giovedì 29 giugno 2017

LECTIO: XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

 Lectio divina su Mt 10,37-42


Invocare
Infondi in noi, o Padre, la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Questa domenica, la liturgia ci fa riflettere sulla parte finale del Discorso sulla Missione (Mt 10,1-42). In esso troveremo frasi e consigli di Gesù che insegnano a svolgere bene la missione dell'annuncio della Buona Notizia di Dio. Le parole di Gesù però, non coinvolgono solo i missionari, ma quanti li accolgono, perché accogliere un missionario, un portatore della Buona Novella, è accogliere Gesù stesso.
Sotto l’aspetto dell’accoglienza viene usato il termine “piccolo”. Una espressione dai vari significati che ha dato alla luce l’infanzia spirituale vissuta particolarmente da santa Teresa di Gesù Bambino, come “disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli tra le braccia di Gesù”.
L’evangelista Matteo sottolinea anche il particolare del legame: «chi ama il padre più di me». L'attaccamento a Gesù deve superare ogni altro legame.
Il primato di Gesù non va solo affermato e riconosciuto a parole, ma concretamente nella sequela.

Meditare
v. 37: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me
Il versetto lo possiamo mettere in parallelo a Lc 14,26. Che vorranno dire le parole di Gesù? Una divisione in famiglia? Forse no, altrimenti non parlerebbe bene della famiglia e dell'osservanza del quarto comandamento che obbliga di amare il padre e la madre (Mc 7,8-13; 10,17-19). Lui stesso ha obbedito ai genitori (Lc 2,51). Sembrano due affermazioni contraddittorie. Una cosa è certa: Gesù non si contraddice.
Allora è il caso di vedere il linguaggio. Sappiamo che il testo greco per i vangeli era diffuso. La lingua, abitudinariamente, riflette in filigrana ciò che è dell’originale. Nell’originale ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’“amare”, cioè l’“odiare”. Quindi possiamo tradurre: «Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre o sua madre, non è degno di me, non può essere mio discepolo».  
Infatti la chiamata di Gesù esige un impegno forte, un distacco da tante abitudini, un orientamento radicale verso di lui e il regno di Dio. Per esprimere questa esigenza egli non esita a ricorrere al paradosso: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25).
v. 38: chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
In diversi momenti nel vangelo, Gesù menziona la parola “croce”. Questo non si riferisce alla croce di legno che portò per il nostro bene. Infatti ogni qual volta che egli menziona la parola croce era riferito alla croce che noi, come suoi discepoli, dovremmo portare. In realtà è proprio questa croce ed il fatto che la portiamo che ci distingue come Suoi veri discepoli.
La croce… simbolo di morte, pena di morte sotto l’impero romano per i banditi ed emarginati. Gesù qui parla di “prendere” la propria croce e portarla dietro a Lui. Una cosa simile la troviamo in Mc 8,34.
Quest’invito non è altro di essere emarginato tra gli emarginati; di essere altri Gesù, emarginato, per le strade del mondo. È l’impegno liberamente assunto di rivelare la Buona Novella che Dio è Padre e che quindi tutte le persone devono essere accettate e trattate da fratelli e sorelle. Non c'è prova di amore maggiore che dare la vita per il proprio fratello (Gv 13,15). Dare la vita non è sinonimo di morire. Ma dare vita, accendere, dare vitalità, offrire la proprio vita, donarla.
v. 39: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Un parlare comune a quel tempo e ripreso anche ai nostri giorni, in maniera diversa, con l’eutanasia. Un detto che ritroviamo nella fonte Q (cfr. Lc 17,33) che nella tradizione marciana (cfr. Mc 8,35; Mt 16,25; Lc 9,24). Esso non contiene l’idea di sottoporsi a una morte prematura per conseguire un’eternità beata, ma una radicale trasformazione del senso della propria vita. Qui abbiamo anche l’esempio di Paolo che per poter essere fedele a Gesù e guadagnarsi la vita, dovette perdere tutto ciò che aveva, una carriera, la stima della sua gente, soffrì persecuzioni. I cristiani, per essere tali, erano perseguitati. Paolo dice: “Sono crocifisso con Cristo” (Gal 2,20). “Sono crocifisso per il mondo e il mondo è crocifisso per me” (Gal 6,14). Seguendo Gesù, il discepolo impara a staccarsi da una vita proiettata su se stesso per mettere al centro il Regno e i rapporti nuovi che esso implica.
Il versetto sembra riprendere il tutto e vuol far chiarezza sulla dinamica “perdere-trovare”. Che cosa perdi? Forse tutto te stesso? Assolutamente no! Vieni solo perdendo quello che in te è cupidigia di possedere e tenere stretto quello che Dio ti ha dato in cura, affidandotelo per amore. Diversamente sei isola.
Qui il paradosso del Vangelo: L'ultimo è il primo, chi perde vince, chi tutto dà tutto conserva, chi muore vive. Guadagna la vita chi ha il coraggio di perderla. Non rientra nella logica del mondo, un mondo neoliberale e liquido. Seguire Gesù comporta la decisione di seguire la sua strada, con la certezza della croce.
vv. 40-41: Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Secondo la mentalità semitica, un inviato come ambasciatore o messaggero godeva della stessa dignità di colui che lo aveva mandato. Accogliendo Gesù rappresentato dai suoi discepoli è Dio stesso che si accoglie. È chiaro che non si tratta della semplice ospitalità ma dell’ascolto del vangelo.
Gesù si augura che il suo discepolo venga accolto, ovunque vada. Diversamente è un rifiutare Lui stesso. Questo perché il discepolo appartiene al Signore e dipende dal Signore.
Noi abitualmente ne guardiamo carattere e quant’altro. Ma questo discepolo Gesù si è scelto. Il missionario, il discepolo è convinto, sempre, che nella sua itineranza non rimarrà mai solo. Se è fedele alla sua missione avrà la certezza che Gesù si identifica con lui (o con lei) ed attraverso Gesù il Padre viene rivelato a coloro a cui il missionario ed il discepolo annunciano la Buona Notizia. Avrà sempre accanto “il bastone”, “il vincastro” “che gli daranno sicurezza” (Sal 22; cfr. anche Mt 10,9-10).
Attenzione però. Essi sono chiamati ad essere riflesso del volto del Padre, perché si possa scorgere qualcosa dell'amore di Gesù.
v. 42: Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Il tema dell'accoglienza dei piccoli (greco: mikròs) è per l'evangelista un tema di primaria importanza tanto da farne la chiave della grande parabola del giudizio (25,31-46).
Chi sono questi piccoli? Nella bocca di Gesù il piccolo è il bambino (cfr. Mc 9,37; Mt 18,10.14) e in particolare l’ultimo a cui abbiamo dato amore (Mt 25,40). Viene utilizzato per indicare la statura (vedi Zaccheo Lc 19,3). Il piccolo è la definizione del Regno di Dio (granello di senapa, Mt 13, 31-32)Qui viene attribuito ai missionari, ai discepoli del Vangelo, umili e poco significativi. I piccoli sono persone socialmente insignificanti e anche quelle spiritualmente esposte a pericolo a causa della loro insicurezza sociale. Pertanto, vanno assistite con premurosa sollecitudine nella chiesa a imitazione di Gesù, sempre solidale con le persone semplici ed emarginate.
La piccolezza è quella che cambierà il mondo, la convivenza umana. La piccolezza è quella che supererà le decisioni dei grandi politici e magari i grandi discorsi teologici.
La vita deve apparire fresca come acqua di sorgente. È necessario un mutamento nella vita delle persone, nei rapporti interpersonali e comunitari, altrimenti non cambierà nulla, non avremo “la nostra ricompensa”.  

La Parola illumina la vita
Cosa raccolgo per me, per la mia vita, da questa pagina di Vangelo?
Accolgo i discepoli del Vangelo nella mia vita o faccio distinzione tra loro?
Il mio impegno sociale è testimonianza viva del rinnovamento umano prodotto dall'incontro con Cristo?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».

Beato il popolo che ti sa acclamare:
camminerà, Signore, alla luce del tuo volto;
esulta tutto il giorno nel tuo nome,
si esalta nella tua giustizia.

Perché tu sei lo splendore della sua forza
e con il tuo favore innalzi la nostra fronte.
Perché del Signore è il nostro scudo,
il nostro re, del Santo d’Israele. (Sal 88).

Contemplare-agire
Abbandona te stesso, e mi troverai. Vivi libero da preferenze, libero da tutto ciò che sia tuo proprio, e ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia sempre più grande sarà riversata sopra di te, non appena avrai rinunciato a te stesso, senza volerti più riavere. Da' il tutto per il tutto (dall'Imitazione di Cristo).


venerdì 23 giugno 2017

LECTIO: XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Lectio divina su Mt 10,26-33


Invocare
O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annunzio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il vangelo di questa domenica riguarda l’ultima parte del discorso di Gesù sul comportamento che i discepoli devono adottare nell’esercizio della loro missione e la persecuzione. Il contesto nel quale Gesù parla agli apostoli - non a tutto il popolo, ma soltanto ai Dodici - è organizzato da Matteo in forma di discorso, il secondo, dopo quello della Montagna. È il cosiddetto discorso apostolico: per prima cosa, il Maestro di Nazareth sceglie coloro che vivranno con lui, condividendo l'impegno dell'annuncio; dà loro alcuni poteri straordinari, come quello di praticare esorcismi e guarire; consegna il kit delle istruzioni su come si annuncia il Vangelo, dove e a chi.
Per fare ciò, Gesù usa 4 immagini tratte dal creato per poter vivere meglio e pienamente la missione. Nel brano colpisce maggiormente due avvertenze: (1) la frequenza con cui Gesù allude alle persecuzioni e alle sofferenze che dovranno sopportare; (2) l’insistenza tre volte ripetuta al discepolo di non avere paura.
La pericope aggiunge il particolare dell’assistenza dello Spirito Santo e del Padre unita a quella stessa del Cristo. Da qui l’invito a non aver paura ma a confidare nell’amore del Padre perché solo a Dio spetta il potere di salvare e redimere l’uomo.
Riguardo alla persecuzione è propria del cristiano, in quanto Cristo stesso è stato chiamato a vivere la persecuzione in prima persona per la salvezza dell’uomo.

Meditare
v. 26: Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.
Nella Bibbia è contenuto un invito comando, parola di Dio indirizzata a quanti si manifesta e chiama: Ricordiamo Abramo, Mosè, i profeti, Maria, la madre di Gesù, a tutti è risuonato: “Non temere!” cioè “non avere paura della presenza del Dio nella tua vita, ma abbi solo timore, ossia capacità di discernere la sua presenza, e quindi non avere mai paura degli uomini, anche quando sono nemici.
Quindi, la paura, di cui si parla in Mt 10,26-33 non è la paura naturale che ogni uomo avverte di fronte agli avvenimenti imprevisti della sua vita, che sono tanti e diversi, e su cui prevalgono il timore per la propria sicurezza e dei propri cari, quello di non farcela nella sofferenza, e soprattutto quello della morte.
La paura, di cui qui si parla, è quella che accompagna i cristiani nel corso della loro missione evangelizzatrice.
Il tempo della missione, è il tempo della apocalisse. Non nel senso catastrofico, ma nel senso di rivelazione. Una rivelazione fatta in pieno giorno (cfr. Mt 13,35; Sal 78,2)  in quella contingenza dell’agire e delle strategie nascoste di chi si vuole sostituire alla potestà di Dio, di chi si affida ai semplici poteri umani, inconsistenti e illimitati.
Il discepolo di Cristo immerso in queste realtà non deve temere anche se la fatica della persecuzione e della missione lo possano far apparire come perdente e sconfitto, perché la forza della sua parola e della sua testimonianza viene dal Signore, dalla sua fedeltà e dal suo amore misericordioso.
v. 27: Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
La missione affidata da Gesù, chiede entusiasmo e non timidezze. Chiunque vuole seguirlo, deve essere fortemente motivato, perché a tutti deve far esplodere la gioia e le convinzioni interiori che ha dentro e che sono scaturite dal vangelo.
Nell'annunciare il vangelo molta trasparenza e rispetto umano perché il Vangelo entri in ogni cuore.
v. 28: E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.
La paura è puramente umana. Il cristiano, sì ha paura ma non deve aver paura (Sant’Agostino). Egli è il discepolo che deve far risplendere la Parola con coraggio. Questa è una lotta continua, con la stessa forza che viene da Dio, combattendo l’idolatria che lo seduce. E la parola che proclama è dýnamis (cfr. Rm 1,16), è forza che attraversa la storia umana senza impedimenti, in una sorta di corsa (cfr. 2Ts 3,1). La vita terrena non è nulla in confronto alla vita imperitura che il Padre darà loro in cielo.
Anche se la vita del cristiano è provata, faticosa, pesante mai può sconvolgere la sua vita sino a togliere la speranza che viene dal sentirsi amato e sostenuto dall’amore misericordioso di Dio.
vv. 29-31: Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.
Il versetto assomiglia a quell’errata interpretazione integralista, fondamentalista, del tipo: "Non si muove foglia che Dio non voglia!". Una interpretazione risalente al medioevo.
Il versetto andrebbe letto in questa maniera: “Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro”. Qui Gesù fa il paragone coi passeri che mette in evidenza quanto l’amore del Signore sia concreto e attento alla vita di ciascuno e in particolare in chi soffre a causa del suo nome (cfr. Lc 21,17-18).
Dio è Colui che non abbandona nel momento del dolore, della sofferenza, della catastrofe. Dio è lì, presente. Nel mondo creato ci sono delle “imperfezioni”ma sono realtà, realtà spesso create da noi. Dio di tutto questo non ha colpa. Tutto però è sotto il suo sguardo, persino quei capelli che cadono senza che ce ne accorgiamo. Dio non abbandona chi ha fede in Lui: in Cristo ci ha salvato dalla morte eterna.
Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
I discepoli sono chiamati a vivere quel santo timore e non quella paura che invade ogni giorno il nostro cuore. Essi sono più preziosi dei passeri, più preziosi dei capelli. Possono essere perseguitati e messi a morte, ma anche nella loro morte il Padre è là, nelle loro tentazioni il Signore è là, nelle loro sofferenze è Cristo a soffrire.
La paura è una cattiva consigliera: frena lo slancio del cuore, toglie l'audacia e la razionalità. Fa fare tutto ciò che è contrario per vivere la sequela di Cristo. Il discepolo è colui che rimane sempre ancorato a Cristo, non teme la persecuzione, il dolore, la sofferenza, perché sa che Lui, è solidale compagno di viaggio per quelle vie impervie e difficili.
Il cristiano non può mai vivere nella disperazione, non può ritenersi una persona senza speranza, perché Egli è nelle mani del Signore.
vv. 32-33: Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
I versetti sono una esortazione a vivere con coerenza la nostra fede in Cristo, poiché dall’atteggiamento che avremo assunto nei suoi confronti durante la nostra esistenza terrena, dipende il nostro eterno destino.
Se lo avremo riconosciuto – Egli dice – davanti agli uomini, gli daremo motivo di riconoscerci davanti al Padre suo; se, al contrario, lo avremo rinnegato davanti agli uomini, ci rinnegherà anche lui davanti al Padre.
È un invito ad uscire dalla mediocrità e dal compromesso, che svuotano di autenticità la nostra vita cristiana. Siamo chiamati ad essere testimoni di Cristo: Egli vuole arrivare a tutti gli uomini col suo messaggio di pace, di giustizia, d’amore, proprio tramite noi.
Testimoniamolo dovunque ci troviamo per motivi di famiglia, di lavoro, di amicizia, di studio o per le varie circostanze della vita.

La Parola illumina la vita
Tu hai paura? Paura di cosa? Perché?
A volte, sei stato/a perseguitato/a a causa del tuo impegno con l’annuncio della Buona Notizia di Dio che
Gesù ti ha annunziato?
Sono coerente nel proclamare la mia appartenenza alla Chiesa? oppure vivo una situazione di comodo?
Prendo sul serio la Parola sapendo che Cristo è il maestro e io il discepolo?
Ho fiducia in Dio nonostante mi sento contro corrente non solo nel linguaggio dei media ma della maggior parte dell'opinione pubblica?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.

Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.

Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brùlica in essi. (Sal 68).

Contemplare-agire
Siamo ancora sulla strada giusta. Proseguiamo perciò a testimoniarlo con coraggio anche in mezzo alle prove, anche a prezzo della vita. La mèta che ci attende lo merita: è il Cielo, dove Gesù, che amiamo, ci riconoscerà davanti al Padre suo per tutta l’eternità (Chiara Lubich).


venerdì 16 giugno 2017

LECTIO: SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (A)

Lectio divina su Gv 6,51-58 


Invocare
Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il vangelo di Giovanni non ha l’istituzione dell’Eucaristia nel contesto dell’ultima cena; al posto dell’istituzione dell’Eucaristia Giovanni ha la lavanda dei piedi, mentre fa il discorso sull’Eucaristia qui, al cap. 6, immediatamente dopo la condivisione dei pani. L’intento dell’autore è chiaro: Giovanni, essendo l’ultimo degli evangelisti, in ordine cronologico, aveva già intuito che nelle liturgie vi poteva essere una sorta di ritualismo o la tentazione di considerare le liturgie come un’azione magica. Giovanni vuole chiaramente opporsi alla ‘spiritualizzazione’ dell’Eucaristia.
Il Libro dei Proverbi (Pr 9,1-6 ), dice che “la Sapienza ha imbandito un banchetto” a cui sono invitati tutti gli inesperti. È la Sapienza qui personificata a chiamare gli uomini a nutrirsi e ad abbeverarsi alle sorgenti della saggezza. È una evidente prefigurazione del banchetto eucaristico. La Sapienza ha costruito una casa e ha preparato un banchetto. La Sapienza, cioè la manifestazione vitale di Dio, non consiste prima di tutto in un insegnamento, in una parola che si indirizza all’intelligenza. La Sapienza è un incontro: Dio si manifesta a noi perchè ci incontra, perchè cammina con noi, perché non è mai al di fuori della nostra vita. La Sapienza è dunque avvicinata all’immagine della casa e del banchetto.

Meditare
v. 51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Gesù ha già affermato che è il pane e lo ricordiamo: 48 Io Sono il pane della vita. 49 I vostri padri nel deserto mangiarono la manna e morirono. 50 Questo è il pane che scende dal cielo affinché chi ne mangia non muoia. Con quel “Io Sono” che richiama il Nome di Dio liberatore dell’Esodo. Egli è il pane della liberazione dell’uomo dalla schiavitù e poi è pane. Cioè, comunica la vita, fa vivere, mantiene la vita.
Nel deserto i padri si nutrirono di manna (cfr. anche Sal 78,24). Ma la manna è il segno del vero cibo, che ora scende dal cielo. Ma ci sta qualcosa di più:
Se uno mangia. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno
Gesù aveva già detto in 5,24: «Chi ascolta la mia parola è passato dalla morte alla vita». Ora dice che chi mangia di questo pane vivo, non muore in eterno. Qui il tema fondamentale dell’Eucarestia: chi mangia il pane che il Signore ci dà che è lui stesso, non muore in eterno, vuol dire che ha la vita eterna.
Cosa ha di speciale questo pane? Il suo richiamo è alla passione di Gesù, a quel giorno particolare in quell’ultima cena. Infatti, Gesù aggiunge:
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo
In queste parole abbiamo un richiamo all’offerta sacrificale di Gesù sulla croce e quindi, poi, l’Eucaristia. Gesù è potuto diventare pane che dà la vita al mondo, agli uomini perché si è immolato sulla croce. Il pane è Gesù, ma il pane, qui, è Gesù sacrificato, glorificato e risorto. Gesù sottolinea una comunione con la sua morte salvifica per poter avere la vita eterna.
L'evangelista Giovanni insiste sul termine “carne” in contrapposizione al termine “corpo”, perché vuole dare rilievo nell’aggancio fra eucaristia e incarnazione. Infatti questa sua insistenza ci conduce ad una esperienza che va al di la di un pensiero dottrinale. Attraverso l’esperienza ecclesiale eucaristica l’incarnazione continua nel tempo; la carne sacrificata del Verbo si fa pane nutriente e comunica la vita del Cristo glorificato.
v. 52: Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Per gli ebrei la celebrazione della Pasqua non era soltanto il ricordo di un evento passato, ma anche una sua riattualizzazione, nel senso che Dio era disposto ad offrire di nuovo al suo popolo la salvezza di cui, nelle mutate circostanze storiche, aveva bisogno. In questa maniera il passato faceva irruzione nel presente, lievitando della sua forza salvifica. Allo stesso modo il sacrificio eucaristico "potrà" dare nei secoli "carne da mangiare".
L’obiezione quindi sta anche nel fatto di pensare a un Dio che, anziché pretendere lui i doni dagli uomini, si dona all’uomo fino ad arrivare a fondersi con lui, si fa alimento per lui. Questo è inaccettabile per le autorità religiose che basano tutto il loro potere sulla separazione tra Dio e gli uomini.
In questa obiezione, Gesù ha l’occasione di rivelarsi. Qui l’obiezione, per i Giudei, riguarda il come; per Gesù la prospettiva non è quella del come, ma è quella della assimilazione della condizione di Lui in quanto figlio dell’uomo. Ora, noi sappiamo che  “Mangiare e bere” sono due azioni in movimento che esprimono e realizzano l’accoglienza, realizzano l’assimilazione. “Mangio e bevo”, vuole dire: accolgo dentro di me un nutrimento e una bevanda, e li assimilo, e diventano parte di me. Allo stesso modo, “la carne e il sangue di Gesù” contengono la vita, perché sono “sangue e carne per”, perché sono state trasformate da un amore oblativo.
Facendo questo, accolgo dentro di me quella vita trasformata in amore, che è la vita del Signore; accolgo la forma del Signore dentro di me; assimilo la vita del Signore trasformata in amore; accolgo, mi lascio formare dentro secondo la forma della vita di Gesù. Per cui se la vita di Gesù è “una vita per”, e io l’accolgo e l’assimilo, il senso è che la mia vita diventi “una vita per”. «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Ed è l’unico senso che si può dare alla parola “assimilare”, non posso assimilare una vita come quella di Cristo senza che la mia vita prenda quella forma, senza che la mia vita assuma la logica della vita del Signore.
v. 53: Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Gesù coinvolge pienamente i suoi uditori: bisogna che mangino la sua carne e bevano il suo sangue. La stessa cosa avvenne durante la notte dell’Esodo. Mosè comandò di mangiare la carne dell’agnello perché avrebbe dato loro la forza di iniziare il cammino verso la liberazione e di aspergere il sangue sugli stipiti delle porte perché li avrebbe separati dall’azione dell’angelo della morte.
Ora, mangiare la carne e bere il sangue non si sta parlando delle specie del pane e del vino, ma direttamente ciò che in esse è significato: carne da mangiare perché Cristo è presenza che nutre la vita e sangue da bere – azione sacrilega per i giudei - perché Cristo è agnello immolato. È evidente qui il carattere liturgico sacramentale: Gesù insiste sulla realtà della carne e del sangue riferendosi alla sua morte, perché nell'immolazione delle vittime sacrificali la carne veniva separata dal sangue (cfr. Lv 7,14s; Dt 12,27). C'è un riferimento alla morte di Gesù come superamento dei sacrifici che si facevano nel Tempio.
L’Eucaristia dice la verità dell’incarnazione e dice il mistero stesso di Dio. Dio si comunica tutto nel mistero dell’Eucaristia. La sua definitiva comunione con noi avviene lì. Infatti, le espressioni «la carne e il sangue» solitamente indicano la fragilità della condizione umana, nella sua dimensione terrestre (Mt 16,17; Eb 2,14), è la condizione mortale che il Logos ha fatto propria nell'Incarnazione. È, dunque, alla Sua persona, alla Sua “fine” e al Suo “compimento” – “Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!” (Gv 19,30) - che i fedeli comunicano nel banchetto eucaristico.
vv. 54-55: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
In questi versetti vengono utilizzate “parole nuove”. Gesù rivela una nuova Pasqua da vivere: la sua risurrezione (Gv 19,31-37), che trova nell'eucaristia il nuovo memoriale, simbolo di un Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto della vita, sacrificio e presenza che sostiene il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, che non si stancherà di fare memoria come Lui ha detto (Lc 22,19; 1Cor 11,24), offrendo l'eucaristia della propria corporeità: sacrificio vivente, santo e gradito in un culto spirituale (Rm 12,1) che si addice al popolo di sua conquista, stirpe eletta, sacerdozio regale (cfr. 1Pt 2,9).
Con la comunione al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell'ultimo giorno. L'alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna.
v. 56: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
Gesù spiega cosa succede quando uno mangia e beve il suo corpo e il suo sangue: c’è una “inabitazione” reciproca, c’è una vita comune, un’esistenza comune. C’è un’unica vita tra tutte e due. Queste sono realtà. Non sono però realtà che possono cadere sotto i nostri sensi, quindi non possiamo spiegarle come spieghiamo le cose del mondo. È una dimora reciproca: implica una stessa vita che scorre nell’esistenza di noi e di Lui, Se beviamo e mangiamo, abbiamo la stessa vita.
Mediante il sacramento noi comunichiamo alla morte e alla risurrezione di Gesù. Quindi il masticare e il bere hanno, per volontà esplicita del Signore e per l’autorità che Gesù ha conferito a loro, la forza per darci la sua vita, per comunicarci la sua vita.
Quello che l’Antico Testamento esprime con la formula dell’alleanza, Giovanni lo esprime nelle parole del mangiare e bere per dimorare con una formula di immanenza: “io in voi, voi in me”; “chi mangia la mia carne rimane in me e io in lui”. È una formula che ha qualche cosa di profondamente legato all’alleanza, ma che va più in profondità: non solo uno per l’altro, ma uno nell’altro.
E se vogliamo allargare la meditazione dobbiamo andare all’inizio del cap. 15°, dove si parla della “vite e dei tralci”, e dove viene ripetuto con insistenza quel verbo tipico giovanneo, “rimanere”. Quindi il riferimento va nella direzione della comunione.
v. 57: Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Gesù spende la vita in obbedienza al Padre, la sua vita è missione, è obbedienza. Per Gesù vivere significa vivere per il Padre. Così deve essere per il cristiano. Vivere per il Padre va inteso “vivo in grazia del Padre, in virtù del Padre”; così “colui che mangia di me, vivrà per me”, cioè vivrà in virtù di me. Il discepolo è colui che vive del dono che Cristo ha fatto della sua vita, ha ricevuto la vita da questo. Quindi il discepolo non può vivere se non orientando la sua vita a Cristo, nell’obbedienza a Cristo; attraverso l’amore per gli altri non fa altro che dilatare all’infinito la medesima logica. E tutto va nella direzione dell'amore: amare è vivere nell'altro e attraverso l'altro. Amare è non avere una vita propria (si capisca bene), avere solo la vita che fluisce a me attraverso l'altro. E' fortissimo questo, non per nulla il modello è la Trinità: il Figlio non ha niente di proprio, riceve la sua vita tutta dal Padre. Dunque: chi mangia questo pane avrà in sé la mia stessa vita, che non è altro che la stessa vita del Padre. Dal Padre la vita passa in Gesù, e da lui fluisce in chi mangia di lui nel pane eucaristico. È un'unica vita che tutti lega e circola in tutti.
Il Signore sembra non chiederci altro se non di rispondere al suo invito e gustare la dolcezza e la forza di questo pane che egli gratuitamente e abbondantemente continua a donarci. Per questo il pane che dà contiene la sua propria donazione, è il segno che l’esprime. Questo è pure quello che chiede al discepolo: deve considerare se stesso come pane che va distribuito e deve distribuire il pane come se distribuisse se stesso.
v. 58: Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono.
Gesù, ricordando la manna dell’Esodo, mette il dito nella piaga del fallimento presentando il nuovo dono di Dio. Lo scopo di questo nuovo dono di Dio è che l’uomo non muoia. Dio fa questo dono perché l’uomo ne mangi per non morire. Dovremmo chiederci se noi mangiamo l’Eucaristia per non morire, o, anche, se nel nostro spirito è chiaro, con l’atto della fede, che io mangio per non morire, per avere la vita eterna. Perché è decisivo, per la vita eterna, che io mangi con fede.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Viene ripreso nuovamente questo verbo. Ma se prima l'avevamo in senso figurativo-spirituale, adesso lo vediamo nel suo senso letterale che significa: "stritolare", "lacerare"... "masticare". Allora è chiaro: Gesù vuole che lo si "mastichi", che lo si consumi nel senso più "crudo" della parola! E' evidente che il "luogo" in cui possiamo trarre un tale nutrimento è il Sacramento dell'Eucarestia, istituito da Gesù stesso durante l'Ultima Cena e perpetuato nel tempo dai successori degli apostoli (i vescovi) e dai presbiteri tutte le volte che celebrano sull'altare tale Sacramento.
Gesù garantisce che chi si avvale del nutrimento eucaristico avrà in sé la vita e la salvezza per tutta la vita terrena e un pegno glorioso di eternità. Nell' Eucaristia Cristo, il Verbo fatto carne che aveva creato il mondo assieme al Padre e allo Spirito (Gv 1, 1-20; Gen 1) realizza la propria comunione con noi, e con essa ci sostiene nelle vicende della vita. Comunicando alla persona di Gesù tutti comunichiamo anche al Mistero del Padre, per il quale e nel quale Gesù vive e si offre:  “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me (6,57).
Ecco perché l’'Eucarestia è comunione con Dio e con il prossimo ed è per noi il Sacramento per eccellenza che sprona e motiva tutte le nostre attività e il nostro agire offrendo rinnovato vigore e slancio vitale incondizionato.

La Parola illumina la vita
Quante volte abbiamo cercato di costruire sulla nostra sapienza, come sono finite queste prove, questi tentativi? Che cosa abbiamo costruito?
Obietto come i Giudei o cerco di assimilare Cristo Gesù nella mia vita?
Quanto è importante l'Eucarestia per me? La mia vita è eucaristica?
L’Eucarestia mi spinge a divenire pane per l'altro senza nessuna distinzione?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.   

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.        

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. (Sal 147).

Contemplare-agire
Testimoniamo con la nostra vita la gioia e l'entusiasmo che Cristo ha comunicato di se stesso a noi; giacché il "pane eucaristico" non va' solo consumato ma "comunicato" agli altri, con tutti, attraverso una vita esemplare e gioiosa per la quale anche chi non crede possa restare affascinato.