giovedì 28 luglio 2016

LECTIO: XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

Lectio divina su Lc 12,13-21


Invocare
O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamati a possedere il regno, fa' che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall'egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
13 Uno della folla gli disse: "Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità". 14 Ma egli rispose: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?". 15 E disse loro: "Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede".
16 Poi disse loro una parabola: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17 Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18 Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!". 20 Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio".

Silenzio meditativo: Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.

Capire
Nella sezione del Vangelo che iniziamo a leggere in questa domenica, Luca ci propone una serie di testi che hanno come filo conduttore il tema dell'attenzione, della vigilanza. Sono brani molto diversi tra di loro, ma che forniscono al discepolo regole di vita per la quotidianità.
In questa domenica abbiamo la parabola del ricco stolto che continua a ripetere che il vantaggio sta nella ricchezza, negli agi.
Con questa parabola, Luca descrive una questione seria nella vita cristiana, un problema che deve essere affrontato decisamente: il denaro. “I soldi servono per realizzare tante opere buone, per far progredire l’umanità, ma quando diventano l’unica ragione di vita, distruggono l’uomo e i suoi legami con il mondo esterno” (Papa Francesco).
Nella grande sezione del viaggio verso Gerusalemme, che è come un cammino di iniziazione del discepolo alla sequela, almeno due capitoli sono dedicati a questo tema: “Guardatevi dalla cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Ricordiamo «che Gesù Cristo, che era ricco, si è fatto povero per arricchire noi». C’è dunque una «strada di Dio», quella «dell’umiltà, dell’abbassarsi per servire».
Questo il messaggio esplicito del vangelo di oggi.

Meditare
v. 13: Uno della folla gli disse: "Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità".
Un tale chiede a Gesù di intervenire in una lite tra lui e suo fratello per questioni di eredità. La Palestina era una società di tipo teocratico, dove non esisteva distinzione tra legge “canonica” e “civile”. Era quindi consueto rivolgersi ad un rabbino, ad un maestro della Legge, per risolvere contese di questo tipo.
Qui si rivolgono a Gesù. C’è sempre qualcuno che chiama Gesù in causa. Questo qualcuno non è solo quel personaggio ignoto, anzi ricordiamo: un personaggio del vangelo riportato senza nome, indica ciascuno di noi.
In questa domanda, forse pur legittima, vi è una grande illusione. L’illusione sottoposta a Gesù è la richiesta di divisione delle ricchezze. Infatti, la ricchezza divide.
Da quanto emerge, sembra che il fratello non aveva adempiuto ancora questo dovere previsto anche dalla Legge (cfr Dt 21,15-17). Nel popolo di Dio l’eredità paterna è riconosciuta come sacra, poiché era stabilita dalla Legge santa del Signore in modo da non creare dissidi e incomprensioni (cfr. Nm 27,1-11; cfr. anche 1Re 21,1-24).
v. 14: Ma egli rispose: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?".
Gesù rifiuta il ruolo di mediatore. Nell’ottica di una grande illusione di cui i due fratelli sono vittime, non vuole essere considerato una specie di giudice conciliatore, ma come colui che sa scoprire e indicare le ragioni ultime che determinano le divisioni e i contrasti fra gli uomini, e che si riassumono in concreto nell’egoismo e nella cupidigia.
I due fratelli del brano evangelico hanno entrambi torto, perché tra i due esiste solo l’eredità da spartire e l’interesse, entrambi mettono a tacere ogni sentimento di amore. Ecco la stortura di fondo che guida la vita di ambedue i fratelli e li spinge a litigare. Gesù non parla semplicemente di possesso, ma di desiderio smodato. Non è la ricerca del necessario che è sbagliata, ma l’egoistico e sciocco desiderio di possedere sempre di più, e l’illusione di trovare in questo possesso la propria sicurezza.
v. 15: E disse loro: "Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede".
Qui vi è un passaggio da singolare al plurale. Gesù non si rivolge alla sola persona ma a tutti richiamando a qualcosa di importante, come la cupidigia. Il termine pleonexia («cupidigia» o «avarizia») definisce il vizio dello sfrenato desiderio di possesso.
La cupidigia è un vizio che generalmente veniva considerato caratteristico dei pagani. In 1Tm 6,6-12, Paolo tenta di spiegare a noi la cupidigia. Al v. 5 viene riportato che qualcuno stima la pietà come fonte di guadagno. A tal proposito, Paolo al versetto successivo risponde: questa è la chiave della definizione della cupidigia: si tratta di desiderare talmente qualcosa da perdere l’appagamento in Dio. “La pietà con animo contento del proprio stato, è un grande guadagno”.
Quindi l’opposto della cupidigia è l’appagamento in Dio. Ecco perché Paolo in Col 3,5 dice che la cupidigia è idolatria. “Fate dunque morire le vostre membra che son sulla terra: fornicazione, impurità, lussuria, mala concupiscenza e cupidigia, la quale è idolatria”. È idolatria perché l’appagamento che il cuore dovrebbe ricevere da Dio comincia a trarlo da qualcos’altro.
Ecco perché la cupidigia è il fatto di desiderare talmente qualcosa da perdere l’appagamento in Dio. In altri termini, la cupidigia è perdere l’appagamento in Dio in modo da cominciarlo a cercare altrove.
Nel decalogo abbiamo un inizio e una fine quasi tutti simili. “Non avrai altro dio all’infuori di me” (Es 20,3) e “Non concupire” (Es 20,17) sono quasi identici. Concupire è desiderare qualcosa di diverso da Dio in modo da palesare la perdita di appagamento e soddisfazione in lui. La cupidigia è lo stato di un cuore diviso tra due dei, ragione per cui Paolo la chiama idolatria.
Ora, Gesù fa un’affermazione molto severa quando dice: “La sua vita non dipende dai suoi beni”. Quasi a dire che un uomo non è quello che ha. Qui l’affermazione è molto chiara e ha una portata antropologica: la vita di un uomo non è rappresentata dai suoi beni. L’abbondanza spesso ci fa considerare gli uomini e la dignità degli uomini come la dignità di coloro che sono perché hanno. Per Gesù non è così. C’è una condizione che è altra rispetto a ciò che uno ha.
Purtroppo spesso anche nell’attuale società, così detta moderna, si pensa che i beni materiali, la ricchezza in particolare, diano più valore, più importanza e più prestigio del bene o del male che uno può compiere.
vv. 16-18: Poi disse loro una parabola: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.
Per mostrare quanto questo atteggiamento sia sbagliato, qui abbiamo l’esemplificazione di quanto detto con una parabola secondo lo stile rabbinico.
Per arrivare al nostro cuore usa la parabola del ricco stolto che crede di essere al sicuro per molti anni, avendo accumulato molti beni e a cui la notte stessa viene chiesto conto della vita.
È da notare che in questo versetto vige l’abbondanza: l’uomo è ricco e il raccolto è abbondante. Tutto questo si può dire una benedizione dal Signore. In quanto benedizione del Signore, non è solo uso personale.
Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?
Non è la prima volta che nel Vangelo ritroviamo qualcuno che ragiona tra sé. Spesso capita se avanziamo la pretesa di essere nel giusto anche dinanzi a Dio. Il ragionare tra sé non porta alla condivisione del cuore, ma a trasformare la benedizione in maledizione: il dono di Dio, la Sua benedizione diviene qui strumento di morte.
Quest’uomo è stato fortunato e, nella sua fortuna, ha scelto la solitudine, la crescita del proprio io. Una crescita che viene solo dal maligno.
Farò così – disse: - demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
La cupidigia ha portato il ricco a dire: costruirò altri magazzini e li riempirò. Sempre di più. Questo comportamento cela l’ambizione di raggiungere una sorta di divinità, «quasi una divinità idolatrica». Del resto, la caratteristica più pericolosa della cupidigia è proprio quella di essere «uno strumento dell’idolatria.
v. 19: Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!".
La cupidigia è testimone degli stessi pensieri dell’uomo con azioni negative: «riposati, mangia, bevi, divertiti». Un programma di vita ma privo di amore.
La parabola del ricco “stolto” condanna proprio questo assurdo comportamento; egli ricorda che i beni, lungamente agognati, non liberano dalla morte, ma addirittura compromettono la vita perché privano della tranquillità e soprattutto impoveriscono il cuore impedendogli di aprirsi verso gli altri nella carità e nell’amore.
Non è nella bramosia e nell’abbondanza dei beni che l’uomo può assicurarsi una vita senza fine o per lo meno una sicurezza di vivere che lo tuteli da ogni esperienza avversa.
v. 20: Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?".
 Il Signore lo qualifica “stolto”. Il greco áphrōn è qui addolcito con il meno espressivo e quasi rispettoso “stolto”; ma l’alfa privativo qui indica che il ricco è mancante totalmente di intelligenza: uno scemo per l’appunto!
Il motivo di questa qualifica sta nel fatto che l’uomo non ha capito la vita, non ha vissuto la vita. In realtà quello che lui ha vissuto è un suo sogno personale: la realtà della vita non l’ha compresa e non l’ha accettata correttamente. Perché la vita dell’uomo non si fonda sull’avere, non si riduce all’avere, ma è dono da accogliere con riconoscenza e con gioia nella grazia del Signore.
Come accade molte volte nelle parabole, il giudizio che noi saremmo portati a pronunciare viene bruscamente capovolto. Il protagonista della parabola era così impegnato a far grano, a farsi ricco che non ha avuto né tempo né energia per arricchire davanti a Dio. È un inganno sottile, quindi, quello cui bisogna stare attenti. Il ricco della parabola si è illuso di aumentare i suoi guadagni e non si è accorto di ciò che stava perdendo.
La nostra società ci offre tali e tante possibilità di esperienze che è difficile resistere. Soprattutto se si imposta la questione con l’interrogativo: “Cosa c’è di male?”. Sono tante le omissioni della nostra vita, ma c’è un’omissione fondamentale che consiste nel dimenticare Dio.
v. 21: Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio".
In che consiste questo diverso modo di arricchire, Gesù lo spiega poco dopo, nello stesso Vangelo di Luca: “Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 33-34). C'è qualcosa che possiamo portare con noi, che ci segue dovunque, anche oltre la morte: non sono i beni, ma le opere; non ciò che abbiamo avuto, ma ciò che abbiamo fatto. La cosa più importante nella vita non è dunque avere dei beni, ma fare del bene. Il bene avuto resta quaggiù, il bene fatto lo portiamo con noi. Dice l'apostolo Paolo: “pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1). Le cose di lassù non sono quelle astratte, sono l'amore e le opere buone che facciamo su questa terra.
Gesù invita ad accumulare tesori “davanti a Dio”, ovvero di puntare su ciò che non viene sottratto con la morte: l'impegno che il Regno di Dio, che non cade con la conclusione della vita.
Il brano finisce così, senza nessuna reazione del “tale” o di “altri” tra la folla, non descrive se l’incontro con Gesù ha segnato un cambiamento nella direzione della sua esistenza. Luca lascia il brano aperto così che ognuno di noi possa porsi ripercorrere la parabola per capire chi è il Signore della sua esistenza.

La Parola illumina la vita
Quali tesori stiamo accumulando? Quelli davanti a Dio o quelli davanti agli uomini?
Quale logica stiamo vivendo? Quella del Regno o quella del mondo? Quella della condivisione o quella dell'accumulo?
Sei cosciente che quello che possiedi ti viene dato da Dio, oppure ti senti padrone assoluto dei tuoi beni?
Quale è il Signore della mia esistenza?

Pregare
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda. (Sal 89).

Contemplare-agire
Lasciamoci guidare dallo Spirito di Dio perché rimanga nel nostro cuore la sua Parola e il suo invito a tenersi lontano da ogni cupidigia, perché «anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

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