Per Cristo nostro Signore. Amen.
Abbiamo lasciato, domenica scorsa, la parabola dei lavoratori nella vigna che anche questa domenica e l’altra ancora ritroveremo il riferimento. Questo è indice che il lavoro da svolgere in questa vigna, al padrone, cioè a Dio, preme tanto. Non dimentichiamo però che questo discorso è inserito in un contesto di tensione e pericolo. Andando indietro nei capitoli, dopo il “Discorso alla comunità” (Mt 18,1-35), Gesù si allontana dalla Galilea, attraversa il Giordano e inizia il suo ultimo viaggio verso Gerusalemme (Mt 19,1). Molto prima Egli aveva detto che doveva “andare a Gerusalemme per essere arrestato e ucciso e poi risuscitare” (Mt 16,21; 17,22-23). Ora è giunto il momento di salire fino a Gerusalemme e di affrontare la passione e la morte (Mt 20,17-19).
Arrivato a Gerusalemme, Gesù diviene motivo di conflitto. Da un lato il popolo che lo accoglie con giubilo (Mt 21,1-11), perfino i bambini lo acclamano quando, con un gesto profetico, espelle i venditori dal tempio e guarisce i ciechi e gli zoppi (Mt 21,12-15). Dall’altro lato i sacerdoti e i dottori che lo criticano. Essi chiedono che comandi ai bambini di chiudere la bocca (Mt 21,15-16).
La situazione era tanto tesa, che Gesù dovette passare la notte fuori della città (Mt 21,17; cf. Gv 11,53-54). Ma il giorno dopo di buon’ora egli già ritorna e, sulla strada che porta al tempio, maledice un fico, simbolo della città di Gerusalemme: albero senza frutto, solo con foglie (Mt 21,18-22). E poi entra nel tempio e comincia a insegnare al popolo. Mentre sta parlando al popolo arrivano le autorità per discutere con quale autorità Gesù insegna e guarisce, e Gesù le affronta, una per una (Mt 21,33-22,45) rispondendo con un'altra domanda provocatoria rivolta a loro, che li faceva ricordare l'autorità con cui Giovanni Battista aveva svolto la sua missione, essendo riconosciuto come uomo di Dio e profeta dal popolo (cf. Mt 21,23).
Alla fine, Gesù fa una lunga e durissima denuncia contro gli scribi e i farisei (Mt 23,1-36) e una breve e tragica accusa contro Gerusalemme, la città che non si converte (Mt 23,37-39). È dentro questo contesto carico di tensione e pericolo che Gesù pronuncia la parabola dei “due figli” nella vigna, uno bravo all’apparenza mentre l’altro, anche se sembra disubbidiente, fa la volontà del padre. In altre parole, la parabola mostra che Dio ha “due figli” uno buono e uno meno buono e ciò indica l’universalità dei figli.
Troviamo qui la dinamica della conversione come passaggio da un agire sbagliato a un altro che conduce a fare solo il bene.
v. 28: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli;
I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo interruppero Gesù nel suo insegnamento, probabilmente sotto il portico di Salomone, chiedendo spiegazioni in merito al suo insegnamento. Gesù risponde loro con una controdomanda sull’origine della missione del Battista. Ma questi, forse per paura del popolo non risposero a Gesù e di conseguenza neanche Gesù rispose alla loro domanda (Mt 21,23-27). Però, Gesù continua con una parabola rivolta a loro che sono persone religiose, pie, scrupolose soprattutto su tutti i comandamenti, persone rispettabili, la massima autorità religiosa. E inizia nello stile dei rabbini che quando iniziavano a raccontare una parabola i cui personaggi erano il padre e il figlio, si capiva subito che era riferita a Dio e a Israele, gli altri, cioè i peccatori, le prostitute e quanti non osservano i comandamenti non sono considerati figli di Dio. E qui il particolare della parabola di Gesù: «un uomo aveva due figli». Iniziando così, Gesù non dice altro che ogni uomo ha impressa l’immagine di Dio ed è indelebile, non si può cancellare. È una paternità che non può essere cancellata. Dio ha due figli: quelli buoni e quelli meno buoni. Tutto inizia da questo tipo di paternità: la fraternità universale di tutti i figli di Dio. Possiamo o non possiamo accettare questa verità? Senza dimenticare che questa verità si riallaccia alla parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32) dove anch’essa manifesta una paternità nell’atteggiamento dei due figli. Gesù comincia a raccontare questa esperienza di famiglia, perché gli ascoltatori, anche loro padri di famiglia, dovevano conoscere questo fatto per esperienza propria.
Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna.
Il testo originale più che usare il verbo rivolse come se il padre volesse padroneggiare, usa il verbo accostare. Infatti, si ha tutta quella attenzione tenerezza di un padre. E poi per il termine figlio usa la parola teknon che viene dal verbo tikto che vuol dire dare alla luce, partorire. Questo verbo allude a una sfumatura materna, alla dolcezza di una mamma. Il padre per rivolgersi al figlio usa questi atteggiamenti materni.
Con questa sua delicatezza, il Padre non dice semplicemente di andare a lavorare nella vigna ma soprattutto a dare senso alla sua vita con gioia, con amore. Anche perché la vigna in questo caso è la stessa casa dove si abita. La vigna, infatti, nella letteratura profetica presenta la casa d'Israele (cf. Sal 80,9ss; Is 5,1). La vigna è la nuova famiglia che fa esperienza di Dio, che fa della propria vita un capolavoro.
v. 29: Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò.
La risposta lapidaria del figlio segna il suo rifiuto. Sicuramente altri progetti nella testa di questo figlio. Possiamo azzardare a dire che è un no che entra in discernimento perché si possa arrivare a dire di sì, in quanto la proposta non è una semplice devozione o qualche intimismo spirituale ma è impegnativa.
All’improvviso, dopo aver riflettuto si pente della sua risposta. Il termine greco, che qui utilizzato è metamélomai (usato anche al v. 32 e al cap. 27,3 per indicare il pentimento di Giuda), indica più che altro il sentimento di rimorso per il peccato, che riconosce che quell’invito non viene da un padrone qualsiasi, ma dal Padre e che si può fidare anche se è sempre libero di scegliere.
Gli appelli alla conversione del Nuovo Testamento chiamano l’uomo a un orientamento nuovo e radicale della volontà a Dio, ad abbandonare perciò l’errore e a fare ritorno a colui che è il Salvatore di tutti gli uomini. L’Evangelista ci dice che questo figlio trasformò il modo di vedere le cose. Non vede più un padre-padrone ma un Padre di cui conosce già il suo amore e che adesso lo chiama a dare senso alla sua vita collaborando per una vendemmia infinita fidandomi di Lui.
v. 30: Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò.
Anche con il secondo figlio, il Padre si accosta alla stessa maniera ma questi risponde in maniera analoga e lapidaria ma diversa: «sì, signore». La traduzione letterale suona così: «io, signore». Al di la della traduzione, il secondo figlio non dice “padre” ma “signore” in quanto lui vede solo un padre-padrone, uno che da ordini e basta. A differenza del primo risponde “sì” perché non entra in un discernimento, non ha capito ciò che realmente il Padre gli ha chiesto.
Quest’atteggiamento risponde bene a ciò che disse il profeta Isaia: «questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani» (Is 29,13).
Questo secondo figlio rappresenta coloro che non hanno capito ciò che realmente vuole il Signore. Infatti, nel Vangelo troviamo in evidenza le incoerenze e l’obbedienza puramente formale di quanti si trincerano dietro le apparenze ma concretamente alle esigenze del Vangelo mettono il loro “io”, il loro orgoglio dimenticando così l’amore per il povero, la giustizia.
v. 31: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
Qui Gesù termina la breve parabola esplicitando ai suoi interlocutori ancora una domanda che richiama quella iniziale: un richiamo a tirare le conseguenze guardando ognuno la propria posizione.
Risposero: «Il primo».
La risposta dei sacerdoti e degli anziani è immediata: Il primo! Forse una situazione familiare comune, conosciuta da tutti, vissuta in prima persona, nella propria famiglia ha reso possibile una risposta lapidaria.
Così, nella realtà, la risposta era un giudizio non sopra i due figli della parabola, ma sopra loro stessi.
Nella parabola nessuno dei due figli può vantare obbedienza piena al Padre. L’obbedienza non è fatta di parole sterili e disimpegnate ma di fatti concreti e precisi (ricorda il fico sterile, Mt 21,18-22). Tutta la tradizione ebraica lo stava a dimostrare; gli ascoltatori non hanno difficoltà a dare la risposta esatta.
Il giudizio che questi danno dimostra la necessità di fare la volontà del Padre e non accontentarsi delle parole (cf. Mt 7,21) e neanche di precetti e pratiche sterili. Infatti, dice Gesù: «non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
Usando come chiave la risposta data dagli stessi sacerdoti e anziani, Gesù applica la parabola al silenzio peccaminoso dei suoi uditori di fronte al messaggio di Giovanni Battista. La risposta che avevano dato diventa la sentenza della loro stessa condanna. In linea con questa sentenza i pubblicani e le prostitute sono quelli che, inizialmente, avevano detto no al padre e che, in seguito, avevano finito per fare la volontà del Padre, perché avevano ricevuto e accettato il messaggio di Giovanni Battista, come proveniente da Dio. Mentre loro, i sacerdoti e gli anziani, sono quelli che, inizialmente, avevano detto si al padre, ma non avevano fatto quello che il padre chiedeva, perché non vollero accettare il messaggio di Giovanni Battista, neppure davanti a tanta gente che lo accettava come messaggero di Dio.
Per entrare nel Regno di Dio bisogna cambiare! Ecco l’applicazione del particolare decisivo: bisogna pentirsi, cioè, è necessario rendersi conto di essere sulla strada sbagliata e cambiare. Infatti, solo riconoscendo il proprio peccato, nasce in noi quella sete di amore che ci muove tutti alla stessa maniera.
I pubblicani e le prostitute, bisognosi della salvezza, proprio perché si sono pentiti, solo coloro che hanno ascoltato e creduto alla predicazione di Giovanni, la loro vita è cambiata con un senso di gratitudine al Padre, mossa per un nuovo inizio, più vero e realista, senza nessun senso di colpa per il passato, ecco perché sono i primi e possono entrare nel Regno di Dio a differenza di coloro che si sono affidati alla religione hanno perso l’opportunità di entrare subito nella vigna del Signore.
v. 32: Giovanni, infatti, venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.
Qui si vede la fatica dei sommi sacerdoti, gli anziani, gli scribi e i farisei a credere ad un inviato di Dio, a credere alla Parola del Signore a non lasciarsi convertire. I pubblicani e prostitute sono le categorie considerate da Dio, quelle per le quali si credeva fosse ritardato il regno, “invece gli hanno creduto”, persone capaci di fede. La loro condizione non è una condizione che impedisce loro di obbedire alla volontà di Dio. Infatti, questi sono coloro che non vivono una appartenenza. Il credere, da parte loro, sembra essere il sapersi di qualcuno, il sapere che interessano a qualcuno; che di qualcuno si possono fidare. Il rapporto che vivono non è più un rapporto mediato dal denaro, anzi, non è più nemmeno un rapporto mediato perché è un rapporto di comunione quello che sono chiamati a vivere.
La parabola originaria si chiude al v. 31. Qui l’evangelista non fa altro che invitare alla conversione.
La “via della giustizia” di cui si parla non è altro che un allontanarsi dal male per praticare il bene: «Cercate il bene e non il male, sicché possiate trovare la vita. Odiate il male, amate il bene... Forse il Signore, Dio degli eserciti, avrà pietà del resto di Giuseppe» (Am 5,14-15). Ma perché il messaggio di conversione non rimanga senza risposta, ha bisogno di trovare un terreno ben preparato (cf. Mt 13,8). É necessario che cada in cuori che, profondamente consapevoli della propria colpevolezza, ricercando la giustizia, cerchino sinceramente la volontà di Dio (cf. Is 51,1) e in novità di spirito vogliano “ritornare” a lui con tutto il cuore (cf. Ger 24,7).
Quale punto di questa storia dei due figli ha richiamato di più la mia attenzione? E perché?
A che punto è il mio prendere coscienza da un cristianesimo di facciata a un cristianesimo di coscienza?
Quale tipo di obbedienza Gesù raccomanda alla mia vita attraverso questa parabola?
Il mio “sì” mi porta a lavorare nella vigna del Signore?
In questo brano, dove mi colloco: tra le prostitute e i peccatori o tra i sacerdoti e gli anziani?
Sono pronto a sognare con Dio, per una grande vendemmia infinita nella storia di tutti i giorni?
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. (Sal 24)
immagine: Fare la volontà del Padre - L'Ortobene
