martedì 17 febbraio 2026

LECTIO: I DOMENICA DI QUARESIMA (Anno A)

Lectio divina su Mt 4,1-11
 
Invocare
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le tentazioni del maligno e giungere alla Pasqua rigenerato nello Spirito.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». 4Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Il Mercoledì delle Ceneri abbiamo iniziato l'itinerario quaresimale. Per le prime due domeniche ci accompagnerà l’evangelista Matteo, con due episodi particolari della vita di Gesù (le Tentazioni e la Trasfigurazione). Le tre domeniche seguenti il Vangelo presenterà ciò che era una volta (e tutt'oggi) la catechesi battesimale nelle prime comunità cristiane con l'aiuto dell’evangelista Giovanni (Samaritana (Gv 4,5-42), Cieco nato (Gv 9,1-41), Risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45)).
Siamo al capitolo 4 del Vangelo di Matteo. Gesù inizia il proprio ministero ricevendo il battesimo di Giovanni Battista. Si è messo in fila con i peccatori, ha ricevuto lo Spirito Santo e si è sentito chiamare Figlio amato (Mt 3,17).
Subito dopo l'evangelista Matteo presenta un racconto particolare, a cui possiamo dargli questo titolo: “Gesù nel deserto, costantemente tentato”. Perché? Perché il racconto delle tentazioni ha un valore simbolico, una dimensione teologica, più che storica. Non si riferisce esclusivamente a dei quaranta giorni subito dopo il battesimo, ma raccoglie un vissuto di una vita. Inoltre, il nostro testo precede il ministero pubblico di Gesù. Per questo possiamo affermare che è la prova con la quale il Padre ‘saggiaʼ la fede del Figlio: una chiamata, una missione, che deve essere accolta e scelta, nella libertà. 
Il brano non è la semplice narrazione, l'evangelista è stato così bravo a presentarci la questione di una vita in un unico episodio ricco di immagini, come un racconto popolare. Ma la Parola di Dio non è popolare, va sempre “oltre”. Infatti, anche in questa pagina troviamo un valore per la nostra vita.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
Dopo aver ricevuto il battesimo Gesù (Mt 3,13ss) “fu condotto”, “trasportato”, “spinto” dallo Spirito nel deserto.
Che significa “condotto dallo Spirito… per essere tentato?”. Quanti pensieri possono annidare in noi con questo versetto; e quali conflitti. Intanto il verbo suggerisce proprio un movimento verso l'alto, come se Gesù fosse sollevato. Egli fu trasportato nel deserto, il luogo per eccellenza della prova, come lo fu anche il popolo di Israele, su ali d'aquila (Es 19,4). Fu trasportato dalle rive del Giordano alla zona montuosa della Giudea, un deserto dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di abitazione dei diavoli. Qui incontra Satana (che significa: tentatore, divisore, separatore, accusatore).
Perché tutto questo? Nel libro di Giobbe è scritto: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10). Questo dice che da Dio viene il bene e il male. Che significa? Quel “male” di cui si parla non è altro un mezzo di purificazione per la nostra conversione. E con Gesù che c’entra? Si parla qui dello Spirito, lo stesso di cui si parla al Battesimo, qui è Lui che desidera questo. È Dio stesso che fa vivere a Gesù questa esperienza.
Questa esperienza avviene nel deserto. Il deserto non è solamente il luogo del “divisore”, di colui che si propone di allontanare, dividere, l’uomo da Dio. Il deserto è anche luogo di grazia: nel vuoto del deserto, il Signore viene incontro al suo popolo donandogli cibo e acqua e manifestandosi ad esso come una presenza amica e paterna, “cuore a cuore” (cf. Os 2,16).
Protagonisti di questa tentazione sono due: Gesù e il diavolo. Forse possiamo aggiungere anche lo Spirito, che pur se entra in scena ha una sua funzione ben specifica. L’uomo Gesù qui viene tentato. L’uomo viene tentato. Tentazione significa: “mettere alla prova”, “fare un test”, “verificare”: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8,2).
C’è una verifica della fedeltà, o per dirla biblicamente, dell’alleanza. Il Signore aveva messo alla prova Israele per vedere se fosse stato fedele alla sua alleanza.
Ora Gesù, figlio di Dio, viene messo alla prova e deve dimostrarsi e si dimostrerà pienamente fedele.
v. 2: Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
Gesù si trattiene nel deserto per un periodo piuttosto lungo: quaranta giorni e quaranta notti. Nella Bibbia il numero “40” è importante. Ricorre diverse volte. Ad esempio: il diluvio universale dura quaranta giorni (Gen 7,4); Israele rimane quaranta anni nel deserto (Es 16,35; cf. Dt 8,2.4; Nm 14,20-23.34); al colpevole si poteva infliggere i quaranta colpi e non di più (Dt 25,3); all’età di quarant’anni una persona raggiungeva la maturità (Es 2,11; At 7,23); Mosè sta quaranta giorni sul monte Oreb (Es 24,18); quaranta giorni dura il viaggio del profeta Elia (1 Re 19,8).
Nei testi rabbinici, il numero quaranta si estende alla vicenda di Abramo sulla strada per il monte Oreb, dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, per quaranta giorni e quaranta notti non prese nulla da mangiare e bere.
I “quaranta” (giorni o anni che siano) possiamo descriverli come un kairòs, un tempo specifico, particolare, un tempo che è una opportunità, un tempo di grazia, un tempo nel quale si deve verificare e prendere una decisione.
Il versetto termina dicendo che Gesù ebbe fame. Quale fame? Qui parliamo della fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio. Un giorno, dall’alto della croce gesù esprimerà nuovamente questa fame e questa sete (cf. Gv 19,28).
v. 3: Il tentatore gli si avvicinò
È la prima tentazione. Il tentatore. Nel versetto sparisce l’espressione “diavolo” e viene usato quello di “tentatore” che si fa vicino.
Il verbo “tentare” nel vangelo è applicato ai farisei, ai sadducei, ai dottori della legge nella controversia con Gesù, e Gesù, ad ognuna di queste tentazioni, i farisei, i sadducei, i dottori della legge, risponde con citazioni della Scrittura, esattamente come l’evangelista ci anticipa qua. La prima cosa che “il tentatore” fa è quella di tentare Gesù nel suo rapporto con Dio: lo vuole separare dal Padre, vuole inserirsi in questa relazione.
e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane”.
Il tentatore provoca: “se”. Con questa particella più che mettere in dubbio la figliolanza di Gesù che era stata affermata proprio qualche versetto prima, al momento del battesimo, è un invito ad usare le proprie capacità a proprio uso e consumo “giacché sei Figlio di Dio”. In altre parole, mette in discussione la libertà di Cristo Gesù.
Questa provocazione la ripeteranno coloro che assisteranno alla crocifissione: “se sei il figlio di Dio scendi dalla croce” (Mt 27,40).
Qui possiamo ricordare il dono della manna nel deserto (Es 16,1-35) che fu oggetto di malumori e di mormorazioni (Sal 78,18-20). Inoltre, possiamo collegarla a Gen 3,6 quando nel giardino di Eden la donna vide che il frutto dell’albero era buono da mangiare.
In pratica questa prima tentazione riguardante il cibo, presentato come strumento di autoaffermazione, richiama quel desiderio di far proprie le cose materiali. Essere indipendenti da Dio, suoi antagonisti e rivali. Qui il vero problema è l’invidia e la superbia (cf. Gen 3,1-24)
v. 4: Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Gesù però non usa le proprie capacità per sé stesso ma per gli altri, anzi un giorno dirà prendendo il pane: «questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Per questo qui risponde citando la Sacra Scrittura e ricordando al tentatore il celebre testo del Deuteronomio sottolineandone il valore della Parola di Dio davanti al pane.
La citazione è presa da Dt 8,3 e riguarda la manna, il cibo fornito da Dio che gli ebrei avevano mangiato nel deserto (Es 16,1-36; Nm 11,4-9). Dio aveva dato la manna al suo popolo dopo avergli fatto patire la fame, proprio perché capisse che l'uomo vive prima di tutto della parola di Dio. Gesù fa capire che ci sta un’altra fame da sfamare che non è quella personale.
Gesù presenta la Parola di Dio come pane, come nutrimento. Egli lo paragona al seme che poi è spiga e infine pane così è la Parola di Dio: un seme deposto in noi che deve germogliare, è come un frammento di pane che va mangiato, assimilato, trasformato in vita della nostra vita.
Gesù sottolinea che l’attenzione primaria dell’uomo è riservata a Dio e alla sua Parola, anche quando dovrà sfamarsi, l’uomo deve farsi condurre da Dio, dal desiderio di Lui.
Infatti, l’uomo vive sempre all’ombra di Dio, anche quando svolge azioni puramente naturali. Il richiamo di Gesù trova applicazione in tante persone che vivono sempre alla presenza di Dio, qualunque cosa facciano e dovunque si trovino. Ricordiamo una frase di Paolo: «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1Cor 10,31).
vv. 5-6: Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio
Gesù all’inizio della sua missione è portato dal diavolo nella città santa e lo provoca ad usare del suo potere divino. Ritorna ancora una volta il tema dell’autoaffermazione.
Il verbo paralambano (cioè “prende con sé”) è usato soprattutto per mostrare che è il diavolo a prendere l'iniziativa e che Gesù lo lascia fare, quasi come se fosse un aiutante o sottomesso a lui.
La città santa è Gerusalemme (Ne 11,1). Essa è il luogo dove Dio ha scelto di stabilire la sua presenza.
Il pinnacolo è uno dei portici che facevano ala (letteralmente "piccola ala") al santuario, precisamente quello dell'angolo sud-est, che dà sullo strapiombo del Cedron. Inoltre, le ali suggeriscono la protezione divina, particolarmente nel Sal 91 e Sap 2,18 che è importante nel racconto di questa tentazione.
e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra".
All’inizio della missione, Gesù per dare un segno eclatante della sua “messianicità” è invitato a gettarsi perché miracolosamente sarà sostenuto da Dio e dai suoi angeli. In altre parole, l’invito è per affermare te stesso, devi distruggere la tua dignità.
Il diavolo è un perfetto conoscitore della Sacra Scrittura e sa anche citarla. Citando il Sal 91,11-12 egli omette un elemento importante, dopo “comanderà ai suoi angeli per te” ci sarebbero le parole “di custodirti in tutte le tue vie”. Si tratta di un elemento da non sottovalutare.
Il Salmo promette non esplicitamente al Messia ma ad ogni credente una protezione angelica mentre percorre le vie della normale esistenza umana, non nel caso in cui metta a repentaglio la propria vita alla ricerca del miracolistico, del sensazionale o magico.
Questa tentazione ne richiama un'altra: “Mostraci un segno dal cielo e crederemo!” (cf. Mt 12,38; 16,1; 24,3).
Quante volte capita: “ma se è Dio perché non fa questo”. Essere Messia, essere Dio non è giustificato da un pensiero umano o da una immagine del nostro subconscio: Gesù è Messia tanto profetato ma un Messia debole, povero, umiliato, rigettato; un Messia servo, non un padrone potente e tantomeno una nostra marionetta!
v. 7: Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”.
Gesù capisce che quanto il divisore sta facendo non è altro che una distorsione di Dio, una strumentalizzazione di Dio. E risponde citando nuovamente quanto sta scritto nella Torah (cf. Dt 6,16).
Qui possiamo ricordare l’episodio di Massa (Es 17,1-7), quando il popolo soffriva la sete e mise alla prova il Signore dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi, si o no?». Essi avevano messo in dubbio il fatto che il Signore si prendesse cura di loro.
Il ministero di Gesù invece sarà caratterizzato dall’umile obbedienza al progetto di Dio, anche quando alcuni lo solleciteranno a scendere dalla croce per manifestare la sua identità divina (cf. Lc 23, 35 –37).
In altre parole, possiamo tradurre così la risposta di Gesù: “forse non ti è chiaro, non si mette alla prova di Dio, ma si accetta di essere messi alla prova”.
Cristo non ha saltato, pur sapendo che sarebbe caduto nelle braccia del Padre. Il suo salto è stato di qualità: è sceso nell’abisso della morte, nella notte dell’abbandono manifestando l’amore di Dio per gli uomini. Mettere alla prova Dio è negare Dio amore, fondamento di ogni cosa.
v. 8: Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria
Ancora una tentazione, la terza e ultima. Questa volta Gesù è condotto dal diavolo su un alto monte, dal quale contempla la terra e tutto ciò che contiene, tutta la sua ricchezza, i regni nelle mani dei governanti di questo mondo, la gloria che essi ostentano.
Quale è questo monte? Il monte lo sappiamo è legato alla magnificenza di Dio, al suo trono. Oppure un luogo della rivelazione divina, dove egli stesso conduce l’uomo per indicargli o mostrargli qualcosa. Per esempio, Mosè che vede la terra promessa dalla cima del monte Nebo (Dt 34,1ss).
Invece il monte in questione, la tradizione monastica palestinese ha voluto identificarlo con il Jebel Quruntal (monte della quarantena), sopra il sito della Gerico antica. Ma il significato del monte alto è da ricercare in termini teologici. Infatti, richiama a quel raduno sul monte da parte del Risorto (Mt 28,16) ove Gesù dice: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18)
Solitamente è il Signore che mostra qualcosa all'uomo, portandolo in alto. E' il caso di Mosè Questo gesto si trova anche nell'Apocalisse, compiuto da un angelo (Ap 22,6.8). Anche un gesto di Dio o una visione apocalittica può essere strumentalizzata dal diavolo.
v. 9: e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai".
Ed ecco la tentazione, ma questa volta senza quell’insinuazione: “se sei figlio di Dio”.
Nelle due tentazioni precedenti, infatti, il diavolo voleva mettere alla prova l'effettivo potere di Gesù. Qui invece si tratta di un ambito in cui il diavolo ha un certo potere: i regni della terra. Infatti, nella tradizione giudaica, il diavolo ha il possesso dei regni terreni. Ma non si ha riscontro di questo nella Sacra Scrittura, tranne che nelle fonti rabbiniche. Noi sappiamo, dalla Sacra Scrittura, che tutto il creato appartiene a Dio.
Il diavolo offre il proprio potere a Gesù a condizione che rinunzi alla propria figliolanza, al proprio rapporto con Dio. Adorare era il gesto che fecero i Magi davanti a Gesù bambino (Mt 2,2.8.11) e quello degli apostoli davanti a Gesù risorto (Mt 28,17). Qui si sta capovolgendo il ruolo. Cosa che capita anche ai nostri giorni: l’opinione della gente vale più di quella di Dio!
Il Messia che deve essere accolto non ha bisogno di gesti eclatanti e tantomeno di potere mondano. Il Messia va accolto nella sua interezza e cioè, va accolto in quel messaggio che è appeso alla croce, sul Golgota, dove nasce la nuova comunità, il nuovo popolo di Dio.
Scrive Bonhoeffer: “Dio non protegge dal dolore ma nel dolore, non salva dalla croce ma nella croce” come ha fatto con Gesù.
v. 10: Allora Gesù gli rispose: "Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto".
Non è facile capire Dio. Non è facile accogliere il messaggio del suo Unto. Per questo Satana propone qualcosa che non è Dio: far rinunciare a Gesù la sua natura più profonda e vera.
La stessa cosa fece Pietro in Mt 16,22, quando quest'ultimo non accetterà l'annuncio della passione e della morte di Gesù. Ma Gesù come fece con Satana fa anche con Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». (Mt 16,23).
Ecco l’abbassamento di Gesù, fatta di umiltà: «colui che era ricco si è fatto povero per noi» (2Cor 8,9), «colui che era nella condizione di Dio, si è spogliato fino a diventare schiavo» (Fil 2,6-7).
Ecco perché Gesù ha espresso nel suo grande discorso: «Non potete servire Dio e Mammona» (Mt 6,24). E per questo la via della Parola di Dio è sempre viva ed efficace, perché il suo ascolto è un comando radicale e definitivo è: «Adorerai il Signore Dio tuo, e a lui solo renderai servizio» (Dt 6,13).
v. 11: Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Dalla lotta contro Satana Gesù ne esce vincitore. Il versetto è particolare. Esaurite le tre tentazioni il diavolo lascia Gesù (è lo stesso verbo di Giovanni il Battista che cede davanti alla richiesta di Gesù di essere battezzato). Andato il diavolo arrivano degli angeli e servono Gesù.
Il verbo diakoneo indica il servizio della mensa. Il cibo che egli aveva rifiutato di procurarsi in modo miracoloso ora gli viene gratuitamente donato dal Padre. Però nel concetto biblico gli angeli, più che dei servitori della mensa, sono i messaggeri di Dio e della Parola divina. Con questo Gesù riapre la relazione con il Padre con un atto di fede, anticipando così ciò che sarà: fedele e obbediente alla Parola nonostante ogni tentazione, nonostante ogni seduzione. San Paolo parla del combattimento contro lo spirito del male definendolo “combattimento spirituale” (Ef 6,13-17).
Ecco allora chi è l’Unto di Dio: Colui che lascia spazio ad una comunicazione intima, ad un rapporto più profondo tra lui e il Padre. Ma tanti ancora avranno da dire che Gesù non è il Messia tanto atteso. Allora è reo di morte. Sarà ucciso.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Ho avuto anch’io delle tentazioni che hanno messo alla prova la mia alleanza con il Signore?
Mi sono rivelato fedele o come il popolo di Israele non ho resistito, ho mormorato? Come si è comportato il Signore con me in quella situazione?
Di quali segni ho bisogno per credere che Dio è ed è presente nella nostra quotidianità?
Vedo Dio a mio uso e consumo, come se fosse una marionetta. Oppure come Colui che ogni giorno mi ama e mi nutre attraverso la sua Parola?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.
 
Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.
 
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
 
Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode. (Sal 50).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
L’aiuto del Signore non può essere mai estorto, perché Dio non si lascia comandare da noi, dalle nostre esigenze e dai nostri desideri. Egli sa di cosa abbiamo davvero bisogno, e noi solo lui dobbiamo adorare e servire. Ancoriamoci alla Croce, nostra unica salvezza. Cristo ha già vinto le tentazioni della vita. Lasciamoci amare da Lui.
 
 
 
 

martedì 3 febbraio 2026

LECTIO: V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 5,13-16
 
 
Invocare
O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del Vangelo, perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
13 «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Siamo ancora nel grande «discorso della montagna» e il Signore, dopo aver proclamato le beatitudini, prosegue nel descrivere il DNA di ogni cristiano usando due appellativi: «sale della terra» e «luce del mondo».
“Gesù, Sapienza di Dio, è il Figlio che dà la vita per i fratelli. Per questo è sale e luce: fa sentire e vedere loro che Dio è il Padre comune. La Chiesa è il “voi” che ha ascoltato le beatitudini e ha lo stesso sapore di Cristo. Partecipa del suo destino di passione in quanto sale della terra e di gloria in quanto luce del mondo – senza dimenticare che è luce solo in quanto è sale” (Silvano Fausti).
La difficoltà del simbolismo del sale è un primo ostacolo alla giusta comprensione del detto di Gesù; le esperienze di ognuno possono far variare l'opinione che si ha di questo minerale. Prima dell'avvento del frigorifero il sale era considerato un ottimo conservante; è usato per dare sapore ai cibi; gli antichi contadini e nomadi palestinesi nelle vicinanze del mar Morto lo usavano per riscaldarsi a causa della sua combinazione col bitume; per noi moderni (ma già per gli antichi, Esdra (4,14) chiama i funzionari persiani «coloro che mangiano il sale della reggia») indica lo strumento economico della sopravvivenza, «il salario»; molto noto il riferimento del «sale della sapienza», un rito che si era introdotto nel battesimo proveniente dalla superstizione della cultura dei barbari del primo medioevo, ma del tutto sconosciuto al complesso delle Chiese antiche.
Il testo del vangelo mette in evidenza che la continuità e la visibilità di chi opera per il regno di Dio sono ben sottolineate dalle immagini del sale e della lucerna, che non possono mai venir meno alla loro funzione (dare sapore e fare luce). Gesù, dunque, affida un compito ai discepoli: la terra ha bisogno di sapore e luce e io oggi vi costituisco come “sale e luce della terra”!
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 13: Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Nei precedenti versetti avevamo le beatitudini che si concludevano con la persecuzione e la ricompensa che avrebbero ottenuto quanti sarebbero stati investiti da tale persecuzione. Ora con delle immagini Gesù fa capire chiaramente, partendo sempre da Lui, quali sono le caratteristiche del discepolo che non sono da ricercare ma si posseggono già. Anzitutto l’immagine del sale, al quale si associano diverse funzioni: dà sapore e conserva i cibi e nei sacrifici antichi si utilizzava allo scopo di purificare la vittima offerta (cf. Lv 2,13). Nell’Antico Testamento il sale per le sue proprietà di conservazione era simbolo dei valori duraturi di un contratto: un’alleanza di sale (Nm 18,19; 2Cr 13,5).
Il nostro versetto, che troviamo in parallelo con Lc 14,34 e Mc 9,50 afferma che il battezzato deve conservare e dare sapore al mondo nella sua alleanza con Dio. Altrimenti non serve a niente e merita di essere gettato fuori (cf. Lc 14,35).
Quindi, chiediamoci: chi è per noi il sale? È Gesù stesso il sale perché Egli è il sapore di Dio che contrasta il sapore del mondo. Guardando ai suoi discepoli, a quanti vogliono seguirlo Gesù li definisce come «il sale per la terra», destinato ad esercitare una funzione sulla terra, sugli uomini. Nello stesso tempo da’ un monito a mantenere e dare sapore, a non essere scadenti o già scaduti per non rischiare di essere insignificanti per tutti. Come Gesù siamo chiamati ad essere sapore di Dio nella quotidianità.
L’evangelista Marco ci aiuta a comprendere questa funzione cristiana: «Ognuno, infatti, sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mt 9,49-50).  
La triplice insistenza sul sale, e la precisazione di «salare con sale» mostra che il sacrificio d'offerta, «memoriale sull'altare, sacrificio di aroma soave al Signore» (Lv 2,2b), il santo dei santi tra i sacrifici del Signore (Lv 2,3b), deve essere preparato compiutamente, ben condito e ben cotto, per essere vero sacrificio a cui si partecipa prima spiritualmente, e poi nel convito come segno di comunione.
Ogni discepolo deve prepararsi ad essere, con il Signore, questo sacrificio di aroma soave per il Dio dell'alleanza, redenzione della terra e comunione tra gli uomini. Se il sale non esplica tale funzione sacrificale, non avrà nessuna rivalutazione «da fuori». Occorre avere questo sale sacrificale dentro il cuore, ed allora il sacrificio spirituale sarà pace sulla terra.
C’è quindi una dimensione di responsabilità e consapevolezza vocazionale nella vita del credente. Egli deve misurare la sua vita, il senso delle cose che fa, non solo in riferimento a sé, ma in riferimento al mondo intero con gli occhi di Dio.
vv. 14-15: Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Oltre l’immagine del sale, Gesù si serve anche dell’immagine della luce, tema molto presente nei testi del Nuovo Testamento in riferimento a Gesù. Se ricordiamo in Mt 4,12-17 Egli era stato indicato come la grande luce che rischiara le terre di Zabulon e Neftali. Anche l’Antico Testamento ha il suo riferimento in particolare nel profeta Isaia: «Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore» (2,5).
In Is 42,6; 49,6 Israele è chiamato ad essere una «luce per le nazioni». Paolo riprende questo tema della vocazione di Israele in Rm 2,19 («luce di coloro che sono nelle tenebre») e dirà che i cristiani devo splendere come astri nel mondo (Fil 2,15) e che sono luce nel Signore, dopo essere stati tratti dalle tenebre (Ef 5,8).
Anche qui: chi è la luce? Gesù è la luce: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». (Gv 8,12) e noi lo professiamo dicendo del Figlio “luce da luce”. Nel salmo 36 viene espresso per noi che «nella sua luce vediamo la luce». Gesù è la luce. Allora noi battezzati in lui, tuffati in lui, veniamo illuminati per riflettere tale luce su quanti incontreremo nel nostro cammino.
Allora le parole di Gesù per noi «Voi siete la luce del mondo» come possiamo intenderle? Siamo luce del mondo non perché produciamo una qualche luce ma perché siamo illuminati da Gesù. Quindi ogni discepolo è luce con tutta la sua povertà e debolezza. Egli è colui che deve essere in grado di trasmettere una luce autentica che permetta al mondo di orientarsi e dirigersi. Se la nostra vita è stata illuminata ciò non è solo in vista di noi e del nostro cammino, ma in vista del cammino di tutti: illuminati dalla luce che è Gesù dobbiamo a nostra volta diventare luce per gli altri.
Cambiando prospettiva, il discepolo qui viene definito una lampada (cf. Gv 5,35) poiché la luce è Cristo e da lui riceve la luce. Per far capire questo, Gesù usa il paragone del moggio (Recipiente per misurare il grano, usato anche come mensola). La luce è posta in alto affinché risplenda in tutta la casa (cf. Mc 4,21; Lc 8,16; 11,33). Questa espressione è facilmente comprensibile se facciamo riferimento alle usanze del tempo di Gesù: la fiamma allora si otteneva dai grassi e spegnere con un soffio una di quelle lampade voleva dire riempire la stanza di un puzzo insopportabile. Per questo si usava mettere un moggio o un altro recipiente che fosse a portata di mano sulla fiamma, ottenendo che si spegnesse per mancanza di ossigeno senza mandare cattivo odore.
Cristo Gesù dice semplicemente che la luce non dev'essere spenta, perché illumini sempre. Deve essere come il faro posto nelle vicinanze del porto che illumina la rotta.
v. 16: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
Il versetto finale di questa pericope racchiude le motivazioni che il Signore dà di questa funzione: tale luce deve sfolgorare davanti agli uomini come esempio efficace (cf. Rm 14,18; Fil 2,15; Fm 6; Ef 5,8-9; 1 Pt 2,12).
I discepoli non vivono per sé, autosufficienti, in un angolo del mondo, bensì in pubblico, visibili e accessibili agli uomini per restituire il sapore divino a quanti erano diventati insipidi.
Il testo presuppone una trasformazione della vita cristiana che possa essere in grado di essere testimoni in mezzo la gente. I discepoli come figli portano così altri figli al Padre, ma seguendo sempre il Figlio Unico. Un vangelo vissuto si esplica nella collettività. Tutto ciò che riguarda la terra, riguarda innanzitutto la coerenza con cui i cristiani vivono la loro presenza nel mondo; ogni terra deve poter contare sul sapore dei discepoli, sul sapore della Chiesa. I discepoli, la Chiesa sono visibili, non nascosti.
Riprendendo il pensiero della luce messa in alto, sul candelabro, perché illumini tutta la casa in riferimento alla nostra vita, abbiamo un invito a volgere lo sguardo verso l’alto della croce perché possiamo essere illuminati, radiati da quella luce, che è la stessa luce di Dio che si espande, in particolare quelle volte che la nostra vita è offuscata dal male o da altre situazioni. Ma questa luce non si ferma in noi deve essere irradiata. In Mt 7,17 viene detto che “l’albero buono fa dei frutti buoni”. Sappiamo benissimo che l’albero buono è l’albero della croce. Appesi a questo Albero anche noi possiamo essere quel sapore di Dio, quella luce di Dio, iniziando a testimoniare lo stesso amore di Dio presente nella mia vita.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale riflesso di Dio la mia vita fa vedere?
Cosa significa per me essere “sale”, “luce” nella quotidianità?
Sono il sapore e la luce di Dio nella mia ferialità?
Quale senso delle cose, di Dio Amore faccio assaporare a quanti incontro?
Sono davvero capace di opere di bene?
Quali sono le opere buone che posso fare e che facciano sì che la gente renda gloria non a me ma a Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
 
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
 
Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. (Sal 111)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Il cristiano non è invitato a cercare successo, ma a vivere il suo essere discepolo nell’essere sale e luce nella vita di tutti i giorni, vivendo le opere buone indicate dalle beatitudini, vivendo le opere di misericordia, aiutando le persone a glorificare Dio Padre nella quotidianità.



martedì 27 gennaio 2026

LECTIO: IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

 Lectio divina su Mt 5,1-12
 

Invocare
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, dona alla tua Chiesa di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore sulla via delle beatitudini evangeliche.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Questa domenica siamo chiamati a riflettere sul grande discorso della montagna, in particolare sulle beatitudini, quasi a dire che la prima bella notizia che il Signore Gesù ci dona è la felicità.
Le Beatitudini di Gesù arrivano a noi in due stesure: quella lunga in Mt 5, 3-12 e la forma breve di Lc 6,20-26.
Il vangelo delle Beatitudini costituisce la prima parte del “discorso della montagna”. Il monte è il luogo della rivelazione, sia per la trasfigurazione gloriosa di Gesù, sia per la sua parola; il monte ha inoltre un significato più specifico: esso vuol ricordarci il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza. Matteo propone Gesù come il nuovo Mosè e la sua parola è parola di vita, è legge nuova (“ma io vi dico…”) che non abolisce l’antica ma la porta a compimento. Tutto il grande Discorso della Montagna traccia la via del discepolo sulle orme del Regno. Le Beatitudini ne costituiscono il punto di partenza sorprendente, "scandaloso", ma anche consolante. Mentre noi ci chiediamo cosa dobbiamo fare, Gesù ci mostra in primo luogo ciò che fa Dio, ci invita ad aprire gli occhi, per contemplare il Regno dei cieli in arrivo e lasciarci sorprendere dalla sua venuta.
L’espressione letteraria “beato” è anteriore alla Sacra Scrittura, appartiene già al linguaggio umano per indicare la felicità umana come facciamo anche ai nostri giorni. Ma è uguale nella Bibbia? È uguale per Gesù?
No. Non è uguale perché le beatitudini sono l’identikit di Gesù Cristo e che Lui indica a quanti vogliono seguirlo. Possiamo leggere le beatitudini come impegni che ci sono chiesti, ma innanzitutto come elementi del ritratto spirituale di Gesù Cristo, di Gesù di Nazareth. È una lettura antica nella tradizione cristiana, perché risale perlomeno a Origene che dice: “Le beatitudini sono immagine di Gesù, altrettante icone della figura spirituale di Gesù”. Quindi, se uno vuole capire chi è Gesù può leggere tutto il Vangelo, può guardare il suo volto a partire da queste prospettive; quello che Gesù è stato, viene comunicato al credente perché a sua volta lo viva egli stesso. Dio ha preso l'iniziativa di instaurare il suo Regno: prima di agire, siamo chiamati ad accoglierlo, “a stare di fronte a Dio”.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
vv. 1-2: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro.
Abbiamo in questi versetti un popolo rappresentato dalla folla e dai discepoli. Il luogo è un monte da cui scende la Parola divina. La tradizione ha identificato il monte delle beatitudini la collina che domina su Cafarnao. Il monte di cui parla Matteo però non è un monte materiale ma spirituale. Il luogo, infatti, ha una valenza più teologica che topografica come fa Luca, in cui si fa esperienza di Dio. Da questo luogo spirituale, Gesù si mostra a tutti con il suo parlare e insegnare.
L'accenno alle folle all'inizio (5,1) e al termine (7,28-29) del discorso fa da cornice all'insegnamento impartito da Gesù a Israele. Questo può anche indicare una moltitudine potenziale dei discepoli, ai quali la Chiesa è mandata in missione a portare l'insegnamento di Gesù (cf. Mt 28,19-29). Infatti, l’insegnamento del discorso non è inteso solo per il ristretto gruppo dei discepoli, cioè i “dodici” ma a quanti seguono Cristo.
Il monte delle beatitudini è l'eco e la pienezza del monte Sinai; è il luogo della rivelazione divina [cfr. vocazione di Mose sull’Oreb (Es 3,1ss); consegna della Legge sul Sinai (Es 19,1ss); il sacrificio del Carmelo (1Re 18,20ss); Elia sull'Oreb (1Re 19,1ss); la trasfigurazione (Mt 17,1-8); l'apparizione del risorto ai discepoli (Mt 28,16).
Su questo monte Gesù si siede (è la posizione del maestro e la sua parola ha un timbro autorevole) e “aprì la sua bocca” (traduzione letterale) per insegnare che fa pensare a Dt 8,3: «l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore»; e ancora: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò». Gesù pronuncia con autorità che gli è propria perché la sua bocca è quella di Dio che pronuncia solo parole che danno vita.
Il verbo «insegnare» in Matteo è usato esclusivamente in questo discorso, qui e in 7,29. Il discorso è sapienziale anche nella formula, che rinvia al Sal 77,2 (cf. At 8,35; 10,34); il verbo insegnare qui è un termine tecnico per indicare che Gesù è l'interprete autorizzato della Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture dell'A.T.
v. 3: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Questa prima beatitudine è sorprendente e strana in quanto la povertà è oggetto di beatitudine. Forse è il caso di accogliere il pensiero dell’evangelista Matteo che non riguarda la povertà sotto l’aspetto economico, infatti aggiunge «in spirito», atteggiamento fondamentale per accogliere il Regno dei Cieli. C’è in questo versetto un esempio di come rapportarsi con Dio. Lo spirito di cui si parla, rimanda al soffio della vita che Dio ha comunicato ad Adamo; è la nostra dimensione più intima, diciamo la dimensione spirituale, la più intima, quella che ci rende persone umane, il nucleo profondo del nostro essere. Ce lo fa comprendere meglio la Bibbia interconfessionale: «Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio», indicando così coloro che nella vita hanno imparato a contare solo su Dio. Inoltre,
I poveri in spirito” sono le persone che davanti a Dio si collocano come dei mendicanti, dei bisognosi nell’intimo del loro essere e che sanno di avere bisogno di Lui, di dipendere interamente da Lui. Possiamo definirlo l’atteggiamento della fede che non è un fare qualche cosa, ma è la disponibilità a ricevere qualche cosa; è un mettere come primato della propria vita l’iniziativa di Dio e non le nostre capacità; non è l’affermazione di noi stessi, nemmeno come affermazione spirituale, ma è invece la disponibilità a ricevere la grazia e il dono di Dio che non tratterremo per noi stessi ma lo consegneremo a chi è nel bisogno. Infatti, beato è colui che non trattiene nulla per sé di quei doni che Dio ha messo nelle sue mani ma li consegna a coloro che sono nel bisogno, ai poveri. Chi è il beato per eccellenza? Gesù di Nazaret: Egli non ha trattenuto nulla per sé ma ha consegnato agli altri, ha consegnato sé stesso agli altri (cf. Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Ef 1,3-14). Il vero povero è colui che si fa povero per amore a questi appartiene il Regno dei cieli.
v. 4: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Nel testo greco viene riportata la forma attiva: «che si affliggono», piangono ma nel loro intimo. I padri del deserto e i primi monaci, lo chiamavano “penthos”, cioè un dolore interiore che apre ad una rinnovata relazione con il Signore e con il prossimo.
Quest’afflizione o questo pianto, nelle Sacra Scrittura, lo troviamo sotto due aspetti: il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. L’altro aspetto sono le lacrime per il peccato – per il proprio peccato –  quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo. Qui si piange perché non si corrisponde all’amore del Signore e ci si rattrista per il bene non fatto. Questo è il senso del peccato.
Ci aiuta l’esperienza di Pietro il cui pianto lo porterà a vivere di un nuovo amore, perché il suo pianto purifica, rinnova. A differenza di Giuda, non accettò di aver sbagliato e prese la strada del suicidio.
I piangenti, sono anzitutto coloro che soffrono per gli ostacoli posti dal mondo all'adempimento della volontà divina di salvezza (cf. Lc 4,16-22; Is 61,1-6); quindi un atteggiamento che l’uomo stesso sceglie davanti alla realtà della società e del mondo, dove Cristo, Dio, la giustizia di Dio e l’amore che viene da Cristo fanno la figura dei grandi assenti. Non è possibile per il discepolo gioire quando ci sono ingiustizie, oppressioni, falsità e ipocrisie (a partire da se stessi) e quando sembra che Dio sia escluso dalla convivenza umana e dai valori che la costruiscono.
Questo versetto lo riscontriamo in Is 61,2-3, dove la missione del profeta è quella di confortare tutti coloro che piangono in Sion. A questi Gesù promette consolazione (cf. Lc 2,25), anzi Egli stesso asciugherà le loro lacrime (cf. Ap 7,17, che cita Is 25,8; Ap 21,4).
v. 5: Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Vengono riprese qui le parole del Salmista: «I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande prosperità [pace]» (Sal 37,11). Il termine ebraico di “miti” è 'anawìm (con questo termine si vuol riprendere il v. 3). I “miti” di cui si parla non sono i timorosi, ma gli stessi poveri di spirito che accettano senza amarezza o rancore la loro condizione e trovano la forza nella serenità e in una coraggiosa sopportazione (cf. Sal 37,7-9.11.29.40). I miti sono coloro che con pazienza puntano il loro sguardo oltre l’orizzonte e sono capaci di attendere, sono capaci di perseverare.
Nel linguaggio e nel contesto evangelico, “la terra” significa la terra promessa. Inoltre, la parola “terra” significa il regno dei cieli, ovvero il nuovo modo di vivere secondo lo spirito di Dio, che Gesù annuncia e inaugura.
La terra, che è sempre di Dio, deve essere vissuta come un dono condiviso e ammini-strato nella giustizia e nella fraternità, dono di Dio ai popoli, da abitare senza violenza, in mitezza, in pace e ospitalità reciproca. Questo è l'unico modo per possederla con sicurezza e frutto, nella pace. Il violento non possiede davvero la terra, perché la sua minaccia ritorna su di lui e gli nega la sicurezza.
I miti non solo possono “ereditare” la terra, starvi sicuri senza far violenza, ma sono i soli in grado di trasmettere a loro volta in eredità la terra ricevuta.
v. 6: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
La fame e la sete, nella Bibbia (Is 55,1-2; Sal 42,2-3), indicano la tendenza a Dio e la nostalgia di lui. I due verbi in senso metaforico possono esprimere un forte desiderio di Dio e della sua Parola: «l'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente...» (Sal 42,3); «O Diotu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua» (Sal 63,2); «Ecco verranno giorni -dice il Signore - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore» (Am 8,11 ).
Il Salmista descrive (Sal 107,5.8-9) come Dio abbia soddisfatto la fame e la sete degli Israeliti. Matteo ha ampliato la fonte Q (Lc 6,21) aggiungendo la «sete» (in conformità al Salmo 107) e «della giustizia» (per chiarire la natura della fame e della sete). La giustizia si riferisce in primo luogo alla giustizia di Dio, ma anche ai rapporti umani e alla condotta. In un contesto apocalittico la giustizia si riferisce alla rivendicazione dei giusti nel giudizio finale.
Nel Discorso della Montagna fare la giustizia - fare la volontà del Padre (Mt 7,21) - fare queste mie parole (Mt 7,24), designano la stessa realtà, cioè l'agire umano necessario per entrare nel Regno dei cieli. Tale agire deve seguire le norme giuste (fare la giustizia), che sono determinate da Dio (fare la volontà del Padre) e che vengono autorevolmente comunicate da Gesù (fare queste mie parole). L'ultimo passo del Discorso della Montagna in cui si parla di «giustizia» è Mt 6,33: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta»: si oppone alla ricerca ansiosa del cibo, della bevanda e del vestito, la preoccupazione necessaria ed essenziale: il Regno di Dio! Il Regno di Dio dev’essere il bene più alto, mentre il giusto agire (la giustizia) costituisce la condizione indispensabile per l'ingresso in quel Regno.
v. 7: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Per la Bibbia “misericordioso” è un appellativo tipicamente divino, la “misericordia” è l’identità propria di Dio. Tutta la Sacra Scrittura rivela la misericordia di Dio. La stessa alleanza proposta da Dio è un segno della sua misericordia. Questa “misericordia” attribuita a Dio comprende il perdono delle mancanze, il perdono dei peccati, che a sua volta desidera – Dio - di vedere la misericordia praticata dagli uomini.
I misericordiosi sono coloro che, imitando Dio, sanno comprendere e perdonare il prossimo secondo l'impegno evangelico che troviamo nella preghiera del Padre nostro (cf. Mt 6,11-12.14-15). Lo sfondo è Prov 14,21; 17,5 (LXX), dove la «benedizione» è il premio per la misericordia mostrata ai poveri.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Quanto più si accoglie l’amore del Padre, tanto più si ama (cf. CCC, 2842). La misericordia non è una dimensione fra le altre, ma è il centro della vita cristiana: non c’è cristianesimo senza misericordia. Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità (cf. CCC, 1829).
v. 8: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Nella Bibbia il cuore non è solo il “luogo” dei sentimenti, ma indica le decisioni, la vita. Lì ognuno ritrova sé stesso e la propria identità, lì ogni persona decide di sé, nel suo rapporto con gli altri, col mondo e con Dio. Il cuore buono rende buono tutto l'uomo, il cuore cattivo lo rende cattivo.
L'espressione «cuore puro» non è né un riferimento alla purità sessuale-rituale né alla sincerità, ma caratterizza le persone oneste la cui integrità morale si estende al loro essere interiore e le cui azioni sono coerenti con le intenzioni.
La purezza di cuore è la purezza interiore con cui la persona prende delle decisioni che sono corrette e non falsate dal suo interesse o dal suo capriccio o dalla sua superficialità.
Ciò che corrompe e rende impuri, non sono le cose materiali, ma il peccato; non è ciò che viene a contatto con l'uomo dal di fuori, ma ciò che dall'interno determina i comportamenti personali di ciascuno. «Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo», perché gli entra nello stomaco, non nell'anima. «Ciò che esce dall'uomo, questo contamina l'uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo» (Mc 7,18.20-22).
Dalla dimensione interiore e spirituale dell'uomo, dalla sua anima e dal suo cuore derivano i desideri e le azioni buone o cattive. Se sono cattive corrompono tutto l'uomo: infatti è cattivo all'interno, dove ha pensato e desiderato il male; ed è cattivo all'esterno, dove si comporta male e fa male agli altri. Così il cuore, centro della persona, qualifica in senso positivo o negativo tutta la persona.
v. 9: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Insieme con quella dei misericordiosi, questa è l’unica beatitudine che non dice tanto come bisogna “essere” (poveri, afflitti, miti, puri di cuore), quanto cosa si deve “fare”. Il termine in greco significa coloro che lavorano per la pace, che “fanno pace”. Non tanto, però, nel senso che si riconciliano con i propri nemici, quanto nel senso che aiutano i nemici a riconciliarsi. “Si tratta di persone che amano molto la pace, tanto da non temere di compromettere la propria pace personale intervenendo nei conflitti al fine di procurare la pace tra quanti sono divisi” (Dupont)
 “I portatori di pace” non sono dunque gli amanti del quieto vivere ma gli attivi operatori di pace, che agiscono come Dio stesso, perché Dio è il Dio della pace (Rm 16,20). Il vero «operatore di pace» è Dio stesso. Per questo quelli che si adoperano per la pace sono chiamati «figli di Dio»: perché somigliano a Lui, Lo imitano e fanno quello che fa Lui. Vuol dire che la pace è prima di tutto un dono da accogliere! Di conseguenza la pace è un compito! Non si tratta, tuttavia, di inventare o creare la pace, ma di trasmetterla, di lasciar passare la pace di Dio «che sorpassa ogni intelligenza» (Fil 4,7), lasciando che custodisca i cuori e i pensieri in Gesù Cristo.
v. 10: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
“Beati i perseguitati”, cioè coloro che ricevono sofferenze dall’esterno, dagli altri e che contempla la stessa prospettiva del regno definito qui con “giustizia”.
Nella Bibbia il termine “giustizia” appare in contesti diversi fra loro e con sfumature che ne indicano di volta in volta il significato. Fondamentalmente la giustizia esprime il rapporto che lega l’uomo a Dio (cf. Gen 15,6). Ma indica pure il rapporto che lega l’uomo al suo prossimo. Riferito all’uomo, il termine “giustizia” indica il compimento della volontà di Dio, l’ascolto della sua parola (esempio di Giuseppe, lo sposo di Maria, cf. Mt 1,19). “Giustizia” è la parola che nella predicazione dei profeti (come Isaia, Amos, Michea) più significativamente esprime gli atteggiamenti dell’uomo chiamato alla solidarietà responsabile e alla condivisione fraterna verso chi, nella società di ogni tempo, è emarginato, debole, prigioniero, indifeso e straniero. Giustizia è «sciogliere le catene inique», «dividere il pane con l’affamato», «introdurre in casa i miseri, senza tetto» (cf. Is 58,6-12; Mi 3,9-12 e anche Mt 25,31-46).
La beatitudine, si riferisce ai perseguitati per Gesù, per il nome di Gesù, per la causa del Vangelo. Pensiamo alle prime persecuzioni che si sono scatenate nei riguardi degli apostoli. Queste sono persecuzioni per causa del Vangelo. L’evangelista, infatti, riprendendo la quarta beatitudine, dà la motivazione di questa persecuzione «per la giustizia» che il versetto seguente completerà meglio«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11).
In questa persecuzione possiamo trovarci anche noi tutte quelle volte che dobbiamo sostenere la dignità di essere cristiani nell’ambiente del lavoro, tutte quelle volte che dovremmo sopportare persecuzioni meno gravi, perché annunciamo il nome di Gesù.
In Mt 10,22 leggiamo: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome»; e in Mt 10,39: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Il discepolo però sa che nulla potrà separarlo dall’amore di Cristo, né la persecuzione, né la prigione, né la morte (cf. Rm 8,35). Questa è la beatitudine dichiarata da Gesù.
vv. 11-12: Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
È la nona beatitudine già anticipata nell’ottava e si distacca dalle precedenti per la sua lunghezza e per l’uso della seconda persona plurale («voi»): anch’essa è giunta a Matteo dalla tradizione (cf. Lc 6,22-23), ma risale non a Gesù, bensì alla comunità, la quale l’ha coniata a partire dalla beatitudine da lui riservata agli afflitti.
La beatitudine è rivolta a coloro che esattamente saranno insultati come Gesù sulla Croce. È rivolta direttamente ai cristiani di ogni tempo che soffrono persecuzione a causa della loro fede in Gesù. Annunciare Cristo, testimoniarlo nella propria vita, denunciare corruzione, vizi, tradimenti, lassismo morale, ingiustizie, soprusi, violenze, resistendo, se necessario, fino alla morte: tutto questo vuol dire essere profeti scomodi e perciò esposti alla derisione, alla persecuzione e al terrorismo ideologico. Gesù invita a non lasciarci spaventare, anzi, Egli assicura che nell’ora del processo gli saranno date parola e sapienza per resistere ai persecutori, che non potranno contraddirlo. In ogni avversità, anche da parte di parenti, familiari e amici, il cristiano non deve temere nulla. Deve solo continuare a confidare nel Signore Gesù, accogliendo la sua promessa: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Ecco la virtù cristiana per eccellenza: la perseveranza-pazienza che è la capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, di rimanere e durare nel tempo, che diviene anche capacità di supportare gli altri, di sopportarli e di sostenerli.
Questo richiamo alla perseveranza (cf. Mt 10,22; 24,13), continuando a vivere nell’amore “fino alla fine”, sull’esempio di Gesù (Gv 13,1), è la sua stessa promessa che contiene una grande ricompensa: la piena comunione con Dio (cf. 1Pt 4,13-16) e la partecipazione alla Resurrezione di Cristo Gesù, il Figlio di Dio.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quali sono le beatitudini in cui mi identifico maggiormente? Quali quelle da cui mi sento ancora lontano/a?
Quale mi invita a crescere, che mi chiede di provarci, che mi sfida a cambiare?
Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza so rinunciare alla violenza, alla vendetta, o allo spirito vendicativo?
Trovo piste di conversione per poter incarnare una o più beatitudini, anche attraverso l’esempio dei Testimoni del nostro tempo?
Ritengo possibile una vita improntata alle beatitudini?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
 
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
 
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. (Sal 145).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Lasciamoci illuminare dalla Parola di Dio e cerchiamo di scoprire nella nostra vita le beatitudini elencate da Matteo. Cerchiamo di scoprire se la nostra vita è un dono di Dio che per amore va “consegnata” secondo l’ideale delle Beatitudini. Proviamo a vivere le beatitudini praticando l'umiltà, la carità, l'onestà e la giustizia nelle nostre relazioni.