martedì 18 agosto 2026

LECTIO: XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno A

Lectio divina su Mt 16,13-20
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, fonte di sapienza, che sulla solida fede dell'apostolo Pietro hai posto il fondamento della tua Chiesa, dona a quanti riconoscono in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente di diventare pietre vive per l'edificazione del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nella sezione che intercorre tra il terzo e il quarto dei discorsi di Gesù (cc. 14-17), Matteo riporta la sezione marciana che va dalla visita di Gesù a Nazareth fino al secondo annunzio della passione (Mc 6,1-9,32). Dalla terza parte della sezione di Matteo (16,13-17,27), di carattere più esplicitamente ecclesiologico, la liturgia riprende anzitutto, con qualche ritocco, il brano iniziale, cioè la professione di fede di Pietro.
In Matteo, diversamente da Marco, questo brano occupa un posto centrale, in quanto egli ha scritto il vangelo con lo scopo di proclamare la messianicità di Gesù. Infatti, l’episodio di Cesarea di Filippo rappresenta una delle grandi svolte del racconto di Matteo.
Gesù sta gettando le fondamenta della Chiesa, la realtà che continuerà a renderlo presente e operante nel mondo dopo la sua morte, risurrezione e ascensione al cielo e l’Evangelista mette in risalto la figura di Pietro, come colui sul quale si fonda la Chiesa di Cristo.
Nel brano possiamo cogliere un’esperienza di conoscenza e di fede sul mistero della persona di Gesù. Due elementi del cammino che non si conquistano con i meriti né con i ragionamenti. La fede è dono di Dio Padre che nella sua bontà pedagogica ci aiuta a superare noi stessi permettendo a Dio di essere la nostra sicurezza, il nostro baluardo, la nostra roccia. Questa stessa fede ha accompagnato quei personaggi che la storia biblica ci ricorda ancora oggi e che si ricongiunge Figlio di Dio, alfa e omega.
Ancora oggi, anche noi, è data la possibilità di vivere questa esperienza di fede!
 
Sostare con la Parola (Meditare)
vv. 13-14: Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?».
Siamo a Cesarea detta “di Filippo” (per distinguerla da "Cesarea marittima"), sulle pendici meridionali del Monte Ermon, presso una delle sorgenti del fiume Giordano, luogo importante per Gesù in quanto è uno dei vertici del mistero evangelico. Cesarea era chiamata anche Paneas (per la presenza di un tempio dedicato al dio Pan, il dio pagano della natura) - oggi Baniyas.
Siamo a una svolta del Vangelo e Gesù ha preso la decisione e darà il via al suo cammino doloroso, che lo porterà sulla croce. Lui ha chiara la sua identità ma ha bisogno che anche i suoi la riconoscano e sceglie ancora una volta un luogo pagano, una località dalla vita agiata da parte dei loro abitanti.
Per Gesù è arrivato il tempo delle domande decisive per la fede dei discepoli in Lui, nella sua identità reale. Proprio una domanda simile era stata posta a Gesù dai discepoli del Battista (cf. Mt 11,2-3). Gesù aveva rimandato allora alle opere messianiche ed alla beatitudine di chi non avrebbe subito scandalo da Lui (cf. Mt 11,6).
L’espressione greca “il Figlio dell'uomo”, traduce due espressioni con significato diverso. La prima (bar-adam) indica l'uomo in quanto creatura, debole; la seconda (bar-nash) indica il principe ereditario e colui che è cittadino di pieno diritto, libero. Con Daniele quest'ultima espressione passò ad indicare il capo del popolo di Dio, diventando così un titolo specificatamente messianico (cf. Dn 7,9-10).
Ora Gesù chiede: l’umano che io incarno, la gente che ne dice, a chi somiglia? Interessa a qualcuno? Come valutano l’umano che io rappresento? È un interrogatorio trepidante per capire qualcosa di Colui che ha fatto il primo passo, che ha amato per primo (cf. 1Gv 4,19); se l’amore di Dio è entrato nei cuori.
Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Le risposte di diversa provenienza sono varie, vaghe, di diversa prospettiva. Partono dal basso citando personaggi biblici che hanno avuto una funzione liberatrice a favore del popolo. Risposte tipiche di brave persone religiose che si rifanno a un sapere antico: Gesù assomiglia a Giovanni il Battista, perché Gesù non si piega come le canne sbattute dal vento (cf. Mt 11,7); assomiglia a Geremia che ha contestato i riti al tempio la cui adesione a Dio non parte dal cuore (cf. Ger 7,1-20); poi assomiglia ad Elia colui che ha rifiutato ogni compromesso con gli idoli.
Nelle varie risposte abbiamo catalogato Gesù, è schedato con delle risposte esatte che si avvicinano alla sua vera identità che la stessa Sacra Scrittura ha tracciato. Però il modo di stare davanti al Signore può dare la giusta risposta. Occorre fare il passaggio dal sapere al vero incontro.
v. 15: Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
I discepoli, purtroppo, hanno anche loro l’ideale di uomo come gli abitanti di Cesarea di Filippo. Hanno seguito fino a quel momento Gesù, ascoltato lo stile di vita offerto dalle beatitudini, riconoscono che Gesù ha incarnato questo stile di vita ma il loro cuore è volto a tutt’altro: stare bene, arricchire, comandare, imporsi, farsi servire. Forse si ritrovano come quel giovane che se ne andò triste dopo la proposta di Gesù (cf. Mt 19,16-30) e provano vergogna in quanto non rispecchia l’insegnamento di Gesù. Ora, però, devono rispondere alla vera domanda: “voi, chi dite che io sia?”
Tutto va bene quando non siamo toccati nel nostro profondo, per questo dopo 16 capitoli Gesù cambia gioco e pone la domanda diretta. Questa domanda, accompagnata dalla particella «ma» supera ogni sapere umano, culturale. È una domanda che ti mette in gioco, per farti riscoprire il senso della fede. Una domanda fondamentale della fede cristiana che si fa relazione con Gesù. È una domanda per l’uomo maturo e ognuno dà la sua risposta; ognuno matura l’amore che Dio gli ha versato nel cuore. È un amore che si fa “consegna”, perché Gesù si “consegna” e chiede di riconoscerlo attraverso una “consegna” di lui a noi.
Qui troviamo il senso della fede che non si basa su uno schedario storico ma sulla propria maturazione, su cosa significa Lui per me, per la mia vita.
v. 16: Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Scende il silenzio. Forse ognuno cercherà di dare la propria risposta. Qui abbiamo quella di Simon Pietro. Lui risponde anche bene anche se esce dalla vera domanda di Gesù: “quanto conto nella tua vita?”.
Pietro fa due tipi di confessione in una sola risposta, che possiamo dividere in due parti. La prima: “Tu sei il Cristo”. Pietro riconosce in Gesù quel compimento di Dio, la speranza, l’atteso, il Messia, la salvezza. Secondo aspetto della risposta supera la prima parte: “Tu sei Dio stesso” (la caratteristica di “vivente” è propria di Dio) che si dona all’uomo.
Questo è Gesù per Pietro. Questa è la fede di Pietro e la fede della Chiesa, che non è solo un’affermazione dogmatica, è qualcosa di molto di più. Solo nella relazione con Lui si può capire questo, si può capire che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio, è il mio Signore, l’atteso. È la mia speranza, la mia salvezza, tutto.
Questa confessione di Pietro non è nuova. Prima, dopo aver camminato sulle acque, gli altri discepoli avevano già fatto la stessa professione di fede: “Veramente, tu sei il figlio di Dio!” (Mt 14,33).
Nel Vangelo di Giovanni, questa stessa professione di Pietro la fa Marta: “Tu sei il Cristo, il figlio di Dio venuto nel mondo!” (Gv 11,27).
La confessione di fede comporta un cambiamento di mentalità e l’impegno della sequela. Il riconoscimento di Gesù Messia non è un impegno verbale, ma accoglienza del Messia servo sofferente, che attraverso la croce realizza la volontà del Padre. Chi pronuncia il credo con le labbra chiama in causa la propria vita, si compromette con la croce. Credere non è una convinzione religiosa ma è partecipazione della vita di Gesù, del suo stile, della sua obbedienza filiale al Padre. Non vi può essere confessione autentica di fede senza un autentico coinvolgimento di se stessi e della propria vita.
v. 17: E Gesù gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
Gesù proclama Simone “Beato!” perché non può giungere da solo, con i suoi soli sforzi umani a riconoscere in Gesù il Messia, la realizzazione piena del regno di Dio, di Dio stesso che regna, è una rivelazione da parte del Padre. 45 beatitudini sono descritti nel Nuovo Testamento. Questa beatitudine data a Simon Pietro somigliano a quei complimenti che si fanno a una persona quando accade qualcosa di bello. Qui Gesù dice a Simone: complimenti, tu hai aperto il cuore ai pensieri di Dio. Se tu avessi ascoltato la carne e il sangue, cioè se tu mi avessi valutato secondo i criteri di questo mondo, tu non saresti mai arrivato a vedere in me il Messia.
Nei capitoli precedenti è contenuta già questa risposta. Gesù aveva fatto un’identica proclamazione di felicità ai discepoli per aver visto e udito cose che prima nessuno sapeva (Mt 13,16), ed aveva lodato il Padre per aver rivelato il Figlio ai piccoli e non ai sapienti (Mt 11,25). Simone è uno di questi piccoli a cui il Padre si rivela. E di questa conoscenza Pietro ne è partecipe. Purtroppo, non durerà molto. Infatti, quando Gesù comincerà a spiegare apertamente «che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,21-22).
vv. 18-19: E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa
Alla fede di Simon Pietro Gesù consegna un nome nuovo che è «Chephas», che vuol dire «Pietra», un segno classico dell’Antico Testamento per indicare la fiducia che solo Dio può dare in modo incrollabile (cf. Sal 18,1-2). Per questo, è chiamato Pietro.
Nella consegna di questo nuovo nome, abbiamo un gioco di parole greche che non rendono nel nostro italiano. Pietro e Pietra in italiano indicano il maschile e il femminile dello stesso nome. Nel testo originale greco le cose non stanno così, Petros e Petra sono due cose molto diverse.
Petros, Pietro, significa sasso, mattone, sasso o mattone che uno può prendere e buttare lontano, non è una roccia.
Roccia si dice Petra in greco. Adesso Gesù non ha detto a Pietro tu sei Petra, cioè roccia, gli ha detto tu sei Petros, mattone, un mattone molto importante ma non è la roccia.
Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà Lui “la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra, cioè quel mattone posto a fondamento sicuro per la Chiesa e parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 17,3.32; 18,15; 27,1, ecc.). La Chiesa appartiene a Cristo, la Roccia su cui fonda la sua Chiesa. E poi se ne sottolinea la perenne stabilità: la Chiesa è come una casa costruita sulla roccia, anche se poggia apparentemente sulla fragilità degli uomini.
e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
Inferi era il nome che davano i latini al mondo dei morti. I greci lo chiamavano Ade, che deriva dal verbo aidein, dove non ci si vede, tutto è buio. I babilonesi lo chiamavano arallu, gli ebrei sheol, che deriva dal verbo shaal, chiamare, perché la bocca degli inferi chiama proprio tutti a un certo punto della vita. Il regno dei morti non prevarrà, dice Gesù, alla forza divina che lui ha portato nel mondo con la sua parola e con il suo spirito. Ed è quello che cantiamo la notte di Pasqua: il Cristo ha sfondato le porte degli inferi liberando coloro che ne sono prigionieri risorgendo vittorioso.
Anche noi passeremo da quel regno dei morti, ma grazie alla Risurrezione di Cristo entreremo nell’eternità di Dio. Oggi guardiamo anche a un altro tipo di porte degli inferi, un nuovo regno dei morti creato dall’uomo stesso. Gesù promette che anche questo tipo di regno non prevarrà perché il suo Vangelo e il suo Spirito sono più forti, sono capaci di sfondare quelle porte e di sconfiggere quei regni di morte.
A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
Sono le promesse di Gesù a Pietro. Egli riceve le chiavi del Regno dei cieli per legare e sciogliere, cioè, per riconciliare le persone tra di loro e con Dio.
Il simbolo delle chiavi nella tradizione biblica indica autorità e responsabilità. La frase riecheggia Is 22,22 dove Sebna riceve le chiavi del palazzo reale (cf. Ap 3,7).
Il significato delle chiavi, secondo le parole di Gesù, indica il potere di legare e sciogliere. La metafora rabbinica contiene un linguaggio giuridico (ciò che è proibito o permesso). Contiene anche un linguaggio teologico in riferimento alla dottrina, al disegno di Dio manifestato attraverso le Scritture. A Pietro è affidata la dottrina, la Torà come spiegata da Gesù, quella “giustizia più grande” (cf. Mt 5,17-20) che lui esigeva, con cui dovrà insegnare e guidare, trasmettere e spiegare con autorità nella comunità. Lo stesso potere verrà dato anche alla comunità dei discepoli ma subordinati a colui che è “pietra” (cf. Mt 18,18).
Il potere delle chiavi, tuttavia, è strettamente legato alla croce e Gesù lo diceva chiaramente che la croce sarebbe stata compagna indivisibile di chi avrebbe voluto seguirlo, specialmente dei suoi amici, invitati ad una condivisione di vita più profonda.
A Pietro è consegnato lo stesso potere che ha esercitato Gesù in terra, il potere della croce, il potere di offrire la sua vita: è il servizio nella fede, nella verità, nell'amore, nella carità, nell'unione. Questo resta ed è il fondamento della Chiesa.
La promessa fatta a Pietro si concretizza dopo la risurrezione con il mandato di pascere il gregge (Gv 21,15s): indicare il cammino della vita facendo del bene nel legare e sciogliere.
v. 20: Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Il versetto è significato e la sua importanza si capirà meglio nei vv. 21-28. Gesù impone il silenzio sul fatto che è il Messia poiché la sua "ora" deve ancora giungere. Nel frattempo, c’è una idea del Messia che bisogna ancora purificare. Egli non è il Messia degli uomini, di quanti vivono una vita agiata come quelli di Cesarea di Filippo. Non è un Messia che conquisterà con le armi il potere a Gerusalemme, sconfiggerà i romani e inaugurerà il regno di Israele ma l’Unto del Signore! Gesù è l'inviato del Signore ma non con quei metodi che la gente si aspetta, metodi che creano solo confusione e dispersione tra la povera gente. Sarà compito della comunità cristiana «prendere per mano» gli uomini ed accompagnarli in questo percorso di progressiva scoperta del Signore e lasciarsi conquistare da Cristo Gesù!
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono ancora in cerca di idoli o mi basta il Dio vivente?
Chi è per me il “Figlio dell’uomo” Gesù? Ho mai valutato criticamente le idee che mi faccio di Lui?
Accetto l’autorità della Chiesa che mi fa crescere? O mi chiudo, mi difendo, contesto solamente?
Mi sento responsabile delle scelte di vita o di morte degli altri? Oppure cammino in un mondo tutto mio?
Quale esperienza concreta della mia vita mi permette oggi di dire a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»? Sono pronto a intraprendere il cammino della croce con Gesù?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
 
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
 
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani. (Sal 137).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
“Chi dite che io sia?”. Rispondere a questa domanda è faticoso in quanto dipende dal tipo di adesione a Lui. Una cosa è certa: ci spinge sempre di più a conoscerlo personalmente sulle strade della vita, distogliendoci da un’immagine distorta che abbiamo di Cristo Gesù. Riscoprirla sarà un nuovo discepolato, una nuova vocazione, una nuova santità sulla via della croce.




lunedì 10 agosto 2026

LECTIO: XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 15,21-28
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
21Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. 22Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Gesù si trova a Gennesaret (Mt 14,34) e qui, con una delegazione di scribi e farisei venuti da Gerusalemme ebbe una discussione su ciò che rende puro o impuro l’uomo. Egli aveva insegnato il contrario della tradizione degli antichi, dichiarando puri tutti gli alimenti, e aveva aiutato il popolo e i discepoli a uscire dalla prigione delle leggi di purità (Mt 15, 1-20). Purtroppo, il discorso non è accolto e deve scappare da quelle discussioni ridicole ritirandosi verso terre pagane, dalle parti di Tiro e di Sidone. Qui fa un incontro con una donna Cananea con la quale era proibito conversare.
Con questo brano, l’Evangelista fa capire l’amore universale di Dio (cf. Mc 7,24-30). Egli dice che non c'è un popolo privilegiato, non c'è un prima noi e dopo gli altri, ma c'è l'amore di Dio per tutti.
Il brano è collocato nella “sezione dei pani” (si ripete 15 volte cf. Mt 13,53-16,12) ed è una continuazione del brano di domenica scorsa, in cui il pane abbondato è destinato a tutti i popoli: Giudei e pagani.
Protagonista in questo brano è una donna cananea che sorprende Gesù per la sua fede: un fatto che l’evangelista valorizza per dare indicazioni concrete su come essere Chiesa.
Con l’episodio della donna Cananea, Matteo mostra alle comunità come lo stesso Gesù avesse fatto passi concreti per oltrepassare i limiti della religione chiusa in sé stessa e come Lui facesse per discernere la volontà del Padre oltre lo schema tradizionale.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 21: partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Nel testo greco il verbo non è “partire” ma “uscire”. Infatti, è un uscire indicativo della persona e della missione di Gesù. Nell’Esodo succede la stessa cosa. Dio dice a Mosè: “fai uscire il mio popolo” (Es 3,10).
Gesù esce (dalla Galilea), potremmo dire sostanzialmente, esce dal Padre, esce come segno d’amore, come segno di verità, per raggiungere tutti. Anche qui, indicando forse un tempo o un fatto, Gesù esce e si dirige verso le parti di Tiro e di Sidone. Nel testo parallelo di Mc 7 si dice che Gesù va nella “regione di Tiro”, “passa per Sidone” entrambi territori pagani (cf. Mt 11,22). Matteo, invece, dice che punta verso quei territori, non ci arriva, non oltrepassa i confini della Palestina perché, come dirà Gesù stesso, egli è stato “mandato alle pecore perdute della casa di Israele”.
Qui Gesù si ritira. Nel Vangelo di Matteo troviamo spesso questo verbo. Forse Gesù cercava un luogo per “staccare la spina”, restare da solo e le località vogliono dare motivo a questo suo ritirarsi: Tiro (dall'ebraico sur = roccia) e Sidone (dall'ebraico sùdon = luogo di rifornimento o luogo pescoso).
v. 22: Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Qui entra in scena una donna Cananea. Anche se viene indicata la sua provenienza non è nell’intenzione dell’Evangelista indicarne la geografia ma l’aspetto religioso. Infatti, indica che non è d’Israele, che non fa parte del popolo eletto.
Questa donna va incontro a Gesù e fa la sua preghiera gridata. La sua preghiera è come quella dei Salmi (cf. Sal 129,1b-2a). Nell’Esodo (2,23) troviamo il grido del popolo eletto, ridotto in schiavitù, che si innalza verso Dio. Anche qui è la stessa cosa, anche la Cananea vive una situazione di schiavitù: vive una umanità piena di spiriti cattivi. Ma questo vale per tutti. Quando si vive una umanità lontano dal Signore si vive solo di spiriti cattivi e che hanno bisogno di essere cacciati da Cristo e dal suo Vangelo.
La donna incontra Gesù e riconosce in lui il Messia, lo chiama “figlio di Davide”. Questo titolo messo sulla bocca di una donna pagana può risultare strano. Forse la donna nella sua vita ha fatto dei “passaggi”, dei cambiamenti e per questo osa chiamarlo così facendo anche la sua preghiera, chiedendo una grazia particolare, chiedendo la compassione, chiedendo la Sua vicinanza, il dono della Sua presenza, della Sua forza, della Sua tenerezza per la figlia tormentata da un demonio.
Questa donna sente nel suo cuore che solo Gesù può cacciare dalla figlia quel demonio che la tormenta.
vv. 23-24: Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!».
La donna grida, innalza la sua preghiera ma Gesù non risponde. Sembra che Gesù mostri la stessa distanza e sfiducia che esisteva tra il popolo di Israele e i pagani. Atteggiamento strano da parte sua! Perché la certezza che percorre la Bibbia, da capo a fondo, è che Dio sempre ascolta il grido del popolo oppresso. Ma qui Gesù non ascolta. Non vuole ascoltare. Perché? Perfino i discepoli sono sorpresi dal comportamento di Gesù e chiedono che presti attenzione alla donna, per liberarsi da quel grido orante.
Qui viene utilizzato il verbo “esaudire” ma nel testo originale vi è il verbo “cacciare”. I discepoli sono del parere di non avere a che fare col mondo pagano. Quel “liberarsi” dal grido della Cananea è lo stesso verbo usato dai discepoli quando viene raccontato la condivisione del pane (cf. Mt 14,15).
Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Notiamo nel Vangelo di Matteo che Gesù limita il suo campo di azione al popolo dell’Alleanza. Sembra che voglia acconsentire al parere dei discepoli. Però, come mai a Nazareth fu accusato di comportarsi in maniera opposta, di interessarsi dei pagani di Cafarnao?
Ricordiamo l’invio dei discepoli, ai quali Gesù aveva ordinato di rivolgersi solo alle pecore perdute della casa di Israele (10,6). Gesù aveva anticipato questo atteggiamento nel “discorso della montagna”, dove aveva prescritto ai discepoli ancora da istruire a fondo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci» (Mt 7,6).
L’evangelista Matteo ricorda che Gesù è mandato alle pecore perdute della casa d’Israele, come il pastore è per il suo gregge, così il pane è per i figli. L’appellativo di «pecore perdute» si rifà alla nota immagine biblica del popolo come gregge senza pastore (cf. Ez 36) ma è solo un particolare legato al piano storico salvifico. L’apertura universale, però, era intrinsecamente iscritta nell’identità di Dio. L’Evangelista, invece, vuole sottolineare quel particolare pedagogico di Gesù partendo dalle opposizioni dei discepoli per poter arrivare ai pagani, perché anche quest’umanità ha bisogno di aiuto.
vv. 25-26: Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
La donna non si preoccupa del rifiuto di Gesù e pone, “in crescendo”, nuovamente la richiesta. La madre non indietreggia, pur se l’espressione è pesante ella va avanti fiduciosa, cosciente della sua povera esistenza.
Amore di madre per la figlia ammalata non si preoccupa di norme religiose, né della reazione degli altri, ma cerca la guarigione là dove la sua intuizione materna le fa vedere una soluzione: Gesù! Essa si fa più vicino, si getta ai piedi di Gesù e rinnova la sua supplica. Il suo insistere fa usare le stesse parole di Dio, prese dai Salmi: 70,2; 79,9; 109,26; 119,86.117.175. Il gesto è adorazione, riconoscimento di Gesù Signore. Lo stesso gesto che ebbe il giovane ricco quando corse da Gesù: si prostrò innanzi e lo adorò (Mc 10,17).
La sua è una preghiera significativa e Gesù ne resta colpito e risponde con un paragone preso dalla vita familiare. Egli mette davvero a dura prova l'umiltà e la fede della donna facendo uso del detto che nessuna madre toglie il pane di bocca ai propri figli per darlo ai cagnolini. L'asprezza del detto è alquanto attutita dall'uso del diminutivo “kynarion” che indica i cani domestici, che stanno in casa (15,27). Bambini e cani sono numerosi nelle case dei poveri anche oggi.
Gesù afferma chiaramente il principio ebraico tradizionale in materia di storia della salvezza: prima i Giudei.
Gesù dice. Ma il caso non è chiuso. Il messaggio sembra più diretto ai discepoli, perché c’è un pane da condividere anche con i pagani.
vv. 27-28: «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
La donna non si dà per vinta, anche se non afferra il discorso del pane perché il pensiero è sulla guarigione della figlia, fa ancora un terzo tentativo. Essa è d’accordo con Gesù, ma allarga il paragone e lo applica al suo caso. Ella tira semplicemente la conclusione di quella immagine, mostrando che in casa del povero (e perciò anche in casa di Gesù) i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei bambini. La donna comunque si mostra umile, non si offende per essere stata paragonata a un cane, non rivendica diritti nei confronti di Dio, perché lei sa che le briciole che cadono, se sono le briciole di Dio, sono sufficienti a saziare la sua vita e quella della figlia malata. Ella riconosce la sua situazione di miseria e il suo grido tocca il cuore di Gesù. Il problema qui, man mano che si avanza nella fede, non appartiene alla donna ma ai discepoli che fanno fatica a condividere il pane coi pagani. E nella "casa di Gesù", cioè nella comunità cristiana del tempo di Matteo, alla fine del primo secolo, c’erano in più "dodici ceste piene" (Mt 14,20) per i "cani", cioè per i pagani!
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Gesù educando i suoi discepoli ad “allargare lo spazio della propria tenda” (Is 54,2), in questo momento si meraviglia della fede della donna e fa capire ai discepoli che non esiste nessun privilegio nel dono della fede e della grazia: essa è aperta a tutti sia lontani che vicini, praticanti e non praticanti. L’esperienza della salvezza è aperta a quanti aprono il loro cuore con piena fiducia e abbandono.
Non è la prima volta che Gesù trova una grande fede tra i pagani. Ricordiamo il centurione: per fede il centurione si avvicinò a Gesù, per fede gli chiese la guarigione del suo servo; per fede gli disse che bastava una parola, che non era necessario che entrasse nella sua casa (cf. Mt 8, 5-13).
La risposta di Gesù è volere del Padre. Gesù esce “dalla prigione della razza eletta” per aprirsi a tutta l’umanità, senza barriere di razza o confini politici: è la volontà di Dio. Questa è l’ora della fede, della preghiera, della guarigione. È l’ora in cui Dio non dona le briciole ma il pane della vita. Il dono della vita e della salvezza è per tutti coloro che cercano la vita e che si sforzano di liberarsi dalle catene che imprigionano l'energia vitale.
Matteo concluderà il Vangelo riportando con assoluta chiarezza, quanto Gesù, prima di tornare al Padre suo ha comandato ai suoi discepoli: «andate, dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
Un fatto che possiamo attenzionare è che Gesù non caccia il demonio. La guarigione della figlia avviene perché quel pane di vita è stato accolto, perché quella briciola di Vangelo è stato accolto e questo è il segno di una grande fede che supera ogni ostacolo, anche quella del demonio, anzi, è la fede grande della donna che caccia il demonio, che è la figura del pregiudizio religioso che discrimina le persone, ed è quello che hanno in testa i suoi discepoli.
Concludendo, i discepoli come fecero fatica a portare la propria cesta in terra pagana, ancora una volta fanno fatica a comprendere questo discorso di Gesù. Lo capiranno nel momento in cui cominceranno a condividere e spezzare quel pane della cesta non per sé ma anche per i pagani. 
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono aperto alla fede presente nelle altre persone a cui Dio mi mette accanto oppure mi comporto come i discepoli del Vangelo?
Sono disposto ad ascoltare e condividere la mia esperienza di fede con coloro che vivono il loro rapporto con Dio in maniera differente dalla mia?
So riconoscere l'opera di Dio in coloro che non appartengono al mio gruppo o alla mia comunità?  
Come vivo la mia vita di preghiera? Come metto in pratica la volontà del Padre?
Sono consapevole della mia povertà per essere capace come la cananea di affidarmi alla parola salvifica di Gesù?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
 
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
 
Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. (Sal 66)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La celebrazione dell'Eucaristia ci aiuta a recuperare la nostra condizione indigente, l'incontro con il Dio della misericordia, la relazione di amore con i nostri fratelli. Attorno all'altare di Cristo nessuno è ospite, né straniero: ognuno è accolto come figlio e fratello. Dovremmo valorizzare maggiormente le parole e i segni della celebrazione eucaristica. (Cataldo Zuccaro).


immagine: La donna Cananea

martedì 21 luglio 2026

LECTIO: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 13,44-52

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinunzia per l’acquisto del tuo dono. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45 Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
47 Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51 Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52 Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Continua anche in questa domenica la lettura del cap. 13 di Matteo per capire il significato del Regno dei cieli, meditando la conclusione del discorso in parabole che ti fanno capire l’importanza del Regno dei Cieli. Tre sono le ultime parabole: il tesoro nascosto, il mercante di perle preziose e la rete gettata nel mare. Rimangono i vv. 53-58 dedicati all’accoglienza o, meglio, alla non accoglienza, che Gesù ricevette al suo ritorno a Nazareth, come segno di rifiuto per entrare nel Regno dei Cieli.
Le tre brevi parabole conclusive sono rivolte ai discepoli, ai quali Gesù aveva spiegato il significato delle due parabole “maggiori” del capitolo, quelle del seminatore e della zizzania. Le tre parabole che si presentano appaiono ridotte, ma nella loro brevità, come ogni pagina della Bibbia, appare difficile e ricca di significato.
La parabola della rete si rivela una variazione sul tema già affrontato nella parabola della zizzania e del buon grano, le parabole del tesoro e della perla ci ricordano che il Regno dei Cieli se da un lato è dono gratuito di Dio dall’altro lato è impegno, serio, concreto dell’impegno dell’uomo. Da qui anche la necessità di fare buon uso delle ricchezze terrene, pur di poter entrare nel regno dei cieli e gioire di questa appartenenza.
Anche al termine di queste tre parabole il Maestro si preoccupa che i suoi abbiano capito il significato delle sue parole (v. 51), che ci aiutano a sintonizzare il nostro sguardo per percepire meglio la presenza del Regno di Dio nelle cose più comuni della vita. Esse, infatti, evocano quella Sapienza divina, preziosa, che risiede solo in Dio che è Padre, amore assoluto, misericordia senza limiti.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 44: Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Siamo in movimento, come del resto tutta la Parola di Dio è un continuo muoversi. Questo movimento pone l'accento su un tesoro nascosto. Per caso, un uomo, lo trova.
Accadeva spesso in Palestina di trovare un tesoro nascosto. Il ritrovamento occasionale di uno di questi tesori è un tema frequente nella letteratura antica.
L'uomo si rallegra di ciò e accoglie con gratitudine. È la gioia della scoperta che determina tutte le azioni successive e l’evangelista Matteo la vuole evidenziare.
Questo tesoro di cui bisogna gioire è un tesoro per il quale è necessario vendere tutti i propri averi e comprare tutto il campo. Erano così le leggi dell’epoca. La realtà del regno è sempre una realtà individuabile in un campo, non è una realtà fine a se stessa; è una realtà che si lega alle condizioni del mondo e alle condizioni del mondo di ciascuno. Il campo è la nostra realtà; è la realtà del creato ove è nascosta la sapienza creatrice di Dio. È nella nostra vita concreta, nella nostra realtà umana, nelle nostre relazioni, nelle nostre attività lavorative, etc., proprio lì è nascosto un tesoro: nelle pieghe del quotidiano, nelle vicende liete e tristi della nostra vita, in quel che succede intorno a noi, in quel che succede a noi è nascosto un tesoro. L'uomo, comprando il campo, acquisisce il tesoro.
Di questa azione morale Gesù non dice nulla, ma utilizza l’avarizia dell’uomo come un esempio dello zelo con il quale il credente deve accaparrarsi il regno, a qualsiasi prezzo.
vv. 45-46: Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora un movimento. Ancora un ritrovamento. Questa parabola è chiamata “gemella” della precedente in quanto contiene lo stesso messaggio. Cambia nei dettagli e l’attenzione è posta su un mercante che va in giro alla ricerca di un tesoro, alla ricerca di perle preziose. Questa immagine della perla preziosa, Gesù l’ha scelta come immagine del tesoro inestimabile che egli offriva: il Regno dei Cieli.
Qui a differenza di prima non ci sta l'imprevisto e si gioisce. Si può dire che la differenza tra le due parabole è che la prima scoperta è solo fortuna, mentre la seconda è solo frutto dell’impegno, una condizione indispensabile perché uno possa "trovare" i beni non visibili del Regno: «chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (cf. Mt 7,7).
La realtà del regno va cercata e una volta trovata dargli il suo giusto valore: «Quello che per me era un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura» (Fil 3,7-8).
Il Regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo. In realtà siamo stati comprati noi, e “a caro prezzo” (1Cor 6,20). Il prezzo di questo riscatto e di questo acquisto è stato il sangue di Cristo. «Abbiamo la redenzione mediante il suo sangue» (Ef 1,7). «Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). «Tu (Cristo) sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9). Se Esso non è presenza nella vita dell’essere umano e regna su di lui, impedisce proprio a Dio di regnare (cfr. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).
vv. 47-48: Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
L’immagine di questa parabola è presa dalla pesca sul lago di Tiberiade dove erano impiegate grandi reti a strascico che catturavano pesci buoni, ma anche pesci non commestibili o impuri (Lv 11,10-11). Sulla spiaggia i pescatori procedevano alla separazione. Viene poi aggiunto un commento in cui si applica la parabola alla separazione tra buoni e cattivi che avverrà alla fine del mondo (vv. 49-50). Così – dice Gesù – avviene nel regno dei cieli. Secondo la concezione degli antichi il mare era il regno delle forze diaboliche, nemiche della vita e che trascinavano nell’abisso. Ai discepoli è affidata la missione di “pescare uomini”, sottraendoli al potere del male. Ecco perché il Regno dei cieli è una rete, in quanto li tira fuori, li fa respirare, li porta verso la luce, verso la salvezza.
Questa parabola è simile alla parabola della zizzania. Il tema della presenza di entrambi i buoni e i cattivi nella Chiesa è qui ancora più chiaro e la soluzione escatologica è identica. Anzi alcune espressioni usate nella spiegazione della parabola della zizzania (vv. 41-42) vengono riprese testualmente anche qui (vv. 49-50), tanto da formare una specie di inclusione che delimita la seconda parte del discorso in parabole.
Come il grano e la zizzania devono giungere a maturazione, così la rete deve essere riempita prima che possa avvenire la cernita. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cf. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti. È la rete della Chiesa universale ove c’è di tutto: la nostra particolare esperienza di chiesa, nella diocesi, nella parrocchia, nella famiglia religiosa, in questa comunità, c’è di tutto.
Gesù aveva già riferito circa l'albero "marcio" che non dava più buoni frutti (cf. Mt 7,15-20). Il termine "cattivi" forse inappropriato, ci porta a far un giudizio ma non è nel pensiero dell'Evangelista. Egli fa una constatazione tra chi ha pienezza di vita e chi è invece nella putrefazione della morte. Il rifiuto del messaggio evangelico è vivere questa putrefazione della morte. Il “gettare fuori” i pesci cattivi non è solo il buttar “via”, è di più, è proprio l’allontanamento, del mandare all’esterno, distante da sé, dalla comunità, ciò che non è al posto giusto. vv. 49-50: Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Qui si riprende la parabola del grano e della zizzania che crescono insieme ma che alla fine saranno separati. L’Evangelista Matteo ne parla facendo uso di un linguaggio drammatico dei predicatori del suo tempo, impiegando immagini con cui nella Bibbia è descritta la distruzione dei nemici del popolo d’Israele (Ez 30,38-39): i giusti entreranno nella pace e i malvagi saranno puniti in una prigione infuocata. Matteo, infatti, usa lo stesso termine «exóteron» per indicare il destino dell’invitato a nozze che non aveva l’abito nuziale: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 22,13).
Qui abbiamo l’immagine di una fornace ardente, il pianto e lo stridore di denti. La fornace ardente è il simbolo di quel rifiuto, quindi una nostra scelta. Il pianto evoca il pentimento, ormai inutile, di quanti si trovano per loro colpa ad essere esclusi dal regno dei cieli. Lo stridore di denti è il gesto tipico dei malvagi che meditano iniquità e tramano vendette.
Cosa vuol dire tutto questo? Gesù vuole solamente darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. Rifiutare il dono del Regno è il rifiuto di Dio!
vv. 51-52: Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Siamo alla conclusione, dove Gesù chiede ai discepoli ma anche a coloro che hanno trovato il tesoro o la perla preziosa, se tutto il discorso in parabole (ed anche quello in privato) è stato compreso. Non si tratta solo di udire ma di capire. La risposta appare positiva, pronta. In questa risposta si rivela, sì la salvezza personale, ma anche la futura missione della Chiesa.
Comprendere il Regno è un dono che viene da Dio, concesso solo a chi è disponibile all'ascolto della parola di Gesù (cf. v. 11). Chi ascolta concretamente è paragonato allo scriba, cioè a colui che è capace di penetrare dentro la verità annunziata traendo da essa luce e forza per operare rettamente. Chi vuole annunziare, evangelizzare deve imparare bene la verità. "Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no" (Santa Teresa Benedetta della Croce).
In questo versetto, sembra che vi sia un’allusione o autoritratto dell’evangelista Matteo grazie all'assonanza tra Matteo e mathéteutehis che significa “che è stato addestrato o istruito”.
Matteo è lo scriba istruito, l'uomo di cultura e di lettere, che è diventato discepolo del Regno dei cieli. È lui che con le sue conoscenze della religione ebraica e con la sua frequentazione della predicazione di Cristo sa fare sintesi tra cose vecchie e cose nuove, ha nel suo cuore il duplice tesoro della Parola antica e nuova di Dio. Ascoltare la Parola del Signore permette di scoprire quel tesoro di cui parlano le prime due parabole.
Lo scriba cristiano, divenuto discepolo del Regno dei cieli, cioè, istruito secondo la novità del Vangelo, non rinnega la rivelazione contenuta nelle Scritture. Anzi, quanto più ne approfondisce il senso, tanto più comprende che le promesse veterotestamentarie sono diventate realtà nella predicazione e nell'opera di Gesù.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Cosa è per me un tesoro nascosto, le perle preziose o una rete gettata nel mare?
Come la mia esperienza mi aiuta a capire le parabole del tesoro, della perla e della rete?
Riconosco che sono stato comprato a caro prezzo?
Ho lasciato perdere la ricchezza terrena per guadagnare quella eterna? Vivo con gioia il Vangelo?
Vivo nell’umiltà o mi sento migliore degli altri?
Attingo al grande tesoro, la Sapienza di Dio, giorno dopo giorno, senza stancarmi?
Con che dinamica vivo le tre parabole? Ho capito “tutte queste cose”?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.
 
Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.
 
Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.
 
Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici (Sal 118).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Mi fermo a contemplare questa Parola di salvezza perché anch’io possa trovare quel tesoro, quella perla preziosa: Cristo Gesù e in Lui scoprirmi figlio di Dio e vivere secondo il Vangelo.
 
 
 
 

martedì 14 luglio 2026

LECTIO: XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 13,24-43
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Ci sostengano sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore, perché la tua parola, seme e lievito del regno, fruttifichi in noi e ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
24 Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». 28 Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». 29 «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio»». 31 Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33 Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
34 Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
36 Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40 Come, dunque, si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Anche in questa XVI domenica del Tempo Ordinario, il passo del Vangelo propone – in continuità - una parabola, che contiene quei simboli incontrati la scorsa domenica: sono simboli agricoli della semina e del seme, che Gesù usa, per rendere comprensibile, e quasi visibile, la realtà soprannaturale del “Regno dei Cieli”, che non ha nulla a che fare col dominio e col potere, perché è vita imperitura, che nasce dalla sorgente eterna dell’Amore: l'essenza stessa di Dio.
La nostra pericope presenta le parabole della zizzania seminata dal nemico in mezzo al buon grano (vv. 24-30), del granellino di senape che da realtà minuta e insignificante diventa albero (vv. 30-32) e del lievito che fermenta tutta la pasta (v. 33), seguite dalla spiegazione di Gesù della parabola della zizzania (vv. 36-43).
L’Autore qui constata che il male è sempre presente, nonostante che Gesù era venuto per dare inizio a un mondo nuovo ma la sua venuta non ha portato nessun cambiamento, anzi il mondo vecchio continua a prosperare e al suo fianco continua a crescere, rigogliosamente, anche il male.
I destinatari di questa pagina di Vangelo si domandano a che cosa sia servita la venuta di Gesù se il male continua a persistere, che nel popolo di Dio non tutti sono santi.
Qui viene fatto un discorso per far capire ai "figli del Regno" (v. 38a) la necessaria pazienza nel sopportare la presenza e la convivenza dei "figli del male" (v. 38c), e allo stesso tempo, la fede nel giudizio finale di Dio che assegnerà a ciascuno la sorte che si sarà meritata.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 24: Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
Gesù espone nuovamente un’altra parabola. Questa volta, pur se le parabole sono dette alla folla, sembra per un momento cambiare uditorio, si volge verso coloro che vogliono seguire Gesù, verso coloro che, nel discepolato, avrà modo di scontrarsi con il male.
L'Evangelista sottolinea che la parabola riguarda il Regno dei cieli, cioè del Regno di Dio. È l'annuncio del Regno di Dio e Gesù annuncia sé stesso. Egli semina del buon seme: è il seme della Parola, il seme della grazia, il seme della Verità che salva. Gesù rivolgeva la sua parola a tutti, compresi i peccatori. Attraverso la sua azione, era Dio stesso che spargeva il buon seme nel cuore degli uomini.
La parabola parla del buon seme, del seme bello – Kalos – seminato. Originariamente il seme è bello, quindi il principio non è il male: l’uomo è bello, il seme che riceve della Parola di Dio è bello, il bene sta all’origine, il male non è mai originario, è solo parassitario, è solo mancanza di bene, è solo un guasto.
Gesù dice che ciò che sta all’origine è il bene e ciò che sta all’origine sarà anche alla fine.
vv.25-26: Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Ora, da questo campo, si attende che produca frutto, un frutto buono, come il seme, che la terra ha accolto nel suo grembo; invece accade qualcos'altro: abbiamo l’ingresso del male, definito «nemico»: la presenza del male accanto al bene; il Vangelo che si scontra sempre con il male. Esso si presenta in maniera subdola, nel sonno, quando l’uomo non veglia, cioè indipendentemente dalla loro volontà.
L'uditorio, quindi, è in pieno sonno. Siamo nel pieno della pausa della giornata, nel sonno della fede ed è proprio in questo sonno, il nemico, viene e semina la sua zizzania.
La zizzania, lo sappiamo, è una graminacea tossica, un’erbaccia le cui radici, nella crescita, si intrecciano con quelle del frumento e quindi non può essere estirpata senza danneggiarlo.
La zizzania è quel seme cattivo, è la menzogna di colui che serpeggia dando diffidenza, togliendo la speranza, producendo egoismo.
Da questa parabola nasce il nostro comune linguaggio per definire l'opera di chi genera discordia, mettendo ostilità gli uni contro gli altri.
Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
Fuori dal sonno ci si accorge della sorpresa, del seme cattivo ormai diventato frutto, nato da una semina nell'ombra, da una mano abituata a compiere soltanto azioni malvage. Sono, queste, le opere di chiunque sia nemico del bene e semini iniquità. All’inizio tutto sembrava bene e solo dopo che si aprono gli occhi si notano le zizzanie. Occorre avere uno sguardo profondo per capire senza addormentarci nel campo morale, nel campo della fede.
vv. 27-29: Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano».
Lo zelo ardente dei discepoli è in contrasto con l'insegnamento che sta facendo Gesù. Questi si lasciano travolgere dalla sorpresa ricevuta, devono ancora imparare a convivere con pazienza, fiducia e misericordia. Vi è nei servi (i discepoli) un’attesa impaziente del giudizio escatologico, dominante in molti gruppi religiosi del giudaismo del tempo (e anche in molti cristiani, oggi). Atteggiamenti di inquietudine che riscontriamo nella Bibbia come nel profeta Elia e nel Battista, i quali vorrebbero immediatamente incenerire il male.
Qui inizialmente si incolpa il padrone di casa, Dio. C’è nella storia umana una sorta di scarica barile: il male è sempre colpa dell’altro. Ma sostanzialmente non è così, perché l’altro siamo noi che non accettiamo di essere altro. Da dove viene il male se hai seminato il bene? Una domanda di sempre, su ogni fronte, per tirare in ballo Dio. Anche nei Salmi troviamo forti espressioni contro Dio davanti al male.
La risposta che viene data è questa: un nemico. Chi è questo nemico? Non è Dio. Il nemico, le zizzanie appartengono alla condizione umana, che per sua natura è limitata e imperfetta e quindi, non può essere diversa. Le zizzanie sono quelle che ci disumanizzano. Dio non fa altro che amare questo uomo.
Allora nasce una proposta fanatica: estirpiamo il male, uccidiamolo. La risposta, molto chiara, è no! Eliminare la zizzania significa sradicare il grano. Il grano è simbolo della vita, la vita è Dio e Dio è amore e misericordia gratuita. Se tu sei implacabile con chi fa il male, sei senza misericordia, elimini il grano, elimini Dio, elimini il divino che è nell’uomo.
v. 30: «Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio».
Ecco l’invito, messaggio centrale della parabola: lasciate… perdonate… Gesù esige che i suoi discepoli vivano insieme ai malvagi, condividendo i momenti ordinari della vita. Gesù, infatti, è colui che si fa "amico dei pubblicani e dei peccatori" (Mt 11,19). Questa è una tolleranza generata dall'amore. Non solo. I discepoli sono chiamati a condividere la pazienza e l'attesa di Dio perché l’attività subdola del Maligno è instancabile. San Pietro ci ricorda: «Il vostro nemico, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando di dividere. Resistetegli, saldi nella fede» (1Pt 5,8-9); se così non fosse, Gesù non ci avrebbe insegnato a pregare, anche con questa invocazione: «Padre...non abbandonarci nella tentazione!» (Mt 6,13).
Gesù viene a vagliarci, a destarci dal sonno, a togliere quella pula che troppe volte ci ritroviamo addosso, per far crescere il buon grano, le nostre potenzialità positive. Quando però arriverà la fine del mondo, rappresentata simbolicamente nella mietitura (cf. Os 6,11; Ger 50,16; Gl 4,12-13), avrà luogo "la distinzione e la separazione" (Sant'Agostino).
Sulla bocca di Gesù, rimproverato spesso dagli avversari per la sua tolleranza verso i peccatori, il racconto rappresentava un messaggio di fiducia: la potenza del male non sarà mai tale da vanificare l’opera di Dio in questo mondo. Non si deve cedere alla tentazione di anticipare il giudizio, perché sarebbe una presunzione che rischierebbe di corrompere anche i giusti: raccogliere la zizzania vuol dire sradicare anche il buon grano.
La mietitura per Gesù non è il momento della tristezza ma della gioia, perché l’amore di Dio brucerà tutte le zizzanie e nel regno del Padre, entrerà solo quel bel grano che ci sta nell’uomo. Qui la meraviglia e lo scandalo dei servi nei confronti di Dio!
vv. 31-32: Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
La parabola la troviamo nei vangeli Sinottici, è riferita da Luca, insieme a quella del lievito. Il concetto base della parabola sta nel contrasto; il grano di senape deve essere stato proverbialmente piccolo, ma non è il più piccolo dei semi, né la pianta (più propriamente un cespuglio che cresce fino all'altezza di 3-4 m) è particolarmente alta.
L’accento della parabola non cade tanto sulla crescita o sullo sviluppo progressivo del piccolo seme, ma sulla sproporzione tra la causa e l’effetto, tra l’inizio e la fine. Il contrasto tra la piccolezza del granello di senape e la grandezza dell’arbusto che ne deriva viene esagerato intenzionalmente per sottolineare l’importanza dell’inizio, la cui vitalità garantisce il sorprendente effetto finale. L’immagine del grande albero nella letteratura profetica indicava la comunità messianica (cf. Ez 17,22-23; 31,6; Dn 4,9.18). Gesù, però, presenta il regno di Dio con un piccolo granello di senapa posto nella terra, che ha una bellezza in se che splende in coloro che lo accolgono in una terra bella.
La parabola coi suoi rimandi profetici nasconde quel significato, per il quale ci viene in aiuto il vangelo di Giovanni, che ritroviamo nella concezione degli antichi: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo; ma se muore produce molto frutto» (Gv 12,24). Matteo resta nella stessa linea quando afferma: «Chi vuol salvare la sua vita, la perderà; ma chi perde la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39 e 16,25).
v. 33: Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Questa parabola non è condivisa con Marco ma la troviamo anche in Lc 13,20-21. Anche qui possiamo cogliere il dono della vita. Nella Bibbia il lievito di solito simboleggia una forza corruttrice, la malvagità dei cuori qualcosa di impuro da eliminare (cf. Mt 16,6.12; 1Cor 5,6.8). Qui Gesù se ne serve invece per esprimere la forza trasformatrice del Vangelo, rovesciando il comune pensare senza dare nulla per scontato.
Il paragone serve ad illustrare la sproporzione tra la fase iniziale piuttosto meschina e impercettibile del regno, che corrisponde al periodo della predicazione di Gesù, e quella finale nel suo compimento escatologico. Gesù rassicura così i discepoli scoraggiati, mostrando loro che Dio è all’opera nella sua missione. È proprio la natura nascosta ma efficace del regno che viene messa particolarmente a fuoco nella parabola del lievito.
Tre misure di farina sono quasi mezzo quintale e il pane ricavato da tale quantità fornirebbe un pasto a più di cento persone. Vi è una sola donna, nella Bibbia, che abbia impastato tre misure di farina: Sara, moglie di Abramo, che secondo Gen 18,6 accoglie con tale banchetto i tre ospiti che le annunziavano la nascita di Isacco, il figlio della promessa. È la piccolezza della fede, che in Abramo e poi quanti seguiranno il suo esempio, saranno capaci di «spostare le montagne» (cf. Mt 17,20).
Il tema del lievito è ripreso diverse volte nel Nuovo Testamento (cf. Lc 13,20-21; 1 Cor 5,6; Gal 5,9), per la sua familiarità e per il suo facile significato.
vv. 34-35: Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
Gesù parlava alla folla solo in parabole per indicare che la vita ci parla di Dio e perché si adempisse ciò che fu detto dal profeta: «aprirò la mia bocca con una parabola, rievocherò gli enigmi dei tempi antichi» (Sal 78,2).
In queste parole, in qualche maniera riprese dall'Evangelista, vi è un ricordo della fede di Abramo, degli Antenati, che non è dato di comprendere così facilmente. Matteo le definirà: «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo», espressione che ritorna in Mt 25,34, dove si parla del «regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo». Matteo gioca sul significato bivalente del termine “massa” (enigma, parabola) per dimostrare, Scrittura alla mano, che, contrariamente a quanto afferma Marco nel v. 34b, la parabola era il modo ordinario secondo cui, per volontà divina, doveva avvenire la predicazione del Regno.
Gesù spiega in parabole, ma dietro queste parabole c’è il grande mistero di Dio, il mistero del suo amore per il mondo. Anche tutta la vita di Gesù è la parabola più eccelsa, elevata, santissima che il Padre ha creato per noi. E tutte quelle caratteristiche che Gesù presenta e che risaltano nelle parabole, sono rivelazione dell’opera del Padre in nostro favore.
vv. 36-43: Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come, dunque, si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!
In questi versetti abbiamo l’impronta redazionale di Matteo e della sua comunità. Adesso viene evidenziato quanto sembrava apparire al v. 24: il passaggio dalla folla ai discepoli, quasi come confidare qualcosa di particolare. Questo lo si evince dal suo entrare in casa, simbolo della chiesa (Gesù e i discepoli).
Questi versetti, che sono una spiegazione della parabola, si dividono in due parti: i vv. 37-39 riportano un arido vocabolario che identifica sette elementi della parabola; la seconda parte invece (vv. 40-43) è una sintetica descrizione di carattere apocalittico del giudizio ultimo.
L'accento ora non è più posto sul tempo dell’annuncio del Regno, durante il quale buoni e cattivi devono necessariamente convivere, ma sul giudizio finale da parte del Figlio dell’uomo. Egli lo governa con misericordia e alla fine dei tempi consegnerà il suo regno al Padre da cui l’ha ricevuto (1Cor 15,24 e 25,34).
La spiegazione della parabola della zizzania con la forte insistenza sul giudizio finale sembra discostarsi molto dalla parabola stessa, che parla invece della misericordia e della pazienza di Dio. L'Evangelista è proteso a scuotere i credenti della sua comunità dal torpore e dalla tiepidezza, invitandoli a vivere secondo la volontà del Padre espressa nel comandamento dell'amore del prossimo. Infatti, l'appartenenza alla comunità non garantisce la salvezza finale, nella comunità possono esserci le zizzanie, coloro che incarnano lo spirito malvagio; l'Evangelista combatte la falsa sicurezza dei cristiani che, fiduciosi negli elementi istituzionali e sacramentali della Chiesa, trascurano concretamente la legge rivelata dal Signore.
La Sacra Scrittura ci ricorda che una parte della nostra vita verrà bruciata per far emergere quella bellezza che ci sta in noi, per far emergere una umanità bella, perché il Padre dona la salvezza a tutti i suoi figli.
Quindi questa parabola vuol portarci alla grande responsabilità personale di rispondere alla misericordia di Dio con altrettanta misericordia, non verso noi stessi, condannando gli altri, ma verso gli altri, cambiando noi stessi.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Nella mia vita porto scompiglio, sono superbo, sono "zizzania"?
Riesco a sopportare pazientemente e con umiltà tribolazioni e persecuzioni a causa della Parola?
Cosa significa o ha significato nella mia vita “morire” come il chicco di grano?
Sono lievito nella massa per far fermentare la pasta?
Mi lascio scuotere dal torpore e dalla tiepidezza, per vivere secondo la benevolenza del Padre?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.
 
Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.
Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà (Sal 85).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Venera la vita che Dio ha posto in te, proteggila, porta avanti ciò che hai di positivo e la zizzania avrà sempre meno terreno. Tu pensa al buon grano, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio buono, sii indulgente con tutte le creature. E anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce (Ermes Ronchi).