lunedì 29 dicembre 2025

LECTIO: MARIA, MADRE DI DIO (Anno A)

Lectio divina su Lc 2,16-21
 

Invocare
Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
16Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.
19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. 21Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Il Vangelo che ci viene proposto nella solennità della Madre di Dio, un dogma di fede affermato nel concilio di Efeso del 431, ci riporta al giorno di Natale, nella scena della visita dei pastori al bambino Gesù.
Il brano contiene, in questa celebrazione, due variazioni: viene eliminata la menzione degli angeli che si allontanano dopo aver dato l'annuncio ai pastori e al termine viene aggiunto il v. 21, che parla della circoncisione del Bambino e dell'imposizione del nome. I bambini ebrei, infatti, venivano sottoposti a questa pratica che era il segno della loro appartenenza al popolo di Israele e insieme ricevevano il nome con cui sarebbero stati riconosciuti per tutta la vita.
Perché quest’annuncio ai pastori? Perché erano gli ultimi, gli esclusi; erano ignoranti della legge e impossibilitati a praticarla; erano esclusi dal tempio e dalla sinagoga. Nei racconti rabbinici, venivano messi sullo stesso piano dei briganti e dei malfattori. Non solo, ma nei tribunali il Talmud afferma che la loro testimonianza non era accettata, al pari dei ladri e degli estorsori.
Dopo l’annuncio dell’angelo, i pastori ebbero una immediata reazione: è scritto che andarono a Betlemme “senza indugio”, quindi senza tener conto del gregge, unica cosa che possedevano. “Vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”, parole che denotano quanto siano inutili e dannosi i preconcetti umani, quella suddivisione in categorie che fa il mondo. Ciò che conta non è la classe sociale ma la disposizione del cuore, l’anima e lo spirito della persona.
Questo brano è illuminato da due nomi: il nome del Signore Gesù, al di là del quale non si dà altro nome né nel secolo presente né in quello futuro, e il nome della sua vergine Madre Maria, memoria della nostra autentica identità, posta come modello e riferimento per dare speranza e senso ai giorni del nuovo anno che incomincia.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 16: Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia.
Il versetto è riferito ai pastori che durante la loro veglia vennero rallegrati da uno strepitoso annuncio: la nascita del Redentore. I pastori forse un po’ stupiti di tale annuncio rivolto a loro in quanto ritenuti impuri, peccatori immondi ascoltano che il Salvatore è nato proprio per loro. Di quest’annuncio, l’angelo del Signore invita i pastori a farne verifica.
Questi li troviamo in cammino e come per abitudine, Luca li descrive con una certa fretta, simile alla fretta di Maria nell’andare a visitare la parente Elisabetta. La fretta è un espediente letterario che caratterizza il cammino i coloro che avvertono l’interrompere della vicinanza di Dio nella loro vita, nella loro storia.
“Andare” è un verbo che allude a un attraversamento, un verbo che richiama a quel bisogno di colmare le distanze fino ad andare a Betlemme. I Pastori avevano una immagine di Dio che la società del tempo aveva inculcato. Adesso colmano le distanze, si incamminano verso il vero Dio.
Il viaggio dei pastori ... il nostro viaggio della vita, del nostro quotidiano con la fretta di Maria ... il coraggio di mettersi in viaggio anche se è notte, anche se non si conosce l’itinerario, anche se non si sa la meta, anche se c’è la fatica, la stanchezza, il sonno, il dubbio, il timore ... È il viaggio all’interno di noi stessi: un viaggio faticoso.
Cosa trovarono i pastori a Betlemme? Gente semplice: Maria, Giuseppe e il bambino che giace in una mangiatoia. La sottolineatura di questo segno dato da parte degli angeli, e il suo riscontro da parte dei pastori, vuole essere un elemento che evidenzia ancora di più l’aspetto umano di colui che è il Figlio di Dio.
I pastori sono modelli di fede. I pastori fanno propria l’attesa dei poveri, di quei poveri di Jahvé della Scrittura. Si tratta di un lieto messaggio atteso, dato ai poveri in una stalla, dato a chi ha dimestichezza con queste cose, con le stalle, le mangiatoie.
Quest’incontro con il Verbo della vita è sottolineato dai verbi classici: “trovarono...videro”.
v. 17: E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
L'atteggiamento dei pastori è molto dinamico: prima ascoltano (vv. 10-11 e v. 15), poi si muovono e trovano il segno (v. 16), lo guardano e diventano a loro volta messaggeri, riferendo quanto avevano visto e udito divenendo così i primi missionari che condividono la Parola di Dio.
Il contenuto del loro annunzio è ciò che del bambino era stato detto loro. Sulle labbra dei pastori è la testimonianza che Dio rende del suo Figlio. È il mistero di una povertà che non va risolta ma ascoltata, una povertà che rende testimonianza a un Cristo povero.
Si profila la dinamica missionaria della Chiesa: l’annuncio porta all’ascolto, l’ascolto alla visione. A sua volta chi ha visto porta ad altri l’annunzio perché attraverso l’ascolto giungano alla visione. In seguito, l’evangelista Giovanni dirà: «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,2).
Coloro che udivano è la stessa comunità cristiana che riflette sul fondamento della propria fede. Anch’essa vive nello stupore. Lo stupore è la reazione dell'uomo dinanzi alle meraviglie di Dio, davanti all'azione di Dio che improvvisamente diventa manifesta nell'esistenza degli uomini.
v. 18: Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 
La lieta notizia suscita meraviglia nei cuori. Lo stupore è la reazione dell'uomo dinanzi alle meraviglie di Dio, davanti all'azione di Dio che improvvisamente diventa manifesta nell'esistenza degli uomini. Il vangelo annunciato non può che destare meraviglia. È lo stato d’animo di chi è raggiunto improvvisamente dalla presenza di Dio: la rivelazione condivisa dei pastori illumina lo sguardo dei presenti, che vedono il bambino in una luce diversa.
Anche i Genitori del Bambino si trovano lì in adorazione del Mistero, e nel silenzio, vivono di meraviglia. Anche nel silenzio dei pastori vi è meraviglia, una meraviglia che si fa condivisione di vita, perché Dio ha acceso nei cuori la fiamma del suo amore!
I pastori non si rendono conto che ciò di cui sono stati resi depositari aveva creato stupore negli altri. Essi trovano la testimonianza della fede e imparano a lodare Dio, suscitando negli altri lo stupore, la meraviglia... e aiutando gli altri a imparare a lodare Dio per le meraviglie che Egli ha compiuto.
v. 19: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
Il primo atteggiamento della madre di Dio è essere «custode». Di questa caratteristica alcuni esperti traducono: «custodiva tutte queste parole». Il cuore di Maria, sede di parole ricordate e approfondite nello Spirito, è pertanto un cuore di sapienza simile a quello dello scriba che dal suo tesoro sa trarre e comporre cose antiche e cose nuove; è anticipazione e figura del cuore dei figli della sapienza (Lc 7,35), della chiesa dell’ascolto accolto, custodito, meditato e pregato perché si affretti il tempo in cui il non chiaro sia reso trasparente.
Luca sottolinea anche un secondo atteggiamento di Maria: «meditare». Maria è la donna che interpreta con la sua vita la Parola, o che continuamente la indaga in cerca di significato per se e per gli altri. Luca, infatti, evoca il cuore esprimendo così la profondità e la sincerità delle riflessioni di Maria.
Maria è tutta raccolta e concentrata in se stessa per penetrare più a fondo nel significato degli avvenimenti in cui si è trovata coinvolta e che troverà senso e pienezza nella rivelazione pasquale. Domandarsi tutto questo, di quanto sta vivendo, definisce in Maria la qualità della sua fede. Appare così come colei che è madre e sa interpretare gli eventi del Figlio. La Parola di Dio, infatti, deve essere conservata, custodita, perché è destinata a crescere e a realizzarsi in un cuore che ascolta.
Maria diventa, così, simbolo e modello di ogni discepolo che, in atteggiamento sapienziale e contemplativo, cerca di assimilare interiormente il mistero inesauribile del Verbo Incarnato e si incammina dietro al Salvatore.
v. 20: I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.
L’evangelista Luca abitualmente termina il racconto con la partenza dei protagonisti: prima gli angeli adesso i pastori. I pastori glorificano Dio e tornano alla loro quotidianità, al loro gregge, ma trasformati dall’incontro con il Salvatore. Questa è la forza e l’umiltà che proviene dalla Parola, che è dono di Dio. In Essa i poveri trovano la loro forza e la loro umiltà.
“Vedere” e “udire” sono i verbi della fede. Proprio il binomio, akùein e idèin, che tante volte ricorre negli Atti degli Apostoli, configura i pastori come i primi testimoni-apostoli. Potremmo osservare che l'esperienza cristiana, in questo brano, è espressa da pochi verbi che interagiscono tra loro: ascoltare, ubbidire, trovare, vedere, testimoniare, lodare. È importante verificare se e come li coniughiamo nella nostra vita, se e in quale misura sappiamo annunciare la gioia d'avere incontrato il Salvatore.
v. 21: Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.
Questo versetto apre un nuovo paragrafo nei racconti dell'infanzia. Il testo evangelico fa riferimento al rito della circoncisione (attraverso il quale il Bambino è inserito ufficialmente nel popolo di Dio) e l'imposizione del nome (cf. Gen 17,12; Lv 12,3), a cui Luca dà un risalto particolare: è Dio che ha voluto tale nome e quindi la missione che esso esprime. Al quarantesimo giorno verrà portato al Tempio di Gerusalemme per la purificazione.
Il nome nella Bibbia dice l’identità e la missione di chi lo porta. Infatti, il nome di Gesù in ebraico è: Yehôsua‘ che noi traduciamo con “Dio salva” oppure “Il Signore è la salvezza”. Tale nome era corrente nell’Antico Testamento e all’epoca della nascita di Gesù. Era strettamente legato al nome di Giosuè. Per questa ragione la figura di Giosuè, nell’Antico Testamento (specie nel libro dei Numeri) è spesso considerata una prefigurazione di Gesù, che condurrà il Popolo di Dio nella terra promessa.
Questa attenzione da parte dell'Evangelista sta ad indicare che il nome imposto è il Nome innominabile, origine di ogni nome. Ora possiamo nominarlo, perché Dio si è donato a noi.
Il nome di Dio per l’uomo non può essere che Gesù, cioè “Dio salva”. Dio è per noi, perduti e lontani da lui, perché si chiama Gesù, Dio-con-noi e Salvatore.
«Il nome di Gesù significa che il nome stesso di Dio è presente nella persona del suo Figlio fatto uomo per la redenzione universale e definitiva dei peccati. È il nome divino che, solo, porta la Salvezza e che ormai può essere invocato da tutti, perché egli si è unito a tutti gli uomini mediante l’Incarnazione, di modo tale che non ci sia sotto al cielo altro nome dato agli uomini mediante il quale possiamo essere salvati» (CCC 432).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Anche io sono andato senza indugio alla grotta per contemplare con fede l'avvenimento salvifico?
Quale annuncio oggi è capace di mettermi in cammino, di smuovermi?
Come Maria, riesco ad interiorizzare la Parola di Dio per non viverla passivamente?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
 
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
 
Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. (Sal 66).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Anche noi, come i pastori, dobbiamo andare alla grotta per verificare e coniugare nella nostra vita i verbi della fede lasciandoci plasmare dalla novità del vangelo. Andiamo per ascoltare cosa ci dice Dio, per essere in sintonia con il suo volere. 


giovedì 25 dicembre 2025

LECTIO: SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH Anno A

Lectio divina su Mt 2,13-15.19-23

 
Invocare
O Dio, nostro creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore, e i figli crescano in sapienza, età e grazia, rendendo lode al tuo santo nome. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. 14 Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.
19 Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20 e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti, infatti, quelli che cercavano di uccidere il bambino». 21 Egli si alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d’Israele. 22 Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23 e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Gesù di Nazaret, Figlio di Dio, Messia, nostro Salvatore, è il compimento definitivo delle promesse fatte da Dio ad Abramo: in Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono divenute «sì» (cf. 2Cor 1,20). Nel brano evangelico odierno, l’evangelista Matteo ci presenta la persona di Gesù come il compimento delle Scritture.
Il brano Mt 2,13-23, fa parte della sezione del vangelo dell’infanzia di «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). Sembra che in questo brano scorra un certo abbandono già citato in Ct 1,4: “trascinami con te, corriamo! Mi introduca il re nelle sue stanze”.
Infatti, i vari movimenti che possiamo raccogliere non è altro che entrare nella stanza del re, di Dio e lasciarsi guidare da Lui, perché «dolce è il suo frutto al mio palato» (Ct 2,3).
Il vangelo di Matteo è stato chiamato «il vangelo del Regno». Matteo ci invita a riflettere sulla venuta del regno dei cieli. Nella struttura del suo racconto evangelico alcuni hanno visto un dramma a sette atti che trattano la realtà della venuta di questo Regno. Il dramma comincia con la preparazione a questa venuta del Regno nella persona del Messia fanciullo e termina con la venuta del Regno nella sofferenza e nel trionfo con la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Matteo è lo scriba saggio che sa trarre dal suo tesoro quello che è antico e quello che è nuovo per la vita di ciascuno. Nelle righe di questo brano scorrono molto espressioni che raccolgono la vita dell’uomo, utili ad illuminare il nostro cammino.
La nostra attenzione oggi è sulla Santa Famiglia e in particolare su Giuseppe, presentato da Matteo nella sua responsabilità di “capo-famiglia”, che si lascia guidare dalla parola di Dio in questo contesto di violenza e di persecuzione.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 13: Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”.
Il versetto inizia collegandosi ai fatti precedenti (Mt 2,1-12) che narravano la visita dei Magi giunti da lontano per adorare quel Bimbo, nato in una mangiatoia, portandogli doni misteriosi carichi di significato simbolico. Qui la scena cambia. Il Bambino è in pericolo il re Erode vuole uccidere il nato Re.
Il tema dei re che uccidono i temuti avversari è comune nella storia di ogni dinastia regale. Nella letteratura biblica, oltre a questa scena di Erode che cerca il bambino Gesù per ucciderlo, troviamo nell'AT alcuni racconti simili.
L’evangelista Luca dirà di Gesù: «Egli è qui … segno di contraddizione perché siano svelati o pensieri di molti cuori» (Lc 2,34) e Giovanni: «Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11).  Qui entra in scena Giuseppe. Come fu all’inizio della gioia ora, in un contesto drammatico, si rinnova la Parola del Signore durante il sonno. Le direttive di Dio che guida il suo popolo sono ricevute in sogno come quello di Abimelec (Gen 20,3-7), di Labano (Gen 31,24) e particolarmente con quello di Giacobbe alla sera sella sua partenza per l’Egitto (Gen 46,2-4): in questi racconti abbiamo lo schema comando-esecuzione. L’evangelista Matteo qui usa dei verbi per indicare l’urgenza dei fatti. Giuseppe qui non dice nulla, ma in obbedienza alla Parola e alla sua vocazione «fa». Egli è invitato a «prendere con sé il bambino e sua madre». “Prendere con sé” significa ricevere, accogliere l’altro come un dono e assumersi la responsabilità di quest’accoglienza, nella reciprocità del dono. Ed è quanto gli sposi promettono nel rito del loro matrimonio: accoglienza reciproca e carità. Il “fare” di Giuseppe lo conduce a fuggire con la sua famiglia in Egitto. Matteo a differenza di Luca non parla di precedenti viaggi. Egli dice solo che Gesù nacque a Betlemme e poi, alla fine del brano di oggi, si dirà che Giuseppe sceglie, come luogo per stare, una volta tornato dall’Egitto, Nazareth. Betlemme e Nazareth sono così i luoghi dell’infanzia di Gesù, della sua vita “nascosta”. L’Egitto è una terra di rifugio temporaneo. Nel libro della Genesi si legge l’avvertimento fatto a Giacobbe che forse è risuonato nel cuore di Giuseppe e di Maria mentre fuggivano in Egitto: “Dio disse a Israele in una visione notturna: «Giacobbe, Giacobbe!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare” (Gen 46,2-4).
vv. 14-15: Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.
Vi è una prontezza in Giuseppe ed è segnata dalla notte. Una notte che in obbedienza alla Parola diventa segno per ciascuno di noi in quanto la notte non è paura, ma si trasforma in un “giorno senza fine”, in un grido di gioia, come faranno le vergini: “ecco lo sposo” (Mt 25,6).
Il movimento di Giuseppe, durante la notte, indica “vegliare”, “faticare”. Egli in obbedienza si rifugia in Egitto.
La parola rifugio, etimologicamente, indica un movimento all’indietro, quasi un ritorno sui propri passi. In effetti è il cammino del popolo israelita che va in Egitto per poi ritornare.
Giuseppe accoglie la voce del Signore e fa il padre fino in fondo, anche in Egitto. E Matteo si premura qui di indicare che quanto si sta realizzando corrisponde a un disegno di Dio secondo l’antica profezia: «Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1). Questa profezia si riferiva al popolo che Mosé, per ordine di Dio, aveva portato fuori dall’Egitto e così vuole basare l’esilio di Gesù su una profezia.
Ora, per Matteo, diventa rivelazione dell’identità di quel bambino che Giuseppe ha preso con sé, assumendone ogni responsabilità. In questa situazione Giuseppe è modello per ciascuno di noi.
(vv.16-18: Questa parte è tra parentesi in quanto non contemplata dalla liturgia. I versetti raccontano la strage dei bambini di Betlemme ad opera di Erode, descritto poeticamente con la citazione di Ger 31,15: il grido di Rachele per la morte dei suoi figli. Non può passare inosservato che il profeta si riferisca a Rachele moglie di Giacobbe e madre di Giuseppe, anche lui finito in Egitto per colpa dei fratelli. Metaforicamente Rachele, la madre, piange per la morte dei figli uccisi dal faraone (Es 1,22). L’unico a salvarsi è Mosè. Così nel vangelo, l’unico a salvarsi è Gesù).
vv. 19-20: Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti, infatti, quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Cambia nuovamente scena. Erode muore. I grandi della terra muoiono come tutti. Tutto passa, ma il piano di Dio si compie, anzi «il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni» (Sal 32,11). «Le mie parole non passeranno», affermerà Gesù (Mt 24,35).
Giuseppe continua la sua notte e ancora una volta la Parola del Signore si rende presente nel sonno. È la terza volta che l’angelo del Signore si rivolge a Giuseppe. Il movimento è sempre lo stesso. Giuseppe deve ritornare nuovamente sui suoi passi e ricominciare da capo.
Dalla composizione letterale, sembra che Giuseppe non si sia mai staccato dalla Parola, dal farsi istruire da Essa. È la sua lectio divina che lo trasforma in mendicante di amore. Giuseppe, infatti, è l’uomo in obbedienza alla Parola e ad Essa (a Dio) ha affidato la sua vita e quella della sua famiglia. Egli è l’uomo del cantico nuovo perché spogliato dalle sue incertezze e dubbi. 
vv. 21-23: Egli si alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d’Israele. Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».
Questi ultimi versetti hanno un movimento nella notte. È la notte oscura di Giuseppe: Egli, come ogni uomo, ha paura. In questa sua paura, Giuseppe continua a proteggere il Bambino e sua madre e si mette nuovamente in cammino: una nuova fatica della sua paternità. È la seconda volta che l’Evangelista di Giuseppe dice: «si alzò».
In questo silenzio di Dio, Giuseppe è l’uomo che si guarda dentro pensando di colorare la sua vita con i stessi colori che usa Dio, gli stessi che ha usato con Maria lasciandosi abbracciare da Dio così come è, esultando in Dio come Maria. Se Dio salta dentro la tua povertà, allora la vita personale si colora. Questo Giuseppe l’ha capito. Qui abbiamo il quarto sogno di Giuseppe ove è invitato a ritirarsi con la famiglia non in Giudea, ma in Galilea: erano morti i persecutori di Gesù (circostanza che ancora richiama quella di Mosè in Es 4,19); ma la presenza in Giudea del figlio di Erode Archelao, non meno crudele e tirannico del padre, orienta Giuseppe in direzione della Galilea, a Nazareth. Il verbo usato è lo stesso con cui all’inizio del brano odierno si era detto dei magi che “si erano ritirati”, o che “erano tornati indietro”. L’Evangelista vuole sottolineare questo particolare perché quel bambino “sarà chiamato Nazareno”, secondo le antiche profezie e rifacendosi al significato di Nazareno, cioè una persona “consacrata”, particolarmente “santa” e dedicata al Signore (cf. Gdc 13,5.7). Infatti, tutta la Bibbia, da Mosè a Giovanni Battista, ha profetato di lui. Inoltre, in essa è racchiusa la missione del Figlio che il profeta Isaia ha rivelato come il “germoglio” spuntato dal tronco di Iesse (cf. Is 11,1).
Tutto questo corrisponde al disegno di Dio, che Giuseppe nella sua fedeltà alla voce della coscienza, unita alla sua prudenza e saggezza umana, compie in silenzio e senza indugi.
Il soggiorno di Gesù a Nazareth non è casuale, ma rientra nel piano divino. Il nome stesso del piccolo centro abitato ci ricorda che Cristo è dono di Dio, a Lui consacrato, è un germoglio prodotto non dal nostro tronco secco, ma dalla fecondità di Dio (Ileana Mortari).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono una persona che supera gli ostacoli con l’aiuto della Parola di Dio o che “tiro a campare”?
Riesco come Giuseppe, nella mia notte oscura, a mettermi in cammino? Che spazio ha nella mia famiglia la parola di Dio e la preghiera?
Sono capace anche io di “prendere il bambino e sua madre” nella mia vita di tutti i giorni?
Qual è il mio atteggiamento nei confronti della mia famiglia, della mia comunità? Cosa mi insegna l'atteggiamento di san Giuseppe?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
 
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
 
Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita! (Sal 127).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Contempliamo la Santa Famiglia e, nelle parole del vangelo di questa festività, consideriamo Gesù, Maria e Giuseppe. Il Vangelo presenta le difficoltà della Santa Famiglia perché nessuno si senta escluso dalla vicinanza amorosa di Dio.  La fede in Dio e l’obbedienza alla sua parola possono cambiare il cammino della nostra vita. Così, è per la nostra salvezza che Dio ha salvato la Santa Famiglia.

domenica 21 dicembre 2025

LECTIO: NATALE DEL SIGNORE (Anno A)

Lectio divina su Lc 2,1-14

 
Invocare
O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 13Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
8C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11og­gi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Durante il Tempo di Avvento abbiamo meditato i fatti che hanno preceduto il Natale del Signore. I giorni che hanno preceduto il ricordo di questo evento e che sono stati segnati dalla persona del figlio di cui Maria di Nazareth è venuta misteriosamente incinta.  
Siamo verso la fine del "vangelo dell'infanzia" nella versione lucana. Il vangelo dell’infanzia non fa altro che prepararci all’evento salvifico già annunziato dai profeti.
La liturgia, nella notte di Natale, ci presenta solo 14 versetti. La nascita di Gesù è in 40 versetti. In questi 40 versetti ci sta un confronto tra questa scena e la precedente: riguardo al Figlio di Maria, l'obiettivo è puntato in primo luogo sulla scena della nascita, mentre per Giovanni si dà risalto alla circoncisione e all'imposizione del nome. Ma è la notte di Natale. Una notte che nei Vangeli prende forma riflessa per la nostra vita.
Il brano lucano è semplice, suggestivo, pieno di spunti teologici costruito sul modello dell’annuncio missionario.
Punto centrale della narrazione sono le parole dell’angelo ai pastori, che riguardano il senso gioioso dell’avvenimento e la professione di fede in Gesù Salvatore. Dio entra nella vita degli uomini fuori dal tempio, dai suoi incensi e dalle case degli uomini, sente di dover chiamare a raccolta gli uomini per questo avvenimento in un luogo lontano e fuori dalla “Città”. Dio non va pensato come uno che si compiace della bontà dell'uomo ma piuttosto come uno che infonde la bontà nell'uomo attraverso la sua divina elezione e misericordia.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 1-3: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Con questi primi versetti, Luca vuole indicare il contesto storico-teologico della nascita di Gesù mostrando che l'azione divina si serve dell’uomo, si serve di un decreto di Cesare.
L’imperatore di cui si parla è Ottaviano Augusto. Egli aveva ottenuto il titolo di “Cesare” che lo indicava degno di adorazione, innalzandolo al rango divino. L’evangelista Luca sottolinea così la contrapposizione tra il regno umano e il regno di Dio. L’uomo esalta la sua grandezza, Dio la sua piccolezza.
Negli Atti degli Apostoli, Dio si servirà ancora delle stesse leggi romane per condurre Paolo a Roma per annunciare il Vangelo. Infine, e soprattutto, ciò offre un pretesto per il viaggio: un pretesto, poiché tali censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.
Ciò che è importante è che in un contesto storico vi è un annunzio di salvezza. Origene scrive: "In questo censimento del mondo intero Gesù doveva essere incluso... affinché potesse santificare il mondo e trasformare il registro ufficiale del censimento in un libro di vita".
Il censimento di cui si parla è strumento di carattere economico e politico, in funzione delle tasse e degli impegni militari. Esso indica il potere dell’uomo sull’uomo. Il Messia entra e nasce in questa storia di male: «la luce nelle splende nelle tenebre» (Gv 1,5). Dio si serve della storia dell’uomo per trasformarla in storia sacra.
vv. 4-5: Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
L'evangelista Luca ci dice che la storia universale è al servizio della storia della salvezza; il decreto di Augusto è soggetto al piano di Dio. La storia umana ha per protagonisti i potenti, la Storia di Dio pone al centro i poveri, gli ʿanawîm che attendono la salvezza dal Signore e non dai poteri umani. Per questo i due santi sposi si incamminano verso Betlemme per il censimento. Il profeta Michea aveva infatti profetato: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele…» (Mi 5,1), perché il figlio di Davide possa nascere nella città dei suoi padri (cf. Lc 1,32-33) sottolineandone, così, il casato e l’origine davidica di Giuseppe. Di Maria é detto per la prima volta, che é incinta ma la chiama “fidanzata” “promessa sposa”. In Mt 1,18-25 sappiamo che Giuseppe ha condotto Maria nella propria casa ed ha già superato i suoi dubbi personali sulla strana gravidanza. Ma Luca presentando una fidanzata incinta in viaggio vuole lanciare una provocazione scioccante, forse invitare a leggere e cercare. La prospettiva provvidenziale di Luca nel raccontare i fatti emerge anche dal fatto che Giuseppe porta con sé Maria: le donne non dovevano farsi registrare; dunque, la giovane puerpera avrebbe potuto rimanere a Nazareth. Luca, però, vuole mostrare che ella è considerata a pieno titolo legale membro della famiglia davidica.
v. 6-7: Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
Quindi il luogo è Betlemme. Nell’Antico Testamento è importante soprattutto come luogo dell’origine della stirpe di Davide. Il luogo è la casa, è la famiglia parole sottolineate dall’evangelista Luca. In questo luogo Luca ci ha condotti senza però precisare nulla. Qualcosa però ci riconduce a capire che si realizza quanto previsto in Lc 1,26-38 ed il bambino giudeo é integrato nel popolo della promessa tramite la circoncisione (Lc 2,21).
Il racconto della nascita è molto sobrio: Maria dà alla luce il suo primogenito. Il termine “primogenito” non indica che Maria abbia avuto altri figli dopo la nascita di Gesù. Il primo figlio - anche se non ne fossero nati altri in seguito – era sempre chiamato primogenito, per designare i diritti e i doveri che lo riguardavano (cf. Es 13,12: “Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi figli”; Es 34,19: “Ogni essere che nasce per primo nel seno materno è mio”). La sottolineatura del ‘primogenito’ serve anche a introdurre l’episodio seguente quando, proprio perché primogenito, Gesù sarà portato al tempio per essere offerto a Dio (Lc 2,22-23).
I movimenti che fa Maria (lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia), sono gli stessi movimenti che si faranno alla morte di Gesù. Gesù sarà segnato fino alla morte da questa estrema povertà. Non si tratta solo dell'indigenza materiale della sua famiglia. Fasce e mangiatoia sono il compimento delle Scritture (cf. Sap 7,14; Is 1,3) appartengono a uno stile: quello di Dio. il gesto di Maria di ‘avvolgere’ il bambino e ‘deporlo’ nella mangiatoia (Lc 2,7.12) anticipa perciò le azioni di Giuseppe d’Arimatea, quando, dopo la morte di Gesù, avvolgerà il suo corpo nel lenzuolo funebre per deporlo nella tomba (Lc 23,53).
Del mistero dell’incarnazione del Verbo che «venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto» (Gv 1,11), Paolo dirà che «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8, 9).
Anche l’alloggio (Katàljma) diviene simbolo di una povertà e di un rifiuto che troverà il suo culmine nel rifiuto assoluto di lui nel processo davanti a Pilato (cf. Gv 18, 28-19,16). Più tardi Gesù dirà «il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Katàljma ricorda anche quel luogo ove Gesù mangerà la Pasqua con i discepoli (Lc 22,11; Mc 14,14; cf. anche: Lc 9,12; 19,7; 22,14).
v. 8: C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.
Lo scenario cambia. Siamo nella regione dove un tempo Davide pascolava il gregge. In questo luogo vivono ancora i pastori. Come al solito, di notte si radunano e, a turno, vegliano il gregge.
Ampia è la discussione tra gli studiosi sulla percezione della figura dei pastori al tempo di Gesù. In testi rabbinici tardivi (II sec. d.C.), sono descritti come comuni malfattori e ladri, tanto che era interdetto commerciare con loro e farli testimoniare nei processi, anche se il loro mestiere tornava utile anche al tempio per l’offerta dell’agnello. Nell’Antico Testamento l’immagine è sicuramente più positiva: Dio stesso viene identificato come il vero pastore d’Israele (Ez 34,11-24), mentre la figura del pastore è associata a due grandi personalità, Mosè e Davide.
I pastori sono coloro che occupano il gradino più basso della scala sociale, sono i primi ad essere coinvolti della nascita di colui che ha per madre un'umile donna (Lc 1,48) ed è «inviato a portare ai poveri il lieto annunzio» (Lc 4,18). Ecco Dio si rivolge proprio a loro, perché Egli «ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,28).
Il neonato è già Colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola (Lc 15,2). Proprio queste persone sono coloro i quali vegliano per sorvegliare il gregge. C’è una capacità di attenzione in loro che in altri non si riscontra.
Luca è sensibile nel mettere in evidenza che Dio consegna sé stesso ai semplici; pensiamo a Maria in Lc 1,48: «alla bassezza della sua serva»; Lc 6,20: «beati voi poveri»; Lc 10,21: «ti benedico o Padre che ti sei rivelato a piccoli e ti sei nascosto ai sapienti».
Questi pastori sono presentati mentre fanno la veglia, ed è l’atteggiamento giusto per accogliere Dio. E la liturgia «ci invita a preparare con gioia il suo Natale, ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella lode» (Messale Romano, Prefazio dell’Avvento II).
vv. 9-10: Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo.
Proprio a queste persone capaci di vegliare il gregge, il vero Guardiano del gregge li chiama (1Pt 2,20-25, Gv 10,1-10). Questi avvolti dalla gloria di Dio, cioè dalla sua Presenza, dalla sua Rivelazione sono riempiti interiormente dall’amore di Dio, dalla sua stessa passione.
La luce non sta semplicemente davanti a loro ma li avvolge, entra nella loro vita, essi accolgono quell’annuncio che non è per loro soli, ma anche per tutto il popolo.
Custodi di un gregge ora sono custodi di un mistero da conoscere e poi irradiare a tutti.
I pastori sono presi da timore perché si trovano di fronte a qualcosa, non solo d’imprevedibile e impensabile, ma anche ad un’azione che riscontriamo solamente nelle teofanie dell’Antico Testamento, specie in Is 6,1-5 e in Ez 1; 3,12.23. Però il Signore rassicura, conforta con la sua Parola di salvezza. Quel timore che coinvolge immediatamente ed emotivamente ora trova un’apertura di significato grazie all’angelo del Signore, interprete luminoso dei fatti oscuri conducendo alla gioia vera.  
La gioia presente in tutto il Vangelo lucano é una caratteristica della fede nell’itinerario salvifico. È una gioia che non si affievolisce e non si stabilizza, ma cresce all’infinito perciò l’angelo dice: vi evangelizzo, verbo particolarmente caro a Luca (cf. Lc 1,10; 3,18; 4,18; 7,22; etc.).  Questo verbo indica che c’é qui qualcosa proprio per voi, vi immergo in una realtà per voi assolutamente inedita.
v. 11: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.
L’annuncio dell’angelo offre una breve identità del nascituro, già udito nell’annunciazione a Maria. L’accento è sul quando e il dove: «ogginella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» Con quel “oggi”, termine più teologico che cronologico, Luca non fa altro che farci entrare nel “tempo di Dio”.
Altri episodi del vangelo o della sacra Scrittura ripetono questo oggi di Dio: «oggi ti ho generato» (Sal 2,7) , «ascoltate oggi la sua voce del Signore» (Sal 94), «oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21), «oggi è entrata in questa casa la salvezza» (Lc 19,9), «oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43).
C’è un “oggi” che si relaziona nel qui ed ora con ciascuno e con tutti, una storia che diventa storia di salvezza.
Qui è il centro del racconto: l’iniziativa di Dio non è parola ma “Carne, Corpo”, presenza incarnata, profondamente dentro la storia, la mia, la tua, la nostra storia. Egli è Dio, l’annuncio si presenta ancora difficile per molti.
Nei versetti precedenti abbiamo appreso il nome del bambino, qui l’angelo del Signore, annunciando la nascita di Gesù non lo chiama con il nome proprio ma con tre titoli teologici: Salvatore; Cristo; Signore. In questi titoli teologici è racchiusa una professione cristologica riassunta dall’angelo stesso.
Luca non fa altro che insistere sulla signoria di Gesù e sulla sua missione di salvezza. In altre parole, la sua signoria è la nostra salvezza. Non solo opera, fa salvezza, salva, ma é salvezza. 
vv. 12-14: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
L’annuncio dell’angelo ai pastori è accompagnato da un segno, come per l’annuncio a Maria; la cugina Elisabetta al sesto mese, il bambino nella mangiatoia per i pastori, sono i segni che accompagnano, per sempre, la fede di chi ha il desiderio di ascoltare, vedere, incontrare, servire il vangelo che è lieta notizia. L’Evangelista Luca li ripete, perché questo è il cuore di tutto, della rivelazione di Dio, della storia, della vita dell’uomo. È la predicazione dell’evento da accogliere e da testimoniare così come cantano gli angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace tra gli uomini, che egli ama». Ciò manifesta la potenza divina e svela finalmente la sua misericordia, la sua nuova alleanza tra Cielo e terra dopo l’arcobaleno che troviamo in Genesi dopo il diluvio (cf. Gen 9,11).
I pastori, subito dopo, comprenderanno il segno che viene proposto loro dall’angelo e si metteranno in cammino e così incontreranno il loro Signore. Seguendo i pastori, anche il lettore di ogni tempo è invitato a riconoscere nel bambino l’oggi della salvezza divina offerta a ogni uomo; il Salvatore che libera e perdona i peccati; il Cristo Signore che vince la morte.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Mi sento parte della storia universale che si sta compiendo parallelamente alla mia vita?
Anche la mia storia è storia di salvezza. La vivo in questo tempo, in questo spazio, con le mie relazioni, i miei impegni e le mie difficoltà?
C'è posto per Gesù nella mia vita?
Quali segni mi sta offrendo Dio della sua presenza?
Gesù è nato per portare gioia e pace. Quanto caratterizzano la mia vita questi doni? Sono anch’io portatore di gioia e di pace per gli altri?
Credo che sia possibile anche per me diventare complice della storia di salvezza?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
 
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
 
Gioiscano i cieli, esulti la terra,
risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene,
acclamino tutti gli alberi della foresta.
 
Davanti al Signore che viene:
sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia
e nella sua fedeltà i popoli (Sal 95).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lasciamoci sorprendere da un Dio che abita la notte, così che anche la notte del dolore si apra alla luce pasquale del Figlio di Dio crocifisso e risorto. Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché, conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all'amore delle realtà invisibili.


martedì 16 dicembre 2025

LECTIO: IV DOMENICA DI AVVENTO (Anno A)

Lectio divina su Mt 1,18-24
 

Invocare
O Dio, Padre buono, tu hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore, scegliendo il grembo purissimo della Vergine Maria per rivestire di carne mortale il Verbo della vita: concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo nello spirito con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
 18Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20 Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21 ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati». 22 Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
La liturgia della Parola di questa IV domenica di Avvento, ruota attorno ad un segno e ad una promessa: la nascita di un bambino, a cui sarebbe stato posto il nome Gesù, promessa che ci immette direttamente nel mistero del Natale.
Troviamo questo compimento nel Vangelo, nel segno profetico dell’Emmanuele, Dio-con-noi, il secondo nome di Gesù. Egli è il segno della fedeltà di Dio: la sua venuta inaugura un tempo nuovo. Per Matteo questo tema verrà ripreso anche alla fine del suo Vangelo quando il Risorto promette ai suoi: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).
I versetti che precedono il brano di questa domenica riportano le origini di Gesù, la sua genealogia, che parte da Abramo, passa da Davide e arriva fino a Giuseppe, lo sposo di Maria. In questo modo l’evangelista Matteo assicura per Gesù la discendenza dal re Davide, una delle caratteristiche fondamentali del Messia atteso da Israele. Invece, i versetti che meditiamo raccolgono l’annunciazione a Giuseppe, personaggio principale nel Vangelo di Matteo, mentre nel Vangelo di Luca è Maria.
Matteo, dopo aver stabilito la paternità davidica legale di Gesù attraverso Giuseppe, spiega quel dubbio che Gesù oltre ad essere figlio di Davide è anche figlio di Dio, e questo sin dal concepimento.
In quest’annunciazione a Giuseppe, viene indicato a noi un modello di vera e attiva collaborazione con il disegno di Dio. La nostra attesa di Colui che viene, però, non può essere attesa oziosa e passiva, richiede disponibilità e accoglienza.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 18: Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Abbiamo appena terminato con la genealogia (i primi 17 versetti), dove con il lungo elenco dei nomi ci viene svelato il volto del Signore. È una vera e propria rivelazione dell’identità del Dio di Gesù Cristo.
Da questo versetto vengono messi in luce i fatti, viene messo in luce il concepimento di Gesù più che la sua nascita. Anzitutto Matteo non fa altro che mettere in primo piano la persona di Giuseppe e narrare gli avvenimenti secondo il modo di pensare di Giuseppe.
In questo versetto Maria viene già descritta come madre. C’è un dono che Maria riceve dall’Alto un dono da custodire e da vivere. Questa maternità è opera dello Spirito Santo. Ciò appare prima che Ella vada a convivere con Giuseppe, il suo promesso sposo. Secondo la legge di Mosè questo errore meritava la pena di morte (Dt 22,20). Ma l’Evangelista sottolinea per noi che Maria era «incinta per opera dello Spirito Santo». Qui lo stupore della scoperta.
Matteo vuol sottolineare che Giuseppe non c’entra niente con il concepimento di Gesù. La gravidanza di Maria avviene nel tempo del loro fidanzamento e prima che lei convivesse con Giuseppe, non per una deviazione umana, bensì per volontà divina. È la sorpresa più sconcertante e splendida che possa avere una creatura che arriva a concepire l’Inconcepibile, il proprio Creatore. E Maria è colei che per prima accoglie il dono assoluto di Dio. È questo il senso della verginità di Maria. Non l’ha fatto lei, non l’ha preteso lei, ma l’ha atteso lei, è stata disponibile.
v. 19: Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Per Matteo e per noi la causa della maternità di Maria è ormai un dato assodato, ma ciò non era così ovvio per Giuseppe. Qui non abbiamo una descrizione dell’animo di Giuseppe, però abbiamo una definizione che lo stesso Evangelista fa di Giuseppe: “uomo giusto”. Egli è come l’orante (del Salmo 119) che cerca Dio e ordina la propria vita secondo la sua volontà e con intima gioia la sua Legge. Nell’Antico Testamento l’uomo giusto è colui che è accetto a Dio. E Giuseppe rientra in quell’ideale di uomo giusto. Forse ancora non coglie il mistero in profondità ma il suo cuore è grande e da uomo giusto, non volendo esporre all’infamia Maria, non obbedisce alle esigenze delle leggi della purezza (cf. Dt 22,23-27). La sua giustizia è maggiore. Più tardi Gesù dirà: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
La grandezza umana di Giuseppe, preferendo Maria alla propria discendenza, scegliendo l’amore invece della generazione, ci dice che è possibile amare senza possedere.
vv. 20-21: Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa.
Giuseppe continua a pensare, agisce in base a ciò che ha dentro, e che nel sonno emerge in libertà: Giuseppe, l’uomo giusto ha i sogni stessi di Dio: la sua parola parla nel sonno delle altre parole. Entrare nel sogno di Dio fa scoprire di essere figli. È scoprire la dimensione più profonda della vita e degli eventi.
Nel sogno avviene un dialogo con l’Angelo del Signore. Egli viene chiamato con un appellativo solenne: «Giuseppe, figlio di Davide». Risentiremo nuovamente questo titolo, ma soltanto per Gesù (cf. Mt 1,1; 9,27; 20,30ss.). In Giuseppe accade il risveglio e le speranze della profezia di Natan a Davide si fanno realtà. L’erede delle promesse è chiamato dalla Parola ad accogliere il dono con decisione e libertà. Egli è chiamato da Dio con quella dolce parola «Non temere». Anche nella creazione fu rivolta a Adamo questa parola, purtroppo la sua risposta è stata: «Ho avuto paura» (Gen 3,10). Tutte le volte che Dio si rivela dice sempre: non temere! Perché il rapporto fondamentale tra uomo e Dio è governato dalla paura e dalla mancanza di fede. La paura fa fuggire, fa allontanare da Dio; la paura non viene mai da Dio; la paura è ciò che ti allontana da Dio, addirittura ti allontana dal dono e allora, ti dice: non temere!
Con Giuseppe è un po’ diverso: “non temere ma prendi”. Giuseppe è chiamato a prendere Dio per mezzo di Maria, accogliere Maria e il dono che lei porta; lasciare che la Parola risvegli nel profondo quel sogno segreto che è Dio stesso.
Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù
Lo Spirito Santo è la vita di Dio, è l’amore stesso tra Padre e Figlio. A noi viene dato l’amore tra Padre e Figlio: viene comunicato a tutti. Quindi noi riceviamo il dono dello Spirito, il frutto di questo dono è Gesù, che ci inserisce nel dono stesso.
Giuseppe è chiamato a dare il nome al bambino: Gesù. Dare il nome, in Israele, significa determinare la natura, definire il carattere. Sarà lui a dare un nome al bambino, a prendersi cura di lui come il padre legale. In questo modo assicurerà a Gesù anche la discendenza davidica, che si trasmetteva tramite il padre.
Il versetto indica il significato del nome ebraico Jeshua o Joshua, o ancora Jehoshua che significa “il Signore salva, aiuta”. È il nome di Dio, la sua realtà per chi lo invoca (cf. At 2,21; 4,12), perché è il nome dal quale ogni nome prende vita.
Matteo cita anche il Salmo 130,8: «Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe», dove il soggetto della frase è Dio. Qui invece il soggetto è Gesù stesso, sarà lui a salvare il popolo, è lui il Messia atteso.
egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati
Quest’espressione va interpretata alla luce degli insegnamenti contenuti nell’AT, nel quale troviamo tale espressione, “salverà il suo popolo”, con riferimento a Dio stesso. Infatti, nel libro del profeta Zaccaria leggiamo: «Il Signore loro Dio in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo, come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra» (Zc 9,16). Il tema della salvezza dei peccati è uno dei temi fondamentali del vangelo: la salvezza è salvare dal peccato, cioè dal fallimento, dalla morte, dalla separazione da Dio e dai fratelli. In Ger 31,34 Dio dice: «Io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato». Gesù, quindi, è quel mediatore di una promessa divina.
vv. 22-23: Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi.
Quanto sta accadendo a Maria e a Giuseppe non è un caso ma è il compimento delle Sacre Scritture. La citazione è Is 7,14 in cui l'ebraico «almah» "giovane donna in età da matrimonio", viene tradotto con «parthenos» "vergine" (nel senso fisico del termine) nella bibbia greca dei LXX. La giovane donna di Isaia 7,14 era la moglie del re Acaz, la quale, in un momento di particolare crisi del regno di Giuda, avrebbe partorito un figlio (probabilmente il futuro re Ezechia) e ciò sarebbe stato un segno della benedizione di Dio verso il suo popolo.
Matteo poi rettifica la profezia che riporta il nome di Emmanuele, ricordandone il significato: Dio è al fianco dell’uomo. Questo «Dio con noi» (Is 8, 8-10) è il punto di partenza dell'arco che abbraccerà tutto il vangelo di Matteo fino a 28,20 «Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo».
Emmanuele è il nome più bello di Dio, perché Dio nella sua essenza che è amore, che è compagnia si manifesta nella sua essenza a noi, entrando in nostra compagnia: Dio con noi. L’essere con è la sua qualifica fondamentale; «con» significa relazione, intimità, unione, consolazione, gioia, sforzo. Lui è sempre con noi, in nostra compagnia (28,20). Dio come compagnia, come dono, come vittoria sulla solitudine, come comunione, come amore: è il Dio-con-noi.
v. 24: Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Il sonno di Giuseppe si trasforma in obbedienza alla Parola. La Parola del Signore trasforma i dubbi e i sogni: è il segno di un risveglio, di una resurrezione.
La resurrezione nasce dopo una lunga prova. Di Giuseppe non sapremo più nulla. Egli farà quanto “gli aveva ordinato l’angelo del Signore”. Imita la sua sposa: scava nel pozzo del cuore per accogliere il Bambino. L’accoglienza del bambino è l’accoglienza della madre. Maria lascia la casa del sì detto a Dio e va nella casa del sì detto a un uomo. Maria è la donna del sì, ma il suo primo sì l’ha detto a Giuseppe, l’angelo la trova già promessa, già legata, già innamorata.
Giuseppe porta nella sua casa Maria. La casa è il luogo dove dai corpo a Dio nella tua vita; la casa è il luogo dove Dio si fa prossimo, si fa vicino, perché parla prima di tutto attraverso i volti delle persone che ci ha messo accanto, ci guarda prima di tutto con lo sguardo delle persone che vivono accanto a noi.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Come rispondo a Dio che cambia direzione ai miei progetti (anche nella vita di coppia), come ha fatto con Giuseppe?
Anch’io riesco a intuire che Dio interviene nella mia vita, nella mia storia oppure preferisco fuggire?
Mi è abituale, nelle vicissitudini più o meno importanti della vita, di fermarmi a pensare che cosa fare, come ha fatto Giuseppe?
Sono convinto che sono chiamato alla paternità (o maternità) di Dio?
Mi metto in ascolto della Parola del Signore per poi renderla viva nella mia vita?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.
 
Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.
 
Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.  (Sal 23).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Con l’incarnazione di Gesù, Dio si è fatto prossimo agli uomini e si è reso presente nella Storia. Riconosciamolo all’opera nella nostra quotidianità e chiediamogli di aiutarci a fare del nostro cammino il luogo dell’Avvento, dove si affaccia già ora, nei gesti dell’amore e nella resa della fede, l’alba del Regno, promesso e atteso nella speranza.