venerdì 5 agosto 2016

LECTIO: XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

Lectio divina su Lc 12,32-48


Invocare
Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell'attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
32 Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. 33 Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. 34 Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. 35 Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36 siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44 Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Silenzio meditativo: Beato il popolo scelto dal Signore.

Capire
Il vangelo di questa domenica è collocato in un duplice contesto: la formazione dei discepoli e delle discepole durante il cammino di Gesù verso Gerusalemme (9,51-19,28) e la reazione dei pagani convertiti, nelle comunità lucane, dopo l'entusiasmo iniziale e il prolungarsi del ritorno del Signore.
I discepoli hanno paura (9,45) della nuova prospettiva della missione di Gesù, che dovrà soffrire (9,22.43-44), continua a dominare in loro la mentalità di un Messia glorioso, più rassicurante. Così anche nelle nuove comunità cristiane (anni 80) comincia a riaffiorare lo spirito pagano.
La parola di questa domenica ricorda che il Signore è sempre “colui che viene” e che noi, di conseguenza, dobbiamo sviluppare un corretto e continuo senso dell’attesa. Meglio attendere prima di convertirsi stabilmente e profondamente, rimandare il cambiamento di vita e di mentalità. Gesù rassicura i discepoli e le discepole, con tre piccole parabole li fa riflettere sul significato dell'incontro con Dio, sul senso della vigilanza e della responsabilità di ciascuno nel momento presente chiamati a essere parte viva e responsabile di tale regno.

Meditare
v. 32: Non temere
Il versetto inizia con l’invito a “non temere”. È un invito a non aver paura e vuole concludere il testo riguardante la provvidenza aprendone uno in ordine all’elemosina e in ordine al tenersi pronti. La condizione per la quale non temere (questo è un tema molto caro ai profeti, soprattutto Amos e Osea) è quella di essere “piccoli piccoli”. Ciò che ci permette di non temere, di non avere timore è proprio questa condizione di piccolezza.
Non temere da una parte vuol dire riconoscere la nostra condizione di piccolezza, dall’altra riconoscere che ciò che siamo lo siamo per il Signore. Difficilmente noi leghiamo il non temere alla piccolezza, questa è la condizione che il vangelo ci indica e sulla quale davvero dobbiamo stare molto attenti. Il timore è proprio non dei più piccoli, il timore è proprio dei grandi.
Non temere… perché "Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. Così, l'anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo..." (Sal 32).
piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Il termine poimnion designa già un piccolo gregge e si riferisce al popolo di Israele. Aggiungendovi mikron (piccolo), Luca lo rende ancora più piccolo.
Il gregge nell'AT indica in modo privilegiato il popolo di Israele. Dio si è impegnato ad essere sin dall'inizio il pastore, la guida di questo popolo. In questo caso però l'aggettivo piccolo indica una realtà più ristretta. Si tratta del piccolo gregge dei discepoli di Gesù. Questo piccolo gregge per volere di Dio ha ricevuto un grande dono: il Regno. Si trova qui uno dei temi che ritornano spesso del Vangelo: la preferenza dei piccoli a cui vengono affidate cose grandi e che le sanno mettere a frutto (cfr. Lc 10,21-22).
Gesù si rivolge ad un gregge piccolo ma illuminato e sostenuto dallo Spirito, un piccolo gregge che ha popolato la terra, un piccolo gregge inerme ma ricco della grazia della fede, che ha trasformato la Storia con l'annuncio della presenza operante del Salvatore, Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita e la felicità in eterno.
È un versetto che invita
vv. 33-34: Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma.
Un invito forte, questo che il Signore Gesù rivolge a chi vuol seguire i suoi passi, e vuol fare di Lui la via che conduce alla felicità e alla vita.
Gesù aveva detto di non accumulare beni (Mt 6,20-21). L'invito del Figlio di Dio è un invito alla felicità fondata sull'amore vero, l'amore operoso che non tiene per sé ciò che ha ma lo divide con chi ha di meno o non ha assolutamente nulla; ed è questa la carità, la vera ricchezza, che ci rende somiglianti al nostro Salvatore, l'unica vera ricchezza che non teme usura e non viene meno.
La comunità cristiana aveva capito il senso della libertà dai beni e della loro condivisione (At 4,34) poiché il tempo si è fatto breve (1Cor 7,29-31). La vita nuova in Cristo diventa il criterio per il possesso di qualsiasi bene.
Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Il monito a ciò che è necessario, si conclude sul giusto rapporto verso i beni materiali. Il tesoro è ciò per cui l'uomo lavora, ciò che gli sta a cuore e a cui si attacca con passione. Per Gesù il tesoro si identifica con la realtà del Regno di Dio che il discepolo è invitato a scegliere senza riserve. Per Luca la scelta di Dio non ha perso la sua radicalità: il credente deve viverla nella sua esistenza quotidiana.
vv. 35-36: Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
È l'appello all'attesa e alla vigilanza, atteggiamenti propri di chi non si accontenta dei beni e delle gioie immediate, ma aspira e desidera beni di gran lunga durata. . I Giudei si cingevano le lunghe vesti ai fianchi per poter lavorare meglio. Elia si cinge per correre (1Re 18,46). L'atteggiamento che Gesù raccomanda a coloro che aspettano la sua venuta è quella di mettersi all'opera, di non adagiarsi nella mediocrità (1Ts 5,6-8; 1Pt 5,8; 1,13). La vigilanza è fondamentale per il cristiano. Più che un atteggiamento morale è la sua condizione di vita, ormai rivestito di Cristo e dedito al suo Regno.
In queste parole è contenuto il significato profondo di ogni esistenza umana, il cui destino è realizzare un rapporto di comunione e di amore sponsale col suo Dio e Padre e col Figlio Gesù Cristo che si è fatto dono per noi, dono nell'amore redentivo, dono nel servizio di carità, dono nel pane eucaristico che ci conforta e ci sostiene nel cammino e nell'attesa del compimento finale.
vv. 37-38: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
Qui si fa riferimento a un padrone che serve. L’annuncio della venuta del Signore e quindi la sua attesa con il discorso del servizio vengono accostati a questa pagina evangelica.
Il servizio contraddistingue coloro che attendono la venuta del Signore. Il servizio è la condizione permanente nella quale e per la quale noi attendiamo il Signore. Questo testo dà al servizio una apertura escatologica. Il vangelo dice: servire è attesa. In vista di cosa? In vista del servizio per eccellenza. E qual è il servizio per eccellenza?
Vengono descritti i movimenti del padrone: “si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. È sorprendente il gesto del padrone che si mette a servire i servi! È ciò che ha fatto Gesù lavando i piedi ai discepoli (Gv 13,4-5). Servire vuol dire questo. Quasi a dire che poi la condizione definitiva sarà un servizio reso da Dio a noi. Non una condizione da cui fuggire, ma una condizione eterna.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!
Il versetto contiene una beatitudine, ma la beatitudine richiede una fedeltà creativa al Signore. L’atteggiamento del credente è sempre quello del servizio. Dove c’è il servizio il Signore collabora con il suo Spirito. Quindi a chi serve il Signore comunica le sue energie, dona di godere del suo mistero.
v. 39: Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa.
L'esortazione alla vigilanza prosegue con la parabola del ladro, un detto parabolico che proviene dalla fonte Q. Il contenuto è uguale al primo. Nel primo racconto sono i servi che vengono invitati a vegliare di notte in attesa del padrone, qui è il padrone di casa che deve vigilare per il fatto che non si sa quando il Signore verrà (Mt. 24,42-51).
Il versetto mette in guardia da illusorie previsioni e da una preparazione “all’ultimo minuto”: come è imprevedibile la venuta di un ladro, così non è programmabile la venuta del Signore. La sua venuta non può essere prevista (Ap 3,3).
In termini positivi il tempo indeterminato è dato all’uomo perché sappia esprimere con continuità il suo amore al padrone, operando bene e rispondendo alla fiducia accordatagli.
vv. 40-41 Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Il tenersi pronti non ha sconti per nessuno, tantomeno per chi è più vicino al Signore. Pietro, il suo uomo vecchio, pensa ancora a qualche privilegio, avendo abbandonato ogni cosa per andare con Gesù (Mt 19,27). Gesù aiuta a maturare la coscienza di Pietro rispondendo indirettamente con la parabola del buon amministratore.
La conversione è un processo con un suo dinamismo perpetuo, che dura tutta la vita, anche per coloro che si sentono già vicini al Signore. Esser pronti non vuol dire pensare ogni momento alla morte, ma un riconoscere il passaggio del Signore senza paura.
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il racconto dell'amministratore fedele/infedele conclude la serie delle «parabole della Parusia» aventi il tema della vigilanza. La domanda di Pietro interrompe la serie delle parabole.
Mediante l'intervento di Pietro, l'autorevole portavoce degli apostoli Luca precisa i destinatari dell'insegnamento parabolico: sono tutti i credenti, ma in modo speciale i responsabili della comunità ai quali Luca dedica la parabola seguente.
v. 42: Il Signore rispose: «Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito?
Il termine “amministratore” è tradotto anche con “distributore”, “dispensatore”. Il vocabolo esprime bene qual è la funzione di coloro che sono preposti dal padrone a questa funzione. La loro fedeltà e il loro amore si manifesteranno nella misura in cui sapranno trattare gli altri secondo la volontà e lo spirito del padrone stesso.
L’amministratore è fedele e saggio nel momento in cui, posto a capo della servitù, distribuisce a tempo debito la razione di cibo. Qui c’è tutto il mistero dell’Eucaristia. Eucaristia che è intesa così: distribuire in tempo opportuno la razione di cibo. La saggezza sta nel distribuire e questo è un criterio che contrasta con il mondo. La fedeltà consiste nel distribuire perché ciò che l’amministratore fa non è altro che distribuire i beni del suo padrone; l’amministratore è fedele distribuendo, perché i beni del suo padrone sono evidentemente destinati alla distribuzione. In fondo Gesù è insieme amministratore e bene del Padre, è amministratore e cibo. La sua fedeltà e la sua saggezza nell’Eucaristia consistono in questo: dare se stesso in cibo.
Non è facile nel servizio ai poveri essere così saggi e fedeli da dare in tempo debito la razione di cibo; a ciascuno il suo. E questo vuol dire che tu devi conoscere le persone, che tu le devi amare, che devi essere per loro motivo per cui il cibo che dai non sia per loro offesa ma sia la loro razione, che sia conforme alle loro esigenze e alle loro necessità.
vv. 43-44: Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
La lode è espressa con una beatitudine, ed è rafforzata nel v. 44 con una promessa che non sembra aggiungere molto all'autorità che già il servo aveva ricevuto in precedenza. La formulazione «beato!» e «veramente vi dico» fa tuttavia pensare alla ricompensa celeste; è un tratto allegorico già utilizato per concludere la prima parabola sulla vigilanza.
vv. 45-47: Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse
È facile cadere nella tentazione, pensare di vivere come se nulla fosse, come se la Parola di Dio che abbiamo accolto nella nostra vita ad un tratto svanisse con tutta la sua energia vitale e ne approfittiamo per darci a quei valori contrari al Vangelo. Sempre l’egoismo tenta di infiltrarsi infatti nei nostri pensieri e sempre è necessaria la lotta per respingerlo. Sempre dobbiamo, come scrive S. Paolo, liberarci dalla schiavitù del peccato per metterci al servizio di Dio; un servizio libero ma esigente, dell’esigenza dell’amore vero. Questi due versetti ci dicono che vi sono persone che, avendo scoperto che siamo salvati gratuitamente, non per le nostre opere ma per la fede in Gesù, si sono fermate qui, senza fare il passo ulteriore che pure è indispensabile, cioè: “tendere verso i frutti della conversione”.
Su quel servo che vivrà così incombe un terribile giudizio: egli sarà trattato come se non avesse mai avuto nulla a che fare con Gesù benché sia stato al suo servizio. La traduzione letterale del testo infatti è: “lo separerà e porrà la sua parte con chi non ha fede”.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. Il Signore renderà a ciascuno secondo le sue azioni (Mt 16,27) e secondo la grazia ricevuta (Rm 11,11-24). Giudei, pagani, convertiti o fedeli alla propria religione saranno giudicati secondo la loro retta coscienza. Una retta coscienza porta il servo a percepire il kairòs nella sua vita fatta di ascolto della parola, preghiera e santità che rende feconda la memoria e conduce alla verità tutta intera (cfr. Gv 16.13).
v. 48: quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
Alla fine della vita, secondo S. Giovanni della Croce, saremo giudicati sull'amore. Sono parole che ci fanno capire il desiderio di Dio: Egli ci dà molto, ma affinché possiamo portare molto frutto, un frutto che rimanga. Il primo frutto che il Signore attende da noi è la conversione, è il compiere opere di giustizia.
Nell’Apocalisse, nelle Lettere alle Chiese, le prime parole che Egli rivolge a ognuna di esse sono: «Conosco le tue opere». Non dice: «Conosco il tuo cuore»; perché ci sono molti che si professano credenti, ma conducono poi una vita dissoluta o mondana, per poi magari concludere con presunzione: «Dio conosce il mio cuore». Ora Dio guarda sì le nostre intenzioni, ma guarda anche le nostre opere!
Ognuno è responsabile in proporzione alla conoscenza che ha della volontà di Dio. Il credente è il testimone di Gesù risorto, speranza del mondo, e a tale fedeltà deve rifarsi.

La Parola illumina la vita
La risposta di Gesù a Pietro serve anche a noi, anche a me. Sono un buon amministratore, una buona amministratrice della missione che ho ricevuto?
Come faccio per essere sempre vigile?
Quale tesoro prevale nella mia vita, quale comanda sulla mia vita?

Pregare
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. (Sal 32).

Contemplare-agire
Lasciamoci trasformare dalla Parola di Dio. Ricordiamo nella nostra preghiera e nella vita di tutti i giorni che siamo gli amici di Gesù e i suoi amministratori: a noi vengono affidate le cose più belle e preziose, a noi viene richiesta la fedeltà, affinché un giorno possiamo ascoltare da Lui quella parola santa e benedetta: «Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore».

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