Lectio divina su Mt
4,12-23
O Dio, che hai fondato la tua Chiesa sulla fede degli apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Gesù è stato battezzato da Giovanni a Bethabara (Mt 3,13-17), poi fa esperienza delle tentazioni nel deserto (Mt 4,1-11) e successivamente dopo aver saputo che «Giovanni era stato consegnato» torna a Nazaret e lì svolge l’attività di carpentiere. Poi lascia Nazaret lasciando la sua residenza andando lungo la riva del lago di Tiberiade e da lì inizia la sua missione.
Al primo gruppo appartiene la chiamata delle due coppie di fratelli e Matteo-Levi; al secondo, quella riguardante la chiamata dei Dodici.
La vocazione, al di là di qualsiasi contesto, è sempre un lasciare qualcosa per seguire Qualcuno. Seguire Cristo, significa accettare che egli divenga veramente l'unico Signore della vita lasciandosi plasmare dalla sua Parola, significa vivere come lui, costantemente protesto a realizzare nella vita quotidiana il progetto del Padre.
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 12-13: Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali
perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta.
L’evangelista Matteo aggiunge spiegando l’aspetto teologico che motiva la nuova residenza di Gesù a Cafarnao: il compimento di una profezia di Isaia con un oracolo riferito alla Galilea che vide sorgere il discendente davidico. Questo popolo visitato non è altro che un popolo che «siede nelle tenebre» e «nell’ombra della morte» (Mt 4,16). Cioè, è un popolo statico, smarrito, incapace di vedere l’altro, incapace di rapportarsi. Eppure, anche per questo popolo marginale ed emarginato, Dio si incarna, si fa vicino in Cristo Gesù, pianta la sua tenda.
L’evangelista Matteo ci ricorda che in questo luogo, la Galilea, inizia l’evangelizzazione di Gesù ma anche l’avvio della sua Resurrezione (Mt 28,10.16). Il piantare la tenda da parte di Gesù è uno stile di vita che Egli stesso assume in mezzo alla gente e diventa faro, luce che illumina chi sta nelle tenebre (cf. Is 8,23; 9,1; 58,10). Gesù è quel “prode che percorre” (Sal 19) la via entra con tutta la sua potenza e sconfigge la tenebra del mondo. È un messaggio di speranza per noi che ci rassegniamo alla tenebra invece di essere splendidi e dissolvere le oscurità del mondo.
v. 17: Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
«Convertitevi»
è la prima parola che dice Gesù, quella stessa parola che ha sperimentato lui,
quel modo di cambiare, di essere, di pensare diversamente. La parola usata è metanoia
che indica un cambiamento radicale di intelligenza e volontà. Letteralmente,
significa “pensare oltre”, adottare una prospettiva diversa.
La motivazione della conversione è: passare dal
regno mondano al regno dei cieli, per non andare incontro al fallimento della
propria vita.
All’imperativo Gesù aggiunge anche la motivazione: «Il Regno dei Cieli è vicino». Esso non vuol dire che sta per arrivare, che si trova nei pressi, vuol dire che è lì in mezzo e che comincia a dare i suoi frutti, vuol dire che Egli è così vicino che la sua presenza fa effetto, incomincia a produrre la salvezza, la gioia, la speranza, il perdono, qualcosa di straordinario nella mia vita.
Il Regno di Dio è vicino vuol dire che Dio è vicino; Dio è nella nostra vita; Dio non è l’assente, così lontano che posso fare come che non ci fosse. Dio Salvatore si prende cura della povertà umana, della condizione umana. Se Dio è vicino, accoglietelo, orientate la vostra vita, il vostro cammino verso di Lui. Non dimenticatelo; non trascuratelo perché è la vostra salvezza, perché è una offerta di vita che vi passa vicino. È meglio accogliere la logica delle sue beatitudini, che la logica del mondo.
Il messaggio che lascia trapelare Matteo è semplice: la lunga attesa che le promesse dei profeti hanno suscitato in Israele si sta compiendo; Dio si è fatto vicino agli uomini con la forza della sua volontà regale. Accettate, dunque, la sovranità di Dio sulla vostra vita e affidatevi alla forza del vangelo che vi viene annunciato.
v. 18: Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù è in continuo movimento, è in continuo movimento in mezzo alla gente e ciò significa che insegna con la sua stessa vita. Il suo camminare è l’invito ad afferrare il suo passaggio dalla nostra vita, dalla nostra realtà e cambiare mentalità, cambiare idea falsa su Dio. Questa conversione avviene «mentre camminava lungo il mare di Galilea». Il mare della Galilea è il mare biblico che vuole rappresentare la vita caotica, non ordinata, che impedisce il quieto vivere. In questo caos, lo sguardo di Gesù si incrocia con altri sguardi che invita a pensare diversamente (conversione), a guardare oltre il proprio naso.
Il vedere di Dio nella Bibbia è paragonabile a “stravedere” a “impazzire” per il proprio figlio. Lo sguardo di Gesù si posa su due fratelli: Simone, che in ebraico significa «docile all'ascolto», che riceverà il nome nuovo, Kèfà', Pietra, Pietro (cf. Gv 1,42), sul quale, insieme con gli undici e con la Comunità, il Signore fonderà la sua Chiesa (16,16-18) e Andrea, suo fratello.
Questo vedere di Gesù, il Figlio amato, deve farmi riconoscere la mia realtà di figlio da condividere con il fratello. Possiamo vedere in questa coppia di fratelli una chiamata alla fraternità universale, perché è nella chiamata ad essere figli che si realizza la fraternità. La Chiesa è questa fraternità. In due c’è già il principio della moltitudine dei fratelli (il numero due nella Bibbia e l’inizio di una moltitudine).
L’evangelista di questi due fratelli sottolinea che erano pescatori. Qui non c’è un intento a descrivere la condizione sociale, ma la vita ed è nella vita quotidiana che avviene la chiamata.
v. 19: E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».
Dio si è sempre impegnato a
realizzare l’uomo nuovo. Con Abramo usa questo imperativo: «vattene dal tuo
paese» (Gen 12,1). Adesso ne ascoltiamo un altro: «venite dietro a me» - «segui
me». Cioè, rispecchiati in me, nella mia bellezza se vuoi essere un uomo nuovo,
trasformato nella mia bellezza. Ecco il modo di vedere la conversione, essere
discepoli di Gesù possedendo la sua stessa beltà.
Non è la prima volta che nella Bibbia che sentiamo questa formula stilizzata di vocazione, nella quale riecheggia il rapporto che lega il Maestro al discepolo presso gli ebrei (cf. 1Re 19,20-21).
La promessa di fare di loro dei “pescatori di uomini” vuole indicare il loro ufficio apostolico: fare altri discepoli o essere loro stessi maestri. La frase potrebbe anche essere un'allusione a Ger 16,16: «Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli».
L’elemento determinante di questa
chiamata è lo stare con Gesù, condividere
l’esperienza di Gesù. Si legge nel vangelo di Giovanni: «Se uno mi vuole
servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (12,26).
Gesù passa dalla nostra quotidianità ancora oggi e chiama. Non ci chiede di abbandonare il nostro quotidiano, ma di trasformarlo. I discepoli continueranno ad essere pescatori, in particolare pescatori di uomini, cioè a pescare l’uomo alla vita, a conservare e il dare la vita, che è il vero pescare. Sarà la propria conversione che parlerà al nostro cuore, quella metanoia, che ci aiuterà a cambiare sguardo, ad avere nella vita uno slancio vitale vitale verso la novità dello spirito, più che in una penitenza di mortificazione per il passato.
v. 20: Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
La voce di Cristo Gesù che chiama
alla sua sequela è simile a quella con la quale Dio nell’Antico Testamento
aveva chiamato i suoi profeti costituendoli suoi portavoce davanti a Israele
suo popolo. Il discepolato diventa
una condizione permanente, la realizzazione piena del desiderio del discepolo.
Pietro un giorno si interesserà di una ricompensa (Mt 19,27), ma Gesù ha
costituito una legge fondamentale per i suoi discepoli: «chiunque
di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc
14,33).
Simone
e Andrea lasciano le reti che sono simbolo di quanto impedisce, di quanto ti
lascia impigliato per poter seguire Gesù: le tue convinzioni, le tue sicurezze,
i tuoi rimpianti. Bisogna dare un taglio e agire subito dice Gesù.
La parola “subito” evidenzia questa condizione: è la prontezza piena di gioia e senza rimpianto. Oggi diremmo: aspetta; pensaci; non avere fretta; etc. Scrive Paolo «il tempo si è fatto breve; d'ora in avanti quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono come se non piangessero; e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non comprassero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno, perché passa la scena di questo mondo» (1Cor 7,29-31).
Nello stesso versetto, Matteo riprende la medesima azione aggiungendone un’altra più espressiva: “lo seguirono”. Non è un semplice andare o unirsi a Lui, anche perché lo seguono senza comprenderlo. Ma questa sequela vuole indicare un rapporto: Gesù è il Maestro, loro i discepoli; Egli è il primo, loro i seguaci. In pratica hanno messo in chiaro fin dall’inizio i loro rapporti anche se alla fine fuggono tutti, anzi abbiamo chi lo tradisce, chi lo rinnega e chi si eclissa. Ci assomigliano! In questa sequela fatta di infedeltà, di tradimento, di rinnegamento lui ci chiama come siamo. Allora ci si accorge che la vita ha un senso e i rapporti con Gesù vengono vissuti in maniera sempre più profonda, fino a seguirlo nel dono di sé, nell’umiliazione, nella persecuzione, nella morte.
v. 21: Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò.
Si ripete la stessa cosa con altri
due fratelli. Segno che Dio chiama sempre anche se il contesto può essere
diverso dall’altro. Questa volta, infatti, abbiamo altri due fratelli che si
trovavano con il padre. Questi stavano ordinando le reti. Questo verbo qui è
usato in senso materiale, però possiamo coglierlo in senso spirituale come in
un “ordinare le anime”.
Matteo ci suggerisce come
l’attività dei figli di Zebedeo possa essere trasfigurata dalla comunione col
Signore: come Simone e Pietro non saranno più pescatori di pesci, ma di uomini,
così Giacomo e Giovanni non saranno più ordinatori di reti, ma di anime. Al di là di questo, ciò che e fondamentale
sottolineare e che l’agire dei discepoli ci svela l’esatta natura della
conversione preannunciata dal Battista e realizzata dal Signore: la metanoia,
quel cambiare mentalità più che il mestiere.
Anche questa coppia di
fratelli è chiamata dal Signore. Il verbo chiamare che in questo versetto è
usato, vuole indicare la vocazione del discepolo e non solo, anche “dare il
nome”. Il nome nella
Bibbia ha diversi significati. Dare il
nome a qualcuno nel linguaggio biblico è anche segno di appartenenza a
qualcuno. Avere il nome da qualcuno è essere a lui sottoposto, appartenergli.
Uno appartiene a chi gli impone il nome. Chi conquista una città sente
pronunciare il suo nome dagli abitanti, che perciò appartengono a lui. Ioab,
prima di espugnare una città, manda a dire a Davide: «Raduna il resto del
popolo, accàmpati contro la città e prendila, altrimenti se la prendo io,
porterebbe il mio nome» (2Sam 12:28). Anche il discepolo di Gesù porta un nome
nuovo: Pietro spiega che sebbene i non credenti chiamino i discepoli con
l’appellativo denigratorio di “cristiano”, tuttavia dietro questo appellativo
c’è il nome del Cristo o consacrato di Dio: «Se uno soffre come cristiano, non
ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (1Pt 4:16). Il discepolo
non appartiene più a sé, ma al Cristo; non intende più seguire la propria
volontà, ma quella del Cristo.
v. 22: Ed essi subito lasciarono la
barca e il loro padre e lo seguirono.
Anche Giacomo e Giovanni lasciano all’istante il lavoro, la loro vita (la barca e il padre) e si uniscono a Gesù. Al passaggio di Gesù, alla sua chiamata “bisogna essere pronti come un corridore che, coi muscoli tesi, attende al suo posto il segnale della partenza, con davanti a sé ben chiaro il percorso da superare, lo sguardo fisso al traguardo” (W. Trilling).
Possiamo dire che questi uomini hanno sperimentato qualcosa di più grande, straordinario; una forza che li ha attratti fino a lasciare ciò che erano abituati a fare col vecchio modo di pensare. Giacomo e Giovanni in quell’istante fanno esperienza di Dio e del suo Regno e guarderanno il loro stesso lavoro, la loro stessa vita con occhi nuovi, con gli occhi di Dio. Hanno messo in cima alla scala dei valori l’amore ed entrano nella barca della vita insieme a Gesù.
v. 23: Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
La pericope evangelica è iniziata “in
movimento” e così termina. Cambia la scena che si presenta come un sommario
facendo capire che la vita del discepolo è un continuo movimento con Gesù. La
parola si deve diffondere per tutta la Galilea, deve diffondersi ovunque. È la
nuova barca che navigherà nel mare della vita, per rinnovare l’incontro tra
l’umano e il divino, per fare del bene e rendere felice dando gioia e vita al
fratello.
Il v. 23 con i suoi verbi: insegnare, annunciare e guarire insieme ai vv. 24-25 fanno da sintesi all’attività di Gesù in Galilea indicandone l’efficacia. Gesù fa capire cosa significa essere pescatori di uomini facendolo Lui per primo mostrando così come devono vivere la loro vocazione: prendendosi cura di tutti.
Questa sintesi è per ogni discepolo di Gesù, perché Gesù è il Servo di Jahvé che «ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie» (cf. Is 53,4). Il discepolo di Gesù è colui che con il Maestro si muove per insegnare, annunciare, guarire, percorrendo le rive delle odierne Galilee per guarire il disumano perché tutto il mondo ridiventi sano. Annunciare il Vangelo, infatti, significa tirar fuori da quelle condizioni che non rendono felici.
Ci fermiamo in silenzio
per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono
perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
La Parola illumina la
vita e la interpella
Sono convinto che il passaggio di Gesù mi chiama anzitutto alla conversione come passaggio dall’egoismo all’amore di Dio e del prossimo?
Di fronte ad ogni gioia e ad ogni tristezza mi chiedo: Chi sto seguendo in questo momento?
Quale rete mi tiene legato? Quali sono le barche nelle quali ci siamo comodamente accasati? Quali sono quegli affetti che, seppur belli e importanti, sono diventati possessi che imbrigliano?
Il Vangelo è scoperta di una buona notizia. Lo è anche per me?
Che cosa significa per me seguire Cristo?
Con il battesimo sono divenuto un collaboratore di Cristo: ho coscienza di questa responsabilità?
Rispondi a Dio con le sue
stesse parole (Pregare)
Il Signore è mia luce e mia
salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.
Sono certo di contemplare la
bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. (Sal 26).
L’incontro con l’infinito
di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lasciamo che il Signore posi il suo
sguardo su di noi, lasciamo che gli sguardi si incrociano durante la nostra
quotidianità lasciandoci avvolgere dal suo amore. Rispondiamo alla sua chiamata
per essere segno e strumento del suo amore che salva.
All’imperativo Gesù aggiunge anche la motivazione: «Il Regno dei Cieli è vicino». Esso non vuol dire che sta per arrivare, che si trova nei pressi, vuol dire che è lì in mezzo e che comincia a dare i suoi frutti, vuol dire che Egli è così vicino che la sua presenza fa effetto, incomincia a produrre la salvezza, la gioia, la speranza, il perdono, qualcosa di straordinario nella mia vita.
Il Regno di Dio è vicino vuol dire che Dio è vicino; Dio è nella nostra vita; Dio non è l’assente, così lontano che posso fare come che non ci fosse. Dio Salvatore si prende cura della povertà umana, della condizione umana. Se Dio è vicino, accoglietelo, orientate la vostra vita, il vostro cammino verso di Lui. Non dimenticatelo; non trascuratelo perché è la vostra salvezza, perché è una offerta di vita che vi passa vicino. È meglio accogliere la logica delle sue beatitudini, che la logica del mondo.
Il messaggio che lascia trapelare Matteo è semplice: la lunga attesa che le promesse dei profeti hanno suscitato in Israele si sta compiendo; Dio si è fatto vicino agli uomini con la forza della sua volontà regale. Accettate, dunque, la sovranità di Dio sulla vostra vita e affidatevi alla forza del vangelo che vi viene annunciato.
v. 18: Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù è in continuo movimento, è in continuo movimento in mezzo alla gente e ciò significa che insegna con la sua stessa vita. Il suo camminare è l’invito ad afferrare il suo passaggio dalla nostra vita, dalla nostra realtà e cambiare mentalità, cambiare idea falsa su Dio. Questa conversione avviene «mentre camminava lungo il mare di Galilea». Il mare della Galilea è il mare biblico che vuole rappresentare la vita caotica, non ordinata, che impedisce il quieto vivere. In questo caos, lo sguardo di Gesù si incrocia con altri sguardi che invita a pensare diversamente (conversione), a guardare oltre il proprio naso.
Il vedere di Dio nella Bibbia è paragonabile a “stravedere” a “impazzire” per il proprio figlio. Lo sguardo di Gesù si posa su due fratelli: Simone, che in ebraico significa «docile all'ascolto», che riceverà il nome nuovo, Kèfà', Pietra, Pietro (cf. Gv 1,42), sul quale, insieme con gli undici e con la Comunità, il Signore fonderà la sua Chiesa (16,16-18) e Andrea, suo fratello.
Questo vedere di Gesù, il Figlio amato, deve farmi riconoscere la mia realtà di figlio da condividere con il fratello. Possiamo vedere in questa coppia di fratelli una chiamata alla fraternità universale, perché è nella chiamata ad essere figli che si realizza la fraternità. La Chiesa è questa fraternità. In due c’è già il principio della moltitudine dei fratelli (il numero due nella Bibbia e l’inizio di una moltitudine).
L’evangelista di questi due fratelli sottolinea che erano pescatori. Qui non c’è un intento a descrivere la condizione sociale, ma la vita ed è nella vita quotidiana che avviene la chiamata.
v. 19: E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».
Non è la prima volta che nella Bibbia che sentiamo questa formula stilizzata di vocazione, nella quale riecheggia il rapporto che lega il Maestro al discepolo presso gli ebrei (cf. 1Re 19,20-21).
La promessa di fare di loro dei “pescatori di uomini” vuole indicare il loro ufficio apostolico: fare altri discepoli o essere loro stessi maestri. La frase potrebbe anche essere un'allusione a Ger 16,16: «Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli».
Gesù passa dalla nostra quotidianità ancora oggi e chiama. Non ci chiede di abbandonare il nostro quotidiano, ma di trasformarlo. I discepoli continueranno ad essere pescatori, in particolare pescatori di uomini, cioè a pescare l’uomo alla vita, a conservare e il dare la vita, che è il vero pescare. Sarà la propria conversione che parlerà al nostro cuore, quella metanoia, che ci aiuterà a cambiare sguardo, ad avere nella vita uno slancio vitale vitale verso la novità dello spirito, più che in una penitenza di mortificazione per il passato.
v. 20: Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
La parola “subito” evidenzia questa condizione: è la prontezza piena di gioia e senza rimpianto. Oggi diremmo: aspetta; pensaci; non avere fretta; etc. Scrive Paolo «il tempo si è fatto breve; d'ora in avanti quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono come se non piangessero; e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non comprassero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno, perché passa la scena di questo mondo» (1Cor 7,29-31).
Nello stesso versetto, Matteo riprende la medesima azione aggiungendone un’altra più espressiva: “lo seguirono”. Non è un semplice andare o unirsi a Lui, anche perché lo seguono senza comprenderlo. Ma questa sequela vuole indicare un rapporto: Gesù è il Maestro, loro i discepoli; Egli è il primo, loro i seguaci. In pratica hanno messo in chiaro fin dall’inizio i loro rapporti anche se alla fine fuggono tutti, anzi abbiamo chi lo tradisce, chi lo rinnega e chi si eclissa. Ci assomigliano! In questa sequela fatta di infedeltà, di tradimento, di rinnegamento lui ci chiama come siamo. Allora ci si accorge che la vita ha un senso e i rapporti con Gesù vengono vissuti in maniera sempre più profonda, fino a seguirlo nel dono di sé, nell’umiliazione, nella persecuzione, nella morte.
v. 21: Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò.
Anche Giacomo e Giovanni lasciano all’istante il lavoro, la loro vita (la barca e il padre) e si uniscono a Gesù. Al passaggio di Gesù, alla sua chiamata “bisogna essere pronti come un corridore che, coi muscoli tesi, attende al suo posto il segnale della partenza, con davanti a sé ben chiaro il percorso da superare, lo sguardo fisso al traguardo” (W. Trilling).
Possiamo dire che questi uomini hanno sperimentato qualcosa di più grande, straordinario; una forza che li ha attratti fino a lasciare ciò che erano abituati a fare col vecchio modo di pensare. Giacomo e Giovanni in quell’istante fanno esperienza di Dio e del suo Regno e guarderanno il loro stesso lavoro, la loro stessa vita con occhi nuovi, con gli occhi di Dio. Hanno messo in cima alla scala dei valori l’amore ed entrano nella barca della vita insieme a Gesù.
v. 23: Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Il v. 23 con i suoi verbi: insegnare, annunciare e guarire insieme ai vv. 24-25 fanno da sintesi all’attività di Gesù in Galilea indicandone l’efficacia. Gesù fa capire cosa significa essere pescatori di uomini facendolo Lui per primo mostrando così come devono vivere la loro vocazione: prendendosi cura di tutti.
Questa sintesi è per ogni discepolo di Gesù, perché Gesù è il Servo di Jahvé che «ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie» (cf. Is 53,4). Il discepolo di Gesù è colui che con il Maestro si muove per insegnare, annunciare, guarire, percorrendo le rive delle odierne Galilee per guarire il disumano perché tutto il mondo ridiventi sano. Annunciare il Vangelo, infatti, significa tirar fuori da quelle condizioni che non rendono felici.
Sono convinto che il passaggio di Gesù mi chiama anzitutto alla conversione come passaggio dall’egoismo all’amore di Dio e del prossimo?
Di fronte ad ogni gioia e ad ogni tristezza mi chiedo: Chi sto seguendo in questo momento?
Quale rete mi tiene legato? Quali sono le barche nelle quali ci siamo comodamente accasati? Quali sono quegli affetti che, seppur belli e importanti, sono diventati possessi che imbrigliano?
Il Vangelo è scoperta di una buona notizia. Lo è anche per me?
Che cosa significa per me seguire Cristo?
Con il battesimo sono divenuto un collaboratore di Cristo: ho coscienza di questa responsabilità?
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. (Sal 26).