lunedì 18 maggio 2026

LECTIO: DOMENICA DI PENTECOSTE (Anno A)

Lectio divina su Gv 20,19-23

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Siamo al cap. 20 del Vangelo di Giovanni dove viene narrato la scoperta della tomba vuota da parte delle donne e poi di Pietro e Giovanni e le apparizioni del risorto prima a Maria di Magdala e poi ai dodici.
Il tema dominante di questa Domenica di Pentecoste riprende la fede nei segni della Risurrezione. Il Vangelo di Giovanni narra l’apparizione del Risorto ai suoi discepoli il giorno stesso di Pasqua. I discepoli si trovano nel cenacolo, con le porte sbarrate “per timore dei giudei”. Essi hanno ascoltato l’annunzio di Maddalena e delle altre donne: “Abbiamo visto il Risorto”. Il sepolcro era vuoto, Pietro l’ha constatato. Però i discepoli non hanno incontrato il Signore, non l’hanno visto. E intanto è giunta la sera, cioè, la fine del giorno e questa sera è una sera che diventa piena di luce, piena di pace, il Signore viene a far visita come aveva promesso, in modo misterioso e la paura dei discepoli si trasforma in gioia.
A differenza del Vangelo di Luca, secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù risorto appare ai suoi discepoli la sera di Pasqua e dona loro subito lo Spirito Santo. Nel Vangelo l'evangelista Giovanni descrive come il mistero della Pasqua di Gesù trovi il suo compimento proprio nel dono dello Spirito. La fondazione della Chiesa nello Spirito, infatti per l’evangelista Giovanni, avviene nello stesso giorno della Risurrezione del Signore. Tuttavia, la sera di quel giorno la comunità dei discepoli appare ancora dominata dal timore. Non sembra che ci sia spazio per la fede nel Risorto, nonostante l’annuncio straordinario di Maria di Magdala (20,18). Un po' come ai nostri giorni: non c’è spazio per la fede nonostante Celebrazioni, catechesi e quant’altro.
Il dono dello Spirito Santo non si tramuta subito in un impeto missionario; infatti, la settimana seguente (quando ci sarà anche l'apostolo Tommaso) i discepoli di Gesù si ritrovavano ancora riuniti e chiusi nello stesso luogo. Giovanni, volutamente sottolinea altri aspetti dell'esperienza dello Spirito Santo negli apostoli e ci invita a farne oggetto di riflessione.
L’Evangelista si preoccupa di far capire che l’esperienza pasquale dei discepoli ci appartiene, dobbiamo viverla anche noi. Infatti, anche se noi non lo vediamo, la pace, la gioia, la missione agli altri, il dono dello Spirito e il perdono, dobbiamo averli anche noi. Quindi, quanto viene evidenziato da Giovanni è anche per noi.
Il racconto degli Atti degli Apostoli offre la chiave per entrare meglio nel significato profondo della Pentecoste.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 19: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
Quello che Giovanni colloca nel giorno di Pasqua, Luca, negli Atti degli apostoli, lo riporta alla festa della Pentecoste, cinquanta giorni dopo. L’espressione non è solo una indicazione cronologica, ma suggerisce l’idea del compimento di una storia di promesse che percorre tutta la Bibbia. Il versetto si ricollega al mattino di Pasqua, all’alba per ritrovarsi alla sera. È un passaggio dalla luce all’ombra dove non vedi più nulla e aleggia la morte; dal giardino cioè un luogo aperto a un luogo chiuso, sprangato.
Scrivere “la sera di quel giorno” sarebbe sbagliato secondo il computo antico. Quel giorno è sempre in riferimento al “primo giorno dopo il sabato”, quindi è l’inizio di una settimana nuova, l’inizio di un tempo nuovo che non avrà fine, perché la resurrezione di Gesù ha creato un tempo alternativo e nuovo rispetto al cronos della vita umana. Ha fatto irrompere nel tempo l’eternità di Dio, e ha fatto entrare nell’eternità il tempo dell’uomo. Quindi siamo davvero davanti ad un mondo nuovo che inizia, che si manifesta.
I discepoli sono spaventati, quasi ossessionati dalla paura dei Giudei e Giovanni annota il passaggio dalla luce all’ombra: eravamo nel giardino all’alba, qui siamo al chiuso con le porte sprangate.
Le porte chiuse sono il simbolo del sepolcro, simbolo della morte. Il Risorto entra in questo sepolcro. Ha infranto il suo sepolcro da quella grossa pietra, così, ora infrangerà il sepolcro della nostra paura, della nostra morte.
per timore dei Giudei...
La “paura”, che indica assenza di fede e complicità con il mondo che non vuole far brillare la luce, ha la sua causa nelle possibili rappresaglie dei giudei. Questa condizione, dove il discepolo si presenta come un estraneo, perché pur vivendo nel mondo non appartiene al mondo, e proprio per questo subisce nel mondo una emarginazione che può diventare anche persecuzione e rifiuto violento. I discepoli devono aprirsi alla fede perché Gesù possa comunicare loro la certezza che è vivo.
Quando san Giovanni dice che “i discepoli sono nel Cenacolo a porte chiuse per paura dei Giudei”, vuole indicare fondamentalmente questa condizione: il mondo ha crocefisso il Signore, e di fronte al mondo i discepoli del Signore si trovano in questa situazione di estraneità e di paura.
venne Gesù, stette in mezzo...
Questa immagine del Signore come “colui che viene” è caratteristica di Giovanni. È addirittura la parafrasi del nome di Dio che si trova nell’Apocalisse (Ap 4,8): “Colui che era, che è, che viene!”: è una presenza dinamica, ricca di salvezza, di consolazione, di speranza.
Nel suo essere Veniente, Gesù infrange le nostre chiusure e sta nel mezzo. Egli sta al centro della nostra paura, della nostra fragilità, del nostro peccato, delle nostre chiusure, del nostro buio per farci risorgere con Lui. Il Signore si mette “in mezzo”: per vivere la risurrezione del Signore è necessario andare in mezzo, là dove lui è e là dove lui si pone.
e disse loro: «Pace a voi!».
I discepoli spaventati sono rassicurati da Gesù; non come un tempo «Sono io» (Gv 6,20), perché la sua presenza è ormai di un altro ordine, ma con il dono dello shalom: «Pace a voi». Non si tratta del consueto saluto ebraico, ma è l'adempimento della promessa fatta nell'ultima cena, del dono della pace che Gesù aveva promesso per il suo ritorno (cf. 14,18-19.27-28; 16,16-23). La pace dei tempi messianici è il dono supremo di Dio annunciato dai profeti (cf. Is 53,5), implica tutto il benessere di vivere (cf. Ef 2,14). È la pace che li renderà capaci di superare lo scandalo della croce e ottenere la liberazione nella loro vita. Cosa importante da notare è che il saluto è ripetuto due volte. Essa è liberazione dall’angoscia della morte che turbava il cuore dei discepoli e li teneva prigionieri della paura.
v. 20: Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
Questo versetto dice la continuità tra il Gesù della croce e il Risorto. Gesù qui non fa altro che mostrare la sua “carta di identità”. Egli è il Crocefisso, il Risorto.
Giovanni è il solo a dare rilievo alla piaga del costato; già nella crocifissione l'aveva menzionata come densa di significato per il sangue e acqua che ne uscirono (Gv 19,34-35). Luca non parla di costato perché nel racconto della passione questo episodio non è citato. Ma con tutto questo, fra il modo di essere del Gesù di prima e del Cristo di ora, c'è una profonda differenza: egli entra improvvisamente, a porte chiuse.
Non dobbiamo vivere la risurrezione di Gesù in modo trionfalistico, e la risurrezione non diventa neanche, necessariamente, la ricompensa per coloro che soffrono. Il mistero della croce è insieme mistero di morte, certo, ma che inevitabilmente richiama il mistero della risurrezione. Non si capisce il mistero della croce se non si capisce il mistero della risurrezione e viceversa. C’è questa unità. Giovanni sottolinea con forza che il Cristo che appare e che sta in mezzo ai discepoli è un essere reale, è lo stesso Gesù appeso sulla croce, per questo mostra i segni del suo martirio, i segni del suo estremo amore. Il Signore glorioso della Chiesa non è altri che il Gesù Crocifisso.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Vedere il Signore può solamente colmare il cuore di gioia. Questa gioia scaturisce da quella pace appena donata. Gioia e pace, inoltre, sono il segno della presenza del Risorto.
Vedere il Signore per loro è la realizzazione di una promessa precisa di Gesù: «Voi mi vedrete, perché io vivo e anche voi vivrete» (Gv 14,19). Egli aveva predetto loro anche la loro gioia (Gv 16,22-23).
Il senso della “gioia” umanamente è gioia psicologica, emozione, sentimento. Nel brano è molto di più: è quel senso di pienezza che il discepolo sperimenta quando percepisce la presenza del Signore. Il discepolo vive per il Signore, nel rapporto con il Signore, e quando questo rapporto gli è donato, viene sperimentato in pienezza, c’è la pienezza della gioia. E questo passaggio “dalla paura alla gioia” è un elemento importante dell’esperienza della Pasqua, del Signore risorto.
v. 21: Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
I discepoli ricevono nuovamente il saluto pasquale, il primo dono di Pasqua. La gioia dei discepoli non è l’ultima parola; essa è seguita immediatamente dall’invio in missione: essere continuatori dell’opera del Padre. Quindi non è gioia quindi che possa essere goduta privatamente, ma gioia che chiede di essere condivisa con generosità sincera.
Gesù è essenzialmente un Mandato, che nella sua missione rende presente la parola, l’amore, la misericordia, il progetto e le promesse di Colui che lo ha mandato. Attraverso Gesù, Dio si fa visibile: proprio perché è un Mandato, quindi non ha autorità propria, rimanda continuamente a quel Padre da cui ha ricevuto tutto. La sua missione non è altro che l’espressione del dono totale di sé, dell’identità del Figlio come “colui che riceve la vita da…”. Questa missione non è proporzionata alle nostre forze, ma è proporzionata all’amore del Signore, quindi al suo dono. Perché il dono del Signore è esattamente questo: lo Spirito.
Nel nostro brano, la pace è dono del Signore, ed è dono del Signore lo Spirito. Qualcuno ha detto che “lo Spirito Santo è capace di fare una cosa sola, ma la fa molto bene: è capace di fare Gesù Cristo”. Dove arriva lo Spirito Santo, il mondo assume la forma di Gesù Cristo. Dove c’è lo Spirito, lì il mondo viene plasmato secondo quella forma precisa che era la forma del Figlio di Dio, la forma di Gesù.
vv. 22-23: Detto questo, soffiò...
Gesù aveva promesso anche il dono dello Spirito Santo. Anzi, lo “soffia” dentro di loro con un gesto insolito, che richiama consapevolmente l’attività creatrice di Dio soffiò la vita nelle narici di Adamo.
Il verbo utilizzato da Giovanni è enphysao, che nel Nuovo Testamento lo troviamo citato solo qui ed è lo stesso verbo utilizzato in Gen 2,7, che qui riportiamo: «allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente». Il parallelo col testo della Genesi suggerisce che Giovanni voglia presentare una nuova creazione (cf. Ez 37,9; Rm 4,17), sulla linea del discorso fatto da Gesù a Nicodemo in Gv 3,3: «se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». Soltanto lo Spirito di Dio è capace di ricreare l'uomo e strapparlo dal peccato (Ez 36,26-27; Sal 50,12-13; 1Re 17,21). Il soffio di Gesù dichiara la sua divinità, indicando, nel dono dello Spirito, la vera vita a cui la Chiesa deve attingere, una vita che spinge la Chiesa alla remissione dei peccati, che è il gesto stesso di Dio.
E disse loro: Ricevete lo Spirito Santo.
Per agire come Gesù e in nome di Gesù i discepoli devono diventare nuove creature; devono essere rigenerati da quello Spirito per opera del quale Cristo è stato concepito.
I discepoli hanno bisogno dello Spirito Santo e lo ricevono come Consolatore e Spirito. Lo Spirito Santo li introdurrà nella pienezza della verità (Gv 16,13-15). Lo Spirito è il dono del Cristo, viene dal «soffio» del Cristo Risorto; in ebraico il termine «spirito» e «soffio» coincidono, ricorda Gv 19,30.
Anche a Pentecoste gli Apostoli «furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Tale Pentecoste apostolica rifluisce su tutta l'umanità. È lo stesso Pietro a spiegare, nel suo primo kerigma, che questa irruzione dello Spirito non fa che realizzare la profezia di Gioele (cf. At 2,17-18).
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.
Qui abbiamo in maniera esplicita il mandato: la capacità di perdonare. Il perdono è la vera pace. Nel dono dello Spirito il potere di rimettere i peccati è dato all'intera comunità dei discepoli, che in quel momento, al Cenacolo, erano uomini e donne, vi era anche Maria, la Madre di Gesù (cf. At 1,13-15; 2,1). Quindi, non si sta alludendo al ministero della riconciliazione esercitato dal presbitero, ma di quel potere di Dio, perdonare, e che Egli stesso conferisce a tutti «non sette volte, ma settanta volte sette» (Mt 18,22). Questa, infatti, è l’esperienza che facciamo di Dio e lo preghiamo (o cantiamo) tutti i giorni nel Benedictus: «… per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,77). Questo, infatti, è ricevere il dono dello Spirito Santo: vivere quell’azione del Signore che non solo perdona, ma cancella, dimentica i nostri peccati, facendo di noi delle creature nuove (cf. Ger 31,34; Ez 18,22; 33,16).
Gesù risorge in modo umile e quel cammino che aveva chiesto ai suoi nella sua passione e nella sua morte, lo chiede anche nella risurrezione: la conversione e il perdono dei peccati. La misericordia e il perdono costituiscono ciò che la Chiesa è invitata a compiere. La parola di Gesù sul potere di rimettere i peccati accompagna il gesto col quale egli mostrava le piaghe della passione. Il ministero del perdono è ogni giorno attualizzazione del sacrificio di Cristo.
La comunità cristiana, e ogni cristiano in particolare, deve saper esprimere nella vita concreta il dono del perdono misericordioso di Dio attuandolo verso i fratelli. Essa è carbone ardente che continua a bruciare della carità di Dio.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Nel mio andare incontro a Lui, quanti dubbi e incertezze ci sono dentro e fuori di me?
Come vivo il mio credo nella resurrezione in questo mondo che mi circonda assetato di potere e di denaro? Come credo alla vittoria della vita sulla morte quando milioni di persone lottano ogni giorno per sopravvivere alla fame e alle violenze della guerra?
Come credo alla pace donata dal Signore risorto se non trovo pace dentro di me quando mi scontro quotidianamente con i miei limiti e con le cattiverie dell’altro?
Come vivo o posso vivere il perdono come comandato da Gesù?
Come accolgo e vivo il dono dello Spirito Santo?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
 
Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
 
Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore. (Sal 103).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Il Vangelo di oggi dona quell’energia per uscire dal luogo in cui siamo chiusi per timore, grazie al dono dello Spirito Santo. Con questa grande effusione dello Spirito Santo, siamo chiamati a una grande responsabilità: ricominciare un nuovo cammino, al cui centro sta la missione di portare a tutti il perdono riconciliante. 


lunedì 11 maggio 2026

LECTIO: ASCENSIONE DEL SIGNORE (Anno A)

Lectio divina su Mt 28,16-20

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio altissimo, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre, e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunziatori della salvezza offerta a tutti i popoli. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Questa domenica leggiamo e ascoltiamo la parte finale del Vangelo di Matteo, cinque versetti dove viene sottolineato l'intronizzazione definitiva di Gesù Cristo come sovrano dell'universo. Si conclude, qui, il tempo della presenza visibile di Gesù in mezzo ai suoi e si profila l'inizio del tempo della Chiesa, che è anche il tempo degli Apostoli, degli Evangelisti e, anche il tempo della scrittura dell'Evangelo.
Secondo questo testo conclusivo, il tempo della Chiesa è caratterizzato da un comando fondamentale che Gesù ha affidato alla comunità: l'evangelizzazione. Il programma per l'Evangelista e per il tempo della Chiesa è il seguente: «Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Il brano è collocato dopo l'apparizione di Gesù alle donne la mattina di Pasqua. Esse ricevono l’incarico di ragguagliare i discepoli e di inviarli in Galilea, perché vi possano vedere il Signore (v. 10).
Nel brano troviamo l’incontro con Gesù risorto. Dopo ci sarà la nuova presenza di Cristo Gesù nel mondo. Qui si chiude la storia del Gesù terreno per dare inizio alla storia dei discepoli che fanno lo stesso cammino nella storia del mondo intero.

Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 16: Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
I discepoli non sono più dodici ma undici. Il numero dodici si è spezzato, non è completo, non è perfetto. Giuda ha tradito (cf. Mt 27,3-10). Matteo non fa alcun accenno alla reintegrazione del numero dodici come fa Luca in At 1,12-26.
Gli undici prima dell'elezione di Mattia (At 1,12-26), si recano all'appuntamento con il Cristo risorto, come avevano detto loro le donne, non per riconoscerlo, ma per ascoltare la rivelazione definitiva. Il luogo è la regione della Galilea, dove è iniziata la vicenda tra Gesù e i suoi discepoli (Mt 4,18-22) e la prima missione ufficiale (Mt 10,1-16). Ed è il luogo dove Gesù ha vissuto la vita d’ogni giorno e iniziato il suo annuncio (Mt 4,12-17). È significativo questo particolare, perché ci dice che tutto finisce nello stesso luogo in cui tutto è cominciato. Nello stesso tempo, però, Galilea è il luogo della vita feriale, del lavoro, della vita di tutti i giorni: è dunque un po’ come se si dicesse che, per incontrare Gesù risorto, non dobbiamo scappare dalla nostra vita di tutti i giorni perché lì, in qualunque situazione, possiamo fare esperienza del Signore risorto. Per incontrare il Risorto bisogna ripartire dall’esperienza che si è fatta di Lui, occorre partire dalla Galilea per ritrovare il rapporto antico, l’amicizia e la comunione di un tempo. Per questo debbono «salire su un monte», come Mosè era salito sul monte Sinai per vedere la gloria di Dio e per ricevere la parola della Legge; anche loro debbono salire su questo monte per vedere il Signore Risorto e per ricevere da lui l’ultima decisiva parola d’insegnamento. Quale è questo monte indicato in questa pericope? Matteo è l’unico evangelista che fa iniziare e terminare l’attività di Gesù su di un monte (Mt 5,1; 28,16). Questa scena è anche l’ultimo dei riferimenti a Mosè, morto sul monte Nebo (Dt 34,1-5).
L’Evangelista non da un’indicazione topografica ma teologica. “Il monte” è una realtà, il luogo della terra più elevato e vicino al cielo. Per questo motivo, le culture antiche sul monte attestano la dimora della divinità. Salire sul monte significa poter aver accesso alla divinità o avere la condizione divina. In Matteo, il monte è quello delle beatitudini, dove Gesù ha detto la Parola (cf. Mt 5,1). Ciò vuol dire che il Signore lo incontro ascoltando la sua Parola.
Matteo presenta ancora un secondo monte, quello della trasfigurazione, dove i discepoli videro la gloria (cf. Mt 17,1) dove il Padre invitò all’ascolto del Figlio. Questo significa che posso incontrare il Signore Risorto nella misura in cui lo ascolto, e nella stessa misura lo vedo perché il mio, il tuo volto è trasfigurato a immagine del suo. Si diventa la Parola che ascoltiamo e la Parola ascoltata diventa la tua vita, prende carne nella tua vita e diventa il tuo volto, il tuo modo di essere; hai ascoltato il Figlio sei diventato figlio e ti fai fratello.
v. 17: Quando lo videro, si prostrarono.
Il versetto inizia con il verbo vedere, adoperato dall’Evangelista nelle beatitudini: «Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio» (Mt 5,8), verbo che non indica il semplice vedere dal punto di vista fisico, ma una profonda percezione della realtà, e che è usato per le manifestazioni divine (Mt 17,3; 26,64; 28,10).
Ora i discepoli vedono il Cristo risuscitato. Vederlo non dipende dalla vista, ma dalla fede, per questo lo adorano. Riconoscono, infatti, che Lui non è come uno di noi, Lui è il Signore, Lui è colui per cui vale la pena di vivere e di giocarsi la vita.
La capacità di vedere il Risorto si basa sulla fede dell’individuo, come nella risurrezione di Lazzaro, condizionata dalla fede che Gesù sollecita alla sorella Marta: «Non ti ho detto che se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40).
Il risultato del vedere è adorare. La parola proskunesis è segno che confessano Gesù il Signore risorto: è la confessione di chi crede e accoglie la presenza di Dio (cf. Mt 2,11; 4,9). Una presenza particolare, che conclude in un certo senso il percorso stesso di Dio, che dal «Io sono», diventa: «io sono con voi».
Essi però dubitarono.
Nello stesso tempo, dice l’Evangelista, questa confessione è attraversata dal dubbio, un dubbio che va di pari passo nel cammino della fede. Matteo sembra presentare così la comunità cristiana, una comunità che cammina tra fede e dubbio.
Il verbo “dubitare / vacillare” viene adoperato dall’Evangelista soltanto qui e quando Pietro azzardò a camminare sulle acque: “Cominciando ad affondare gridò a Gesù di salvarlo e il Signore gli stese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,30-31). Si tratta dunque di quel dubbio che ti fa vacillare e non ti rende forte nella fede. L’accostamento tra i due episodi vuole indicare che tutti i discepoli non hanno ancora la fede sufficiente per raggiungere Gesù nella pienezza della condizione divina.
Però il margine di dubbio è un margine di libertà, è il margine in cui si gioca la libertà. Il margine che significa la possibilità di una libera accettazione, di una libera scelta, nonostante che abbiamo capito che è il Signore.
v. 18: Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
Se al versetto 9 sono state le donne ad avvicinarsi a Gesù, qui è Gesù stesso che si avvicina e rivendica su se stesso quanto afferma la Sacra Scrittura: «uno simile ad un figlio di uomo»: «Gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano...» (Dn 7,14) con una sfumatura: per Matteo, Gesù, «non è venuto per essere servito ma per servire» (Mt 20,28), non viene a dominare le nazioni ma a liberarle comunicando loro lo stesso Spirito vitale di Dio. Questo è il potere di Gesù. Un potere strano che è espresso nel modo più bello nelle parole di un passante, nel momento in cui Gesù è sulla croce, inchiodato, quando dice di lui: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso» (Mt 27,42a); ha avuto il potere di fare del bene con le sue opere e parole, ma c’è un potere che Gesù non ha: di proteggere e salvare se stesso.
Da dove viene questo potere? Gesù si presenta come il Signore del cielo e della terra: ha l’«exousia», il potere. In questo caso “exousia” vuol dire «essere da» ed è quanto diciamo nella professione di fede: “Dio da Dio”. Quindi Gesù è uno che è da Dio e ha il potere di Dio. Questo potere Gesù lo riceve dal Padre quindi lo esercita non secondo il suo interesse, ma nella piena obbedienza al Padre, facendo la volontà del Padre. Tra il Padre e Gesù c’è un connubio d’amore, un rapporto d’intimità. Il potere di Gesù è questo: di dare la vita, di fare vivere, di rendere partecipi della vita stessa di Dio, della vita eterna (cf. Gv 17,2).
v. 19: Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli,
Gesù usa un imperativo. In quell’andate è racchiusa la missione di tutti, di coloro che hanno scoperto che Dio è Padre e che tutti sono fratelli.
Nel suo comando Gesù invita a “fare discepoli”. Si tratta di ricondurre tutte le nazioni al Cristo Gesù, al riconoscimento del Regno di Dio presente in Gesù, alla sequela di Gesù come il modo pieno di realizzare la propria esistenza davanti a Dio, e quindi la propria vocazione nella piena libertà e rispetto per tutti.
"I mezzi che abbiamo per «fare discepoli» sono principalmente il Battesimo e la catechesi. Ciò significa che dobbiamo condurre le persone che stiamo evangelizzando a incontrare Cristo vivente, in particolare nella sua Parola e nei Sacramenti: così potranno credere in Lui, conosceranno Dio e vivranno della sua grazia" (Benedetto XVI). Il battesimo, infatti, è segno di salvezza.
Con questa autorità/potere, la stessa del Padre, Gesù invia non solo i discepoli ma tutti i battezzati a tutta l’umanità: il regno di Dio si estende a tutti i popoli: è una chiamata a vivere la missione. Condividere l’esperienza della fede, testimoniare la fede, annunciare il Vangelo è il mandato che il Signore affida a tutta la Chiesa.
battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo
In questa parte del versetto abbiamo un eco della prassi liturgica odierna, ma in quelle parole si vuole indicare quell’ “immergere, inzuppare, impregnare” i singoli nel mistero Trinitario. “Battezzare” significa che il Padre con lo Spirito Santo immerge, annega, fa morire con Uno dei Tre, il Figlio, nella sua Morte di Croce, ma insieme fa con-risorgere con Lui. Per “battesimo” il Nuovo Testamento e i Padri, indicano l’Iniziazione integrale a Cristo Signore con il suo Mistero, e quindi anche il dono dello Spirito Santo e l’ingresso al Convito del Regno.
Il numero tre indica la pienezza, e qui vuole indicare la triplice realtà della condizione divina, cioè un amore incondizionato e illimitato. Sarebbe a dire: “Andate e ogni persona immergetela, impregnatela di questo amore, di questa passione, di questa morte, di questa risurrezione, di questa vita”. Infatti, la prima comunità degli Apostoli, dove aver ricevuto il dono dello Spirito Santo a Pentecoste, rinforzata nella sua fede e illuminata nel vivere Cristo, inizia subito a predicare e a battezzare (cf. At 2,1-12).
v. 20: insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Qui abbiamo una terza disposizione data ai discepoli: istruire gli uomini insegnando la sapienza di Dio. Un primo verbo che appare per la prima volta in Matteo è quello di “insegnare”. Gesù per la prima volta autorizza i suoi discepoli ad “insegnare”, “a osservare”, letteralmente “a praticare”, “tutto ciò che vi ho comandato”. E l’unica cosa che Gesù ha comandato in questo Vangelo, nel quale appare il termine “comando”, sono le beatitudini o l’amore che da esse scaturiscono. La pratica delle beatitudini significa orientare la propria vita al bene degli altri e verso Dio.
Il Battesimo di cui si parla deve andare insieme con una vita di comunione con Dio; per questo Gesù dice di insegnare quanto ha comandato. Ciò non va inteso semplicemente come insegnando le leggi della vita cristiana, non può essere insegnato con una dottrina, ma attraverso comunicazioni ed esperienze di vita. Vuol dire: insegnando a vivere in alleanza con Dio, da figli di Dio, in un modo che dia gloria a Dio, e che manifesti nella vita dell’uomo la presenza dell’amore di Dio stesso.
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Queste parole ci richiamano il momento in cui Mosè fu inviato a liberare il popolo d'Egitto, ricevette da Dio una certezza, l'unica certezza che offre garanzia totale: «Va, io sarò con te!» (Es 3,12). E questa stessa certezza venne data ai profeti e ad altre persone inviate da Dio per svolgere una missione importante nel progetto di Dio (Ger 1,8; Gdc 6,16). Maria ricevette la stessa certezza quando l'angelo le disse: «Il Signore è con te» (Lc 1,28). Gesù, in persona, è l'espressione viva di questa certezza, perché il suo nome è Emmanuele, Dio con noi (Mt 1,23). L’evangelista Matteo lo dice fin dall’inizio del Vangelo come una parola chiave e lo riprende alla fine con l’espressione: «io sono con voi tutti i giorni». Non si tratta di una casualità periferica del vangelo matteano. Gesù è il Figlio di Dio nel quale e attraverso il quale Dio si fa presente nella storia del suo popolo. Lui sarà con i suoi discepoli, con tutti noi, fino alla fine dei tempi.
Matteo fa riferimento qui alla Presenza di Dio, che si realizzava nel Tempio. Ora che il Tempio è stato distrutto, la Presenza si situa «dove due o tre sono riuniti nel nome di Gesù» (Mt 18,20). È la qualità dell’essere cristiano che richiama questa parte finale del versetto e non la fine del mondo (la traduzione sarebbe “del tempo”), una sorta di paura che abbiamo ancora ai nostri giorni. Ma niente paura perché Gesù si fa compagno di viaggio nella missione più impegnativa. Lui sarà sempre presente e per sempre, fino alla fine della storia, perché Lui è il primo e l'ultimo (Ap 1,17).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Gesù è veramente il mio Maestro? 
È Lui la vera guida della mia esistenza, delle mie scelte, delle mie aspettative per il futuro?
Imparo da Lui a dare valore e consistenza nella vita?
Come vivo la presenza di Gesù tutti i giorni? Come vivo l’amore tramandatomi da Gesù?
Sento in me uno spirito da figlio adottivo del Padre che mi induca ad esercitare la mia libertà nei rapporti con gli altri ed in particolare con coloro che non credono?
Mi metto in ascolto della Parola per “salire sul monte”, così come ha indicato Gesù?
Come accolgo la presenza di Dio nella mia vita?
Vivo una chiara scelta di testimonianza, per essere missionario della potenza salvifica di Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. 
 
Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.
 
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
 
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo (Sal 32).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lascio gridare al mio cuore le parole del Vangelo, per lasciare esprimere meglio il volto di Gesù, la dimensione dell’amore trinitario nella mia vita di tutti i giorni, per essere, con il cuore ricco di speranza, testimone dell’amore misericordioso di Dio e promotore di pace, fino al compimento del secolo.


martedì 5 maggio 2026

LECTIO: VI DOMENICA DI PASQUA (Anno A)

Lectio divina su Gv 14,15-21
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16 e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Anche questa domenica continua il discorso del commiato di Gesù. È avvenuta la lavanda dei piedi e la cena, in cui il Maestro esplicita l’estremo dono di amore per i suoi discepoli. I versetti 15-24 costituiscono una sola voce legata al verbo amare, che nel brano ricorre come una sorta di ritornello. L’amore di cui parla Gesù è l’amore che salva con il dono totale di sé, perché è l’amore a edificare la comunione. Colui che percorre la via del comandamento dell’amore diventa egli stesso linfa d’amore di cui Dio si serve per costruire la comunità.
Come possono i discepoli essere uniti a Gesù se egli se ne va da loro? Come possono ancora amarlo? A queste domande risponde e si sviluppa il brano.
L'attenzione sul brano è posta sul rapporto personale di fede e di amore del discepolo e della Chiesa, con Gesù suo Signore, nella prospettiva della resurrezione e della vita nello Spirito; dunque, un discorso rivolto ai credenti di ogni tempo e di ogni luogo.
Il testo ha uno spiccato timbro trinitario e costituisce uno dei cinque brani, contenuti nei discorsi d'addio del vangelo giovanneo, in cui si parla dello Spirito Santo. L'unità letteraria è data dalla promessa della presenza dello Spirito (vv. 15-17), di Gesù (vv. 18-21) e nella sezione finale che non è inclusa nella pericope odierna (vv. 22-26), del Padre. Con la discesa dello Spirito Santo e nell'amore verso il Padre e il Figlio, tutti i credenti in Cristo saranno continuamente accompagnati dal suo amore.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 15: Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
Nel precedente capitolo, Gesù aveva detto: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Ora è riferito alla sua persona.
I greci usano quattro verbi per dire amare. Qui viene utilizzato il verbo “Agapan” che è il verbo che indica, in coloro che lo vivono, che non cerca il proprio interesse. Esso ricorre 259 volte nel Nuovo Testamento, ciò vuol indicare l’importanza che Gesù dà a questo verbo che non cerca interessi. Nel nostro brano questo verbo lo troviamo quattro volte.
Cosa vuol dire amare Gesù? Scegliere la sua proposta di vita, unire la propria vita alla sua. Questo è l’amore che Gesù chiede. E Gesù ci chiede quanto siamo disposti a puntare sulla sua proposta.
Quali sono i comandi di cui parla Gesù e che gli appartengono? L’osservanza dei precetti del Signore costituisce il banco di prova dell’amore per il Figlio di Dio. "Entolài" è il termine con cui la Bibbia greca detta "Settanta" rende l'originale ebraico "Le 10 parole" (che corrispondono ai famosi "10 comandamenti"); ma nella concezione biblica la Legge-comandamento è soprattutto la rivelazione divina che conduce alla vita; i "comandamenti" sono "indicazioni per un cammino", quello della salvezza, cioè quello che porta al senso e alla pienezza della vita; ecco perché, "se" si ama il Signore, ci si troverà incamminati nella via autentica. Quindi l’osservanza dei comandamenti è conseguenza e condizione dell’amore verso Gesù. Vivere i comandamenti significa scoprirsi amati. Allora nasce una risposta piena di gratitudine a una salvezza già ricevuta. Allo stesso tempo è “condizione” per amare Cristo in modo autentico e vivo.
v. 16: io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Gesù promette di pregare il Padre affinché possa donare lo Spirito di verità, il Paràclito. La parola Paràclito in greco significa: “chiamato vicino”, “avvocato”; sia il termine che il verbo parakalein da cui deriva, può significare anche “esortazione”; nei LXX hanno il senso di “dare gioia, consolare” con riferimento esplicito ai beni dell’epoca messianica e al senso della gioia che ne deriva (cfr. Is 40, 1); nel NT si riferiscono all’annuncio profetico cristiano (cf. At 2, 40; 1Cor 14,3).
Anticamente non c’era l’istituzione degli avvocati; ogni imputato doveva difendersi da solo, cercando di portare testimoni che lo scagionassero dalle accuse. Accadeva a volte che qualcuno, pur non essendo colpevole, non riuscisse a provare la propria innocenza oppure che, pur avendo commesso il crimine, meritasse il perdono. Per costui rimaneva un’ultima speranza: che in mezzo all’assemblea ci fosse un uomo onorato da tutti per la sua integrità morale e che questa persona irreprensibile, senza pronunciare alcuna parola, si alzasse e andasse a porsi al suo al fianco. Questo gesto equivaleva ad un’assoluzione. Nessuno più avrebbe osato chiedere la condanna. Questo “difensore” era chiamato “paraclito”, cioè, “colui che è chiamato a fianco di chi si trova in difficoltà”.
Gesù prega il Padre perché dia ai discepoli il dono di un altro Paràclito. Questo fa intendere che Gesù si presenta come il primo Paràclito (cf. 1Gv 2,1), Colui che è stato accanto ai discepoli; lo Spirito che lo sostituisce o, meglio, che continua la sua opera presso i discepoli è «un altro». Ciò non significa che ci sono diversi Paraclito o Consolatore. Se Gesù con la sua presenza ci ha fatto il dono del suo Spirito, con l’andarsene darà la pienezza dello stesso Spirito, ci dona tutto il suo amore. E questo sarà per sempre.
Al dono dello Spirito viene attribuita una duplice funzione: anzitutto quella di vincere la solitudine del discepolo nel mondo; poi quella di illuminare l’esistenza del discepolo attraverso un insegnamento perfetto. La venuta e la permanenza dello Spirito presso il discepolo è collegata strettamente all’amore; all’amore del credente per Cristo, all’amore di Cristo e del Padre per il credente.
v. 17: lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Lo Spirito della verità è il dono del Padre al Figlio ed è il dono del crocifisso risorto agli apostoli riuniti nel cenacolo. L’espressione “Paraclito” per indicare lo Spirito è già usata nel giudaismo ed è ripresa solo dal quarto vangelo, ed indica la relazione tra lo Spirito e la verità e quindi suggerisce che quest'ultima è una realtà interiore; infatti, lo Spirito agisce nel cuore dell'uomo per renderlo un vero uomo.
Il legame tra Spirito e verità è da capire sia in senso negativo (si oppone all'errore e alla menzogna, cf. 1Gv 4,6; Gv 8,44), sia più precisamente perché ha lo scopo di far comprendere, attraverso l'intelligenza della fede, tutto quanto ha detto e fatto Gesù Cristo e dunque aiuta a progredire nella sua conoscenza e a rendergli testimonianza. Il «mondo», incapace di ricevere lo Spirito della verità perché non lo vede e non lo conosce, è quello schiavo dello spirito mondano di cui parla Gesù in Gv 12,48: «Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno».
Il dono dello Spirito può essere ricevuto solo da chi si è aperto alla fede in Gesù Cristo, per questo coloro che lo hanno rifiutato e sono rimasti nelle tenebre, indicate qui con il termine mondo, non possono riceverlo, né vederlo, né riconoscerlo (cf. 7,34; 8,21). Il testo si ricollega alla contrapposizione, più volte presentata nel vangelo di Giovanni, tra coloro che accolgono il Cristo e quanti si chiudono alla sua parola.
I discepoli al contrario conoscono lo Spirito di verità, così che Egli può rimanere presso di loro e, dopo la resurrezione di Gesù, sarà in loro.
Ci sono due piani nel discorso di Gesù: quello presente, rivolto ai discepoli e quello futuro, per la Chiesa dei secoli a venire, che grazie alla testimonianza di quanti per primi hanno creduto in Lui, potrà a sua volta vivere l'esperienza del dono dello Spirito e della comunione con Dio da Lui operata nel cuore di chi crede (cf. 20,29).
L'esperienza e la conoscenza della vita del Risorto costituiscono già per Giovanni la vita eterna.
vv. 18-19: Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
Dopo aver promesso il dono dello Spirito, ora Gesù promette ai suoi, che già li vede tristi, che non ci lascia orfani, questo non accadrà. Il termine “orfano” significa “orbato” quasi a dire che gli manca la vista, gli manca qualcosa o qualcuno prezioso. I discepoli riconoscono che senza il Maestro, senza Gesù, non possono stare, non si sentono più discepoli.
Il v. 18 richiama al v.13, ma possiamo chiederci, di quale ritorno sta parlando Gesù? Il Signore non lascia soli i suoi discepoli; rimane presente nel dono dello Spirito, nell'esperienza dell'amore (cf. v. 21) e nel dono della pace (cf. v. 27). Se la crocifissione e la morte faranno sparire Gesù agli occhi del mondo, Egli resterà visibile a coloro che vivono la Sua stessa vita, che vi sono ancorati come i tralci con la vite. Gesù, apparendo agli apostoli nel cenacolo, si pone davanti a loro mostrando le ferite della passione, che sono il segno del suo amore. Tommaso e gli altri apostoli hanno creduto perché hanno visto. La loro fede è beata perché sono stati destinatari di un privilegio, ma, dice Gesù, «perché m'hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non han veduto, e hanno creduto!», hanno creduto che sono presente nel loro cuore come forza e sostegno della loro vita.
Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.
L’espressione “ancora un poco” la ritroviamo ricorrente nell’Antico Testamento, indica la venuta dell’epoca escatologica (cf. Is 2,17; 4,1-2; Ger 4,9; Zc 2,15). Questo ci suggerisce quel pensiero che Gesù alluda alla sua morte ma anche alla sua resurrezione: tra poco il mondo non vedrà più Gesù, perché egli sta per morire sulla croce, ma coloro che credono in lui potranno di nuovo vederlo (cf. At 10,40-41). Coloro che avranno in se stessi una fede anche piccola e la forza dello Spirito Santo, vedranno Gesù e potranno vivere della sua stessa vita. I discepoli avranno questa gioia se entreranno nella Pasqua del Signore, se risorgeranno anch’essi e questo vorrà dire passare dalla morte alla vita, cioè passare dall’egoismo all’amore certi di vivere di Lui.
v. 20: In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Il versetto si apre con la letteratura profetica che indica il tempo escatologico (cf. Am 9,11; Os 2,20; Mt 24,36; ecc.). Nella Bibbia quando si parla di “quel giorno”, fa riferimento al “giorno del Signore”. Esso è il giorno della fine del mondo, è il giorno in cui Dio rivela la sua Gloria, è il giorno in cui salva l’uomo. Quel giorno, è il giorno della Resurrezione. Qui abbiamo un rimando in Gv 20 nel quale Gesù si fa vedere da Maria Maddalena nel giardino presso il sepolcro aperto e poi nel cenacolo.
Ora, a quel giorno, mancano tre giorni e quel giorno i discepoli capiranno che il dare la vita per amore non è morte ma è pienezza di vita e capiranno che Gesù, il Figlio, è nel Padre. Inoltre, i discepoli capiranno che sono nel Figlio. Sarà una risposta d’amore, sarà un dono dello Spirito che permetterà di conoscere la partecipazione alla comunione tra le divine persone. Sarà un dono pasquale che aprirà la mente e il cuore alla comprensione del legame tra Lui e il Padre. Inoltre, quel giorno capiremo un’altra cosa: che noi siamo in Lui: Voi siete in me. È l’amore che parla: noi siamo amati infinitamente da Lui, tant’è vero che ha preso su di sé la nostra morte dando la vita per noi. E questo sarà anche un punto di arrivo: Lui è in noi. Perché noi, rispondendo al Suo amore lo amiamo e, se lo amiamo, entra nel nostro cuore, entra nella nostra vita, viviamo di Lui. Ed è questo il dono pieno del suo Spirito che ci guida alla comprensione dell’inabitazione divina. «Essere in» allora vuol dire “fare casa”, “vivere l’uno per l’altro”. Questa è la vita eterna: vivere per l’altro e non per sé stessi (cf. Rm 14,7-12). Non vi è gioia più grande che sapersi amati dall’altro e sapere che l’altro si senta veramente amato.
v. 21: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".
L'esortazione di Gesù ad osservare i suoi comandamenti, essenza del messaggio del libro del Deuteronomio, chiude questo brano così come l'aveva aperto e si ricollega al v. 23; l'amore e l'obbedienza a Cristo ci fa ottenere l'amore del Padre e l'esperienza intima e profonda della comunione con Lui. Viene ancora una volta ribadito l’importanza dell’osservanza dei comandamenti che un mettere in pratica il comandamento dell’amore.
Attenzione però all’esteriorità. Gesù si riferisce a quella capacità di prendere sul serio tutti i suoi insegnamenti, la sua Parola, che risiedono in tutto il Vangelo, che con una sola parola, forse la più pressante, è: ama! E questo si riconosce il discepolo: dal fatto che ama. Solo chi è disposto a crescere, a progredire nell’amore può anche dire di amare Gesù.
Allora quei verbi “accogliere”, “osservare”, riportate nel versetto, assumono lo stesso senso di conoscere, praticare e progredire nell’amore. In altre parole, diventare casa di Dio, perché solo nell’amore Dio prende dimora. La comunità diventa l’unico santuario dove si manifesta l’amore del Padre, l’incontro con il Vivente. Quanto più grande sarà la risposta degli uomini praticando l’amore gli uni verso gli altri, tanto più grande sarà la risposta del Padre con una nuova effusione dello Spirito Santo e di nuove capacità d’amore ai suoi. Infatti, lo Spirito Santo è mandato appositamente per venire in aiuto alla nostra debolezza (Rm 8,26) e ci accompagna giorno dopo giorno a maturare nell’amore come Gesù stesso.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quali paure o chiusure mi fanno vivere come se fossi “orfano”, dimenticando che lo Spirito del Risorto abita in me e nella comunità?
Come vivo la presenza dello Spirito Santo nella mia vita di fede? Sperimento il suo aiuto, la sua luce? In quali occasioni?
Cosa significa per me amare Gesù Cristo? Come lo esprimo nella vita quotidiana? Come coltivo questo legame con Lui, soprattutto nelle relazioni più difficili?
Come comprendo la comunione con Gesù risorto, il suo Spirito e il Padre: solo come esperienza personale o come realtà comune per tutti i credenti?  
Sono aperto a creare un mondo nuovo, nella linea dettata dallo Spirito di Dio, in occasione di testimonianza, comunione e gioia?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!
 
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
 
Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.
 
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. (Sal 65).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Riuscire a capire questo progetto d'amore è una grossa fatica. C'è bisogno di accogliere e pregare ogni giorno lo Spirito Santo, perché possa trasformaci interiormente e darci la forza per cambiare la nostra vita e la nostra storia facendoci entrare sempre più in comunione con Dio e con tutti nella vita di ogni giorno.



lunedì 27 aprile 2026

LECTIO: V DOMENICA DI PASQUA (Anno A)

Lectio divina su Gv 14,1-12
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1 Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via».
5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Siamo dentro i discorsi di commiato che Gesù fece nel Cenacolo (Gv 13,31-17,26). Siamo al cap. 14 che è caratterizzato da diversi momenti importanti. Il timore della dipartita imminente di Gesù domina il capitolo che è temperato da Gesù invitando i discepoli ad avere fede in lui, a rimuovere ogni sentimento di tristezza e angoscia (cf. Gv 14,1).
Tutto questo avviene dentro il Cenacolo. Nel precedente capitolo c'è stata la lavanda dei piedi, l'annuncio del traditore, il comandamento nuovo e l'annuncio del rinnegamento di Pietro.
Dopo che Giuda è uscito dal Cenacolo, Gesù dice apertamente: «io sto per lasciarvi». Son passati almeno tre anni, tutto il tempo in cui i discepoli hanno vissuto ore insieme al Maestro legandosi a lui. Ora ricevono quest’annuncio drammatico. Da qui il loro turbamento, il loro fallimento e le domande poste da tre discepoli: Tommaso (Gv 14,5), Filippo (Gv 14,8) e Giuda Taddeo (Gv 14,22).
Dopo la replica dei tre discepoli, due per il nostro brano liturgico, Gesù conclude allora con una delle autorivelazioni più ricche di tutto il quarto vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita” (v. 6), perché solo attraverso di lui il Padre si rivela (verità), dona la vita (vita), e perciò egli è l’unica strada (via) per raggiungerlo. I discepoli dovrebbero conoscere il Padre e la via che vi conduce. Ma Tommaso confessa, a nome di tutti, che non la conoscono.
Il brano raccoglie quelle risposte di aiuto ai dubbi e alle difficoltà che stesse comunità incontravano. Possiamo concludere dicendo che l’intero capitolo è un insegnamento di come vivere il rapporto con Gesù e con il Padre.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Questo capitolo si apre con il turbamento da parte dei discepoli. Il turbamento è qualcosa che mette in movimento, in dubbio interiore, incertezza, imbarazzo. Il verbo usato (ταρασσέσθω = Tarassestho) indica proprio uno sconvolgimento, un essere sbalestrati, scossi; un essere rimossi da qualcosa, destabilizzati, instabili. Quindi molto diverso da un semplice turbamento.
Gesù, senza nessuna meraviglia a questo turbamento, risponde con queste sue parole che troviamo sia in questo versetto, che alla fine del capitolo (v. 27) e che dominano nell’intero capitolo.
Le parole di Gesù richiamano le parole di Mosè quando ormai se ne va e dice al popolo: «State tranquilli, non abbiate paura, vedrete, abbiate fede in Dio» (Es 14,13-14). Il turbamento, infatti, è una prova. Lo si può superare con la fiducia in Dio e in Gesù Cristo.
Il versetto, quindi, è l’inizio di un discorso, sì di addio, ma di consolazione per aiutare a placare le ansie, i turbamenti, paure, tutti atteggiamenti che viviamo anche noi: ci sentiamo anche noi inadeguati alla missione affidataci da Gesù.
Il versetto si chiude con l’altro imperativo: «abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Quest’invito è fatto a quei credenti, figli di Abramo, in attesa del suo “Giorno”, che già riponevano fiducia in Dio per placare quelle ansie, paure, confessate. Gesù richiamando Abramo si pone a quel livello e chiede la stessa fede anche in lui, nella sua persona. Solo la fede in Dio e nel suo Figlio Gesù potrà aiutare i discepoli a superare la paura e il turbamento di fronte ad eventi che saranno al di là della loro comprensione.
Qui abbiamo la grande novità cristiana rispetto alla fede dei credenti nel Dio di Abramo: credere in Gesù di Nazaret come si crede in Dio. È la fede che troviamo nella comunità giovannea. È la nostra fede.
vv. 2-3: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.
Si parla di una casa. Nella chiesa primitiva vi era la consuetudine di paragonare la comunità viva di Dio a una casa (cf. 1Cor 3,9; cf. anche Eb 10,21). Gesù dice: “casa del Padre mio”. Quale è questa casa del Padre? Certamente non stiamo parlando di Paradiso e posti numerati. Gesù aveva chiamato la casa del Padre il tempio, difendendola da coloro che all’interno mercanteggiavano (Gv 2,13-25). Gesù è il Tempio. Il tempio è la casa dell’amore, perché uno abita dove è amato; è la casa dell’intimità.
In questa casa abbiamo «molte dimore», che letteralmente, in greco, indica l’atto del rimanere. Questo rimanere, dimorare è molto presente nel linguaggio giovanneo. Rimanere, abitare è una possibilità data a tutti di rimanere, ma solo se osservano i comandamenti, soprattutto l’osservanza del comandamento dell’amore. possono abitare, rimanere con lui.
L’immagine è quella di una dimora comune tra Dio e l’uomo. Questa dimora è quell’intimità divina che Gesù presentò alla Samaritana (cf. Gv 4,21-24). Le dimore sono molte perché molti sono i figli e c’è posto per chiunque nel cuore del Padre. Il cuore del Padre è la dimora, è la casa di cui parla Gesù e Gesù, dopo la sua morte, fa ritorno a questa casa, al cuore del Padre, all’amore del Padre.
Gesù ci conduce in quest’intimità, la prepara per noi. Ecco il posto che prepara: dona la vita e qui attende tutti coloro che si fidano di lui. Ma non è la fine. In realtà il suo andarsene è un ritorno, perché quanti si fidano di lui, possano stare accanto a lui e donare la vita come ha fatto lui.
vv. 4-5: E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
Qui Gesù introduce il tema della «via». Ad Antiochia i primi cristiani prima di essere chiamati tali (cf. At 11,26), venivano chiamati “quelli della via” (At 9,2): questi sono coloro che hanno l’amore nel cuore e sono felici (cfr. Sal 84,6) perché seguivano la via che è Gesù.
La risposta di Tommaso sembra celare questa via misteriosa. Mette una barriera tra noi e Gesù. Eppure, Tommaso è quel discepolo che era disposto a morire per Gesù (Gv 11,16). È colui che voleva dare la vita per l’amico. Ma stenta a riconoscere quella via di cui ne è possessore, non conosce e alla risurrezione dirà «non credo» (Gv 20,25). E Tommaso (chiamato didimo che significa gemello) ci rappresenta. Rappresenta l’uomo buono e generoso ma che non ha capito il significato della morte come dono d’amore. Anche lui ha bisogno di conoscere la vera via, la via dell’amore compiuto, la via del lavare i piedi, la via del boccone dato a Giuda, la via del dono della vita, la via del perdono, la via che riconduce alla casa del Padre: questa è l’unica via, quella dell’amore, che ci fa essere con lui e come lui.
vv. 6-7: Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Tommaso è incerto ma non ci sta una risposta alla sua incertezza tranne che il peso e la concretezza della figura di Gesù. Egli è il percorso, il mediatore unico e definitivo nei confronti di Dio. Per questo la prima parola di Gesù è: «Io Sono» (Es 3, 6.14). Questo è il nome con il quale Dio si è rivelato ed è il modo con il quale Gesù, nel Vangelo di Giovanni, parla di sé. E dice: «Il Sono la via».
La via è una strada che conduce verso casa. Gesù è la via perché è il Figlio che era presso il Padre (Gv 1,1) ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14) e tornando al Padre ci ha mostrato la via di casa, l’accesso al Padre. Già l’evangelista Matteo ci fa capire che la conoscenza profonda del Padre la possiede solo il Figlio e al Padre si arriva attraverso il Figlio (cf. Mt 11,27): Egli rimane la via unica. Lui è la via e nella tradizione ebraica la via è la legge che dà il via alla vita: la via di Dio.
Gesù spiega a Tommaso che la via non è una strada da percorrere, è una persona da seguire; che la verità non è un concetto astratto, è un uomo da frequentare e che la vita non è semplicemente un fatto biologico, la vita è amare come si è amati da Colui che ti ama. Solo accostando la sua mano e il suo dito sui segni della passione, Tommaso scoprirà tutto questo.
Gesù essendo via è anche verità. La verità è il fondamento stabile nella vita degli uomini. Quindi non una ricerca scientifica, razionale. La verità di Dio è relazione d’amore con gli uomini. È un modus vivendi. È dono assoluto che scaturisce dal Padre attraverso lo Spirito, datore di ogni verità. Questa verità è conoscenza del Padre attraverso il Figlio. Solo chi conosce il Figlio conosce il Padre e il suo amore. Infatti, non si può credere, aderire a Dio se non attraverso di lui, “immagine” unica e vera “del Dio invisibile” (Col 1,15).
Gesù è anche la vita. Gesù stesso dice che «chi mangia la sua carne e beve il mio sangue ha la vita eterna» (Gv 6,54). È un linguaggio per affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente e ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo come noi che siamo suoi fratelli.
Il cristiano rapportandosi al dono di questa vita e ricevendola, vive un pezzo di Paradiso e può esclamare: «non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (cf. Gal 2,20).
vv. 8-9: Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»?
Riprendendo l’incertezza di Tommaso, anche Filippo obietta. Filippo è tra i primi discepoli di Gesù che aveva detto di Gesù che fu preannunciato da Mosè e dai profeti (cf. Gv 1,43-45). Ancora una volta l’uomo non comprende. Filippo non comprende la vera identità di Gesù e chiede di vedere, di capire chi è il Padre anche se Gesù ha già
risposto affermando di essere la via e la verità, cioè il luogo dove il Padre si manifesta. Il desiderio di vedere Dio richiama il desiderio di Mosè: «Mostrami il tuo volto» (Es 33,18). Anche il Salmista, facendosi voce di ogni uomo, prega col desiderio di vedere il volto di Dio e riscoprirsi in quel volto (Sal 42-43), perché «Dio ha messo l’infinito nel cuore dell’uomo» (Qo 3,11).
Questo grande desiderio dell’uomo fa scaturire in Filippo la richiesta di vedere il Padre, senza sapere che Gesù è la narrazione del Padre. Se Tommaso non ha visto la via che aveva davanti agli occhi, Filippo non ha visto il Padre che aveva davanti ai suoi occhi. Per questo Gesù risponde con ironia dicendo che tutta la sua vita è stata una rivelazione del Volto del Padre, perché il Padre ha il volto uguale al Figlio. E a noi, ancora oggi, ripete «chi ha visto me ha visto il Padre»: il Padre è la nostra origine; quindi, è la nostra natura perché creati a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26). Un’immagine è la riproduzione più o meno esatta di qualcosa, la somiglianza significa che ne riproduce sia l’aspetto esteriore, sia aspetti, qualità, caratteri intrinseci. Per questo Gesù risponde a Filippo con questi toni.
Chi non riesce a vedere il Padre in Gesù, in Colui che fa le stesse cose del Padre, è perché aspettava un altro messia (cf. Mt 11,2-6).
vv. 10-11: Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
All’inizio del Vangelo, Giovanni dice: «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18). Filippo fa fatica a capire che Gesù è l’unico mediatore per entrare in relazione con Dio Padre, ma è anche il volto visibile di Dio. Ora in Gesù abbiamo quella sensibilità e visibilità del Dio invisibile e quest’accesso l’abbiamo perché Cristo Gesù è il volto visibile di Dio, la gloria stessa di Dio (cf. Col 1,15-20). L’uomo Gesù è il Figlio di Dio; l’uomo Gesù glorificato nella resurrezione è Dio stesso, come confessa Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28).
Dio lo si incontra in Gesù: nella sua umanità si può vedere Dio, guardando l’agire di Gesù e ascoltando e vivere le sue parole si può incontrare Dio. Questo è lo specifico, la singolarità della fede cristiana: scandalo per ogni via religiosa, follia per ogni saggezza umana (cf. 1Cor 1,22-23).
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
La conoscenza del Padre è subordinata alla conoscenza di Gesù. Più è vera e autentica l’adesione a Gesù e più è grande la possibilità di conoscenza del Padre. Allora quel «Credete a me» vuol dire fondare la propria esistenza in Lui, perché Lui è il senso della nostra vita. Significa fare esperienza che il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio, cioè fare esperienza dell’amore, un’esperienza sempre in cammino. Questa è un’eredità che lascia il Signore a tutti noi e ci vorrà tempo, amore, perché diventi vita della propria vita e credere diventerà, con amore, un’opera. “In tal modo amare sarà già un camminare” (San Gregorio Magno) per la via che è Cristo.
I discepoli sembrano increduli, esterrefatti per questo Gesù invita a credere per mezzo delle opere, invita a ravvivare lo spirito, invita alla trasformazione interiore per ripercorrere la via di casa. E questa via di casa si può intraprendere nel comprendere le Scritture, dove scopriremo il volto del Padre e le sue opere.
v. 12: In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.
Qui abbiamo il principio motore della fiducia in Gesù. Gesù ci rassicura che anche noi, grazie allo stesso Spirito di Gesù, compiremo delle opere “ancora più grandi”. Avere lo Spirito di Gesù significa avere la vita stessa di Dio, far parte della Trinità già su questa terra.
L’opera di Dio non cessa perché Gesù fa ritorno al Padre. Noi siamo i continuatori di quest’opera. Questa è l’opera grande: porsi in stato di servizio, di donazione, unico atteggiamento che rispecchia l’azione del Risorto in noi, eredità lasciataci da Gesù: amare fino al dono di se. E questo lo si può fare stringendoci a Cristo pietra viva perché possiamo proclamare le sue opere ammirevoli, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (1Pt 2,4-9). Coloro che crederanno, grazie al dono dello Spirito Santo, collaboreranno al progetto d’amore di Dio sull’umanità proseguendo l’agire di Dio nella storia.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale turbamento nella mia vita di cristiano?
In questi anni, sono stato con Lui, ma ho visto il Volto del Padre? Cosa ho capito del Padre? E quindi di me come figlio?
Anche in me, come per Tommaso e Filippo, traspare il desiderio di Dio?
Quale è la via che conosciamo, che seguiamo?
Avendo in eredità lo stesso Spirito di Gesù, sono pronto a realizzare le “opere più grandi”?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
 
Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.
 
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame. (Sal 32).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Quando uno scopre Gesù come la via, la gioia entra nella sua vita. Entra per sempre, ed è una gioia radicata in noi e che nessuno può toglierci, come ha promesso il Signore. E questa gioia di essere discepoli di Gesù diventa testimonianza, apostolato, missionarietà. (Papa Francesco).