, il nuovo popolo di Dio.
v. 10: Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Questo Signore che chiama è il Signore della strada: della mia, tua e altrui strada. È il Signore della vita. Amante della vita.
Ecco la sala che si riempie di buoni e cattivi. Un particolare che viene annotato da Matteo che gli invitati qui sono cattivi e buoni, in pratica tutti. Mentre Luca li specifica in poveri, storpi, ciechi, zoppi (cf. Lc 14,21): gli emarginati. La mescolanza di buoni e cattivi all’interno della Chiesa è il riflesso della gratuità dell’invito.
Tutti sono invitati. Tutti possono entrare: è il sogno di Dio. Entrare nella sala significa lasciarsi trasformare dalla logica del banchetto di nozze. Il Signore chiama tutti, ma chi è chiamato deve rispondere al Signore con la propria vita. Non basta aver accettato l’invito; bisogna anche trasformare la propria esistenza in funzione di questo invito. Non basta essere cristiani avendo accolto l’annuncio della fede; bisogna anche lasciare che questo annuncio cambi la vita dell’uomo e la conformi alla volontà di Dio.
vv. 11-12: Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì.
Ritorna in questa vicenda il re e contempla tutti coloro che siedono, che giacciono a mensa. Qui nota un uomo della strada senza il vestito bello, nuziale.
L’abito nuziale in Oriente era un vestito di lusso usato dai Sovrani. Al tempo di Gesù probabilmente era semplicemente un vestito elegante per una occasione particolare. Ma chi veniva dai crocicchi che abito potevano avere? Qui la mancanza dell’abito richiama a un’altra mancanza: quella della conversione.
La conversione è il presentarsi a Dio con un cuore adatto a ricevere i suoi doni. San Paolo ce lo fa capire con queste parole: “perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di essere trovati già vestiti, non nudi” (2Cor 5,2).
L’invitato è senza l’abito battesimale. Un abito che dovevamo custodire per tutta la vita. È quell’abito che riveste l’uomo nuovo, anzi, che è l’uomo nuovo; infatti, non lo riveste come una sopravveste, ma, sconfitto l’uomo vecchio, carnale, lo sostituisce. Continua S. Paolo: “Sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati, ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita”. Non una sopravveste, dunque, ma un abito nuovo che è Cristo stesso. Questa, dice un grande maestro spirituale bizantino: “aderisce a coloro che la indossano molto più della pelle e delle ossa. Le nostre membra non solo sono membra di Cristo, ma sono ricoperte del salvatore tutto intero” (Nicholas Cabasilas).
Anche se l’invito è gratuito, bisogna prepararsi per la festa. I rabbini descrivono quell’abito pulito, come un segno di penitenza e di opere buone.
Il re lo chiama con l’appellativo “amico”, “compagno”. Quest’espressione indica la stessa generazione, vuole indicare una persona che entra in sintonia, nel nostro caso con il Vangelo, con quella buona notizia piena di un amore gratuito; infatti, c'è un invito alla festa che è preparato gratuitamente. Ma questi compagni sono tra coloro che non accettano l'invito. Sono come quelli della parabola: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato” (cf. Lc 7,31-35).
v. 13: Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».
L’uomo non ha l’abito, non ha il vestito del Vangelo per questo il re interviene. La monizione del re, più che una condanna è una rivelazione di una situazione esistente: negativa e chiusa. Formalmente è presente al banchetto ma il suo cuore è altrove.
Questa immagine, utilizzata nella parabola del banchetto del Regno è simile alla parabola della zizania, l’erba cattiva è destinata al fuoco; come il servo inutile del talento sterile (cf. Mt 25,30), è gettato nelle tenebre. Essa vuol significare che non si entra nel Regno senza essersi preparati, senza nessun interesse; l’unico modo per prepararsi ad esso è la conversione. Infatti, cambiare vestito nel linguaggio biblico indica cambiare stile di vita ovvero convertirsi (cf. Rm 13,14; Gal 3,27; Ef 4,20-24).
L’espressione “pianto e stridore di denti” indica la condizione di coloro che si sono esclusi dal Banchetto delle Nozze. Il pianto è di chi troppo tardi si pente e ammette il proprio errore. Lo stridore di denti è di chi si rode dalla rabbia per avere fatto la scelta sbagliata e dall’invidia per coloro che invece sono stati trovati degni di partecipare alla festa (cf. Lc 16,19-31).
v. 14: Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Questo versetto dovrebbe farci riflettere molto. La chiamata non garantisce l’elezione di tutti. Infatti, l’espressione è un semitismo. Nell’assenza del comparativo, l’ebraico biblico usa espressioni fondate su drastiche opposizioni. Per cui quest'espressione non dice niente sulla relazione numerica tra i convocati nella Chiesa e gli eletti per la vita eterna. Però è anche vero che la parabola distingue tra la chiamata alla salvezza e l’elezione e perseveranza finale. La generosità del re è immensa, ma bisogna prendere sul serio le esigenze del Regno.
L’espressione è un pressante appello a non accontentarsi di una appartenenza formale al popolo di Dio. «Molti…pochi», nel linguaggio biblico indica un rapporto più qualitativo che numerico. Non si può dare per scontato la salvezza. In questo Gesù segue da vicino l’insegnamento dei profeti (cfr. Ger 7,1-15 e Os 6,1-6).
Possiamo cogliere qui il consiglio che Gesù nella parabola delle dieci vergini: «Vegliate, poiché non conoscete giorno né l’ora» (Mt 25,13).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
La mia vita sostanzialmente è incentrata su Cristo? Mi sento chiamato da Lui al banchetto nuziale del Regno?
Sono tra quelli che ascoltano e accolgono l’invito del Vangelo?
Seguo gli “affari urgenti” per non accettare l’invito di Dio? Oppure mi accontento di una appartenenza formale al popolo di Dio?
Quale è l’abito nuziale richiestomi concretamente per poter partecipare al banchetto nuziale del Regno di Dio? Oppure continuo a presentarmi senza l’abito nuziale?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.  
 
Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
 
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.
 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. (Sal 22)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La Parola di Dio non la si può comprendere se Dio stesso non apre il cuore (At 16,14). Egli "ci insegna a stabilire delle priorità, a tendere all’essenziale. In una parola, a non perdere l’importante per l’urgente, come successe agli invitati della nostra parabola" (Raniero Cantalamessa).