martedì 1 aprile 2025

LECTIO: V DOMENICA DI QUARESIMA (Anno C)

Lectio divina su Gv 8,1-11
 

Invocare
Dio di misericordia, che hai mandato il tuo Figlio unigenito non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa, perché rifiorisca nel cuore il canto della gratitudine e della gioia.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". 6Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". 8E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". 11Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non peccare più".
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Domenica scorsa abbiamo incontrato la gioia del Padre che vede il ritorno del figlio che «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,32) e andava proclamando la misericordia di Dio.
Questa domenica, cambiando tono evangelico, la liturgia ci propone, in questa V domenica di quaresima, un brano evangelico che è “una perla sperduta della tradizione antica” e merita che ci si occupi di essa amorosamente. La pagina, infatti, con ogni probabilità non è proprio dell’evangelista Giovanni ma è stata aggiunta in seguito da una “mano” posteriore; infatti, è assente nei più importanti codici antichi dei Vangeli. Fino al IV sec. il racconto è ignorato dai Padri della Chiesa, e lo si trova nel codice D o di Beza (secoli V-VI). La storia del suo travaglio continua fino al Concilio di Trento. Al di là di un travaglio, l'evento può essere considerato come una testimonianza molto viva ed autentica del Gesù della storia e del suo costante atteggiamento verso peccatori ed emarginati.
Il brano del Vangelo è la proclamazione della misericordia di Dio, che è capace di aprire una strada in mezzo al peccato irradiati dalla luce della Pasqua. La misericordia di Dio è la capacità che Dio ha di creare amore dal peccato e dall’egoismo.
L’Evangelista pone l’accento su un aspetto decisivo della realtà della chiesa e della nostra vita: Gesù sceglie, per rivelare la misericordia del Padre, una donna adultera. L'infedeltà e l’adulterio sono tradizionalmente il peccato fondamentale dell’abbandono di Dio. Il rapporto tra Dio e il suo popolo è un rapporto di matrimonio, un rapporto di alleanza; quindi, di fedeltà e rompere questo rapporto significa un peccato di adulterio.
Il racconto comincia la sera, dopo una giornata di insegnamento nel tempio: ciascuno tornò a casa sua (Gv 7,53) e Gesù raggiunse il monte degli Ulivi, come era solito fare, secondo Luca (Lc 22,29). Di buon mattino è di nuovo nel tempio e insegna al popolo (cf. Lc 21,37). 
Il contesto originario è sconosciuto, ma sembra che qui sia presupposto il racconto sinottico della settimana di passione, stando al quale Gesù passava i giorni a Gerusalemme intento a insegnare ma lasciava la città ogni notte per una maggiore sicurezza (cf. Mc 11,11).
Il brano stesso si fa incontro tra la miseria dell’uomo e colui che è l’Amore. Incontro che è icona dell’alleanza d’amore continuamente spezzata per l’infedeltà dell’uomo e continuamente ricamata per la fedeltà di Dio.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 1-2: Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi.
Dopo la discussione, descritta in Gv 7,37-52, tutti fanno ritorno a casa (7,53). Gesù, però, non ha una casa a Gerusalemme e si reca sul Monte degli Ulivi. Lì è solito trascorrere la notte in preghiera (Gv 18,1).
Alcuni studiosi alludono questo momento particolare alla sfida, alla paura della morte che ha Gesù e che l'affronta incontrandola sul volto dell’adultera condannata alla lapidazione.
Ricordare questo luogo ci fa pensare che Gesù è al termine del suo ministero e della sua vita e quanto accade all’adultera (Legge, giudizio, condanna in base al comandamento di Dio), anticipa in qualche modo il processo di Gesù, la sua passione.
Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui.
Siamo «all'alba», quindi, all'inizio di un nuovo giorno che richiama, in qualche modo, quell'alba del primo giorno della creazione in cui Dio creò la luce (Gen 1,3). Questa luce non era quella del sole o degli astri, che verranno creati nel quarto giorno (Gen 1,14-19), ma la stessa luce divina che permea l'intera creazione, da cui traspare l'impronta di Dio stesso. Paolo ce lo ricorda nella sua lettera ai Romani: «Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute» (Rm 1,20).
Prima che spunti il sole, Gesù, sole nascente, “si recò di nuovo nel tempio”. Le giornate per gli Ebrei iniziavano presto; Gesù si reca prestissimo al tempio per insegnare (cf. Lc 19,47-48).
Il Tempio era anche un luogo di ritrovo e di vita sociale, per alcuni il cuore della comunità ebraica. Il popolo sicuramente arriva prima dell'aurora per poterlo ascoltare!
Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Gesù al Tempio è il Maestro, si siede e parla con la gente, li ascolta, risponde alle loro domande, si relaziona con tutti. L'atto di stare seduto indica, nel linguaggio rabbinico, l'autorità dell'insegnamento. La folla si avvicina per poterlo ascoltare. Solitamente la gente si sedeva in circolo, attorno a Gesù e lui insegnava.
Cosa mai avrà insegnato Gesù? Sicuramente sarà stato bello, poiché giungono prima dell'aurora per poterlo ascoltare! Gesù si siede lì e parla con la gente, li ascolta, risponde alle loro domande, si relaziona con tutti. Il Tempio, infatti, era anche un luogo di ritrovo e di vita sociale, per alcuni il cuore della comunità ebraica.
Al popolo che si raduna intorno a Cristo, riconoscendolo Maestro, si contrappone un altro gruppo, quello degli scribi e dei farisei, che gli si rivolgono con l'appellativo di "Maestro" ma in realtà gli sono ostili e attendono solo che Egli faccia un passo falso, che dica una parola di troppo, per poterlo colpire.
vv. 3-4: Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.
Dopo l’introduzione dei primi due versetti, abbiamo una scena imbarazzante in cui Gesù si trova essere coinvolto. Gli scribi e i farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta in fallo. La legge giudaica è molto esplicita su questa materia: l'adultera deve morire. La conducono da Gesù ma solo per tendergli un tranello.
Una delle prime cose che possiamo notare è che la donna non ha un nome perché adulteri lo siamo un po' tutti. Idolatri lo siamo un po' tutti. Pensiamo a tutte quelle volte che diciamo di seguire il Signore e poi ci troviamo sempre nella palude dei nostri peccati, facendo il male che non vorremmo piuttosto il bene che vorremmo (cf. Rm 7,18-25).
L’altro aspetto da rilevare è che solo la donna viene condotta in giudizio mentre la Legge prevede che sia la donna e l’uomo che pecca con lei devono essere lapidati. Solo la donna, dunque, viene posta nel mezzo per essere studiata e scrutata, quasi fosse una cavia e tale deve essere, visto che il suo peccato è solo un pretesto per porre in fallo Gesù. Nessun rispetto per lei, per la sua dignità, per la sua storia personale, come non ve ne era nella Legge che prevedeva la condanna a morte solo per la donna che tradiva e non per l’uomo infedele.
Gesù che poco prima era stato considerato un bestemmiatore meritevole di essere arrestato ora è riconosciuto come “maestro” dalla stessa ipocrisia di scribi e farisei, che gli sono ostili e attendono solo che Egli faccia un passo falso, che dica una parola di troppo, per poterlo colpire.
C'è una storia e una dignità da vivere e rispettare. Anche ai nostri giorni si continua a lapidare forse non con le pietre, ma calunnia, la diffamazione, l’odio e la violenza verbale, le fake news e tanto altro ancora.
vv. 5-6a: Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
La domanda anzitutto è posta in quel conflitto duro e lacerante tra l’essere umano e la Legge. Nel particolare, la donna è posta tra i due Testamenti: l’Antico e il Nuovo, tra Mosè e Gesù. È un raffronto tra due Leggi. Rifugiarsi nella Legge presentando la donna adultera è solo un pretesto; quello che interessa agli scribi e ai farisei è mettere alla prova Gesù, avere dei motivi per accusarlo. E questo fa impressione, perché scribi e farisei sono i custodi della legge, dovrebbero amare la legge, e dovrebbero cercare la legge. In realtà, in questo caso, si servono della legge per condannare e accusare Gesù, e si servono della donna per arrivare al loro scopo. La donna è diventata uno strumento di morte nelle loro mani, così come la legge.
Il cristiano invece è colui che scava per trovare il cuore della Legge, che certamente non è una condanna a morte ma amare.
v. 6b: Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.
Una reazione strana e misteriosa quella di Gesù. C’è una tradizione antica che suppone che Gesù abbia scritto sulla polvere i peccati di quegli uomini che stavano accanto, o se volete addirittura i peccati di tutti gli uomini.
Qui possiamo leggere anche un segno simbolico, profetico. Nel libro di Geremia c’è un versetto che dice: «quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore» (Ger 17,13). Gesù che si mette a scrivere nella polvere per terra, compie un gesto che è un invito a riconoscersi peccatori, perché il peccato è la condizione non semplicemente della donna che è stata buttata là in mezzo, ma è la condizione di tutto Israele, di tutto il popolo: è la nostra condizione. Basterebbe andare a riprendere i profeti: Israele è presentato in Os 2 come una sposa adultera. In Ez 16 riprende questo tema con una durezza incredibile. Quello è Israele, ma quello siamo noi, il popolo del Signore. Quelle persone, dunque, non sono innocenti di fronte a una persona colpevole, ma sono partecipi della medesima colpa, del peccato e della lontananza da Dio.
Il versetto contiene un insegnamento importante: ci fa riflettere sulle motivazioni dei nostri comportamenti. Può infatti accadere che noi usiamo realtà grandi come la giustizia o la solidarietà o la verità, non per il gusto della giustizia, della verità o della solidarietà, ma semplicemente come strumenti nella lotta contro quelli che stanno dall’altra parte, contro i nostri avversari. La misericordia di Dio dà fastidio e di conseguenza si fa fatica a praticarla. Scrivere e riscrivere per terra indica proprio questa misericordia di Dio che è una parola nuova che fa rinascere, non una condanna ma una nuova creazione.
v. 7: Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Gesù provoca mettendoli con le spalle al muro. Così facendo Gesù appella la coscienza e la libertà personale. Chi poteva veramente gettare la pietra contro la donna? Nella consuetudine del tempo era il testimone dell’adulterio che aveva il diritto-dovere a scagliare per primo la pietra sulla donna. Ma le parole di Gesù disarmano perché trovano gli accusatori pieni di peccato e l’unico a non aver peccato era Gesù stesso ma lui non scaglia la pietra, anzi lui, l’innocente, disarma le mani degli accusatori.
Davanti all’insistenza degli accusatori, Gesù li pone di fronte alla loro coscienza, li invita a scandagliarla perché si rendano conto. Chi è il solo giudice del cuore dell’uomo. Li invita a guardare sé stessi, ma a guardarsi di fronte a Dio. Se sono veri cercatori di Dio, non possono non ammettere di aver peccato e quindi di aver tradito anch’essi.
Adulterare la Legge è farla apparire con un’essenza diversa da quella dell’amore. «Il primo e il più importante dei comandamenti è amerai il Signore Dio tuo […] e il prossimo tuo come te stesso» (cf. Mt 22,36-39). E viene fuori una affermazione fondamentale per la Scrittura e per il NT; l’affermazione della colpevolezza di tutti gli uomini davanti a Dio (cf. Rm 3, 9), che vuole dire: davanti agli altri possiamo anche sentirci innocenti – questi scribi e farisei possono sentirsi innocenti; loro, di fronte ad una donna adultera, non hanno commesso nessun adulterio; ma se invece di guardare la donna si collocano davanti a Dio, si renderanno conto che anche loro sono in fondo in una condizione simile.
vv. 8-9: E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
È la seconda volta che viene citato questo particolare. Questo scrivere lo riscontriamo in Es 31,18: “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra scritte dal dito di Dio” e in Dt 9,10: «il Signore mi diede due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell'assemblea» che ci ricordano come la Legge è stata scritta con il dito di Dio su tavole di pietra. Gesù è veramente la narrazione, la penna, la matita di Dio che scrive nel nostro cuore indurito e stanco. E quando Dio scrive, scrive con l’indelebile.  Ora, Gesù fa rileggere questa stessa Legge in una nuova prospettiva e una nuova comprensione: quella di Dio dove troviamo in quel “chinatosi” che è l’atteggiamento del Padre misericordioso.
Dio si china sempre perché continua a saggiare i nostri cuori, a scrutarli fino in fondo. Nel libro del profeta Isaia troviamo scritto: «Come mai è divenuta una prostituta la città fedele?» (Is 1,21). Ecco chi è l’adultera del Vangelo: l’icona dell’infedeltà a Dio e anche agli uomini. C’è una condizione generale del peccato in cui versa tragicamente l’uomo, per cui nessuno è esente solo per il fatto che osserva la Legge. Non è la Legge che salva ma Dio, il quale nella sua misericordia elargisce il suo perdono a tutti.
Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo.
Il soggetto qui sono gli scribi e i farisei, rappresentanti della Legge e del mondo veterotestamentario si sono dimostrati funzionari delle norme ma analfabeti del cuore umano; esperti in decreti e ignoranti del cuore.
Il confronto con la nuova Torah li fa andare via. Ci sono solo due posti: Gesù è il giudice e l’adultera è l’imputata; ma Gesù è la misericordia, e l’adultera è la misera, la persona bisognosa di misericordia. Il mondo è così: non c’è posto per l’accusatore del fratello; c’è solo posto per chi è misero e ha bisogno di un giudizio di misericordia; quel giudizio di misericordia che Gesù è venuto a portare. Questo vuol dire che l’unica Legge, d’ora in poi, è quella riscritta da Gesù dove al centro ci sta l’interesse e la cura per l’uomo nella sua condizione di peccato, con una differenza: ora senza più nessuna condanna. La nostra collocazione vera non è quella dell’accusatore, non possiamo accusare nessuno, perché siamo nella posizione di quella donna peccatrice, adultera, e quindi bisognosa solo di riconciliazione e di perdono. Chi era peccatore è costretto ad andarsene, è rimasta sola quella donna bisognosa di misericordia, anzi già misericordiata.
Viene evidenziato che se ne vanno tutti, a partire dagli anziani. Forse il verbo esatto è “allontanato”. Quegli uomini si sono allontanati dalla donna, hanno rinunciato a giustiziarla ma nello stesso tempo prendono le distanze da Gesù, si allontanano da lui in quanto indisponibili ad accoglierlo e ascoltarlo perché carichi del loro peccato, inchiodati nei propri peccati.
Purtroppo, il processo per Gesù non finirà qui; anche questo episodio attirerà su di lui odio e inimicizia dei suoi avversari. Liberando quella donna dalla condanna in realtà Gesù la rivolge su di Sé: Egli è Colui che ha preso su di Sé le nostre colpe. Il pericolo è scongiurato. Gesù e la donna restano soli; i curiosi, i maligni, i violenti si sono semplicemente allontanati.
vv. 10-11: Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore».
Gesù chino per terra ora si “rialza” e questo verbo evoca il suo rialzarsi dal sepolcro nel giorno della sua Risurrezione e solo il Risorto ha il potere di far risorgere.
Tra Gesù e la donna inizia un dialogo, quasi a significare che soltanto nel rapporto con Gesù l’uomo non trova più nessuna condanna, ma viene riabilitato a camminare nell’amore.
Gesù la chiama “donna” come a dirgli: “ti restituisco la tua dignità”. La donna lo chiama “Kyrios”, Signore, e in quanto Signore vittorioso sul peccato e sulla morte a ragione le può dare il perdono, ridargli dignità, restituirla alla vita, libera da quanti attentavano ad essa.
Unica è l’esperienza di questa donna che si è sentita guardata dall’Amore, da un amore puro, fedele, di totale dedizione, che non ha mai tradito, che non tradirà mai perché è l’amore di Dio.
E Gesù disse: Neanch'io ti condanno
È un vero atto di perdono, è un gesto di misericordia di Gesù nei confronti di questa donna. Però fa riflettere, perché chi è in grado di perdonare se non colui che è stato offeso; solo chi ha ricevuto l’offesa è in grado effettivamente di perdonare; non posso perdonare il male che tu hai fatto a qualcun altro, questo è comodo, è facile, non inquieta nessuno. Il perdono vero è il male che tu hai fatto a me, che io ho pagato, che ho sofferto; questo può diventare perdono autentico. Appunto, Gesù perdona proprio per questo, perché è venuto a prendere sopra di sé il peccato degli uomini; perché questo peccato lo ha portato nella paura, nell’angoscia e nella sofferenza, e lo porterà fino nella morte È scritto: «Ha portato i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1Pt 2,20). Solo per questo Gesù è in grado di perdonare e può esprimere l’amore di Dio che vince sul peccato dell’uomo. Non è il Dio indifferente, ma è il Dio che ha sperimentato e preso sopra di sé la miseria umana.
va' e d'ora in poi non peccare più.
Questa espressione imperativa va intesa come un comando, ma prima di tutto come un dono di una guarigione interiore. Infatti, con il perdono Gesù dà la forza di ricominciare una vita nuova, un cammino nuovo: non ci sei più dentro nella realtà del peccato, sei fuori; e non per una tua capacità, non per una tua buona volontà, ma per grazia.
Questa espressione la ritroviamo quando Gesù vede quel paralitico ammalato da 38 anni e gli dice: «alzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua» (Mt 9,6); gli dà un comando, ma gli fa anche il dono della guarigione e la forza di vivere, perché possa alzarsi e cominciare a rivivere in piena libertà, in piena dignità, sano da ogni male.
Le parole di Gesù sono la forza che vogliono liberare, che vogliono creare un cuore nuovo, uno spirito e una libertà nuova.
Questa donna è andata vicino alla lapidazione, è arrivata fin sull’orlo della condanna a morte e all’ultimo istante è stata graziata. Finché si ricorderà di essere una graziata, quell’amore le darà la forza di amare e la forza della fedeltà, perché è una graziata, perché quella vita le è stata data liberamente e gratuitamente. E così: «va’ e d’ora in poi non peccare più», è un comando che supera la legge che guardava al passato, al bene o al male compiuto ma apre al futuro senza distruggere la legge invitando però a viverla come valore.
Allora «và» donna, «và» peccatore esci dal tuo passato, togli le pietre tombali che ostruiscono il cuore e vai verso il nuovo portando lo stesso amore, lo stesso perdono a chiunque incontri perché oggi Dio ti ha fatto grazia sei «una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale ostilità nel mio cuore ogni volta che penso di radunarmi attorno a Gesù Maestro e che in realtà mi raduno attorno ai miei interessi?
Quante volte mi ritrovo al posto degli scribi e dei farisei tendendo tranelli? O “cambio faccia” ma solo per un mio tornaconto?
Quando vivo il perdono sono ancora ripiegato su me stesso o mi lascio aprire dal dono di Dio e riprendo a godere della sua presenza di salvezza? Mi sento una creatura nuova rigenerata alla vita di fede?
Imito lo stile di Dio usando misericordia verso gli altri per rendere vere le parole del Padre nostro: "come noi li rimettiamo ai nostri debitori"? So gioire per il perdono, anche degli altri?
Riesco a donare perdono gratuitamente, ovvero anche quando lo giudico non pienamente meritato?  
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.
 
Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
 
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
 
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni. (Sal 125).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Riconosciamo consapevolmente la nostra miseria e accettiamo che il Signore la ricopra con la sua misericordia, potremo a nostra volta diventare capaci di compassione verso tutti come scrive l’Apostolo Paolo: «con le viscere di misericordia di Cristo Gesù» (Fil 1,8).