martedì 18 agosto 2026

LECTIO: XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno A

Lectio divina su Mt 16,13-20
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, fonte di sapienza, che sulla solida fede dell'apostolo Pietro hai posto il fondamento della tua Chiesa, dona a quanti riconoscono in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente di diventare pietre vive per l'edificazione del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nella sezione che intercorre tra il terzo e il quarto dei discorsi di Gesù (cc. 14-17), Matteo riporta la sezione marciana che va dalla visita di Gesù a Nazareth fino al secondo annunzio della passione (Mc 6,1-9,32). Dalla terza parte della sezione di Matteo (16,13-17,27), di carattere più esplicitamente ecclesiologico, la liturgia riprende anzitutto, con qualche ritocco, il brano iniziale, cioè la professione di fede di Pietro.
In Matteo, diversamente da Marco, questo brano occupa un posto centrale, in quanto egli ha scritto il vangelo con lo scopo di proclamare la messianicità di Gesù. Infatti, l’episodio di Cesarea di Filippo rappresenta una delle grandi svolte del racconto di Matteo.
Gesù sta gettando le fondamenta della Chiesa, la realtà che continuerà a renderlo presente e operante nel mondo dopo la sua morte, risurrezione e ascensione al cielo e l’Evangelista mette in risalto la figura di Pietro, come colui sul quale si fonda la Chiesa di Cristo.
Nel brano possiamo cogliere un’esperienza di conoscenza e di fede sul mistero della persona di Gesù. Due elementi del cammino che non si conquistano con i meriti né con i ragionamenti. La fede è dono di Dio Padre che nella sua bontà pedagogica ci aiuta a superare noi stessi permettendo a Dio di essere la nostra sicurezza, il nostro baluardo, la nostra roccia. Questa stessa fede ha accompagnato quei personaggi che la storia biblica ci ricorda ancora oggi e che si ricongiunge Figlio di Dio, alfa e omega.
Ancora oggi, anche noi, è data la possibilità di vivere questa esperienza di fede!
 
Sostare con la Parola (Meditare)
vv. 13-14: Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?».
Siamo a Cesarea detta “di Filippo” (per distinguerla da "Cesarea marittima"), sulle pendici meridionali del Monte Ermon, presso una delle sorgenti del fiume Giordano, luogo importante per Gesù in quanto è uno dei vertici del mistero evangelico. Cesarea era chiamata anche Paneas (per la presenza di un tempio dedicato al dio Pan, il dio pagano della natura) - oggi Baniyas.
Siamo a una svolta del Vangelo e Gesù ha preso la decisione e darà il via al suo cammino doloroso, che lo porterà sulla croce. Lui ha chiara la sua identità ma ha bisogno che anche i suoi la riconoscano e sceglie ancora una volta un luogo pagano, una località dalla vita agiata da parte dei loro abitanti.
Per Gesù è arrivato il tempo delle domande decisive per la fede dei discepoli in Lui, nella sua identità reale. Proprio una domanda simile era stata posta a Gesù dai discepoli del Battista (cf. Mt 11,2-3). Gesù aveva rimandato allora alle opere messianiche ed alla beatitudine di chi non avrebbe subito scandalo da Lui (cf. Mt 11,6).
L’espressione greca “il Figlio dell'uomo”, traduce due espressioni con significato diverso. La prima (bar-adam) indica l'uomo in quanto creatura, debole; la seconda (bar-nash) indica il principe ereditario e colui che è cittadino di pieno diritto, libero. Con Daniele quest'ultima espressione passò ad indicare il capo del popolo di Dio, diventando così un titolo specificatamente messianico (cf. Dn 7,9-10).
Ora Gesù chiede: l’umano che io incarno, la gente che ne dice, a chi somiglia? Interessa a qualcuno? Come valutano l’umano che io rappresento? È un interrogatorio trepidante per capire qualcosa di Colui che ha fatto il primo passo, che ha amato per primo (cf. 1Gv 4,19); se l’amore di Dio è entrato nei cuori.
Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Le risposte di diversa provenienza sono varie, vaghe, di diversa prospettiva. Partono dal basso citando personaggi biblici che hanno avuto una funzione liberatrice a favore del popolo. Risposte tipiche di brave persone religiose che si rifanno a un sapere antico: Gesù assomiglia a Giovanni il Battista, perché Gesù non si piega come le canne sbattute dal vento (cf. Mt 11,7); assomiglia a Geremia che ha contestato i riti al tempio la cui adesione a Dio non parte dal cuore (cf. Ger 7,1-20); poi assomiglia ad Elia colui che ha rifiutato ogni compromesso con gli idoli.
Nelle varie risposte abbiamo catalogato Gesù, è schedato con delle risposte esatte che si avvicinano alla sua vera identità che la stessa Sacra Scrittura ha tracciato. Però il modo di stare davanti al Signore può dare la giusta risposta. Occorre fare il passaggio dal sapere al vero incontro.
v. 15: Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
I discepoli, purtroppo, hanno anche loro l’ideale di uomo come gli abitanti di Cesarea di Filippo. Hanno seguito fino a quel momento Gesù, ascoltato lo stile di vita offerto dalle beatitudini, riconoscono che Gesù ha incarnato questo stile di vita ma il loro cuore è volto a tutt’altro: stare bene, arricchire, comandare, imporsi, farsi servire. Forse si ritrovano come quel giovane che se ne andò triste dopo la proposta di Gesù (cf. Mt 19,16-30) e provano vergogna in quanto non rispecchia l’insegnamento di Gesù. Ora, però, devono rispondere alla vera domanda: “voi, chi dite che io sia?”
Tutto va bene quando non siamo toccati nel nostro profondo, per questo dopo 16 capitoli Gesù cambia gioco e pone la domanda diretta. Questa domanda, accompagnata dalla particella «ma» supera ogni sapere umano, culturale. È una domanda che ti mette in gioco, per farti riscoprire il senso della fede. Una domanda fondamentale della fede cristiana che si fa relazione con Gesù. È una domanda per l’uomo maturo e ognuno dà la sua risposta; ognuno matura l’amore che Dio gli ha versato nel cuore. È un amore che si fa “consegna”, perché Gesù si “consegna” e chiede di riconoscerlo attraverso una “consegna” di lui a noi.
Qui troviamo il senso della fede che non si basa su uno schedario storico ma sulla propria maturazione, su cosa significa Lui per me, per la mia vita.
v. 16: Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Scende il silenzio. Forse ognuno cercherà di dare la propria risposta. Qui abbiamo quella di Simon Pietro. Lui risponde anche bene anche se esce dalla vera domanda di Gesù: “quanto conto nella tua vita?”.
Pietro fa due tipi di confessione in una sola risposta, che possiamo dividere in due parti. La prima: “Tu sei il Cristo”. Pietro riconosce in Gesù quel compimento di Dio, la speranza, l’atteso, il Messia, la salvezza. Secondo aspetto della risposta supera la prima parte: “Tu sei Dio stesso” (la caratteristica di “vivente” è propria di Dio) che si dona all’uomo.
Questo è Gesù per Pietro. Questa è la fede di Pietro e la fede della Chiesa, che non è solo un’affermazione dogmatica, è qualcosa di molto di più. Solo nella relazione con Lui si può capire questo, si può capire che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio, è il mio Signore, l’atteso. È la mia speranza, la mia salvezza, tutto.
Questa confessione di Pietro non è nuova. Prima, dopo aver camminato sulle acque, gli altri discepoli avevano già fatto la stessa professione di fede: “Veramente, tu sei il figlio di Dio!” (Mt 14,33).
Nel Vangelo di Giovanni, questa stessa professione di Pietro la fa Marta: “Tu sei il Cristo, il figlio di Dio venuto nel mondo!” (Gv 11,27).
La confessione di fede comporta un cambiamento di mentalità e l’impegno della sequela. Il riconoscimento di Gesù Messia non è un impegno verbale, ma accoglienza del Messia servo sofferente, che attraverso la croce realizza la volontà del Padre. Chi pronuncia il credo con le labbra chiama in causa la propria vita, si compromette con la croce. Credere non è una convinzione religiosa ma è partecipazione della vita di Gesù, del suo stile, della sua obbedienza filiale al Padre. Non vi può essere confessione autentica di fede senza un autentico coinvolgimento di se stessi e della propria vita.
v. 17: E Gesù gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
Gesù proclama Simone “Beato!” perché non può giungere da solo, con i suoi soli sforzi umani a riconoscere in Gesù il Messia, la realizzazione piena del regno di Dio, di Dio stesso che regna, è una rivelazione da parte del Padre. 45 beatitudini sono descritti nel Nuovo Testamento. Questa beatitudine data a Simon Pietro somigliano a quei complimenti che si fanno a una persona quando accade qualcosa di bello. Qui Gesù dice a Simone: complimenti, tu hai aperto il cuore ai pensieri di Dio. Se tu avessi ascoltato la carne e il sangue, cioè se tu mi avessi valutato secondo i criteri di questo mondo, tu non saresti mai arrivato a vedere in me il Messia.
Nei capitoli precedenti è contenuta già questa risposta. Gesù aveva fatto un’identica proclamazione di felicità ai discepoli per aver visto e udito cose che prima nessuno sapeva (Mt 13,16), ed aveva lodato il Padre per aver rivelato il Figlio ai piccoli e non ai sapienti (Mt 11,25). Simone è uno di questi piccoli a cui il Padre si rivela. E di questa conoscenza Pietro ne è partecipe. Purtroppo, non durerà molto. Infatti, quando Gesù comincerà a spiegare apertamente «che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,21-22).
vv. 18-19: E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa
Alla fede di Simon Pietro Gesù consegna un nome nuovo che è «Chephas», che vuol dire «Pietra», un segno classico dell’Antico Testamento per indicare la fiducia che solo Dio può dare in modo incrollabile (cf. Sal 18,1-2). Per questo, è chiamato Pietro.
Nella consegna di questo nuovo nome, abbiamo un gioco di parole greche che non rendono nel nostro italiano. Pietro e Pietra in italiano indicano il maschile e il femminile dello stesso nome. Nel testo originale greco le cose non stanno così, Petros e Petra sono due cose molto diverse.
Petros, Pietro, significa sasso, mattone, sasso o mattone che uno può prendere e buttare lontano, non è una roccia.
Roccia si dice Petra in greco. Adesso Gesù non ha detto a Pietro tu sei Petra, cioè roccia, gli ha detto tu sei Petros, mattone, un mattone molto importante ma non è la roccia.
Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà Lui “la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra, cioè quel mattone posto a fondamento sicuro per la Chiesa e parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 17,3.32; 18,15; 27,1, ecc.). La Chiesa appartiene a Cristo, la Roccia su cui fonda la sua Chiesa. E poi se ne sottolinea la perenne stabilità: la Chiesa è come una casa costruita sulla roccia, anche se poggia apparentemente sulla fragilità degli uomini.
e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
Inferi era il nome che davano i latini al mondo dei morti. I greci lo chiamavano Ade, che deriva dal verbo aidein, dove non ci si vede, tutto è buio. I babilonesi lo chiamavano arallu, gli ebrei sheol, che deriva dal verbo shaal, chiamare, perché la bocca degli inferi chiama proprio tutti a un certo punto della vita. Il regno dei morti non prevarrà, dice Gesù, alla forza divina che lui ha portato nel mondo con la sua parola e con il suo spirito. Ed è quello che cantiamo la notte di Pasqua: il Cristo ha sfondato le porte degli inferi liberando coloro che ne sono prigionieri risorgendo vittorioso.
Anche noi passeremo da quel regno dei morti, ma grazie alla Risurrezione di Cristo entreremo nell’eternità di Dio. Oggi guardiamo anche a un altro tipo di porte degli inferi, un nuovo regno dei morti creato dall’uomo stesso. Gesù promette che anche questo tipo di regno non prevarrà perché il suo Vangelo e il suo Spirito sono più forti, sono capaci di sfondare quelle porte e di sconfiggere quei regni di morte.
A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
Sono le promesse di Gesù a Pietro. Egli riceve le chiavi del Regno dei cieli per legare e sciogliere, cioè, per riconciliare le persone tra di loro e con Dio.
Il simbolo delle chiavi nella tradizione biblica indica autorità e responsabilità. La frase riecheggia Is 22,22 dove Sebna riceve le chiavi del palazzo reale (cf. Ap 3,7).
Il significato delle chiavi, secondo le parole di Gesù, indica il potere di legare e sciogliere. La metafora rabbinica contiene un linguaggio giuridico (ciò che è proibito o permesso). Contiene anche un linguaggio teologico in riferimento alla dottrina, al disegno di Dio manifestato attraverso le Scritture. A Pietro è affidata la dottrina, la Torà come spiegata da Gesù, quella “giustizia più grande” (cf. Mt 5,17-20) che lui esigeva, con cui dovrà insegnare e guidare, trasmettere e spiegare con autorità nella comunità. Lo stesso potere verrà dato anche alla comunità dei discepoli ma subordinati a colui che è “pietra” (cf. Mt 18,18).
Il potere delle chiavi, tuttavia, è strettamente legato alla croce e Gesù lo diceva chiaramente che la croce sarebbe stata compagna indivisibile di chi avrebbe voluto seguirlo, specialmente dei suoi amici, invitati ad una condivisione di vita più profonda.
A Pietro è consegnato lo stesso potere che ha esercitato Gesù in terra, il potere della croce, il potere di offrire la sua vita: è il servizio nella fede, nella verità, nell'amore, nella carità, nell'unione. Questo resta ed è il fondamento della Chiesa.
La promessa fatta a Pietro si concretizza dopo la risurrezione con il mandato di pascere il gregge (Gv 21,15s): indicare il cammino della vita facendo del bene nel legare e sciogliere.
v. 20: Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Il versetto è significato e la sua importanza si capirà meglio nei vv. 21-28. Gesù impone il silenzio sul fatto che è il Messia poiché la sua "ora" deve ancora giungere. Nel frattempo, c’è una idea del Messia che bisogna ancora purificare. Egli non è il Messia degli uomini, di quanti vivono una vita agiata come quelli di Cesarea di Filippo. Non è un Messia che conquisterà con le armi il potere a Gerusalemme, sconfiggerà i romani e inaugurerà il regno di Israele ma l’Unto del Signore! Gesù è l'inviato del Signore ma non con quei metodi che la gente si aspetta, metodi che creano solo confusione e dispersione tra la povera gente. Sarà compito della comunità cristiana «prendere per mano» gli uomini ed accompagnarli in questo percorso di progressiva scoperta del Signore e lasciarsi conquistare da Cristo Gesù!
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono ancora in cerca di idoli o mi basta il Dio vivente?
Chi è per me il “Figlio dell’uomo” Gesù? Ho mai valutato criticamente le idee che mi faccio di Lui?
Accetto l’autorità della Chiesa che mi fa crescere? O mi chiudo, mi difendo, contesto solamente?
Mi sento responsabile delle scelte di vita o di morte degli altri? Oppure cammino in un mondo tutto mio?
Quale esperienza concreta della mia vita mi permette oggi di dire a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»? Sono pronto a intraprendere il cammino della croce con Gesù?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
 
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
 
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani. (Sal 137).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
“Chi dite che io sia?”. Rispondere a questa domanda è faticoso in quanto dipende dal tipo di adesione a Lui. Una cosa è certa: ci spinge sempre di più a conoscerlo personalmente sulle strade della vita, distogliendoci da un’immagine distorta che abbiamo di Cristo Gesù. Riscoprirla sarà un nuovo discepolato, una nuova vocazione, una nuova santità sulla via della croce.