martedì 7 luglio 2026

LECTIO: XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 13,1-23
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell'umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti».
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca! 16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Saltando il capitolo 12 del Vangelo di Matteo, entriamo in quel lungo discorso di Gesù fatto da un incipit (13,1-3) e una conclusione (15,51-52). In questo lungo discorso abbiamo un blocco di sette parabole (il seminatore, 13,3b-9; la zizzania, 13,24-30; il grano di senape, 13,31-32; il lievito, 13,33; il tesoro, 13,44; la perla preziosa, 13,45-46; la rete, 13,47-50). A questo settenario si aggiunge ancora un'ottava parabola riguardante lo scriba discepolo simile al padrone di casa (v. 52). La sezione del capitolo 13 si conclude al modo consueto con cui vengono chiusi i discorsi di Gesù in Matteo, con la formula «E avvenne che, quando Gesù ebbe terminato (questi discorsi…)» (v. 53).
Sette, quindi, sono le parabole, tre delle quali sono comune ai sinottici, perché per l'Ebreo il numero sette rievoca i sette giorni della settimana e della creazione, il simbolo della storia del mondo. Con le parabole Gesù rivela “cose nascoste sin dalla fondazione del mondo” (13,35); non si tratta dunque di un linguaggio esoterico o criptico, ma di rivelare cose che operano in maniera segreta e imprevedibile come sono i disegni di Dio. Infatti, le parabole hanno come tema il mistero del regno dei cieli.
Matteo colloca la parabola della semente con gli eventi precedenti dei capitoli 11 e 12 dove è menzionato il regno di Dio che soffre violenza.
Un'altra caratteristica di questo capitolo è che per le prime due parabole (quella del seminatore e quella della zizzania) vi è una netta separazione tra i discepoli e le folle: le parabole sono per le folle ma la loro spiegazione è riservata unicamente ai discepoli.
Tutto questo capitolo si muove tra la casa e il mare e quasi tutte si ispirano al tema del seme, della semina e della mietitura.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare.
La parabola inizia con questo incipit, quasi a sottolineare che il tutto accade in un solo giorno. Questo incipit è importante, in quanto "quel giorno" è un Kairos e Gesù lo racconta, racconta la sua missione di annunciatore del Regno dei Cieli; racconta questa parabola quando la sua vita pubblica è a metà del cammino ed é cominciato un periodo di crisi.
Il versetto parla di una casa da cui Gesù esce. Siamo a Cafarnao, la casa di Pietro condivisa con gli altri discepoli, frontiera tra Israele e i popoli pagani, il luogo della chiamata dei primi discepoli (4,18).
Questo suo uscire viene messo in relazione al v. 3 dove viene indicato l'uscita del seminatore. Matteo a differenza di Marco vuole indicare il passaggio dalla rivelazione speciale riservata ai discepoli alla rivelazione pubblica aperta alla folla.
Nell'uscire siede lungo il mare per insegnare come un Rabbi. Il mare è il luogo di passaggio verso i popoli pagani, quindi, rappresentava la frontiera fra Israele e il mondo pagano. Il mare è il luogo dell’esodo.
Lo sfondo del discorso in parabole è, quindi, il lago di Gennesaret o di Kinneret (cf. Nm 34,11; Gs 13,27), chiamato anche Mare di Galilea, Mare di Tiberiade secondo l’opinione della gente. Questa diventa la cattedra del suo insegnare ma anche luogo delle apparizioni del Risorto.  
v. 2: Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Come per il discorso della montagna, Gesù anche qui si siede. Il suo sedersi è l’atteggiamento del maestro.
Attorno a lui vi è tanta folla ed Egli sale sulla barca affinché la Parola possa giungere a tutti. La barca, simbolo della missione della Chiesa, (mentre la Chiesa in sé è rappresentata dalla casa di Pietro) poteva sollevare il maestro dal suo uditorio, divenuto troppo numeroso. Ma data la crescente ostilità dei farisei, la si può anche considerare come una misura di sicurezza.
Qui troviamo un gruppo che sembra non fare il loro esodo: la folla. Gesù, nuovo Mosè, vuole aiutare la folla a aderire al Regno di Dio. Questo è indice che il Signore ci parla attraverso le circostanze, le relazioni, le cose che ci succedono, le persone che abbiamo accanto. Per farlo usa le parabole.
v. 3: Egli parlò loro di molte cose con parabole.
A differenza di Marco che parla di "insegnare", Matteo qualifica la parabola come un parlare. I destinatari del suo parlare sono le folle. Il termine "molte cose" può essere anche inteso come un parlare loro a lungo, tutto il giorno.
Che cos'è la parabola? Diverse sono le traduzioni per capire: un paragone, una similitudine, qualche volta un po' enigmatica, con la realtà naturale o sociale, che serve ad illustrare in modo allusivo, un po' misterioso, una realtà che non è dell'ordine naturale, come appunto il regno di Dio. Una giusta definizione può essere questa: «una metafora o una similitudine tratta dalla natura o dalla vita quotidiana che colpisce l'ascoltatore con la sua vivezza e originalità e lo lascia in quel minimo di dubbio riguardo il significato dell'immagine sufficiente a stimolare il pensiero» (C. H. Dodd). La parabola, possiamo vederla, come un canto della speranza.
E disse: Ecco, il seminatore uscì a seminare.
L'accento cade sull'attività del seminatore, protagonista del racconto parabolico. Matteo mette davanti l'articolo. Ciò vuole alludere al grande Seminatore per eccellenza Gesù che «uscito» dal Padre è venuto nel mondo a gettare il seme salvifico della Parola.
C’è un brano del libro del profeta Isaia: 55,10-11, in cui si dice che: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata».
Possiamo pure dire che è una parabola in movimento, in atto perché spiega cosa sta accadendo in quel preciso istante.
vv. 4-8: Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
Il contadino palestinese prima semina e poi ara. Semina ovunque e poi passa l'aratro. Facendo un po' di attenzione, possiamo notare che Matteo non accenna all'aratro o all'aratura. Allora di cosa si tratta?
Certamente non si sta parlando di agricoltura. Del seminatore possiamo dire che non sapeva dov'era il terreno buono e fertile, in quanto in Israele il terreno è roccioso; quindi, spine e rovi potevano crescere più rapidamente del grano e soffocarne la crescita.
Il soggetto resta il seminatore, però l'attenzione è portata sul seme, anzi sui semi. L'evangelista qui non fa altro che mettere in evidenza la fiducia usata dal seminatore, da Gesù, in quel piccolo seme gettato, che sa farsi strada nella terra arida e nel terreno buono senza sapere qual è, dà fiducia a tutto il terreno. Così è Dio: dà fiducia a tutti, nessuno escluso, perché tutti campo di Dio!
Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Il seminatore sapeva che da qualche parte il terreno era buono e gli avrebbe dato un buon raccolto: il trenta, il sessanta, il cento per uno.
In questi pochi versetti l'evangelista descrive quattro terreni. La strada: che vuole indicare l'impenetrabilità e quindi non può crescere, nascere qualcosa di buono. I sassi: rappresentano il facile entusiasmo, le persone volubili, superficiali. All'inizio la cosa prende, ma alla prima difficoltà finisce tutto.
Le spine: descrivono le condizioni esterne soffocanti, quando cioè la persona è sottoposta a grosse pressioni e non ha una struttura di personalità sufficientemente forte. Prova a crescere ma viene soffocata dall'esterno che è più forte della sua spinta interna. Il terreno buono: qui solo il seme germoglia e porta molto frutto.
La conclusione è che la triplice infruttuosità è controbilanciata, e in modo sovrabbondante. Il pessimismo iniziale cede il posto all'ottimismo. Il 100 è il numero della benedizione plenaria, come avvenne a Isacco quando seminò a Gerar (Gn 26,12). Nei numeri simbolici 100 (multiplo di 5 e di 50), la pienezza, 60, altra forma di pienezza (5 x 12) e 30, ennesima forma di pienezza (3 x 10).
v. 9: Chi ha orecchi, ascolti".
Nel Nuovo Testamento l'espressione ammonitrice la ritroviamo in ognuna delle sette lettere che il Cristo indirizza alle «sette Chiese dell'Asia minore» (cf. Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22; 13,9).
Se la Parola è seme, la terra che l’accoglie è come l’orecchio che ascolta la parabola. Quindi la parabola narrata è seme. Seme della fede e della speranza che non delude.
Questo seme Dio “lo getta” a tutti, da sempre. E da sempre invita all'ascolto di Lui (cf. Dt 5,1; Pr 2,2; Bar 3,9; Sal 78 (77),1). L'evangelista Matteo ce lo ricorda dicendoci che il parlare di Dio non è subito comprensibile: chi ha orecchi, cioè capacità di comprendere attentamente, si metta in ascolto e cerchi di capire!
Solo quando viene ascoltato, e solo allora, il seme della Parola di Dio diventa vocazione, chiamata forte e vera a seguire e corrispondere l’amore grande di Dio per l’uomo.
vv. 10-11: Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”.
I versetti fanno osservare una certa riserva tra la folla e i discepoli. La parabola che Gesù racconta è un modo (o un invito) per stare accanto al Signore. Infatti, non è un racconto per venire incontro ai semplici. I discepoli stanno già col Signore, ma tanti altri no. Infatti, il verbo “avvicinare” vuole proprio indicare questo rapporto intimo dei discepoli con il Signore.
Discepolo vuol dire “disposto a imparare”. Se uno non vuole imparare è discolo, non è discepolo. Il discepolo è uno disposto ad accettare qualcosa di nuovo e questo indica l’apertura della mente. Ma sarà vero discepolo se a sua volta rivelerà quanto ha imparato insegnando ad altri fin quando non arriverà alla visione perfetta di Dio (1Cor 13,12; Gv 16,29).
Tra la folla possiamo trovare persone dal cuore chiuso e anche persone dal cuore aperto. La parabola ti parla a seconda della tua apertura di cuore. Tanti ascoltano e si allontanano, senza che le parabole siano diventate per loro l’occasione per stare con il Signore. Qui come in Mt 12,46-50 vi è una distinzione tra le folle e i discepoli. È quanto appare nella Chiesa delle origini, “che voleva passar oltre le parabole per cogliere direttamente la rivelazione a essa offerta dal Cristo” (G. Ravasi).
Incomincia a delinearsi la spaccatura palese nella parabola dell’ultimo giudizio (25,31-46). Chi possiede è il discepolo del Regno, chi non possiede è Israele che rischia di perdere tutto.
v. 12: Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha.
Siamo alla conclusione della parabola che mette l’accento sul valore finale di chi è disposto ad imparare, ad accogliere il seme della Parola. Forse possiamo cogliere il senso di quest'espressione dura nella parabola dei talenti (25,14-30). Tutti hanno ricevuto dall'inizio i loro talenti. Alcuni li sfruttano e dunque abbondano nella gioia del Signore; altri li congelano rendendoli sterili. A questi è tolto tutto, poiché è come se non avessero mai avuto.
Anche qui Matteo sta dicendo la stessa cosa: le parabole hanno precisamente questo doppio effetto: aggiungono e tolgono. Più uno già sa, più è in grado di aggiungere conoscenze al suo sapere. Non a tutti, però, è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma solo alle persone ben disposte, a quelle che accolgono le sue parole e le vivono.
Questa Parola di vita ci mette in guardia quindi contro una grave mancanza in cui potremmo cadere: quella di accogliere il Vangelo, facendolo magari solo oggetto di studio, di ammirazione, di discussione, ma senza metterlo in pratica.
vv. 13-15: Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!
Gesù non intende forzare a capire nessuno. Parla e agisce con chiarezza, ma le folle non comprendono. Per questo ricorre al linguaggio delle parabole che, essendo più velato potrà stimolare le folle a pensare di più, a riflettere sugli ostacoli che impediscono la loro comprensione dell’insegnamento di Gesù.
In qualche maniera la storia si ripete. Qui viene ricordato il tempo del profeta Isaia quando la gente era chiusa alla Parola di Dio.
Il testo di Isaia, uno dei più citati nel NT, serve a spiegare l'insuccesso della predicazione di Gesù, come già quella di Isaia (6,9-10) stesso: non si tratta di un giudizio di condanna. 
«L’indurimento del cuore, la miopia dello spirito, la sordità della mente del popolo spingono dunque Gesù a usare un annuncio della sua verità attraverso il velo dei simboli. La causa di questo modello di predicazione è, dunque, la povertà spirituale degli ascoltatori e la loro superficialità» (G. Ravasi).
vv. 16-17: Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano
Dopo le terribili parole di Isaia, Matteo riporta delle parole di approvazione rivolte da Gesù ai suoi discepoli partendo da una beatitudine. I discepoli sono esattamente in contrapposizione a loro, hanno occhi che vedono, cioè, sono venuti alla luce. Sono illuminati e capiscono la realtà. E questi sono nella beatitudine.
Non è la prima volta che Gesù dice “beati”. Già l’Antico Testamento risuona la beatitudine in coloro che ascoltano la Parola di Dio (cf. Dt 6,3; Sal 1,1-3; 94,12s; 106,3; 112,1-5; 128; Pr 8,34; 29,18; Sir 14,20-27; Bar 4,4). Ma anche in altre pagine del Nuovo Testamento lo si riscontra (cf. Lc 11,28; Ap 1,3; 22,7). La beatitudine inoltre ha molteplici sfumature. È legata a un vedere in profondità, a un cogliere quello che Gesù voleva comunicare.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Questa beatitudine è il desiderio di tutta la storia umana, della sua verità profonda, della profezia e dei giusti. La beatitudine ci riguarda ancora oggi. Saremo beati ogni qualvolta ci mettiamo in ascolto della parola di verità, della parola del Figlio, della parola che ci fa fratelli, della parola che ci dona la vita di Dio, che ci dona lo Spirito Santo, che ci dona il Suo Amore.
v. 18: Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Da qui inizia la spiegazione della parabola. Qui abbiamo un imperativo ed ha lo stesso sapore del credo religioso di Israele: “Ascolta Israele” (Es 6,4). Il termine dell’ascolto è ripetuto in ebraico per altre 1159 forme. L’ascolto non deve essere sterile ma fattivo.
L’udire nell’ascolto biblico richiede un atto mentale del comprendere e per il popolo ebreo quest’aspetto non è separabile dai sensi. Quindi interesse, applicazione e studio, se si vuole prendere sul serio la Parola.
Per questo Gesù dice: voi, dunque, che potete capire e non avete il cuore indurito, ascoltate la spiegazione della parabola, iniziate a capire il mistero della Parola dentro di voi. La parabola, quindi, tratta dell’ascoltare la Parola del Regno.
Essa viene chiamata la parabola del seminatore, ma la si può chiamare anche “dei quattro terreni” che corrispondono a diverse persone. In realtà, il Vangelo divide in due gruppi di ascoltatori: quelli che ascoltano e non comprendono (13,19.22) e quelli che ascoltano e comprendono (13,20.23). Ciò che semina il seminatore è il messaggio del regno. L’uomo è identificato col terreno e il suo modo di ascoltare.
v. 19: Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.
A differenza di Marco, questa spiegazione inizia al singolare. È l’impegno personale, il banco di verifica del vero ascolto e della vera comprensione. È necessario entrare nel suo significato profondo e salvifico (più che intellettuale) della parola del Regno per evitare il Maligno.
Il primo terreno corrisponde a quel seme gettato lungo la strada. Matteo lo identifica con l'uditore che lo riceve. Su questo terreno il seme non ha neppure il tempo di germogliare in quanto “strada dura” e rimane in superficie facile ad essere rubato dal maligno. “Il maligno”, espressione tipica di Matteo e Giovanni, è stata ricollegata all' “impulso cattivo” che fa lotta con quello buono nel cuore dell'uomo. Possiamo ricordare il discorso dell’apostolo Paolo nell’Areopago di Atene, «appena sentirono parlare della resurrezione dei morti, cominciarono a deridere Paolo. Altri invece gli dissero «Su questo punto ti sentiremo un’altra volta»» (At 17,32). Il male ha origine nel non ascolto e nella disobbedienza.
vv. 20-21: Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.
Il secondo terreno corrisponde al seme gettato sui terreni sassosi: il seme germoglia, ma non essendo la terra sufficientemente profonda, la piantina viene bruciata dal sole. Qui abbiamo le tre componenti dell’uomo: identificato col seme, cioè con la Parola, con la terra e il modo di accogliere la Parola.
La risposta è accogliente, cordiale, gioiosa, ma “momentanea”, cioè di breve durata: c'è un problema di impazienza, di incostanza, di mancanza di radici che viene messo in luce nei momenti di persecuzione o di tribolazione. Possiamo ricordare il giovane ricco di cui parla Mt 19,16-22 che chiedeva cosa dovesse fare per ottenere la vita eterna. Alla risposta di Gesù che lo chiama alla perfezione se ne andò rattristato perché legato a sé stesso, alla sua stessa vita.
All’entusiasmo dell’inizio segue la discontinuità della scelta, dovuta sicuramente a esperienze di sofferenza e persecuzione, inevitabili in ogni cammino di fedeltà all’ascolto di Dio.
La Parola non dà frutto a causa di una tenuta insufficiente: nella prova, "subito" uno viene meno.
v. 22: Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.
Il terzo terreno è quello infestato dai rovi. Qui la piantina cresce velocemente in quanto ombra e umidità favoriscono la crescita ma alla fine la soffoca.
Qui c'è stata sia l'accoglienza, sia una certa durata nel tempo: qualcuno che ha dato una buona prova di sé. Purtroppo, alla «preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza», a un cuore pieno di paura e sempre in cerca di scuse (cf. Lc 14,18), senza speranza, davanti alle difficoltà della vita si cede subito, si soffoca la Parola e tutto si arresta in quanto «non ha radice in sé ed è incostante» (v. 21).
Accogliere la Parola senza radici profonde si è già predisposti a smarrire la fede e la propria determinazione in situazioni difficili.
v. 23: Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno".
Il quarto terreno è quello che dà frutto, ma in proporzioni diverse (cento, sessanta, trenta). Uno studioso ha paragonato questi tre rendimenti con l'osservanza del triplice comandamento che gli ebrei ripetevano ogni giorno nella loro preghiera quotidiana: «Ascolta Israele, amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza». Nella comune interpretazione rabbinica “con tutta l'anima” significa “perfino se egli ti strappa l'anima”, cioè fino al martirio; mentre “con tutta la forza” significa “con tutte le tue ricchezze” (mamon).
Il versetto riprende la parte finale del cap. 12: Chi è mia madre? Chi sono le mie sorelle ed i miei fratelli? È la gente seduta attorno a Lui che ascolta la sua Parola e che compie la volontà di Dio, che diventa uguale a Lui. Ascoltando la Parola diamo corpo a Dio nel mondo, gli diamo vita, gli siamo madre, come la madre terra che germina il seme, così ciascuno di noi fa germinare Dio nella propria vita, diventiamo madre e poi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù perché generando la Parola, divento simile a Dio, divento figlio, divento come Gesù, suo fratello: ho prodotto il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Quelli che producono il cento sono coloro che hanno un cuore talmente obbediente da sacrificare non solo la loro proprietà (mamon), ma anche la cosa più preziosa di tutte, la loro vita (anima), questi sono i martiri.
Quelli che producono il sessanta hanno un cuore obbediente e danno via i loro averi, ma non si trovano nell'occasione di dare le loro vite a causa della parola.
Quelli che producono il trenta hanno pure un cuore obbediente e indiviso, ma non si trovano nell'occasione di offrire, per amore di Dio, né la loro vita né la loro proprietà.
Questi tre aspetti segnano l’atto del credere, attivo e perseverante: l’ascoltare, il comprendere e il portare frutto ognuno secondo la propria misura.
Per concludere prendiamo il Vangelo secondo Luca che ci fa dono di un particolare: «Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (qualcuno traduce «con sofferenza») (Lc 8,15). Il particolare vuole evidenziare che ci sarà chi verrà chiamato a rispondere del mancato invito al Vangelo, e chi concluderà una vita di testimonianza, ottenendone il premio.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale disponibilità interiore e comprensione manifesto di fronte all’ascolto della Parola?
Mi sento vicino a Gesù come un discepolo o piuttosto distante, come le folle?
Ognuno di noi è un terreno diverso a seconda delle situazioni della propria vita. In quali diverse occasioni sono stato/a strada, terreno pietroso, spine, terreno buono?
Cosa ho saputo donare di me stesso/a finora per dare spazio fattivamente alla Parola di Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.
 
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.
 
Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.      
 
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia! (Sal 64).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La Parola ci invita a leggere la nostra vita, le nostre vicende, il nostro passato per vedere quanto l'incontro col Vangelo ci abbia cambiati senza desistere nello scuoterci dal torpore, dall’indecisione, dalla durezza d’ascolto ma essere tra coloro che danno frutto producendo ora il cento, ora il sessanta, ora il cento per uno.


martedì 30 giugno 2026

LECTIO: XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 11,25-30

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l'eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (leggere)
25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
«Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città»; così inizia il capitolo 11 del Vangelo di Matteo, dopo il grande discorso missionario.
Il brano di questa domenica va collocato in un momento difficile che Gesù stesso stava vivendo. Molti non capiscano cosa Gesù sta proponendo, perché confusi dalle mille voci. Del resto, anche a noi succede la stessa cosa: quando ascoltiamo le mille voci che ci circondano, non sappiamo più che decisioni prendere.
Tutto il capitolo 11 è collocato in una situazione di crisi, dove si pone l’umanità di Gesù che realizza il discorso del monte, realizza l’umanità del povero, dell’afflitto, del malato, del peccatore, degli ultimi, del puro di cuore, di colui che realizza il Regno di Dio proprio in queste condizioni e questa situazione di Gesù nella sua umanità è divenuto lo scandalo, l’inciampo, il giudizio.  
Qui troviamo, come ai nostri giorni, quanti si entusiasmano per i prodigi che Gesù compie, ma sono incapaci di cogliere il senso della sua attività, capaci di non accoglierlo, di non riconoscerlo, perché non corrisponde ai nostri schemi mentali. Però accoglierlo è sinonimo di salvezza. Non accoglierlo è sinonimo di perdizione.
La sezione si apre con l’intervista fatta a Gesù da parte di due discepoli di Giovanni il Battista a cui fa seguito un giudizio di Gesù sul precursore (11,1-15); viene poi riportata un’apostrofe contro la presente generazione e le città del lago (11,16-24). Qui si inserisce il nostro brano liturgico seguito da una serie di controversie con i farisei su temi connessi più o meno direttamente con la legge (12,1-45). Conclude la raccolta il brano sui “veri parenti” di Gesù (12,46-50).
Quindi, una pagina particolare questa domenica, definita “la perla più preziosa del Vangelo di Matteo” (Joseph Lagrange). Una perla particolare che spesso nella nostra vita diventa scarto e facilmente ci induce ad aggrapparci a ciò che è idolatria.
In questo contesto difficile, Gesù davanti “ai piccoli esplode” in semplicità di cuore e loda e benedice il Padre.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 25: In quel tempo Gesù disse
Abitualmente l’espressione “In quel tempo” la leggiamo (o ascoltiamo) durante la Celebrazione Eucaristica come un incipit liturgico per introdurre la pericope evangelica. Nel nostro brano, però, non è così. È un “kairos”, un tempo dato da Dio per noi; il tempo della salvezza da distinguere dal “Kronos”. È il tempo di Dio per l’uomo, è la vita donataci per accogliere la sua salvezza. È il tempo in cui Gesù che si sente rifiutato inizia a lodare Dio. È il tempo per cui dare una risposta a coloro che lo hanno rifiutato. Infatti, in realtà, qui dovrebbe essere scritto: «In quel tempo Gesù rispondendo disse». Gesù sta per rispondere a quelle situazioni di delusione e amarezza. Quindi il “dire” di Gesù messo in questo contesto, è un “rispose” a quanti non hanno creduto alle “opere del Messia” e a quei pochi che vi hanno aderito (cf. Mt 11,16-24).
Le opere del Messia vengono raccolte dall’evangelista Matteo in una serie di tre brani (Mt 8,1-17; 8,18-9,13; 9,14-34). Gesù annuncia il regno di Dio nel suo messaggio e nelle sue opere di Salvatore. “Non si è mai vista una cosa simile in Israele”: questa è la conclusione che troviamo come testimonianza circa la manifestazione divina nell'attività del Messia.
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra
Gesù esordisce con una preghiera filiale al Padre. Il termine certamente traduce l’aramaico “abbà” (cf. Mc 14,36). Per la prima volta troviamo quest’appellativo in maniera solenne. Se fino adesso Gesù aveva parlato del Padre familiarmente, ora lo definisce in maniera esplicita “Signore del cielo e della terra”, “Creatore e Padrone del mondo”, “l'Onnipotente”.
La motivazione di questa preghiera al Padre riguarda le falsità e le incredulità appena denunciate. Il motivo del ringraziamento ci ricorda le parole polemiche di Is 29,14: «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l'intelligenza degli intelligenti».
Questa preghiera è una propria confessione di fede, di lode che riconosce in Dio la sua bontà, la sua verità (exomologoumai, ha anche la sfumatura “ti riconosco”, “ti confesso”, cf. Mt 10,32). Il parallelo in Lc 10,21-22 dice: “Gesù esultò nello Spirito Santo”.
perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Abbiamo la motivazione della lode. Abbiamo anzitutto una preghiera che ricorda che Dio ha tenuto nascosto i misteri del Regno (“queste cose”, cf. Mt 13,11) a coloro che si vantano delle loro conquiste speculative o filosofiche; a coloro che vivono secondo l’astuzia mondana: gli intelligenti, gli arguti, gli uomini d'affari.
Questo testo viene citato anche da Paolo in 1Cor 1,19. Dio ha nascosto queste cose, cioè il Vangelo, le opere del Messia di cui egli parla in Mt 11,2. Non è che i sapienti non abbiano visto le opere del Messia, ma è sfuggita ad essi la loro reale importanza, il loro significato più profondo. Attenzione, non è che Dio ha nascosto ma è l’uomo che rifiuta!
Questo invece è stato rivelato, quasi per connaturalità, a coloro che sono gli illetterati e a cui i farisei negavano l’ingresso nelle “cose di Dio”, quelli che non contano nulla nella società, sprovvisti perfino della capacità di parlare (gli infanti, i semplici, gli ingenui).
I piccoli nel linguaggio evangelico non sono i bambini ma coloro che sono simili ai bambini (cf. Mt 18,3), gli umili, quelli che non pretendono di fare a meno di Dio, quelli che in sincerità di cuore si rivolgono a lui chiamandolo “Padre”. I piccoli sono coloro che si fanno discepoli e si abbandonano in Gesù e lo seguono. I piccoli sono gli umili, perché l’umiltà è la via privilegiata per accedere nel Regno dei Cieli.
Già nell’Antico Testamento si parla di accettazione e di rifiuto attribuito a Dio stesso. È lui che apre o chiude il cuore, come fu per il faraone, ma ciò non avviene senza la decisione umana (cf. Es 7,13; Rm 9,17-18).
v. 26: Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Nella seconda lettera ai Corinzi si parla di Gesù come il sì, l’amen (cf. 2Cor 1,20). Egli stesso è l’amen (cf. Ap 3,14). Egli è l’Amen definitivo dell’amore del Padre per noi; assume e porta alla sua pienezza il nostro Amen al Padre: Dio è tutto e solo «sì». Certamente una prima parola che può definire Dio è «sì». In Lui non esiste il no. Il sì è l’apertura, è l’accoglienza, è la benevolenza, è la disponibilità.
Gesù non ringrazia il Padre perché “nasconde” ai sapienti il Vangelo, ma per il progetto salvifico che solo i piccoli, gli umili riescono a comprendere e provano gratitudine.
C'è una logica sottostante a questo e la possiamo vedere in 1Cor 1. La benedizione di Gesù verso il Padre si può definire “inno di giubilo” oppure “magnificat”, questo è ciò che è piaciuto a Dio.
Cosa può piacere a Dio se non continuare a distribuire a quei cuori stanchi, a quei cuori che lo accolgono, amore e solo amore. È la nuova Pentecoste riversata nei cuori puri, in ogni epoca, in ogni circostanza. Chi si rivolge così al Padre è da annoverarsi tra i santi, tra coloro che hanno scoperto e vissuto la benevola volontà di Dio che guida quanti si affidano a Lui, quanti si riconoscono amati da Lui e aprono in piena libertà le loro mani tendendole perché sono custodi della sapienza.
v. 27: Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre
Ecco quanto è piaciuto al Padre: dare tutto al Figlio. Questo “tutto” corrisponde a queste “cose” del v. 25 e chiama in gioco l'autorità messianica di Gesù, che si opera dappertutto: «Mi è stata data ogni autorità in cielo e sulla terra» (28,18). Il Padre è colui che tutto dà e il Figlio è colui che tutto riceve.
e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Il Padre si può conoscere solo attraverso il Figlio. L’evangelista Giovanni ci ricorda a proposito quanto Gesù disse a Filippo: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? (Gv 14,9).
Gesù è il primo che percepisce tutto sé stesso come dono d’amore del Padre, a differenza di Adamo che volle rapire il dono, l’uguaglianza con Dio, Gesù è sì al dono, cioè, accoglie sé stesso come dono d’amore. E questo amore ci è rivelato dal Figlio, cioè noi entriamo a far parte di Dio come figli attraverso Gesù e la sua umanità. La sua umanità è proprio la porta di ingresso nella Trinità, la sua carne, quel Dio che nessuno mai ha visto, noi vediamo il Padre ed entriamo a far parte della Trinità, giorno dopo giorno.
v. 28: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi
Dopo la lode sgorga per noi un invito. La prima parola che Gesù dice è: «Venite». Questa stessa parola Gesù la rivolge ai primi discepoli (4,19) quando li chiama a seguirlo; poi in 22,4, quando invita alle nozze: “Venite alle nozze”. In seguito, troviamo questa parola nel giudizio finale (25,44): «Venite benedetti dal Padre mio». Quindi un invito di Gesù che emerge in questi quattro testi: è l’invito a seguirLo; seguire Lui è l'invito alle nozze e queste nozze sono il regno stesso di Dio. E seguendolo entriamo in comunione con Dio.
Quest’invito è simile a quello del Sir 51,23-26 che si rivolgeva agli "stolti", coloro che non hanno istruzione, e li esortava a mettersi alla sua scuola.
Gesù invita tutti gli affaticati e i gravati, coloro che vivono sconfitte, delusioni, oppressioni a mettersi alla scuola del Regno dei cieli.
e io vi darò ristoro
Nel testo originale non troviamo il verbo “ristoro” ma “riposo”, “sollievo”. Egli, dunque, si rivolge a coloro che sono stanchi a causa dei pesi inutili imposti loro dai sapienti (cf. 23,4) e vuole dare loro riposo, anzi nel testo greco è scritto “io vi riposerò”.
«Riposo» è un termine tecnico che nella Bibbia ricorre circa cento volte, è il riposo che si può ottenere grazie all'acquisizione della sapienza.
Il riposo è dono di Dio e fa parte del Suo piano finale. Esso rende possibile la vera adorazione. La Bibbia riporta: «Rimane dunque un riposo sabatico per il popolo di Dio; infatti, chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue. Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza» (Eb 4,9-11).
Il ristoro o il riposo di cui si parla non è altro che il riposo di cui parla il profeta: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza» (Is 30,15).
Dio per primo si è riposato (cfr. Es 20,10-11) per questo ancora oggi ci invita a trovare quel riposo che la sua stessa Persona, fonte del riposo, fonte della sapienza. L’invito è vivere una relazione con Dio nel Figlio suo Gesù.
vv. 29-30: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero.
Al tempo di Gesù i rabbini paragonavano la Torah, la Legge di Dio, a un giogo da portare, riferendosi alla responsabilità affidata a quanti entravano in alleanza con Dio. Tale giogo era progressivamente diventato sempre più gravoso a causa di interpretazioni rigoriste fornite dalle guide religiose di Israele: i precetti, donati da Dio per l’autentica libertà dell’uomo, si erano trasformati in «pesanti fardelli imposti da scribi e farisei sulle spalle della gente» (cf. Mt 23,2).
Gesù è l’unico che può dare quel riposo, quella pace al cuore dell’oppresso e dice che ci sta un certo “giogo” della sapienza, vi è un carico che non è faticoso, ma riposante. Questo giogo è Lui in persona, poiché è Lui la Sapienza, la Torah personificata. «Prendere il suo giogo» significa imparare da lui, diventare suo discepolo.
«Il mio giogo è dolce e leggero», dice Gesù, cioè si adatta bene perché è una richiesta di amore e l’amore si adatta alla nostra persona.
Il giogo di Cristo è la croce, dove lui si è congiunto con ciascuno di noi, con tutta la nostra debolezza e la nostra fragilità. Il giogo di Gesù è mitezza, è umiltà, è amore. Ora Gesù invita a prendere questo giogo, cioè Lui, e andargli dietro. Egli è “mite e umile di cuore” come lo sono i piccoli, gli infanti.
Il termine “mite” non indica una rassegnazione. Lo si incontra anche nelle Beatitudini (5,5) e nell'entrata di Gesù in Gerusalemme (21,5). Gesù è mite perché guidato dall’amore e non cede mai alla tentazione della violenza ma agisce sempre con amore. Gesù è umile di cuore perché con lui è Dio. Egli china il capo e chi è che si china? Lo schiavo, il servo e si china a colui che chiede aiuto e chiede anche a noi di fare la stessa cosa. Con quest’atteggiamento Gesù mostra il vero volto di Dio. Quando entrerà in Gerusalemme cavalcherà un asino e sarà non un condottiero che tutti si aspettavano, ma solo il Messia mite e umile di cuore.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Meditando questa Parola di salvezza, davanti a Dio dove mi colloco: tra i sapienti, gli intelligenti oppure tra gli umili?
Riesco a prendere il “giogo” di Gesù? È difficile per me seguire la Sua legge o almeno mi sforzo di seguirla?
Cosa significa per me imparare da Gesù ad “essere mite e umile di cuore”?
Di fronte alle contrarietà della vita mi sento veramente “piccolo e impotente”: sono capace di pregare il Signore dicendogli che senza di Lui non sono nulla?
Prego mettendomi in sintonia col pensiero di Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
 
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
 
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.
 
Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto. (Sal 144).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Facciamo nostro l'invito dell'apostolo Giacomo che nella sua lettera ci invita a seguire Cristo umile di cuore: «chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, le resta fedele non come un ascoltatore smemorato, ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,25).



martedì 23 giugno 2026

LECTIO: XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 10,37-42
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Infondi in noi, o Padre, la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nelle scorse domeniche abbiamo ascoltato un “grande discorso” che Gesù ha fatto al gruppo ristretto dei suoi discepoli, prima di mandarli in missione per annunciare la presenza del Regno di Dio.
Precedentemente ai versetti di questa domenica, abbiamo avuto una presentazione paradossale della stessa missione di Gesù e la situazione che essa provoca: “non la pace ma una spada; una separazione, indicando nemici quelli della stessa casa”. Certo Gesù non parla di armarsi per una guerra. Questo no! Gesù ripudia la violenza. Non rientra nel suo annuncio evangelico. Non sarà una spada a portare pace e a costruire un mondo nuovo. Non per nulla dice «beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) «amate i vostri nemici… fate del bene a coloro che vi odiano… a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» (cf. Mt 5,38-45).
Quindi l’immagine della spada non è quella della guerra. Quest’immagine la ripigliamo dal Vangelo di Luca nelle parole del vecchio Simeone, nel momento in cui viene presentato Gesù al Tempio, Simeone, rivolgendosi a Maria disse: «anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Un riferimento alla divisione interiore che la Madre di Dio avrebbe sperimentato una volta accolto il messaggio divino, una volta accolto la scelta di vita che il Figlio avrebbe fatto. Quindi la spada vuole indicare i conflitti che il messaggio evangelico provocano, anche all’interno stesso della famiglia.
Quando Matteo scrisse il Vangelo (siamo dopo la distruzione di Gerusalemme intorno all’anno 80 d.C.), queste divisioni di cui Gesù parlava, si erano presentate in mezzo ai credenti in una forma drammatica. Chi aderiva a Cristo Gesù era ritenuto un rinnegato e veniva anche ripudiato dai familiari. La situazione era talmente dolorosa, non solo dal punto di vista affettivo ma anche sociale ed economico, in quanto perdeva tutto. Ecco la divisione di cui parla Gesù.
Questo mostra tutt’oggi la serietà dell’impegno per quanti si fanno discepoli di Gesù Cristo, anche a costo della propria vita.
Il brano di questa XIII domenica del Tempo Ordinario (vv. 37-42), costituisce l’ultima parte del discorso fatto da Gesù ai suoi discepoli, ma che si ricollega al discorso doloroso e provocante della missione stessa.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 37: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me
Il versetto lo possiamo mettere in parallelo con Lc 14,26. Che vorranno dire le parole di Gesù? Una divisione in famiglia? No, Gesù non vuole spezzare nessun legame familiari, altrimenti non parlerebbe bene della famiglia e dell'osservanza del quarto comandamento che obbliga di amare il padre e la madre (Mc 7,8-13; 10,17-19). Lui stesso ha obbedito ai genitori (Lc 2,51). Sembrano due affermazioni contraddittorie. Una cosa è certa: Gesù non si contraddice.
Allora è il caso di vedere il linguaggio. Sappiamo che i Vangeli sono stati diffusi in lingua greca. La lingua, abitudinariamente, riflette in filigrana ciò che è dell’originale. Nell’originale ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’“amare”, cioè l’“odiare”. Quindi possiamo tradurre: «Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre o sua madre, non è degno di me, non può essere mio discepolo». Gesù chiede ai figli di sciogliere quei vincoli che impediscono loro di crescere, troncando ogni tipo di dipendenza dai loro genitori e ai genitori di distaccarsi da quei legami verso i figli che condizionano la loro realtà di coniugi e la loro libertà.
Gesù chiama ed esige un impegno forte, un distacco da tante abitudini, per essere veri, genuini e spontanei: un orientamento radicale verso di lui e il regno di Dio. Per esprimere questa esigenza egli non esita a ricorrere al paradosso: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25).
v. 38: chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
In diversi momenti, Gesù menziona la parola “croce”. La croce di cui parla Gesù non è la malattia, la sofferenza o chissà quale disgrazia come è nel pensiero comune ancora oggi. La croce sotto l’Impero Romano era il simbolo di morte, pena di morte per i banditi ed emarginati. E chi era crocifisso veniva definito un castigato, un maledetto da Dio.
Gesù va contro questo pensiero, abbraccia la croce come facevano gli schiavi del tempo. La croce indica la scelta di chi si ritiene schiavo, di chi si sente dipendente dal padrone. Uno che si sente servo a pieno titolo.
Gesù qui parla di “prendere” la propria croce e portarla dietro a Lui. Una cosa simile la troviamo in Mc 8,34.
Quest’invito non è altro di essere «emarginato tra gli emarginati»; di essere «altri Gesù», emarginato, per le strade del mondo, è un «passare per la porta stretta» (cf. Mt 7,13-14) e bisogna abbassarsi, spogliarsi, farsi piccoli per potervi passare. Questo è l’impegno liberamente assunto di rivelare la Buona Novella che Dio è Padre e che quindi tutte le persone devono essere accettate e trattate da fratelli e sorelle. Questo ha fatto Gesù donando la propria vita.
Per capire meglio tutto questo, possiamo sostituire la parola croce con la parola amore. Infatti, non c'è prova di amore maggiore che dare la vita per il proprio fratello (Gv 13,15). Dare la vita non è sinonimo di morire. Ma dare vita, accendere, dare vitalità, offrire la propria vita, donarla.
v. 39: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
La missione della Chiesa consiste nel dare la vita. È la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cf. Gv 12,24). Quindi il pensiero volge a una radicale trasformazione del senso della propria vita ma a causa di Gesù. Questo non vuol dire che tutti siamo votati al martirio ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana.  È in gioco la scelta per un amore più grande e nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: «Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio» (Gv 3,16). «Non c’è amore più grande che dare la vita!» (Gv 15,13).  Ricordiamo anche l’esempio di Paolo che per poter essere fedele a Gesù e guadagnarsi la vita, dovette perdere tutto ciò che aveva, una carriera, la stima della sua gente, soffrì persecuzioni.
Fin dall’inizio, i cristiani per essere tali, erano perseguitati. Paolo dice: «Sono crocifisso con Cristo» (Gal 2,20). «Sono crocifisso per il mondo e il mondo è crocifisso per me» (Gal 6,14). Seguendo Gesù, il discepolo impara a staccarsi da una vita proiettata su sé stesso per mettere al centro il Regno e i rapporti nuovi che esso implica.
Il versetto sembra riprendere il tutto e vuol far chiarezza sulla dinamica “perdere-trovare”. Che cosa perdi? Forse tutto te stesso? Assolutamente no! Vieni solo perdendo quello che in te è cupidigia di possedere e tenere stretto quello che Dio ti ha dato in cura, affidandotelo per amore. Diversamente sei isola.
Qui il paradosso del Vangelo: L'ultimo è il primo, chi perde vince, chi tutto dà tutto conserva, chi muore vive. Guadagna la vita chi ha il coraggio di perderla. Non rientra nella logica del mondo, un mondo neoliberale e liquido. Seguire Gesù comporta la decisione di seguire la sua strada, con la certezza della croce.
vv. 40-41: Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Da questi versetti abbiamo un messaggio per coloro che hanno abbracciato la croce. Secondo la mentalità semitica, un inviato come ambasciatore o messaggero godeva della stessa dignità di colui che lo aveva mandato. Il verbo accogliere è ripetuto più volte al centro di questo messaggio evangelico, segno di un autentico rapporto con Dio, che parte dal concreto del discepolo del Vangelo, per poter svelare il Volto del Padre. Accogliendo Gesù, rappresentato dai suoi discepoli, è Dio stesso che si accoglie. È chiaro che non si tratta della semplice ospitalità ma dell’ascolto del Vangelo.
Gesù augura che il suo discepolo venga accolto, ovunque vada. Diversamente è un rifiutare Lui stesso. Questo perché il discepolo appartiene al Signore e dipende dal Signore ed avrà sempre accanto “il bastone”, “il vincastro” “che gli daranno sicurezza” (Sal 22; cf. anche Mt 10,9-10). Quando si accoglie chi viene nel nome del Signore, si accoglie Egli stesso e si entra nel vortice della ridondanza del suo dono, che si riversa su ciascuno come benedizione e fecondità.  
Il profeta è e sempre resterà scomodo. Egli ha bisogno di essere sostenuto da chi capisce la novità del Vangelo. Egli quanto annuncia viene da Dio e non dalle tradizioni popolari. Chi, allora, collaborerà col profeta sarà riconosciuto come collaboratore in quello che ha fatto, diventando anche una testimonianza d’amore verso Dio. Così anche chi entrerà in sintonia con la proposta di vita del giusto sarà tale.
v. 42: Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Il tema dell'accoglienza dei piccoli (greco: mikròs) è per l'Evangelista un tema di primaria importanza tanto da farne la chiave della grande parabola del giudizio (Mt 25,31-46).
Chi sono questi piccoli? Nella bocca di Gesù il piccolo è il bambino (cf. Mc 9,37; Mt 18,10.14) e in particolare l’ultimo a cui abbiamo dato amore (Mt 25,40). Viene utilizzato per indicare la statura (vedi Zaccheo Lc 19,3).
Il piccolo è la definizione del Regno di Dio (granello di senapa, Mt 13,31-32). Qui viene attribuito ai missionari, ai discepoli del Vangelo, umili e poco significativi.
I piccoli sono persone socialmente insignificanti e anche quelle spiritualmente esposte a pericolo a causa della loro insicurezza sociale. Pertanto, vanno assistite con premurosa sollecitudine nella Chiesa a imitazione di Gesù, sempre solidale con le persone semplici ed emarginate.
La piccolezza è quella che cambierà il mondo, la convivenza umana. La piccolezza è quella che supererà le decisioni dei grandi politici e magari i grandi discorsi teologici. Infatti, “Dio non cavalca la grandezza, ma si cala nella piccolezza” (Papa Francesco) per questo dinanzi a Dio siamo tutti uguali, perché tutti bisognosi di Dio e la piccolezza ci avvicinerà a Dio.
La vita deve apparire fresca come acqua di sorgente, scoprendosi deboli dinanzi a Dio. Allora si diventerà umili. È necessario un mutamento nella nostra vita e nella vita delle persone, nei rapporti interpersonali e comunitari, altrimenti non cambierà nulla, non avremo “la nostra ricompensa”. 
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Cosa raccolgo per me, per la mia vita, da questa pagina di Vangelo?
In quali occasioni la mia fede è stata più importante degli affetti familiari?
Accolgo i discepoli del Vangelo nella mia vita sapendo che accogliendo loro accolgo Gesù?
Il mio impegno sociale è testimonianza viva del rinnovamento umano prodotto dall'incontro con Cristo?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».
 
Beato il popolo che ti sa acclamare:
camminerà, Signore, alla luce del tuo volto;
esulta tutto il giorno nel tuo nome,
si esalta nella tua giustizia.
 
Perché tu sei lo splendore della sua forza
e con il tuo favore innalzi la nostra fronte.
Perché del Signore è il nostro scudo,
il nostro re, del Santo d’Israele. (Sal 88).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Abbandona te stesso, e mi troverai. Vivi libero da preferenze, libero da tutto ciò che sia tuo proprio, e ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia sempre più grande sarà riversata sopra di te, non appena avrai rinunciato a te stesso, senza volerti più riavere. Da' il tutto per il tutto (dall'Imitazione di Cristo).