martedì 25 novembre 2025

LECTIO: I DOMENICA DI AVVENTO (Anno A)

Lectio divina su Mt 24,37-44
 
 
Invocare
O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
37Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. 41Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.
42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nella liturgia della prima domenica di Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi uno dei cinque discorsi di Gesù. Tutto inizia con i discepoli che, uscendo dai cortili del tempio, invitano Gesù ad ammirare tutta la sua bellezza. Gesù risponde in modo netto: «in verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta» (Mt 24,2). Per i discepoli questo è un colpo al cuore. Poi continuano con la domanda: «Di' a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» (Mt 24,3). Da questo momento, l’Evangelista include nel suo Vangelo un “discorso escatologico” in due capitoli (Mt 24 e 25) centrato sulla rivelazione da parte di Gesù circa la sua prossima venuta, la parousìa, termine che nel mondo greco indicava la venuta e presenza dell’imperatore o di un’alta autorità in un determinato luogo. Ripreso nel NT, ove sta a indicare la venuta di Gesù alla fine dei tempi, per instaurare il Regno di Dio.
La seconda parte del discorso escatologico è aperta e chiusa dall’affermazione: nessuno conosce il “giorno” e l’“ora” (Mt 24,36; 25,13). Il messaggio è chiaro: la venuta del Signore è imprevedibile, di qui la necessità della vigilanza indicata dal verbo “vegliate” e dall’avverbio conclusivo “dunque” (perciò) “tenetevi pronti”. Per i discepoli è fondamentale il quando, ma Gesù non offre nessuna risposta precisa, perché il quando è sempre e ovunque.
Il ritorno di Gesù alla fine dei tempi è una gioia, ma anche un invito a impegnarsi seriamente, lasciando a margine le cose secondarie e preparando il suo arrivo.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 37-39: Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo.
In questi versetti, che si riferiscono alla Genesi, Gesù risponde a coloro che chiedono una data sulla fine del mondo, data che Gesù non conosce. Queste persone sono coloro che della vita fanno il fondamento della propria sicurezza e, rifacendosi alla Sacra Scrittura, cita la generazione di Noé, ai tempi del diluvio, che passò alla storia come la più corrotta di tutte: «la malvagità degli uomini era grande sulla terra e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male; la terra per causa loro era piena di violenza» (cf. Gen 6,5-8,14; 1Pt 3,20) e alla visione del profeta Daniele per “la venuta del Figlio dell’uomo”: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui» (Dan 7,13).
In questo paragone troviamo una vita non dedita “alle cose di lassù”, una mancanza di presa di coscienza interiore per poter accogliere la grazia divina. Un vivere troppo sicuri di sé. Solo Noè era uomo di fede!
Anche oggi, in qualche modo, succede la stessa cosa: viviamo una certa sicurezza di noi stessi, ci arrampichiamo alla cieca e continuiamo a sopravvivere.
Gesù invita a fare attenzione, la storia si ripete, all’improvviso come il diluvio ai tempi di Noè, e il pensare umano si rivelerà stoltezza (cf. 1Cor 1,18-2,5). Dice l’Orante: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella» (Sal 127 [126],1).
Nelle parole del Salmista, abbiamo un ammonimento per indicare che senza Dio non è possibile la sicurezza e il benessere. Sì, il progresso va avanti ma manca un vivo orientamento a Dio. «Senza il Signore non possiamo fare nulla» (Gv 15,5). Noi siamo l’edificio di Dio, così come dice Paolo (1Cor 3,9) non un semplice edificio umano.
Allora nell’attesa che si compiano i giorni, che non sappiamo come, interroghiamoci su come viviamo il proprio quotidiano. Se la nostra vita è come ai tempi di Noè: piena di egoismo.
vv. 40-41: Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.
Il discorso continua in punta di piedi nella vita e come una parabola, anche qui accade la stessa cosa. Abbiamo due uomini che lavorano nei campi e due donne che macinano alla mola. Alla venuta del Figlio dell’uomo – il cui giorno nessuno conosce, «né gli angeli del cielo, né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36) – uno verrà «preso», cioè, salvato, entrerà nell’arca che sempre ha accolto nella sua vita, e l’altro «lasciato», cioè, abbandonato alla perdizione, perché ha condotto una vita senza senso, non vi entrerà, non la riceverà.
Si lavora intensamente, con affanno, per avere ricchezza, ma Dio la darebbe senza tutto quell'affannarsi, se si fosse uniti a lui, se si «cerca prima il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33).
Gesù aveva detto: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso» (Lc 21,34).
In questi personaggi possiamo leggere i due aspetti della vita che conduciamo: contare su sé stessi, l’altra invece su Dio e sulla sua venuta; al lavoro da soli, al lavoro insieme con Dio; addormentati interiormente, vigilanti.
Modi diversi di vivere la vita. Il discepolo però deve gettare nel Signore il suo affanno (Sal 55,22) che è un umiliarsi: «Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1Pt 5,6-7).
L’umiltà è data come referenza in questo passaggio: affrontare la vita di ogni giorno con i suoi affanni e gettare tutte le nostre preoccupazioni su Dio, perché Egli è il nostro Pastore.
Gesù ci ricorda che la Sua venuta è per ciascuno di noi momento di svelamento della nostra interiorità: «Non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto» (Mt 10,26). L’essere «preso» o «lasciato» si gioca nell’interiorità della nostra coscienza. Il nostro futuro si decide nell’oggi, nel modo di vivere il quotidiano, il lavoro, le relazioni, gli affetti: liberi e solidali, pronti a vivere il comandamento nuovo dell’amore o perennemente ripiegati su sé stessi e i propri interessi.
v. 42: Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.
Di conseguenza il richiamo accorato di Gesù: «vegliate!». Questo sconvolgimento naturale è un richiamo alla vigilanza e a una profonda conversione interiore che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda.
Questo versetto, simile al v. 44 («tenetevi pronti»), nelle pagine del Vangelo lo troviamo più volte in bocca a Gesù. La non sicurezza è stata sempre messa in guardia da Gesù. Persino la morte può essere per noi motivo di rifiuto e quindi vivere come se non esistesse. Eppure, lo sappiamo che dobbiamo morire. È la nostra cecità che in questo momento viene ammonita. Il nostro essere duri nel cuore. Gesù intende semplicemente di suscitare un’attesa responsabile e consapevole della Sua venuta unita alla capacità di discernere i «segni» della Sua azione nella nostra vita e nella vita del mondo.
Che cos’è questa vigilanza di cui parla l’evangelista anche nel capitolo seguente? Vigilare significa, non starsene barricati, sicuri, ma assumersi ogni giorno le proprie responsabilità, affrontare gli avvenimenti della vita. È un mettersi continuamente alla presenza del Signore. Nell’essere vigilanti ci sta quella forza di spezzare l’indifferenza, l’inerzia, la distrazione. San Paolo scrivendo ai cristiani di Roma dice: «è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti» (Rm 13,11). Chi dorme vive nel torpore dei sensi, è supino, «ha occhi ma non vede, ha orecchi ma non ode» (Ger 5,21), ha labbra ma non parla, il suo cuore batte ma non ama: dorme!
Diversamente è la persona opposta che è sveglia. Egli è capace di stare in piedi nella vita di tutti i giorni, perché capace di stare alla presenza di Dio e legge la realtà della vita partendo dal cuore di Dio, un cuore capace di amare oltre ogni misura fino al dono della propria vita.
Questa attenta e costante sottolineatura sulla vigilanza, è illustrata dall’Evangelista in tre parabole: quella del servo fidato e prudente (Mt 24,45-51), la parabola delle ragazze sagge e delle stolte (Mt 25,1-13), e la parabola dei talenti (Mt 25,14-30), dove l’evangelista Matteo ci dice che il servo vigile e fedele è colui che della sua vita ne fa un atto concreto e generoso superando paure e falsità. Mentre ci rimane inerte e pauroso, chiuso in se stesso, gli sarà tolto anche quello che ha (Mt 25,29).
v. 43: Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.
Gesù porta questo paragone del padrone di casa che sta in all’erta nel caso arrivasse il ladro. Con questo Gesù non si presenta come un ladro, in questo momento sta solo facendo un esempio: come uno è sempre all’erta per il fatto che non sa quando potrebbe giungere un ladro, così deve stare sempre pronto perché non sa quando potrebbe essere la fine (della sua vita, del mondo), quando sarà la venuta del Figlio dell’Uomo.
«Cercate di capire» è l’invito perentorio di Gesù, in quanto ci fa capire quanto Egli ha a cuore la nostra sorte (queste prime parole riprendono quanto detto al v. 34).
La parte finale di questo versetto ci obbliga a metterci in ricerca interiore e non ad aspettare gli eventi della vita che ci distruggono (descritti qui con il ladro). La notte, il ladro, non facciamoci prendere dalla paura di questi paragoni. Magari ci sta una tensione verso “quella notte” ma c’è anche una casa, che è la cella del nostro cuore, dove possiamo riscoprire e orientare le nostre scelte di fede, riscoprire la sobrietà della vita: vivere la purità di cuore che è legata fondamentalmente alla vita spirituale per la beatitudine che gli è associata: «perché vedranno Dio» (Mt 5,8).
Uno deve custodire i doni che ha, coltivarli, lasciarli crescere e proteggerli. Saperli leggere alla luce del Vangelo. Per questo si mette qui a confronto l’atteggiamento del padrone di casa con il servo fedele. Il primo ama possedere ma perde la propria vita. Il secondo invece volge il suo sguardo, la sua attenzione, sulla sapienza e su una vita all’insegna dell’amore per questo entra in quell’arca, entra nella gioia del Signore.
“Se noi dunque desideriamo incontrare Dio, dobbiamo cercarlo nella cella del nostro cuore. Se riusciremo veramente a comprendere che tutto è intimamente unito in Dio, raggiungeremo la pace e la bellezza!” (Tagore) e la casa del nostro cuore sarà intatta.
v. 44: Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo.
Per rafforzare quanto detto prima, Gesù dice che occorre “essere pronti” perché il Figlio dell’uomo verrà nel momento in cui non si pensa. Dio viene quando meno si aspetta (cf. Mt 25,1-13).
Essere pronti vuol dire conoscere di disegno salvifico di Dio, vuol dire una vita veramente umana, che risponda alla volontà e alla vocazione del Creatore.
L’ora, invece, di cui parla Matteo richiama il giorno e il tempo di cui Paolo parla ai Romani. Non un semplice tempo cronologico, ma un kairos, un rivestirsi della luce di Cristo (cf. Rm 13,11-14).
Nella Bibbia il tempo è visto come dono di Dio ed è posto sempre in relazione all’uomo e alla storia. Per questo la vigilanza è vivere ogni frammento di vita come fosse prezioso, il solo a disposizione.
In questo momento Gesù rivolgendosi a noi continua a chiederci di vigilare attentamente conducendo una vita serena verso la perfezione. La vigilanza è la matrice di ogni virtù umana e cristiana, è il sale di tutto l’agire, è la luce del pensare, ascoltare e parlare di ogni umano e in quanto tale bisogna cogliere, capire il presente per scoprirvi il passaggio di Dio, non per ammirarlo, ma come un tempo di grazia per vivere e dare speranza al nostro tempo.
San Paolo esorta: «il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo» (1Ts 5,23). Questo atteggiamento è segno di maturità, in cui vigilanza e pace si mescolano.  
Lasciamo allora che la Parola di Dio invada le nostre coscienze e ci riempia della forza dell’amore da poter donare e restare “svegli” per incontrare il Signore che viene nella pace e nella quiete vigile che è la carità!
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Come leggo, alla luce del brano evangelico odierno, la realtà che mi circonda?
Come mi guardo attorno, dentro il mio cuore, per rivedere le mie scelte, il mio stile di vita alla luce della Parola di Dio?
Sono vigilante e pronto, vivendo ogni frammento di vita come fosse prezioso, il solo a disposizione?
Quale è il mio modo di aspettare la venuta di Gesù? Sono pronto ad entrare nella sua “arca”?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!
 
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.
 
Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
 
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene. (Sal 121).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Vigilate sulla vostra vita: che le vostre lampade non si spengano e non si sciolgano le cinture dai vostri fianchi. State pronti, perché non sapete l'ora in cui nostro Signore verrà. Radunatevi frequentemente, per cercare insieme ciò che più conta per le vostre anime; a che cosa vi gioverà il tempo vissuto nella fede, se, all'ultimo momento, non sarete trovati fedeli? (Didaché).



martedì 18 novembre 2025

LECTIO: Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo - Domenica XXXIV del Tempo Ordinario (Anno C)

Lectio divina su Lc 23,35-43

 
Invocare
O Dio Padre, che ci hai chiamati a regnare con te nella giustizia e nell’amore, liberaci dal potere delle tenebre; fa’ che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] 35il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
 39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva
te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
 
Silenzio meditativo lasciando risuonare nel cuore la Parola di Dio
 
Dentro il Testo
In questa domenica XXXIV del Tempo Ordinario, festa di Cristo Re, chiusura dell’anno liturgico, la liturgia mette alla nostra attenzione la novità scandalosa di un Dio che presenta la sua regalità dal trono della Croce. Oggi contempliamo la Croce in contrapposizione al regno di questo mondo.
Proviamo ad andare indietro in questo Vangelo lucano, nel momento in cui Gesù fu tentato dal diavolo nel deserto (Lc 4,1-13). L’Evangelista annota, che il diavolo «dopo aver esaurito ogni specie di tentazione si allontanò da Lui per ritornare al tempo fissato» (v. 13). Questo è il tempo fissato: il momento della crocifissione e della morte di Gesù, il momento della sua regalità.
Luca riferisce nel suo racconto gli ultimi momenti della vita terrena di Gesù usando più volte i termini salvare e salvezza e in questo suo ripetersi, vuole comunicarci come Cristo è Re della nostra vita e della nostra storia.
La sua regalità si manifesta in modo contrario alla regalità umana: per Gesù la regalità è servizio per la salvezza del popolo, fino al dono di sé nel momento più cruento, estremo della sua vita.
Nella sua “nuova mangiatoia” Gesù trova due ladroni, di cui uno si associa a quanti lo deridevano, mentre l’altro professa la sua fede in Cristo. Quest’ultimo Gesù lo premia rendendolo partecipe della vita divina.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 35: il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Siamo al Calvario, un luogo di morte, un luogo di pianto. Questo luogo in questo preciso istante è stato trasformato in un “palcoscenico di morte” che Cicerone chiamava “mors turpissima crucis”: “L’orribile morte di croce!”. Non mancano testimonianze che la definiscono la pena che più di ogni altra suscitava commiserazione e pietà. Sant’Agostino lo definisce “terribile ed umiliante agli occhi degli empi, ma chi sa guardare con sentimenti di devozione, trova qui un grande sostegno per la sua fede” (Agostino, Comm. a Giovanni 117, 3).
Gesù giunto al Calvario è crocifisso tra due ladroni e i suoi crocifissori si dividono le sue vesti tirandole a sorte (v. 34). Il versetto inizia così: “il popolo stava a vedere”. Possiamo anche dire che “il popolo stava a contemplare” in quanto il “vedere” di cui parla l’Evangelista ha la sua radice in “contemplare”; infatti, Luca vede un popolo che contempla il Crocifisso, vede la comunità cristiana che partecipa alla passione di Gesù. In questo momento abbiamo la visione (contemplazione) di uno che viene ucciso ingiustamente, da innocente, e che è capace di smuovere il cuore e di portare ad un cambiamento interiore. Ma Luca inizia ad annotare che da questo momento nascono le varie interpretazioni su Gesù e sono anzitutto “i capi” che lo “deridevano” chiedendo a Dio di salvare se stesso. Questo per Luca è il ripetersi delle tentazioni che Gesù ebbe nel deserto, in particolare quello dell’auto-salvezza.
Negli sguardi dai mille perché, nella derisione dei capi, in qualche maniera dicono chi è Gesù: il Cristo di Dio, l’eletto. Senza volerlo descrivono la regalità di Cristo Gesù. Infatti, Gesù sdemonizza l’immagine di Dio. Dio non è l’egoista di turno che cerca di distruggere gli altri e salvare sé stesso a tutti i costi. Dio dona la vita per tutti.
La tentazione per Gesù è sempre forte. Dietro le parole dei capi c’è un ragionamento puramente umano, un rifugiarsi per salvare sé stessi. Gesù, però, non è venuto per salvare se stesso (cf. Mt 5,17).
In questa tentazione ci siamo anche noi, perché anche noi cerchiamo di metterci in salvo, di lavarci le mani: vogliamo sopravvivere! L’uomo della Croce, in questo momento, ci sta dicendo tutto l’opposto. La propria salvezza consiste nel donare la propria vita. Salvare se stessi e non la vita altrui, non è da cristiani!
vv. 36-37: Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
La derisione diventa contagiosa, che oltre i capi, persino i soldati che di campo religioso sono proprio asciutti “lo deridevano”. Probabilmente si concentra sull’aspetto politico in quanto ci sta una accusa nel processo romano (cf. Lc 23,3). Eppure, anche loro ripetono in qualche maniera la proposta del maligno: “salva te stesso”.
I soldati, oltre a deridere Gesù gli offrono dell’aceto. Se il vino è l’immagine dell’amore l’aceto è l’immagine dell’odio. Sulla croce Gesù è febbricitante e offrirgli dell’aceto significa portare odio, essere crudeli, senza umanità, perché in quel momento cruciale la sete diventa insopportabile e con l’aceto non potrebbe che crescere. Il Salmista ci ricorda: «L’insulto ha spezzato il mio cuore e mi sento venir meno. Mi aspettavo compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati» (Sal 69,21-22; cf. Sal 22,16).
In questa massima crudeltà e massimo scherno, il gesto dei soldati è paragonata all’offerta di una vita andata male. In realtà Gesù è passato di villaggio in villaggio incontrando una vita andata male. Ha sanato e ora porta a compimento le parole delle Scritture. Un evento salvifico e non una storia qualsiasi da raccontare.
A Gesù viene inflitta una colpa: “re dei giudei”. Un titolo che è stato motivo di discussione al suo processo. Gesù in effetti è Re ma non alla maniera umana, la sua regalità sarà «scandalo (inciampo) per i giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). La sua regalità consiste nel fare la volontà del Padre: donare la sua vita per salvare quello che era perduto (Lc 19,10).
v. 38: Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
La sua colpa Gesù la porta sopra al collo, con una nota di disprezzo come qualsiasi delinquente. Anche questa tavoletta è oggetto di derisione. Essa porta un messaggio da leggere e non solo.
Giovanni nel suo Vangelo noterà l’ironia scritta da Pilato e i capi che protestavano dicendo: «non scrivere che è il re dei giudei» (Gv 19,16-22). Pilato con questa scritta non fa altro che realizzare le Scritture; infatti, Gesù è il re atteso ma non alla maniera di coloro che lo hanno mandato a morte. I criteri del Messia di Dio sono lì, sul Calvario. Gesù è re dei giudei perché il suo potere non è quello di salvare se stesso, ammazzando gli altri, ma è quello di essere talmente libero da dare la vita per tutti e servire tutti. Per questo è il re che ci libera da ogni oppressione del potere dell’uomo sull’uomo.
Purtroppo, ieri come oggi molti si mettono al posto di Dio pensando di dare i criteri di Dio e invece sono solo quelli personali. Gesù è Colui che salva e ci salva se ci lasciamo salvare, se ci liberiamo dal ripiegamento su noi stessi aprendo il cuore all’amore.
Questa tavoletta allora diventa una consegna che Gesù fa: «prendete il mio giogo sopra di voi … Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,29-30). Gesù non ha bisogno di scettri per regnare, perché il suo scettro è l’amore per ogni persona. Occorre semplicemente viverlo nella quotidianità.
vv. 39-41: Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».
Uno dei malfattori partecipa agli scherni degli altri cercando, attraverso l’offesa, l’insulto, una via di fuga per salvare se stesso. La sua reazione è priva di senso, è già morta in sé.
Ancora una terza volta Gesù si sente dire “salva te stesso” e adesso con l’aggiunta “e noi”. Trapelano parole egoiste ma dalla morte nessuno può salvarci, motivo per cui siamo mortali. Infatti, abbiamo sempre paura della morte in quanto vorremmo che la vita biologica durasse in eterno.
L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?  
L’altro malfattore, invece, imbocca la via della salvezza condividendo la condanna di Gesù. Egli fa discernimento e accetta quanto sta per accadere, accoglie quel mistero divino riconoscendo nel crocifisso Dio. È la prima volta che Gesù è chiamato Dio da un uomo. Dio è uno condannato alla stessa pena.
Questo malfattore vive del “timore di Dio” che nella Bibbia e nel giudaismo il timore di Dio è l’atteggiamento autenticamente religioso e implica riconoscimento della potenza di Dio, fiducia, obbedienza (cf. Dt 6,13;8,6; Pr 1,7;2,5). Egli è l’uomo che accoglie il mistero divino, è con Cristo, è accanto a lui e questo lo distingue anche nel richiamare l’altro che non vede la vita che ha davanti agli occhi e che continua a sciuparla. In altre parole, quel malfattore si è fatto voce di Cristo, riconoscendo le sue responsabilità e aiutando l'altro a leggere il momento presente come una opportunità di salvezza:
Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male.
La conversione di quest’uomo è segno che di quella tavoletta ne fece l’emblema della sua vita. L’ha appesa al proprio collo. L’amore di Dio lo ha visitato. Anche noi in quel segno siamo visitati da Dio.
Nel segno della crocifissione, “il buon ladrone” riconosce l’amore di Dio, confessa il suo peccato e professa la sua nuova fede. Il “buon ladrone” riconosce che Dio ha un amore più forte della morte (cf. Ct 8,6).
Questi due ladroni ci rappresentano. In loro troviamo contraddizione e continue tentazioni che sta nel nostro cuore. Anche in noi ogni giorno vi è quella lotta tra incredulità e fede, auto-salvezza e affidamento a Dio. È la lotta spirituale tra l’uomo vecchio, che in noi non è ancora morto del tutto e l’uomo nuovo, nato dal Battesimo, che si rinnova di giorno in giorno (cf. Ef 4, 20-24), ma che non è ancora giunto alla piena maturità.
vv. 42-43: E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Nella Bibbia il ricordo di Dio e quello dell’uomo s’intrecciano e costituiscono una componente fondamentale della vita del popolo di Dio.
Nell’AT, se qualcuno prega nelle sue difficoltà, alza la sua voce a Dio perché si ricordi della sua opera salvifica, della sua alleanza (cf. Gn 9,15; Es 2,24; Sal 104,8; 110,5). Anche il ladrone fa la stessa cosa con Gesù: anzitutto lo chiama per nome, lo riconosce Dio ai piedi di quel trono di gloria e chiede un ricordo nel regno di Dio e chiede di intervenire in suo favore richiamando così la fedeltà di Dio alle sue promesse, alla sua alleanza (cf. Lc 1,72).
Questo malfattore riconosce che c’è un regno che va già oltre la morte, ma che è lì presente perché in Gesù vede quell’amore che è più forte della morte. Egli sta facendo, con fede, una bella preghiera: «Signore Gesù, ricevi il mio spirito» (At 7,59). E ogni discepolo che «invocherà il nome del Signore sarà salvato» (At 2,21).
La preghiera del ladrone è esaudita da Gesù, Egli lo introduce nell’oggi definitivo, nel nuovo Regno non perché era buono (Luca non lo dice) ma perché è stato capace di accogliere la salvezza che in quel momento passava dalla croce. Infatti, “Il fondamento della divina misericordia si rivela nella croce di Cristo, il quale prende il posto di molti e muore per loro” (Alois Stöger).
Cristo non entra da solo nel suo regno, porta con sé il primo dei salvati. Il malfattore pentito sarà con Gesù, che è il paradiso tanto bramato da Paolo: “Bramo dissolvermi ed essere con Cristo” (Fil 1,23; cf. 1Tes 4,17). In queste parole troviamo l’invito a seguire Cristo, a fare come Lui ha fatto, per poter godere del Paradiso.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Qual è il mio atteggiamento di fronte alla sofferenza? Sono tra quelli che stanno a vedere?
Butto al vento quanto è scaturito dalla Parola di Dio per me e per gli altri?
Sono come il primo o come il secondo malfattore?
Che tipo di preghiera faccio: egoista o secondo il cuore di Dio?
Accolgo la salvezza che passa dalla mia casa, dalla mia vita o la respingo deridendola?
Anche io come Paolo, come il ladrone “bramo dissolvermi ed essere con Cristo”?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!
 
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide. (Sal 121).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lasciamoci illuminare dalla forza che scaturisce dalla Croce, in maniera che anche il palpito più nascosto, il sospiro impercettibile, lo sguardo più insignificante e la parola più banale, ci faccia dire nella vita di tutti i giorni che il Cristo Re è signore della nostra vita e della nostra storia.



martedì 11 novembre 2025

LECTIO: XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Lectio divina su Lc 21,5-19
 

Invocare
O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni l'umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, donaci di tenere salda la speranza del tuo regno, perché perseverando nella fede possiamo gustare la pienezza della vita.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
5Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti, infatti, verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi, dunque, in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
 
Silenzio meditativo lasciando risuonare nel cuore la Parola di Dio
 
Dentro il Testo
Siamo alla penultima domenica dell’anno liturgico e la liturgia ci propone un brano dal linguaggio escatologico, cioè un linguaggio che ha come argomento il fine della nostra storia umana.
Siamo al cap. 21 del Vangelo di Luca dove l’Evangelista presenta, parallelamente a Mc 13 (e Mt 24) l’ultimo grande discorso di Gesù prima della sua passione: il «discorso apocalittico». La parola apocalisse non deve spaventarci, perché nella Bibbia non significa quello che pensiamo noi influenzati magari dal cinema e/o dal comune pensare. La parola apocalisse significa “rivelazione, disvelamento, togliere il velo” che corrisponde all'ebraico galah che significa “rivelare un segreto, un mistero senza nessuna implicazione di occulto, inconoscibile, orrendo”.
In questa parte dell’unità letteraria di 21,5-36, Luca fa riferimento alla fine dei tempi (anche in altre parti: 12,35-48; 17,20-18,18). Eventi da leggere alla luce della Pasqua. L'attenzione non va posta su ogni parola, ma sull'annuncio di capovolgimento totale.
L'Evangelista universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della Chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria.
I discepoli sono chiamati a vivere nella certezza che il giorno del Signore verrà. Nell’attesa non devono cadere nell’inganno di falsi profeti e profezie.
Gesù incoraggia i suoi discepoli di ogni tempo a rimanere saldi nella fede sino alla fine con quella speranza che «è la sola che non delude il nostro cuore. Dove c’è speranza le battaglie di fuori e le paure di dentro (2Cor 7,5) non possono danneggiarci» (Sant’Ambrogio), perché Egli trasformerà tutte le infelicità, tutti i fallimenti e persino la morte in risurrezione gloriosa.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 5-6: Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi
Il versetto parla del Tempio costruito da Erode il grande, che aveva iniziato i lavori nel 24 a.C. e portato al termine nel 60 d.C. mentre negli anni successivi, fino al 64 d.C. si sono eseguiti altri abbellimenti. Quindi un Tempio splendido e grandioso. Quando Luca scrive il Vangelo, il Tempio, come aveva profetizzato Gesù durante la sua missione, era già stato distrutto del tutto dall’imperatore Tito, dunque le sue parole, perennemente valide, illuminano anche il nostro presente.
Certo ancora oggi è meraviglioso agli occhi di tutti osservare la bellezza artistica delle cose, del lavoro dell’uomo. Lo conferma l’affluire dei turisti nelle nostre chiese che sono diventate dei veri musei. Del resto, la bellezza ci appartiene da sempre. Un episodio nella Bibbia che possiamo ricordare è quello del frutto proibito (la disobbedienza) che sembrava bello da vedere buono da mangiare e desiderabile. Ora l’interesse degli uomini per la bellezza del Tempio viene “attraversato” dall’annuncio di Gesù, che ci fa capire che di tutto questo non ne possiamo fare un idolo, rischieremo sempre che l’opera umana vada in contrasto con l’opera divina. Per questo motivo Gesù risponde con una parola profetica:
Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta.
Questi “giorni che verranno” sono gli stessi di 5,35: «Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». L’esecuzione del Messia, lo sposo, infatti, coinciderà con la distruzione del Tempio (cf. 23,45). Parole di sventura quelle di Gesù (cf. 17,22; 19,43) nel riprendere le ammonizioni dei profeti riguardo al tempio (Mi 3,12; Ger 7,1-15; 26,1-19). È una considerazione anche sulla caducità di ogni realizzazione umana, pur meravigliosa. Qui possiamo considerare il nostro atteggiamento verso le cose che terminano col tempo. Il crollo materiale sarà solo una conseguenza dell’esodo definitivo dal Tempio della presenza di Dio, perché essi hanno trasformato “questo luogo”, che era stato concepito come “casa di preghiera” (Lc 19,46), “tenda della testimonianza” (At 7,44), in un “covo di ladri” (Lc 19,46b), un tempio fatto “da mano d’uomo” (At 7,48), a gloria e lode dei potenti.
Dio non vuole edifici singolari che puntellino il potere, ma luoghi funzionali in quanto dono suo. L’uomo spirituale ricerca realizza ed usa tutte le realtà umane senza farne il fine ultimo.
Non resterà pietra su pietra “Non del tempio soltanto materiale, di tutte le immagini che avete di Dio e della vita, non resterà che pietra su pietra. Noi non siamo abbastanza coscienti come cristiani, che Gesù è stato accusato per questo. Perché presentava un’immagine di Dio che nessuno accettava, quella del Figlio dell’uomo, e teniamo presente che nel tempio è in gioco tutto il mondo dei valori. Nel tempio abita Dio, il valore supremo, nel tempio sta la legge, si organizza la vita” (S. Fausti - G. Bertagna, Vangelo di Luca).
v. 7: Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?».
La domanda è posta dai discepoli che hanno colto il senso delle parole di Gesù. Essa ruota attorno al compimento della profezia delle settanta settimane di Dn 9,24-27, oggi la chiameremmo “la crociata” o “guerra santa”, la rivolta che dovrà culminare con la sconfitta dei pagani (Dn 7,27).
Chissà se ai nostri giorni faremmo una domanda simile? Forse fuggiremo da essa per non sapere la risposta, viceversa magari riceveremo un messaggio da Dio su whatsapp. Al di la della battuta, vi è un atteggiamento ansioso che viviamo ancora oggi: la fuga dal presente per proiettarsi in quel momento critico del futuro e questo grazie a quelle persone che sognano la fine del mondo e che si credono padroni del verbo.
Ancora oggi, gli ascoltatori sono interessati agli sconvolgimenti esteriori che caratterizzeranno questo avvenimento.  Quando i potenti sono troppo ben armati per provocare guerre sante, allora organizziamo crociate moraleggianti, campagne per la vita (in astratto), movimenti fondamentalisti, tutto meno il cambiamento radicale della scala dei falsi valori che provocano le crisi mondiali, le guerre civili e i disastri familiari. Manca Dio e la sua Parola al vertice della scala dei valori! Gesù, infatti, non risponde a questa specifica domanda.
v. 8: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti, infatti, verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro!
Gesù non risponde alla domanda posta dai discepoli ma mette solo in guardia. Luca, rispetto agli altri Evangelisti, aggiunge il riferimento “temporale”. La comunità dei primi cristiani sta superando la fase di un ritorno prossimo del Signore e si prepara al tempo intermedio della Chiesa.
Gesù raccomanda di non lasciarsi ingannare, di non lasciarsi sedurre da impostori. Ci sono due tipi di falsi profeti: quelli che pretendono di venire in nome di Gesù dicendo "sono io" e quelli che affermano che “il tempo è giunto” (che già si conosce la data, cf. 10,11; 19,11). Forse da noi non è così influente ma in altri continenti le sette proliferano.
Nella comunità di Tessalonica gli abitanti, col pretesto di aspettare l’imminente ritorno del Signore, si erano dedicati ad una spiritualità vuota, solo di attesa, inconcludente, ritenendo inutile ogni progetto ed ogni attività in questo mondo, visto che tutto dovrà scomparire. S. Paolo condanna energicamente la loro condotta e li richiama alla realtà, a vivere il tempo presente con dignità e responsabilità (cf. 2Tes 2,1-17).
Il credente è ottimista nella Parola di Gesù perché si fida della promessa, non segue i consigli degli ingannatori, non si lascia terrorizzare dalla malvagità, ma coglie occasione per dare buona testimonianza.
v. 9: Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine".
Gesù sta parlando della rivolta della guerra di Israele, dal 66 al 70 che portò alla distruzione del tempio, e che Luca già aveva visto. La prima guerra è stata molto semplice, erano solo in due, due fratelli, uno uccide l’altro, come Romolo uccide Remo: è la storia. L’altro è sempre un contendente, è quello che segna il mio limite. O io faccio del limite il luogo di comunione e collaborazione e di fraternità o il limite diventa il luogo di difesa e di aggressione, quindi di morte e di guerra, di confini.
Tutto il male del mondo non costituisce la fine del mondo, il male massimo l’abbiamo già fatto uccidendo Dio. Però, non è stata la fine del mondo (cf. Dn 3,28), è stato l’inizio del mondo nuovo. Così tutto il male del mondo non decreterà la fine del mondo, queste cose avvengono prima, cioè adesso. È il tempo in cui viviamo, è al tempo dal quale dobbiamo uscire noi con la nostra responsabilità smettendo di far le guerre, le lotte, queste cose.
Piuttosto questi avvenimenti devono richiamarci ad una vita più ascetica che a guerre e divisioni anche nel campo della fede. Un richiamo a spandere il profumo di Cristo, il suo amore infinito, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte che scaturiscono dalle nostre opere, come un giorno sangue e acqua, battesimo e cibo di vita, zampillarono dal costato di Cristo.
vv. 10-11: Poi disse loro: "Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.
Qui viene ripreso il discorso dopo gli avvertimenti iniziali. Siamo in pieno linguaggio e immagini apocalittiche (cf. Is 19,2; 2Cr 15,6). Si usano immagini tradizionali per descrivere l'accelerazione del cambiamento della storia (Is 24,19-20; Zc 14,4-5; Ez 6,11-12). L'immaginario catastrofico è come un sipario che vela la bellezza dello scenario che è dietro: la venuta del Signore nella gloria.
Questo velamento è fatto da noi che continuiamo a lottare tenacemente contro l’altro. È fatto dalla natura con l’aiuto dell’uomo. Quindi proprio quando l’uomo vive in lotta con l’altro e non gli interessa l’altro, non gli interessa neanche la natura, gli interessa soltanto il dominio sull’altro e sulla natura, è chiaro che tutto è sconvolto. Così va il mondo; da Caino in poi tutto diventa un povero urlo di disperazione in attesa dell'amore definitivo. Gesù dice diversamente: la storia è il luogo in cui Dio realizza il suo progetto, è – perciò – luogo benedetto e da salvare. La perseveranza, dono celeste, è il nostro sigillo sul mondo, la nostra vita è il fianco squarciato del Signore in croce, la porta spalancata sul cuore di Dio, amore gratuito preparato per ogni uomo. Allora il male, le guerre, non sono la fine del mondo, il male estremo l’abbiamo fatto uccidendo Dio. Però anche questo non è stato la fine del mondo ma il suo inizio a cui ognuno di noi con una coscienza responsabile consegnerà la propria vita a Cristo per la salvezza del mondo.
Troveremo ai vv. 25-28 la spiegazione sugli avvenimenti della fine.
vv. 12-13: Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
«Ma prima di tutto questo», con queste parole Luca introduce una interpretazione del discorso di Gesù. Si parla di persecuzione. Un dato di fatto che è accaduto ai discepoli dopo la morte di Gesù e in particolare dopo il dono di Pentecoste (che continua ai nostri giorni). Magari, sfogliando le pagine degli Atti degli Apostoli, troveremo ciò che possiamo definire documento su ciò che è persecuzione: la comunità cristiana verrà perseguitata a causa del nome di Gesù.
Non so se ci rendiamo conto di questa ammonizione. Le cose sono due: o non si riesce a vedere la raffinatezza della persecuzione che è in atto contro i cristiani, anche se spesso non cruenta (ci si limita sempre ai fatti di cronaca cruenti), o si è talmente tiepidi che con la nostra fede non provochiamo più nessuno. Infatti, una persecuzione non può spegnere mai l’evangelizzazione ma alimentarla di più.
Gesù ci invita a cogliere ogni occasione, anche se negativa, per testimoniare il suo amore e la sua esistenza, e così far sì che anche il male possa trasformarsi in bene. Ecco perché dalla persecuzione nasce la testimonianza. L’essenziale non è vincere; nemmeno aver ragione; nemmeno sopravvivere; l’essenziale è poter rendere testimonianza all’amore di Dio in ogni circostanza.
Istruito con la luce che viene dal Signore, pur perseguitato, il credente proclamerà davanti al mondo una sapienza misteriosa ma capace di contrastare efficacemente gli avversari.
vv. 14-15: Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
In che cosa consisterà questa sapienza? Nel manifestare la falsità del mondo e delle sue promesse, nel rivelare l’amore di Dio presente in mezzo alla storia come segno di speranza per l’uomo. Giunge il momento di riporre la fiducia totale in Dio, solo Dio basta. Gesù sta con chi resiste, offre un linguaggio a cui nessun nemico resisterà. Una resistenza che sia solidaria nella comunità di quanti hanno fede, cioè la nuova famiglia di Gesù, giacché i cristiani corrono il pericolo di essere traditi dai propri familiari.
Gesù si esprimerà per mezzo loro ed essi, pur non essendo colti, difenderanno il suo interesse nel modo giusto, al punto che gli avversari non potranno resistere. La parola e la sapienza di Gesù, è quella della carità, quella di chi vuole fare del bene.
In ogni caso Gesù non promette in linea di principio che salverà i discepoli dagli avversari e del resto essi non si sono mai aspettati da lui un patto del genere. Tuttavia, Dio continuerà a tenere la sua mano sui discepoli di Gesù per cui succederà a loro solo ciò che egli ha stabilito per la loro salvezza.
vv. 16-18: Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Accanto alla persecuzione da parte degli avversari ci sarà anche il tradimento da parte di amici e parenti (cf. Sal 40,10). Luca usa ancora un linguaggio particolare e guarda la divisione nelle famiglie come tribolazione escatologica, enumerando in ordine decrescente i legami affettivi.
Seguire Cristo non è una cosa semplice per nessuno. Comporta una certa radicalità nel superamento delle relazioni di sangue, quelle che affettivamente credevamo più sicure. Seguire Cristo è una testimonianza piena e coraggiosa: significa rischiare di rimanere soli, come Gesù nella sua passione, anzi è un rivivere quei momenti dolorosi insieme a Lui. Il dolore qui viene letto anche con la parola odio. Ma Gesù rassicura: «Nemmeno un capello del vostro capo perirà». Riprendendo Lc 12,7 ricorda la protezione divina assicurata nei momenti della prova. Cosa significano queste parole? Gesù non dice altro che, pur avendo delle vere sofferenze, delle reali difficoltà a causa delle persecuzioni, dobbiamo sentirci interamente nelle mani di Dio che ci è Padre, conosce tutto di noi e non ci abbandona mai. Anzi, «beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12).
v. 19: Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
Nel Nuovo Testamento abbiamo un vocabolo greco: “upomonè” che viene tradotto con perseveranza, talvolta con pazienza, costanza o fermezza. Questa parola è composta da “upo”, preposizione che si traduce generalmente con “sotto”, in senso metaforico, e “meno”, verbo che significa “stare, dimorare, abitare”. Però la parola “upomeno”, da cui il nostro “upomonè”, vuol significare resistere, perseverare nella fede, nelle vicende del mondo, attendere con desiderio e fiducia la venuta di Cristo mantenendo la fede.
Il nostro versetto ci conserva una domanda di fondo: come attendere quel giorno? Con una spiritualità del quotidiano che Luca delinea così: restare saldi nella «perseveranza», termine che evoca tutta la forza necessaria lungo la via di sofferenza per cui si deve passare, ma che insieme respira la speranza in Colui che ti conta i capelli in capo. 
“Perseveranza” è la parola chiave molto carica, una condizione a cui dobbiamo tendere per la salvezza.
La perseveranza (cf. anche At 11,23; 13,43; 14,22) è necessaria e indispensabile quando si soffre, quando si è tentati, quando si è portati allo scoraggiamento, quando si è allettati dalle seduzioni del mondo, quando si è perseguitati: è indispensabile per produrre frutto (8,15). È un continuo "rimanere" in Cristo di cui parla tanto l’evangelista Giovanni.
«Nella vostra perseveranza salverete le vostre anime», ed è come dire «salverete le vostre vite», perché la vita ce l’hai se la sai dare. La vita non è qualcosa da trattenere, come il respiro, se lo trattieni muori. La vita è un dono e bisogna saperla donare per ciò che vale la pena, cioè per l’amore, per la fraternità, per la giustizia nella tenace, umile, quotidianità sicuri che nulla si perde di noi.
La perseveranza di cui parla Gesù, è un modo per discernere tra la logica umana e quella del Vangelo, così facendo otterremo anche la nostra salvezza.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Nei momenti della prova tengo fissa la speranza nell’adempimento del Regno?
Quali sentimenti prevalgono in me: angoscia, spavento, sicurezza, fiducia, speranza, dubbio?
Leggo la storia della mia vita come rilancio la mia fede in Dio mio Salvatore? Oppure sono tra quelli che pensano alla fine del mondo?
Sono convinto/a che la mia quotidianità non è mai sprecata se la vivo con perseveranza, come un dono gioioso, come un servizio a Dio e agli altri?
Come cristiano, mi impegno a fare giustizia, sono disposto a farmi giudicare con rettitudine?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.
 
Risuoni il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne
davanti al Signore che viene a giudicare la terra.
 
Giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine. (Sal 97).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
In ogni nostra prova, chiediamo al Signore la forza di perseverare secondo la sua Parola per continuare ad essere testimoni dell’Amore e nell’amore.