giovedì 14 agosto 2014

LECTIO: XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Lectio divina su Mt 15,21-28

Invocare
O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
Leggere
21 Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24 Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». 25 Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
 
Silenzio meditativo: Popoli tutti, lodate il Signore
 
Capire
La sezione narrativa del vangelo di Matteo che si situa tra il discorso parabolico e quello ecclesiale (cc. 14-17) è parallela alla sezione marciana che va dalla visita di Gesù a Nazareth fino al secondo annunzio della passione (Mt 13,53-17,27 // Mc 6,1-9,32).
Gesù prima di affrontare la “salita” battesimale a Gerusalemme, e dunque alla Croce, compiendo la volontà del Padre, cerca di arrivare a molte “città e villaggi” (cfr. Mt 9,35-38), annunciandolo l’Evangelo insegnandone la dottrina e operando le “opere del Regno”, riportando tutti all’adorazione di lode e di azione di Grazia al Padre, e formando i discepoli per la “prova” suprema, la sua Morte, e la sua gloriosa Resurrezione.
Nel brano odierno Matteo, riprendendo Marco, ne da una sua visione teologica: il Regno di Dio è per tutti i popoli perchè tutti sono chiamati alla salvezza, tutti sono redenti dal Figlio, tutti devono poter chiamare Dio col nome di Padre.
Questo discorso non è gradito e Gesù è costretto ad allontanarsi dalla Galilea verso terre pagane.
 
Meditare
v. 21: Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone

L’evangelista Matteo esplicita un’attività di Gesù su territorio pagano, anche se non esplicità che Gesù abbia attraversato il confine. Le località Tiro e Sidone sono del territorio fenicio confinante con la Galilea settentrionale che lo stesso Matteo indica come regione pagana (cfr. Mt 11,22).
Forse Gesù cercava un luogo per stare da solo (si ritirò: anachoreo) e le località vogliono dare riflessione di questo suo ritirarsi: Tiro (dall'ebraico sur = roccia) e Sidone (dall'ebr. sùdon = luogo di rifornimento o luogo pescoso).
v. 22: Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Matteo fa “entrare in scena” una donna che a differenza di Marco la qualifica come cananea, cioè appartenente agli antichi abitanti della terra di Israele (Marco la presenta come sirofenicia) e lascia intendere che essa fosse venuta in Galilea «dalla regione» (apo horiôn) verso cui Gesù si era ritirato.
I Cananei erano i Fenici descritti dal Deuteronomio come popolo votato allo sterminio (Dt 7), gente pagana che va sottomessa a Israele.
Possiamo cogliere qui due aspetti come succede nel brano della donna Samaritana.
La Cananea, anzitutto, è donna, che per gli antichi - non per la Scrittura - era «un male necessario»; secondo, abbiamo un aspetto biblico: è Cananea, discendente di Cam, l'indecente dispregiatore del padre suo Noè, e da questi maledetto, con un piccolo poema terribile, dove Cam è anche Canaan (cfr. Gen 9,25-27).
Gesù però non guarda tutto questo: essere donna, è una benedizione divina (cfr. Gal 4,4) arriva invece alla fede. Del resto il NT presenta una fede immediata al femminile.
Infatti, anche in questo episodio è la donna che chiede aiuto a Gesù invocandolo “Signore, figlio di Davide” che rivela subito all’inizio la fede israelitica e messianica della donna.
In quest’invocazione la donna chiede “elemosina” a Gesù chiamandolo Signore, da cui attende la salvezza da ogni male.
La motivazione di quest’invocazione è una malattia tormentata dal demonio.
v. 23: Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!».
Gesù rimane in silenzio. Il suo silenzio è un iniziare a gettare lo sguardo oltre l’orizzonte, di aprirsi agli ultimi. I discepoli non comprendono e intervengono. Il loro farsi avanti si presenta ambiguo: far esaudire da Gesù il desiderio della donna e in tal modo sbarazzarsi di lei; oppure che Gesù dovrebbe semplicemente mandarla via per evitare il fastidio che sta causando (cfr. Lc 11,7-8; 18,5) senza comprendere che quel gridare è preghiera: “Dalla profondità io grido (krázô) a Te, Signore! Signore, ascolta la voce mia! (Sal 129,1b-2a).
v. 24: Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele».
Gesù intende limitare il suo campo d’azione al popolo dell’alleanza. Una così rigida delimitazione era già apparsa nel racconto matteano dell’invio dei discepoli, ai quali Gesù aveva ordinato di rivolgersi solo alle pecore perdute della casa di Israele (10,6). Gesù aveva anticipato questo atteggiamento nel “discorso della montagna”, dove aveva prescritto ai discepoli ancora da istruire a fondo: “Non donate il Santo ai cani, né gettate le perle vostre davanti ai porci” (Mt 7,6).
L’appellativo di «pecore perdute» si rifà alla nota immagine biblica del popolo come gregge senza pastore (cfr. Ez 36). Partendo dal presupposto che i miracoli sono segno della salvezza escatologica, essi devono essere riservati ai giudei in quanto popolo dell’alleanza: tutti gli altri ne sono esclusi. . Chi è “straniero” all’alleanza, non solo è escluso dai suoi benefici, ma è considerato come un animale impuro, da evitare con orrore, astenendosi non solo dal mangiare insieme, ma perfino dal toccarli (le norme in Lev 11; il v. 27 per i cani, il v. 7 per i porci).
v. 25: Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!».
La madre non indietreggia, va avanti fiduciosa, cosciente della sua povera esistenza. Il suo insistere le fa usare le stesse parole di Dio, prese dai Salmi: 70,2; 79,9; 109,26; 119,86.117.175.
v. 26: Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
Matteo riferisce, in sintonia con Marco, la risposta di Gesù. L’immagine è quella di una famiglia nella quale il pane, alimento prezioso, viene riservato ai figli e non ai cani. In altre parole Gesù dice alla donna la stessa cosa già espressa ai discepoli. L’immagine usata però è molto forte: in essa gli israeliti sono identificati con i figli, mentre i gentili sono considerati, alla luce delle concezioni giudaiche dell’epoca, alla stregua di cani. Il cane, infatti, era considerato animale impuro.
Gesù mette davvero a dura prova l'umiltà e la fede della donna. L'asprezza del detto è alquanto attutita dall'uso del diminutivo kynarion che indica i cani domestici, che stanno in casa (15,27). Comunque sia, Gesù afferma chiaramente il principio ebraico tradizionale in materia di storia della salvezza: prima i Giudei.
v. 27: «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
La risposta della donna non è solo un'assenso a quanto Gesù ha dichiarato, ma è un'ulteriore insistenza nel richiedere la grazia desiderata (cfr. Ef 4,3; Fm 20).
La Cananea come è ovvio ignora che il medesimo Signore che ha adorato e sta implorando, aveva detto che “i figli del Regno” per le loro colpe possono essere esclusi dal Convito, mentre “molti” da ogni regione della terra saranno chiamati ed ammessi a stare a mensa con Abramo ed Isacco e Giacobbe (Mt 8,11-12; Lc 13,28-29).
La donna cananea sa cosa significa essere ammessi al Convito: non chiede, però, di essere trattata alla pari degli ebrei, sa di non poter vantare alcun diritto, si accontenterebbe di qualche briciola del "pane" con cui il Dio d'Israele nutre i suoi figli. Ella riconosce la sua situazione di miseria e il suo grido tocca il cuore di Gesù.
Il problema qui, man mano che si avanza nella fede, non appartiene alla donna ma ai discepoli che fanno fatica a condividere il pane coi pagani.
v. 28: Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
Dopo aver saggiato al crogiolo la fede della donna cananea,  che riconosce la salvezza di diritto ai soli giudei manifestando una grande fede nel piano salvifico di Dio, Gesù risponde prontamente ammettendo la donna al Convito.
Lo fa chiamandola “donna” (in greco è gynai, titolo nobiliare, come dire: «signora») dandole il supremo riconoscimento: “Grande è la fede tua!”
Con questo episodio Gesù riconosce che la salvezza va immediatamente, per sua natura, al di là dei confini di Israele, perché Egli è venuto a redimere tutti gli uomini, senza barriere di razza o confini politici. Matteo concluderà il Vangelo riportando con assoluta chiarezza, quanto Gesù, prima di tornare al Padre suo ha comandato ai suoi discepoli: “andate, dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). La guarigione della figlia è il segno di una grande fede che supera ogni ostacolo, anche quella del demonio.
 
La Parola illumina la vita
Lasciamo che la Parola di Dio ci metta in crisi, anche questa volta. Lasciamoci rimproverare. Facciamo in modo di rivedere i piani di evangelizzazione che accuratamente elaboro dal mio punto di vista, secondo quello che ritengo giusto ed efficace, secondo le indicazioni accorte di coloro che si sentono i custodi della verità. La donna cananea era consapevole di non avere diritto alla salvezza; c'è da chiedersi quanti cristiani hanno la stessa consapevolezza, quanti si rendono conto di essere dei privilegiati, destinatari di un amore di predilezione cui corrispondere con riconoscente coerenza.
È la nostra comunità Cristiana aperta alla fede presente nelle altre persone a cui Dio ci mette accanto?
Sono disposto ad ascoltare e condividere la mia esperienza di fede con coloro che vivono il loro rapporto con Dio in maniera differente dalla mia?
So riconoscere l'opera di Dio in coloro che non appartengono al mio gruppo? O il mio gruppo è migliore dell’altro (o viceversa)?
 
Pregare
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
 
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
 
Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.

Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. (Sal 66)
 
Contemplare-agire
La celebrazione dell'eucaristia ci aiuta a recuperare la nostra condizione indigente, l'incontro con il Dio della misericordia, la relazione di amore con i nostri fratelli. Attorno all'altare di Cristo nessuno è ospite, né straniero: ognuno è accolto come figlio e fratello. Dovremmo valorizzare maggiormente le parole e i segni della celebrazione eucaristica. (Cataldo Zuccaro).




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