martedì 7 maggio 2024

LECTIO: ASCENSIONE DEL SIGNORE (Anno B)

Lectio divina su Mc 16,15-20
 

Invocare
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. 
Egli è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». 19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Per meglio comprendere il brano ricordiamo che siamo dentro la parte finale del Vangelo di Marco che riguarda le “apparizioni del Risorto”. Le donne che erano andate al sepolcro scoprono la tomba vuota e un giovane seduto sulla destra vestito di bianco che annunzia la risurrezione di Gesù di Nazaret. Ma le donne scapparono dal sepolcro piene di spavento e di stupore (16,1-8). A questo succedono in un crescendo le apparizioni del Risorto. Prima a Maria di Magdala (16,9), poi «sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna» (16,12) e fino adesso, sottolinea l’Evangelista, «non credettero». Alla fine, appare «agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore» (16,14).
La pericope proposta per la solennità dell'Ascensione di Gesù al cielo è tratta dalla sezione finale del Vangelo di Marco (16,9-20). Essa è una composizione aggiunta risalente al II secolo e ritenuta “canonica” da sempre. Infatti, i codici più antichi fanno concludere il Vangelo di Marco al versetto 8 del sedicesimo capitolo con lo «stupore» delle donne davanti al sepolcro vuoto e all'annuncio che Gesù è stato risuscitato da morte.
Davanti abbiamo una sorta riassuntiva sintetica dei racconti delle apparizioni del Risorto con particolari legati al Vangelo di Giovanni e di Luca e anche collegamenti con il testo degli Atti degli Apostoli che insiste sull'importanza della fede, intesa come esperienza di incontro con Gesù risorto, per la trasmissione del Vangelo. Il testo è stato paragonato ad una catechesi pasquale (cfr. 1Cor 15,1-11).
Il brano che abbiamo posto alla nostra meditazione si riferisce alla seconda e terza parte di questo testo conclusivo in cui si parla della missione affidata agli undici (vv. 15-18) e della presenza di Gesù glorificato con i suoi (vv. 19-20).
La narrazione di Marco è collocata nel nuovo contesto missionario della Chiesa. Nei vv. 15-20 vengono esposti in modo sistematico e preciso gli elementi principali della missione ecclesiale. Il testo presenta somiglianze dottrinali e formali con 1Cor 15,5-7; Mt 28,16-20; Gv 20,19-23; Lc 24,36-49; At 1,6-8.
L'Ascensione di Gesù al cielo ha dei rimandi fondamentali alla Pasqua, ma anche alla Pentecoste ed un forte riferimento alla Chiesa, comunità di coloro che credono e sono testimoni di Gesù risorto.
Il tema del credere ritorna nel brano senza dare più spazio al dubbio.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 15: E disse loro: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.
Il brano inizia, quasi a riprendere Mt 28,19, con la missione universale. Infatti, in Matteo leggiamo che Gesù comandò loro di “ammaestrare”, nel nostro brano troviamo il verbo “predicare”, “proclamare”.
Questo comando è preceduto dal verbo «andate»: è il verbo della missione apostolica (cfr. Mt 10,7; 28,19) che non è più limitata ai confini della Palestina e neppure ai soli figli di Israele (cfr. 6,7-13; 7,27) ma “tòn kósmo” il mondo intero e ad “ogni essere creato” (ktísei).
Il cristiano è colui che va, è sempre in movimento non rimane fermo. Come Gesù ha predicato il Vangelo del Regno in Galilea, così i discepoli devono ora andare e annunziare il Vangelo in tutto il mondo, a tutte le creature umane. Quest’espressione è più ampia di quella utilizzata da Matteo, perché in essa i discepoli sono inviati non solo ai gentili, ma a tutta l’umanità. E cosa annunciare? La bella notizia del Vangelo. L’amore incondizionato di Dio per l’uomo, per tutti! Il predicare implica un modo di vivere il Vangelo: esprimere il Vangelo con parole e silenzi, con gesti e sguardi, con tutto se stesso lasciando agire lo Spirito Santo.
v. 16: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.
All’invio segue il giudizio che non appare in Mt 28,16-20. Una simile struttura duale la ritroviamo in Gv 20,23: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (cfr. anche Mt 16,19).
Chi verrà battezzato verrà immerso nella logica di Gesù, verrà immerso nel suo mistero di passione, morte e risurrezione. Il riferimento a Gesù (la fede) e l’identificazione ecclesiale (il battesimo) sono ora mezzi fondamentali di salvezza. La predicazione apostolica, infatti, non è una questione di formazione delle menti, ma di salvezza mediante la partecipazione al mistero di Cristo.
Purtroppo, chi non crederà si condanna da solo a vivere senza la presenza del Signore nella sua vita e si baserà semplicemente sulle sue sole forze.
Davanti al messaggio evangelico ci stanno adesso solo queste due contrapposizioni: salvezza e condanna che ha un rimando verso una prospettiva escatologica che riguarda il giudizio finale.
vv. 17-18: Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
L'annuncio è accompagnato da segni carismatici, ecclesiali, spesso citati dalle testimonianze della Chiesa antica (Mc 6,7-13; 2Cor 12,12; Rm 15,18-19; Lc 10 19; At 28,3-7). Questi segni fanno parte di quella forza trasformatrice racchiusa nel Kerigma marciano (2,21-28) e in particolare nella vita di Gesù esteso agli apostoli e ora a tutti i credenti (cfr. Gv 14,12), purché lo pratichino «nel suo nome» (cfr. 9,38; Lc 10,17) per il rinnovamento e la crescita del genere umano.
I segni menzionati dicono, in fondo, che in un mondo pericoloso (serpenti, veleno, infermità), i discepoli del Signore saranno capaci di diffondere la Parola con il linguaggio dell’amore (lingue nuove), vivendo una Pentecoste continua (cfr. la glossolalia di At 2), superando così il potere dell’oppositore (esorcismi) e aiutando gli altri a vivere bene (guarigioni).
Dentro quest’ottica vi è l’invito a riconoscersi personalmente interpellati e raggiunti dal dono pasquale in Cristo Gesù. “Nel suo nome” ogni morte è vinta per sempre, e quanti ne sono immersi non mancheranno di toccarne i frutti nei “segni” di redenzione e guarigione che accompagneranno coloro che sono inviati ad annunciarlo.
v. 19: Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Siamo nel pieno dell’ascensione. At 1,9 e Lc 24,51 ne riportano l’episodio. Qui ricordiamo il rapimento al cielo del profeta Elia (2Re 2,11; 1Mac 2,58), così come è ricordato nei LXX; altrove si usano altri termini, come “essere sollevato”, “andare in cielo”, “salire” e “penetrare i cieli” (Gv 6,62; 20,17; At 1,9; Eb 4,14; 1 Pt 3,22).
Il versetto inizia attribuendo a Gesù il titolo di Kyrios; l'espressione Signore Gesù, nei vangeli è presente solo qui ma lo ritroviamo in san Paolo e negli Atti. Per questo motivo Marco lo descrive come Colui che sale nella sfera divina, in quanto Dio, e siede alla destra di Dio (cfr. Sal 110,1).
La destra nel mondo semitico è segno di benessere, di felicità, di onore, di forza: Giacobbe chiamerà il figlio avuto dalla moglie Rachele, Beniamino, che in ebraico significa "figlio della destra", quindi figlio fortunato e amato (Gn 35,18).
La "destra di Dio" è, invece, segno di potenza e di signoria sulla storia. L'espressione appare soprattutto quando si celebra la liberazione dell'esodo (leggi Es 15,6). "Sedere alla destra di Dio" è, invece, una locuzione riservata al re ebraico e significa la sua dignità e concretamente anche la cerimonia di incoronazione con il sovrano insediato alla destra dell'arca (anche il palazzo reale era alla destra del tempio). Si legge, infatti, nel Sal 110: «Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra» (v. 1). Il Sal 16 ricorda che tutti i fedeli saranno ammessi a gustare «la dolcezza senza fine alla destra di Dio» (v. 11).
Cristo con l'ascensione e l'intronizzazione alla destra del Padre si rivela in pienezza come Messia, Figlio e Signore dell'universo. Questa gloria fu vista anche da Stefano, durante quel suo discorso al sinedrio in cui tutti vedevano «il suo volto come quello di un angelo»”. Stefano fissò lo sguardo verso l’alto e «vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra, e disse: Ecco, io contemplo i cieli aperti, ed il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 6,15; 7,55-56). Ma come accadde a Gesù anche Stefano fu messo a morte.
Gesù stesso in riferimento alla gloria prega: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a Te, con quella gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse» (Gv 17,1-5).
L’espressione della “destra di Dio” verrà ripetuta spesso nel NT come professione di fede pasquale nel Cristo. Con la professione di fede nell'ascensione al cielo la prima comunità, così come noi credenti di oggi, professiamo la glorificazione e intronizzazione del Risorto, di Gesù Cristo, uomo e Dio, presso il Padre. Da ora in poi sarà la Scrittura e la testimonianza dei cristiani a rendere presente Cristo sulla terra.
v. 20: Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
I discepoli partono. Non viene detto una località specifica ma “dappertutto” e qui viene inglobato spazio e tempo. Qui abbiamo la prontezza di ogni discepolo alla chiamata del Signore, al dono che il Risorto ha fatto a tutti.
Il versetto indica la promessa della fecondità che si compie. Infatti, l’ultima parola non è delle nostre incertezze, ma dell’amorevole e invincibile tenacia di Dio in Gesù.
Gesù è più presente tra noi dopo l'Ascensione che prima; sembra un paradosso, ma è vero. L'assenza visibile accresce la presenza invisibile, l'assenza nella carne intensifica quella nello Spirito. Il Concilio Vaticano II ha provato a descrive così la presenza di Cristo: «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (Mt 18,20)» (SC 7). E Gesù risorto è lì presente e la sua Parola agisce con quell’energia che mette in movimento il discepolo in tutto il mondo con quei segni descritti ai vv. 17-18. Questa presenza di Gesù richiama a quel «rimanere» che in queste domeniche abbiamo letto e ascoltato nel Vangelo di Giovanni (Gv 15). Ora, rimanendo aggrappati a Cristo Gesù non ci sarà dispersione ma solo fede e amore insieme alla speranza.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Che cosa è per me l’Ascensione: un evento "spettacolare" o un segno di trasformazione interiore?
Cosa noto nell’ascensione di Gesù: un racconto emozionale o una indicazione educativa spirituale?
L’ascensione di Gesù mi conduce a saper leggere concretamente la realtà che mi circonda e a prendere un impegno concreto l'evangelizzazione nella realtà sociale in cui vivo?
Quali sono i segni della presenza di Gesù in me e nella mia comunità? Quale è il significato di ogni segno?
Che cosa chiede oggi il Risorto alla mia vita?
Rimango aggrappato a Cristo risorto per viverlo nella mia quotidianità?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l'Altissimo,
grande re su tutta la terra.
 
Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.
 
Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo. (Sal 46).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
“La vera elevazione dell’uomo avviene quando, nel donarsi umilmente agli altri, impara ad abbassarsi totalmente, fino a terra, fino al gesto del lavare i piedi. Proprio questa umiltà che sa abbassarsi porta l’uomo verso l’alto; proprio questo modo di andare verso l’alto vuole farci imparare l’Ascensione” (Card. J. Ratzinger [Papa Benedetto XVI]).