martedì 19 maggio 2020

LECTIO: ASCENSIONE DEL SIGNORE Anno A

Lectio divina su Mt 28,16-20

Invocare
O Dio altissimo, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre, e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunziatori della salvezza offerta a tutti i popoli. Per Cristo nostro Signore. Amen.

In ascolto della Parola (Leggere)
16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.

Dentro il Testo
Questa domenica leggiamo e ascoltiamo la parte finale del Vangelo di Matteo, dove si sottolinea l'intronizzazione definitiva di Gesù Cristo come sovrano dell'universo. Si conclude, qui, il tempo della presenza visibile di Gesù in mezzo ai suoi e si profila l'inizio del tempo della Chiesa, che è anche il tempo degli Apostoli, degli Evangelisti e, anche il tempo della scrittura dell'Evangelo.
Secondo questo testo conclusivo, il tempo della Chiesa è caratterizzato da un comando fondamentale che Gesù ha affidato alla comunità: l'evangelizzazione. Il programma per l'Evangelista e per il tempo della Chiesa è il seguente: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Il brano è collocato dopo l'apparizione di Gesù alle donne la mattina di Pasqua. Esse ricevono l’incarico di ragguagliare i discepoli e di inviarli in Galilea, perché vi possano vedere il Signore (v. 10).

Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 16: Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
I discepoli non sono più dodici ma undici. Il numero dodici si è spezzato, non è completo, non è perfetto. Giuda ha tradito (cfr. Mt 27,3-10). Matteo non fa alcun accenno alla reintegrazione del numero dodici come fa Luca in At 1,12-26.
Gli apostoli prima dell'elezione di Mattia (At 1,12-26), si recano all'appuntamento con il Cristo risorto, come avevano detto loro le donne, non per riconoscerlo, ma per ascoltare la rivelazione definitiva. Il luogo è un monte. Di quale monte si tratta? Matteo è l’unico evangelista che fa iniziare e terminare l’attività di Gesù su di un monte (Mt 5,1; 28,16). Questa scena è anche l’ultimo dei riferimenti a Mosè, morto sul monte Nebo (Dt 34,1-5).
L’Evangelista non da un’indicazione topografica ma teologica. “Il monte” è una realtà, il luogo della terra più elevato e vicino al cielo. Per questo motivo, le culture antiche sul monte attestano la dimora della divinità. Salire sul monte significa poter aver accesso alla divinità o avere la condizione divina. In Matteo, il monte è quello delle beatitudini, dove Gesù ha detto la Parola (cfr. Mt 5,1). Ciò vuol dire che il Signore lo incontro ascoltando la sua Parola.
Il richiamo alla Galilea ha un significato preciso: la Galilea è il luogo in cui i discepoli avevano ricevuto la prima chiamata (Mt 4,18-22) e la prima missione ufficiale (Mt 10,1-16) . Ed è il luogo dove Gesù ha vissuto la vita d’ogni giorno e iniziato il suo annuncio (Mt 4,12-17).
Per incontrare il Risorto bisogna ripartire dall’esperienza che si è fatta di Lui, occorre partire dalla Galilea per ritrovare il rapporto antico, l’amicizia e la comunione di un tempo. Per questo debbono «salire su un monte», come Mosè era salito sul monte Sinai per vedere la gloria di Dio e per ricevere la parola della Legge; anche loro debbono salire su questo monte per vedere il Signore Risorto e per ricevere da lui l’ultima decisiva parola d’insegnamento.
Matteo presenta ancora un secondo monte, quello della trasfigurazione, dove i discepoli videro la gloria (cfr. Mt 17,1) dove il Padre invitò all’ascolto del Figlio. Questo sta indicare che posso incontrare il Signore Risorto nella misura in cui lo ascolto, e nella stessa misura lo vedo perché il mio, il tuo volto è trasfigurato a immagine del suo. Si diventa la Parola che ascoltiamo e la Parola ascoltata diventa la tua vita, prende carne nella tua vita e diventa il tuo volto, il tuo modo di essere; hai ascoltato il Figlio sei diventato figlio e ti fai fratello.
v. 17: Quando lo videro, si prostrarono.
Il versetto inizia con il verbo vedere, verbo adoperato dall’Evangelista nelle beatitudini: “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio” (Mt 5,8), verbo che non indica il semplice vedere dal punto di vista fisico, ma una profonda percezione della realtà, e che è adoperato per le manifestazioni divine (Mt 17,3; 26,64; 28,10).
Ora i discepoli vedono il Cristo risuscitato. Vederlo non dipende dalla vista, ma dalla fede.
La capacità di vedere il Risorto si basa sulla fede dell’individuo, come nella risurrezione di Lazzaro, condizionata dalla fede che Gesù sollecita alla sorella Marta: “Non ti ho detto che se crederai, vedrai la gloria di Dio ?” (Gv 11,40).
Il risultato del vedere è adorare. La parola proskunesis è segno che confessano Gesù il Signore risorto: è la confessione di chi crede e accoglie la presenza di Dio (cfr. Mt 2,11; 4,9). Una presenza particolare, che conclude in un certo senso il percorso stesso di Dio, che dal «Io sono», diventa: «io sono con voi».
Essi però dubitarono.
Questa confessione è attraversata dal dubbio, un dubbio che va di pari passo nel cammino della fede. Matteo sembra presentare così la comunità cristiana, una comunità che cammina tra fede e dubbio.
Il verbo dubitare / vacillare viene adoperato dall’Evangelista soltanto qui e nel tentativo di Pietro di camminare sulle acque: “Cominciando ad affondare gridò a Gesù di salvarlo e il Signore gli stese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,30-31). Si tratta dunque di quel dubbio che ti fa vacillare e non ti rende forte nella fede. L’accostamento tra i due episodi vuole indicare che tutti i discepoli non hanno ancora la fede sufficiente per raggiungere Gesù nella pienezza della condizione divina.
Però il margine di dubbio è un margine di libertà, è il margine in cui si gioca la libertà. Il margine che significa la possibilità di una libera accettazione, di una libera scelta, nonostante che abbiamo capito che è il Signore.
v. 18: Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
Se al versetto 9 sono state le donne ad avvicinarsi a Gesù, qui è Gesù stesso che si avvicina e rivendica su se stesso quanto afferma la Sacra Scrittura: «uno simile ad un figlio di uomo»: «Gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano...» (Dn 7,14) con una sfumatura: per Matteo, Gesù, “non è venuto per essere servito ma per servire” (Mt 20,28), non viene a dominare le nazioni ma a liberarle comunicando loro lo stesso Spirito vitale di Dio. Questo è il potere di Gesù. Un potere strano che è espresso nel modo più bello nelle parole di un passante, nel momento in cui Gesù è sulla croce, inchiodato, quando dice di lui: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso» (Mt 27,42a); ha avuto il potere di fare del bene con le sue opere e parole, ma c’è un potere che Gesù non ha: di proteggere e salvare se stesso.
Da dove viene questo potere? Gesù si presenta come il Signore del cielo e della terra: ha l’«exousia», il potere. In questo caso “exousia” vuol dire «essere da». Nella professione di fede diciamo “Dio da Dio”. Quindi Gesù è uno che è da Dio e ha il potere di Dio. Questo potere Gesù lo riceve dal Padre quindi lo esercita non secondo il suo interesse, ma nella piena obbedienza al Padre, facendo la volontà del Padre. Tra il Padre e Gesù c’è un connubio d’amore, un rapporto d’intimità. Il potere di Gesù è questo: di dare la vita, di fare vivere, di rendere partecipi della vita stessa di Dio, della vita eterna (cfr. Gv 17,2).
v. 19: Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli
Gesù usa un imperativo. In quell’andate è racchiusa la missione di tutti, di coloro che hanno scoperto che Dio è Padre e che tutti sono fratelli.
Nel suo comando Gesù invita a “discepolizzare”, a “fare discepoli”. Si tratta di ricondurre tutte le nazioni al Cristo Gesù, al riconoscimento del Regno di Dio presente in Gesù, alla sequela di Gesù come il modo pieno di realizzare la propria esistenza davanti a Dio, e quindi la propria vocazione nella piena libertà e rispetto per tutti.
Con questa autorità/potere, la stessa del Padre, Gesù invia non solo i discepoli ma tutti i battezzati a tutta l’umanità: il regno di Dio si estende a tutti i popoli: è una chiamata a vivere la missione. Condividere l’esperienza della fede, testimoniare la fede, annunciare il Vangelo è il mandato che il Signore affida a tutta la Chiesa.
battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo
"I mezzi che abbiamo per «fare discepoli» sono principalmente il Battesimo e la catechesi. Ciò significa che dobbiamo condurre le persone che stiamo evangelizzando a incontrare Cristo vivente, in particolare nella sua Parola e nei Sacramenti: così potranno credere in Lui, conosceranno Dio e vivranno della sua grazia" (Benedetto XVI). Il battesimo, infatti, è segno di salvezza.
Qui il versetto porta un eco della prassi liturgica odierna, ma in quelle parole si vuole indicare quell’ “immergere, inzuppare, impregnare” gli esclusi nel mistero Trinitario. “Battezzare” significa che il Padre con lo Spirito Santo immerge, annega, fa morire con Uno dei Tre, il Figlio, nella sua Morte di Croce, ma insieme fa conrisorgere con Lui. Per “battesimo” il Nuovo Testamento e i Padri, indicano l’Iniziazione integrale a Cristo Signore con il suo Mistero, e quindi anche il dono dello Spirito Santo e l’ingresso al Convito del Regno.
Il numero tre indica la pienezza, e qui vuole indicare la triplice realtà della condizione divina, cioè un amore incondizionato e illimitato. Sarebbe a dire: “Andate e ogni persona immergetela, impregnatela di questo amore, di questa passione, di questa morte, di questa risurrezione, di questa vita”.
v. 20: insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Qui abbiamo una terza disposizione data ai discepoli: istruire gli uomini insegnando la sapienza di Dio. Un primo verbo che appare per la prima volta in Matteo è quello di insegnare. Gesù per la prima volta autorizza i suoi discepoli ad “insegnare”, “a osservare”, letteralmente “a praticare”, “tutto ciò che vi ho comandato”. E l’unica cosa che Gesù ha comandato in questo vangelo, nel quale appare il termine “comando”, sono le beatitudini o l’amore che da esse scaturiscono. La pratica delle beatitudini significa orientare la propria vita al bene degli altri e verso Dio.
Il Battesimo di cui si parla deve andare insieme con una vita di comunione con Dio; per questo Gesù dice di insegnare quanto ha comandato. Ciò non va inteso semplicemente come insegnando le leggi della vita cristiana, non può essere insegnato con una dottrina, ma attraverso comunicazioni ed esperienze di vita. Vuol dire: insegnando a vivere in alleanza con Dio, da figli di Dio, in un modo che dia gloria a Dio, e che manifesti nella vita dell’uomo la presenza dell’amore di Dio stesso.
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Chiude il brano queste ultime parole di Gesù, ma non sono le ultime. Esse sono la parola chiave del vangelo di Matteo. Egli all’inizio del suo Vangelo dice che Gesù è “il Dio con noi” (Mt 1,23) e termina il Vangelo con questa stessa espressone “io sono con voi tutti i giorni”. Non si tratta di una casualità periferica del vangelo matteano. Gesù è il Figlio di Dio nel quale e attraverso il quale Dio si fa presente nella storia del suo popolo. Matteo fa riferimento qui alla Presenza di Dio, che si realizzava nel Tempio. Ora che il Tempio è stato distrutto, la Presenza si situa «dove due o tre sono riuniti nel nome di Gesù» (Mt 18,20). È la qualità dell’essere cristiano che richiama questa parte finale del versetto e non la fine del mondo (la traduzione sarebbe “del tempo”), una sorta di paura che abbiamo ancora ai nostri giorni. Ma niente paura perché Gesù si fa compagno di viaggio nella missione più impegnativa. Lui sarà sempre presente e per sempre, fino alla fine della storia!

Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato

La Parola illumina la vita e la interpella
Ascolto anche io la Parola per salire sul monte, così come ha indicato Gesù?
Come accolgo la presenza di Dio nella mia vita?
Vivo una chiara scelta di testimonianza, per essere missionario della potenza salvifica di Dio?
Come vivo la presenza di Gesù tutti i giorni? Come vivo l’amore tramandatomi da Gesù?
Sento in me uno spirito da figlio adottivo del Padre che mi induca ad esercitare la mia libertà nei rapporti con gli altri ed in particolare con coloro che non credono?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. 

Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. (Sal 32)

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lascio gridare al mio cuore le parole del vangelo, per lasciare esprimere meglio il volto di Gesù, la dimensione dell’amore trinitario nella mia vita di tutti i giorni, per essere lievito di comunione e d’amore per quanti incontro nel cammino, sicuro che Lui è con me, fino al compimento del secolo.