mercoledì 3 luglio 2019

LECTIO: XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)


Lectio divina su Lc 10,1-12.17-20

Invocare
O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all'annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
1Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
5In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11“Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città».
17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Dentro il Testo
Ci troviamo durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Gesù aveva già inviato i Dodici (Lc 9,1-6). Tale invio ha prefigurato l’invio degli apostoli al popolo di Israele. L’invio dei 70/72 prefigura la missione universale di tutta la Chiesa. Questa prospettiva universale della missione può essere colta grazie alla presenza nel brano di alcuni elementi caratteristici:
- l’immagine della messe abbondante (v. 2): nell’AT è immagine del giudizio finale di Dio su tutti i popoli.
- il ricordo delle città di Sodoma (v. 12), città simbolo dei pagani.
- il numero simbolico di 70 o 72. Esso può riferirsi a Gn 10: l’elenco dei popoli, la discendenza dei figli di Noè. Il loro numero (70 per la Bibbia masoretica, 72 per la Bibbia dei LXX) simbolizza il mondo pagano. Oppure può provenire da Nm 11,24-30: Dio ha dato lo spirito profetico ai 70 anziani scelti da Mosè, ma anche a due uomini che erano rimasti nell’accampamento, in totale dunque 72 uomini.
Viene dunque prefigurata la missione post-pasquale, quando la vicinanza del Regno sarà proclamata a tutti i popoli, senza eccezione. E di questa missione vengono indicate le caratteristiche fondamentali. Anzitutto è una missione apportatrice di bene: entrando in una casa i discepoli devono augurare la pace e cioè la pienezza dei beni messianici; entrando in una città essi devono annunciare il regno di Dio con le opere (guarendo i malati) e con le parole. Viene offerta a tutti gli uomini la salvezza di Dio; è necessario però rendersi conto della gravità che un eventuale rifiuto riveste.
Seguiranno poi due brani molto importanti sulle caratteristiche del discepolo: la carità verso il prossimo (il buon Samaritano, Lc 10,25-37), ma una carità che si fondi sull'ascolto della Parola di Dio (Marta e Maria, 10,38-42).

Meditare   
v. 1: Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue
I fatti a cui Luca si allaccia sono gli insegnamenti riguardanti la sequela di Gesù. All’insegnamento segue l’invio. Ognuno ha ricevuto la Parola di Dio.
L'iniziativa della chiamata e dell'invio è del Signore, padrone della messe; ai discepoli corrisponde la disponibilità nella risposta. Questo significa che l’uomo non è gettato nella vita per andare verso la morte, ma è chiamato per nome; Dio manda per lui dei messaggeri per portargli la sua parola.
Il numero di questi discepoli in alcuni manoscritti è 72, in altri 70. Si tratta di un numero evocativo che ritroviamo nel Pentateuco. In particolare si tratta di una effusione dello Spirito per una missione particolare.
C'è una missione a cui il Signore incarica altri discepoli che non sono gli Apostoli e che rimane valida grazie all'opera dello Spirito.
e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
L’andare a due a due era un modo di difendersi e di aiutarsi in caso di pericolo. Essere in due è essere in comunione almeno con un'altra persona, perché la testimonianza sia credibile (cfr. Dt 19,15). Così andarono Pietro e Giovanni (At 3-4; 8,14); Barnaba e Saulo, inviati dalla comunità di Antiochia (At 13,1-4). L'annuncio del Vangelo non è lasciato all'inventiva solitaria, ma è opera di una comunità di credenti. Sia pure piccola, come nel caso dei genitori, primi educatori della fede dei loro figli. L'impegno di annunciare il Vangelo assieme ad altri non è solo una questione di maggiore efficacia, ma perché il farlo assieme è espressione di comunione e garanzia della presenza del Signore: "Dove sono due o tre lì sono io in mezzo a loro" (Mt 18,20).
Inoltre, sono portatori del messaggio di un'altra persona; non sono proprietari o protagonisti, sono precursori di Qualcuno che è più importante, che verrà dopo, per la cui venuta essi devono preparare le menti e i cuori dei destinatari, che sono su tutta la faccia della terra.
v. 2: Diceva loro: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
L'immagine del campo pronto per la mietitura era legato alle profezie apocalittiche (cfr. Gl 4,13 e Is 27,12). Le messi mature indicano le nazioni che si dovranno sottoporre al giudizio di Dio. Egli manda i suoi angeli per raccogliere Israele o i popoli come frutto maturo. In Luca questa interpretazione si allarga: le messi sono le nazioni a cui portare il Vangelo: esse sono innumerevoli mentre gli evangelizzatori non sono mai sufficienti.
Oggi la situazione è la stessa di ieri. Le sfide della missione variano, in parte, secondo i tempi e i luoghi, ma nella sostanza sono ugualmente esigenti. E quindi valgono anche oggi le stesse soluzioni che Gesù proponeva allora.
Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!
Bisogna pregare, perché la missione non può venire dalla decisione degli uomini. Annunziare il Regno di Dio non significa annunziare una verità che io ho capito, ma vuol dire annunciare qualcosa che Dio compie e questo annuncio è legato a una missione del Signore.
La preghiera sta ad indicare che ci troviamo dentro al Regno della grazia e non al regno dell’autoaffermazione umana. È una preghiera che porta a compimento, realizza il desiderio di Gesù, un desiderio legato alla sua compassione. Dobbiamo pregare il padrone della messe, il Padre, perché ci siano persone che pongano mano alla messe che è Gesù. Gli operai sono chiamati ad essere mandati alla messe, cioè al Cristo. Questa è la prospettiva di ogni discepolo.
v. 3: Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi
L’imperativo usato è un invio esplicito. Il Signore ci manda come “agnelli in mezzo ai lupi”, invia per una strada piena di pericoli, ostilità, violenza nei confronti dell’annuncio del Vangelo (i lupi), anticipando quello che sarà Lui in pienezza: vero agnello della vera Pasqua.
Ai discepoli indifesi, Gesù chiede di essere come Lui, rivestiti solo di Lui. L’agnello richiama l’Agnello pasquale e il servo sofferente che porta il peccato del mondo: il Crocifisso.
v. 4: Non portate borsa, né sacca, né sandali
Qui iniziano delle indicazioni per uno stile di vita. Esse sono del tutto simili a quelle che Gesù aveva già dato agli apostoli in Lc 9,1-6. Lo stile della missione deve essere libertà e distacco. Le modalità della missione sono già missione. Non è solo importante il fine: i mezzi sono importanti almeno quanto il fine. C’è un modo di andare che dice che abbiamo raccolto Cristo, nostra messe, che è l’andare come agnelli in mezzo ai lupi, senza che ci sia una garanzia. Le vicende della guerra ci hanno insegnato che siamo poco inclini, in quanto Chiesa, ad assumere la condizione degli agnelli. Il discepolo deve affidarsi alla Provvidenza e alla generosità di quanti incontrerà.
Tra i divieti vi è anche quello di portare i sandali, ciò vuol indicare un servizio umile e disinteressato.
Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
Il non fermarsi significa che non si deve perdere tempo con le cose che non appartengono alla missione. È possibile che sia un'evocazione dell'episodio della morte del figlio della sunammita, dove Eliseo dice all'impiegato: "Parti! Se qualcuno ti saluta, non rispondergli" (2Re 4,29), perché si trattava di un caso di morte. Luca vuole raccomandare il non farsi distrarre dall'impegno missionario. Annunciare la Buona Novella di Dio è un caso di vita o di morte!
vv. 5-6: In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
I discepoli di Gesù quello che possono portare con loro è solo la pace. Ciò significa che devono confidare nell'ospitalità della gente. Così il discepolo che va senza nulla portando appena la pace, mostra che ha fiducia nella gente. Il dono della pace (lo Shalom) nel senso biblico più completo, per le persone e le famiglie. È un impegno solenne e positivo, che solo può compiere chi si presenta come un agnello. La pace è il dono messianico per eccellenza; Gesù l'ha già donata a qualcuno, soprattutto nel dono del perdono; e, nella sua passione, egli diventerà «la nostra pace», quando ci riconcilierà definitivamente con il Padre. La pace è il dono e il saluto privilegiato del Risorto. Dopo la sua risurrezione, salutare con il saluto della pace non è un continuare la pur sempre lodevole abitudine del tempo, ma significa comunicare e augurare la salvezza, la riconciliazione con Dio e tra gli uomini. Il discepolo è essenzialmente un portatore di pace, un costruttore di pace.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
L’espressione semitica «figlio della pace» ha diversi significati: uomo pacifico, aperto alla pace, destinato alla pace. Il saluto di «pace» appare come una realtà salvifica capace, se viene accolta, di ottenere effetti concreti nella vita della casa, di rendere efficace in essa la forza del Regno annunciato da Gesù (vedi l’episodio di Zaccheo Lc 19,1-10). Questa pace è la password per aprire anche le serrature più arrugginite. E non va sprecata e tanto meno vanificata, al punto che Gesù precisa “altrimenti tornerà a voi”. La «vostra» pace è quindi quel dono salvifico di Gesù che i messaggeri sono incaricati di portare. Essa «riposerà»: verbo che nell’AT è utilizzato per parlare dello Spirito di Dio (Nm 11,25; 2Re 2,15).
vv. 7-8: Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa
I discepoli non devono andare di casa in casa, ma rimanere nella stessa casa. Cioè devono convivere in modo stabile, partecipare nella vita e nel lavoro della gente del luogo e vivere di ciò che ricevono in cambio, perché l'operaio merita il suo salario.
Il "diritto alla ricompensa" è un elemento che è entrato in un secondo momento e riflette le esigenze dei predicatori del Vangelo del primo secolo. Ne è portavoce autorevole Paolo (es. 1Cor 9,14).
Il valore comunitario della convivenza fraterna prevale sull'osservanza delle norme rituali. Agendo così, criticavano le leggi della purezza che erano in vigore, ed annunciavano un nuovo accesso alla purezza, all'intimità con Dio.
Non passate da una casa all’altra.
Questo secondo imperativo vuole impedire al discepolo di dare l'impressione di essere un incostante o di ricercare comodità che non possono dargli i primi che l'hanno accolto. Eppure, sono questi i più degni di fare della loro casa, in quella città, il centro di diffusione del messaggio. Non possono essere privati di questo loro bene. Ed è con loro che si condivide anche il cibo.
Questi versetti corrispondono però anche alla visione di Luca, per il quale la vera meta dell’attività missionaria è la città. Per lui, la casa rimane l’alloggio base degli evangelizzatori, e la ripetizione della regola sul mangiare si riferisce a i vv. 5-7 e quindi alla funzione della casa nella prospettiva della predicazione nella città.
vv. 8-9: Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto
A partire da questo versetto, l’attenzione si rivolge alla città come luogo della missione. Dalla casa si passa alla città. Il fatto che all’accoglienza è legata subito al cibo, può essere un indizio che questo fosse uno dei problemi più grossi per i predicatori del Vangelo dei primi tempi. Inoltre faceva parte della predicazione anche l'essere un "buon ospite". L'invito a mangiare quanto verrà offerto, indica che le città potranno essere anche città pagane e che quindi non si attenevano alle regole alimentari degli ebrei.
Guarite i malati che vi si trovano
Accanto all'annuncio del Vangelo c'è anche la cura degli ammalati. Nelle guarigioni Luca vede il segno della vicinanza del Regno di Dio come salvezza: l’uomo riceve la sua integrità umana.
I discepoli devono occuparsi dei malati, curare i lebbrosi e cacciare i demoni (cfr. Mt 10,8). Questo significa che devono accogliere dal di dentro della comunità coloro che da essa furono esclusi.
La pratica della solidarietà critica la società che esclude una persona dal resto della comunità. E così si recupera l'antica tradizione profetica del «goêl». Fin dai tempi più antichi la forza del clan o della comunità si rivelava nella difesa dei valori della persona, della famiglia e della possessione della terra, e concretamente si manifestava ogni “sette volte sette anni” nella celebrazione dell'anno giubilare (Lv 25,8-55; Dt 15,1-18).
dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”.
Per la prima volta Luca riporta la formula «il Regno di Dio è vicino a voi», sintesi dell’annuncio centrale di Gesù (cfr. Mc 1,15). Riguardo al significato originale, il problema è di conoscere il senso esatto del verbo eggizein, che normalmente significa «avvicinarsi», ma che, al perfetto, può acquistare la sfumatura di una prossimità immediata, di una vicinanza tale da diventare presenza. Il Regno di Dio è vicino perché Gesù è vicino. È la prossimità del Signore, del Risorto, grazie all’annuncio dei suoi missionari. I messaggeri annunciano la forza salvifica del Regno presente nella loro attività che è quella del Risorto.
Annunciare il Regno non è in primo luogo insegnare verità e dottrine, ma portare le persone ad un nuovo modo di vivere e di convivere, ad un nuovo modo di agire e di pensare, partendo dalla Buona Novella che Gesù ci annuncia: Dio è Padre, e quindi noi siamo fratelli e sorelle gli uni degli altri.
vv. 10-11: Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze
Qui viene contemplata la possibilità di un rifiuto. Gesù, come ha detto ai dodici, comanda ancora una volta di scuotere la polvere dai piedi, mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità.
E dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”.
Il gesto dello scuotere la polvere dai piedi lo compiva ogni pio israelita quando varcava il confine di ritorno da paesi pagani. Questo significava che egli non voleva portare con sé niente di quelle terre impure. Lo scuotere la polvere di una città che non aveva accolto la Parola era dunque un gesto forte che indicava il rifiuto di qualsiasi comunione ulteriore. In Marco questo gesto doveva essere compiuto uscendo dalla città ostile, mentre per Luca questo andava fatto nella piazza con alcune parole che giustificavano il gesto. Ciò sottolinea la gravità dell'atteggiamento di rifiuto da parte dei cittadini e poteva essere un gesto estremo per una ulteriore conversione.
v. 12: Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città».
Quanto sia urgente il messaggio si percepisce anche dal fatto che è forte la condanna per coloro che non intendono accettarlo, essi sono considerati peggiori dei famigerati peccatori di Sodoma (Gn 19). Si noti però che si dice che ciò avverrà nel giorno del giudizio, non adesso: al rifiuto non segue immediatamente il castigo, la condanna; Dio continua ad offrire tempo ai peccatori per convertirsi.
Il valore escatologico dell’annuncio di Gesù viene trasferito sulla missione dei suoi messaggeri: anche il loro annuncio ha carattere escatologico, e quindi le città che rifiutano la loro proclamazione sono minacciate dal medesimo giudizio di quelle che hanno respinto Gesù.
Il rifiuto dei messaggeri è seguito da una parola di giudizio che funge da legame tra Lc 10,10-11 e Lc 10,13-15. Più che un senso di vendetta contro le città che non accolgono il Vangelo, la sentenze mette in luce la serietà della decisione richiesta dinanzi all’annuncio della venuta del Regno di Dio; comunque esiste qualche tensione con l’insegnamento emerso in Lc 9,51-56.
v. 17: I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Saltiamo alcuni versetti per riprendere il mandato dei 72 discepoli. Non sappiamo cosa sia successo durante la missione, qui Luca descrive il ritorno pieno di gioia a seguito di un grande successo missionario.
Il successo missionario è descritto come sottomissione dei demoni, La Parola di Dio, infatti, libera gli uomini dal male. La lotta con i demoni infatti si compie nel nome di Gesù. Soprattutto negli Atti si vedrà la potenza di questo nome. Inoltre, implica l’estendersi del tempo della salvezza come tempo di gioia alle nazioni.
La sottomissione dei demoni può destare meraviglia a questo punto, poiché i discepoli erano stati inviati a guarire e predicare. L’accenno al potere di espellere i demoni si legge solo all’invio dei Dodici. Questo può suggerire che non c’è distinzione di poteri tra i Dodici e i Settantadue nel campo della missione. Questo potere sui demoni mostra che Luca vede la missione come confronto con le forze sataniche del male, una liberazione dell’uomo che si trova sotto tale potere significato dalle malattie.
v. 18: Egli disse loro: Vedevo Satana cadere dal cielo come folgore.
Perché Satana cadde dal cielo? Satana cadde a causa dell’orgoglio. Egli desiderò essere Dio, piuttosto che essere un servo di Dio. La caduta di Satana dal cielo è descritta in maniera simbolica in Is 14,12 ed Ez 28,12-18. Mentre questi due passi si riferiscono specificamente ai due re di Babilonia e di Tiro, si riferiscono anche al potere spirituale dietro quei re, chiamati Satana. Il fatto che Satana cade dal cielo lo troviamo anche in Genesi e nel libro di Giobbe e va messo in prospettiva escatologica.
Con l’annuncio della vicinanza del Regno di Dio, Satana ha perso il potere di accusatore nei confronti di Israele: Dio offre di nuovo e in modo definitivo la sua grazia salvifica al popolo. La caduta di Satana è già una realtà: l’agire salvifico di Dio è all’opera, il suo Regno è già presente e tende con tutta forza verso il pieno compimento. Quando gli eserciti di Dio marciano nel nome di Gesù, Satana non ha il potere di fermare quella marcia vittoriosa : la volontà di Dio viene fatta, il nemico è in fuga e nulla può fermare i propositi dell’Altissimo.
v. 19: Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi.
Con questo versetto Luca pone l’attenzione sulla protezione ricevuta: gli evangelizzatori non camminano sui serpenti e gli scorpioni per schiacciarli come un nemico vinto, ma possono camminare sopra queste bestie pericolose senza danno, senza essere vittime dei loro morsi. La protezione divina dei discepoli si estende anche contro le numerose e varie manifestazioni nocive – seduzioni e tormenti – che Satana può recare all’uomo, e che i messaggeri dovranno affrontare: avranno da Dio il potere di superarle.
v. 20: Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi
È la gioia legittima di chi vede i frutti della sua attività, e i settantadue, avevano visto i demoni sottomettersi a loro, che predicavano ed operavano nel nome di Cristo; un entusiasmo che dava loro coraggio e li riempiva di esultanza. Da qui l’invito prezioso che Gesù rivolge ai discepoli è un invito a non rallegrarsi del potere che possono esercitare. L’orientamento è ai cieli. Il segno di una Chiesa orientata al cielo è una Chiesa che non gioisce del potere che ha, ma è una Chiesa che si sa al servizio.
C’è una gioia più profonda e sicura che proviene dall’essere amati e scelti da Dio. Una priorità data alla salvezza individuale e un orientamento all’essenziale, che prepara le esortazioni della seconda parte del capitolo (vv. 25-42). La gioia vera, quella profonda, duratura, inalterabile e che niente e nessuno potrà mai intaccare, non viene, infatti, dalle mutevoli vicende temporali, ma nasce dall'eterna comunione col Dio che salva.
rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.
Il profeta Isaia già aveva messo in rilievo come la missione del profeta sia strettamente legata al piano di Dio. È lui che per mezzo nostro consola, restituisce la gioia della vita, nutre, fa crescere, rende la società prospera e la fa vivere in pace. È sempre la paternità e fecondità di Dio che siamo portati a trasmettere. San Paolo osa dire, da Apostolo, che il missionario porta in sé le stigmate, i segni di riconoscimento di Gesù Crocifisso (Gal 6,17), del dono, della Missione di Cristo, il solo missionario che fa della vita nostra partecipazione alla sua missione.

Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato

La Parola illumina la vita e la interpella
Mi sono mai sentito mandato ad annunciare la Parola con le parole ma anche con la testimonianza di vita?
In cosa consiste la mia testimonianza del Vangelo senza borsa, bisaccia e sandali? Quali difficoltà incontro nel realizzarla? Sono una persona che sa accogliere ciò che gli viene offerto dagli altri?
Che cosa significa per me oggi che il “regno di Dio” è vicino?
Sento la gioia di appartenere a Cristo? Che cosa mi rallegra di più?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».

«A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. (Sal 65).

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…
Abbandoniamoci all’azione dello Spirito Santo per ritrovare lo stupore dell’ascolto della Parola di Dio che giunge ai nostri orecchi attraverso l’inviato di Dio. C’è una parola di Dio per te! Dare all’uomo il vangelo significa dargli il motivo fondamentale per cui vivere, significa dargli la forza e l’energia per superare i tanti momenti di avvilimento, di stanchezza, di fatica che inevitabilmente stanno dentro alla nostra vita.