Lectio divina su Mt 13,1-23
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento
favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Accresci in noi, o Padre, con la potenza
del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che
continui a seminare nei solchi dell'umanità, perché fruttifichi in opere di
giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per
Cristo nostro Signore. Amen.
In ascolto della Parola (Leggere)
1Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al
mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una
barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse:
«Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte
cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra
parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito,
perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu
bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde sui
rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul
terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi
ha orecchi, ascolti».
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero:
«Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a
voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti
a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha, sarà
tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole:
perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così
si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non
comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato
insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché
non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con
il cuore
e non si convertano e io li guarisca! 16Beati
invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In
verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che
voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!
18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni
volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno
e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo
la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui
che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21ma non ha in
sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una
persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello
seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del
mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.
23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e
la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per
uno».
In
silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle
salde radici.
Dentro il Testo
Saltando il capitolo 12 del Vangelo di
Matteo, entriamo in quel lungo discorso di Gesù fatto da un incipit (13,1-3) e
una conclusione (15,51-52). In questo lungo discorso abbiamo un blocco di sette
parabole (il seminatore, 13,3b-9; la zizzania, 13,24-30; il grano di senape,
13,31-32; il lievito, 13,33; il tesoro, 13,44; la perla preziosa, 13,45-46; la
rete, 13,47-50). A questo settenario si aggiunge ancora un'ottava parabola
riguardante lo scriba discepolo simile al padrone di casa (v. 52). La sezione del
capitolo 13 si conclude al modo consueto con cui vengono chiusi i discorsi di
Gesù in Matteo, con la formula «E avvenne che, quando Gesù ebbe terminato
(questi discorsi…)» (v. 53).
Sette, quindi, sono le parabole, tre
delle quali sono comune ai sinottici, perché per l'Ebreo il numero sette
rievoca i sette giorni della settimana e della creazione, il simbolo della
storia del mondo. Con le parabole Gesù rivela “cose nascoste sin dalla
fondazione del mondo” (13,35); non si tratta dunque di un linguaggio esoterico
o criptico, ma di rivelare cose che operano in maniera segreta e imprevedibile
come sono i disegni di Dio. Infatti, le parabole hanno come tema il mistero del
regno dei cieli.
Matteo colloca la parabola della semente
con gli eventi precedenti dei capitoli 11 e 12 dove è menzionato il regno di
Dio che soffre violenza.
Un'altra caratteristica di questo
capitolo è che per le prime due parabole (quella del seminatore e quella della
zizzania) vi è una netta separazione tra i discepoli e le folle: le parabole
sono per le folle ma la loro spiegazione è riservata unicamente ai discepoli.
Tutto questo capitolo si muove tra la
casa e il mare e quasi tutte si ispirano al tema del seme, della semina e della
mietitura.
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v.
1: Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare.
La parabola inizia con questo incipit,
quasi a sottolineare che il tutto accade in un solo giorno. Questo incipit è
importante, in quanto "quel giorno" è un Kairos e Gesù lo racconta,
racconta la sua missione di annunciatore del Regno dei Cieli; racconta questa
parabola quando la sua vita pubblica è a metà del cammino ed é cominciato un
periodo di crisi.
Il versetto parla di una casa da cui Gesù
esce. Siamo a Cafarnao, la casa di Pietro condivisa con gli altri discepoli,
frontiera tra Israele e i popoli pagani, il luogo della chiamata dei primi
discepoli (4,18).
Questo suo uscire viene messo in
relazione al v. 3 dove viene indicato l'uscita del seminatore. Matteo a
differenza di Marco vuole indicare il passaggio dalla rivelazione speciale
riservata ai discepoli alla rivelazione pubblica aperta alla folla.
Nell'uscire siede lungo il mare per
insegnare come un Rabbi. Il mare è il luogo di passaggio verso i popoli pagani,
quindi, rappresentava la frontiera fra Israele e il mondo pagano. Il mare è il
luogo dell’esodo.
Lo sfondo del discorso in parabole è,
quindi, il lago di Gennesaret o di Kinneret (cf. Nm 34,11; Gs 13,27), chiamato
anche Mare di Galilea, Mare di Tiberiade secondo l’opinione della gente. Questa
diventa la cattedra del suo insegnare ma anche luogo delle apparizioni del
Risorto.
v.
2: Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a
sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Come per il discorso della montagna, Gesù
anche qui si siede. Il suo sedersi è l’atteggiamento del maestro.
Attorno a lui vi è tanta folla ed Egli
sale sulla barca affinché la Parola possa giungere a tutti. La barca, simbolo
della missione della Chiesa, (mentre la Chiesa in sé è rappresentata dalla casa
di Pietro) poteva sollevare il maestro dal suo uditorio, divenuto troppo
numeroso. Ma data la crescente ostilità dei farisei, la si può anche
considerare come una misura di sicurezza.
Qui troviamo un gruppo che sembra non
fare il loro esodo: la folla. Gesù, nuovo Mosè, vuole aiutare la folla a
aderire al Regno di Dio. Questo è indice che il Signore ci parla attraverso le
circostanze, le relazioni, le cose che ci succedono, le persone che abbiamo
accanto. Per farlo usa le parabole.
v.
3: Egli parlò loro di molte cose con parabole.
A differenza di Marco che parla di
"insegnare", Matteo qualifica la parabola come un parlare. I
destinatari del suo parlare sono le folle. Il termine "molte cose"
può essere anche inteso come un parlare loro a lungo, tutto il giorno.
Che cos'è la parabola? Diverse sono le
traduzioni per capire: un paragone, una similitudine, qualche volta un po'
enigmatica, con la realtà naturale o sociale, che serve ad illustrare in modo
allusivo, un po' misterioso, una realtà che non è dell'ordine naturale, come
appunto il regno di Dio. Una giusta definizione può essere questa: «una
metafora o una similitudine tratta dalla natura o dalla vita quotidiana che
colpisce l'ascoltatore con la sua vivezza e originalità e lo lascia in quel
minimo di dubbio riguardo il significato dell'immagine sufficiente a stimolare
il pensiero» (C. H. Dodd). La parabola, possiamo vederla, come un canto della
speranza.
E
disse: Ecco, il seminatore uscì a seminare.
L'accento cade sull'attività del
seminatore, protagonista del racconto parabolico. Matteo mette davanti
l'articolo. Ciò vuole alludere al grande Seminatore per eccellenza Gesù che
«uscito» dal Padre è venuto nel mondo a gettare il seme salvifico della Parola.
C’è un brano del libro del profeta Isaia:
55,10-11, in cui si dice che: «Come infatti la pioggia e la neve scendono
dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla
fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da
mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me
senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò
per cui l'ho mandata».
Possiamo pure dire che è una parabola in
movimento, in atto perché spiega cosa sta accadendo in quel preciso istante.
vv.
4-8: Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la
mangiarono.
Il contadino palestinese prima semina e
poi ara. Semina ovunque e poi passa l'aratro. Facendo un po' di attenzione,
possiamo notare che Matteo non accenna all'aratro o all'aratura. Allora di cosa
si tratta?
Certamente non si sta parlando di
agricoltura. Del seminatore possiamo dire che non sapeva dov'era il terreno
buono e fertile, in quanto in Israele il terreno è roccioso; quindi, spine e
rovi potevano crescere più rapidamente del grano e soffocarne la crescita.
Il soggetto resta il seminatore, però
l'attenzione è portata sul seme, anzi sui semi. L'evangelista qui non fa altro
che mettere in evidenza la fiducia usata dal seminatore, da Gesù, in quel
piccolo seme gettato, che sa farsi strada nella terra arida e nel terreno buono
senza sapere qual è, dà fiducia a tutto il terreno. Così è Dio: dà fiducia a
tutti, nessuno escluso, perché tutti campo di Dio!
Un'altra
parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito,
perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e,
non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la
soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento,
il sessanta, il trenta per uno.
Il seminatore sapeva che da qualche parte
il terreno era buono e gli avrebbe dato un buon raccolto: il trenta, il
sessanta, il cento per uno.
In questi pochi versetti l'evangelista
descrive quattro terreni. La strada: che vuole indicare l'impenetrabilità e
quindi non può crescere, nascere qualcosa di buono. I sassi: rappresentano il
facile entusiasmo, le persone volubili, superficiali. All'inizio la cosa
prende, ma alla prima difficoltà finisce tutto.
Le spine: descrivono le condizioni
esterne soffocanti, quando cioè la persona è sottoposta a grosse pressioni e
non ha una struttura di personalità sufficientemente forte. Prova a crescere ma
viene soffocata dall'esterno che è più forte della sua spinta interna. Il
terreno buono: qui solo il seme germoglia e porta molto frutto.
La conclusione è che la triplice
infruttuosità è controbilanciata, e in modo sovrabbondante. Il pessimismo
iniziale cede il posto all'ottimismo. Il 100 è il numero della benedizione
plenaria, come avvenne a Isacco quando seminò a Gerar (Gn 26,12). Nei numeri
simbolici 100 (multiplo di 5 e di 50), la pienezza, 60, altra forma di pienezza
(5 x 12) e 30, ennesima forma di pienezza (3 x 10).
v.
9: Chi ha orecchi, ascolti".
Nel Nuovo Testamento l'espressione
ammonitrice la ritroviamo in ognuna delle sette lettere che il Cristo indirizza
alle «sette Chiese dell'Asia minore» (cf. Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22; 13,9).
Se la Parola è seme, la terra che
l’accoglie è come l’orecchio che ascolta la parabola. Quindi la parabola
narrata è seme. Seme della fede e della speranza che non delude.
Questo seme Dio “lo getta” a tutti, da
sempre. E da sempre invita all'ascolto di Lui (cf. Dt 5,1; Pr 2,2; Bar 3,9; Sal
78 (77),1). L'evangelista Matteo ce lo ricorda dicendoci che il parlare di Dio
non è subito comprensibile: chi ha orecchi, cioè capacità di comprendere
attentamente, si metta in ascolto e cerchi di capire!
Solo quando viene ascoltato, e solo
allora, il seme della Parola di Dio diventa vocazione, chiamata forte e vera a
seguire e corrispondere l’amore grande di Dio per l’uomo.
vv.
10-11: Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro
parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i
misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”.
I versetti fanno osservare una certa
riserva tra la folla e i discepoli. La parabola che Gesù racconta è un modo (o
un invito) per stare accanto al Signore. Infatti, non è un racconto per venire
incontro ai semplici. I discepoli stanno già col Signore, ma tanti altri no.
Infatti, il verbo “avvicinare” vuole proprio indicare questo rapporto intimo
dei discepoli con il Signore.
Discepolo vuol dire “disposto a
imparare”. Se uno non vuole imparare è discolo, non è discepolo. Il discepolo è
uno disposto ad accettare qualcosa di nuovo e questo indica l’apertura della
mente. Ma sarà vero discepolo se a sua volta rivelerà quanto ha imparato
insegnando ad altri fin quando non arriverà alla visione perfetta di Dio (1Cor
13,12; Gv 16,29).
Tra la folla possiamo trovare persone dal
cuore chiuso e anche persone dal cuore aperto. La parabola ti parla a seconda
della tua apertura di cuore. Tanti ascoltano e si allontanano, senza che le
parabole siano diventate per loro l’occasione per stare con il Signore. Qui
come in Mt 12,46-50 vi è una distinzione tra le folle e i discepoli. È quanto
appare nella Chiesa delle origini, “che voleva passar oltre le parabole per
cogliere direttamente la rivelazione a essa offerta dal Cristo” (G. Ravasi).
Incomincia a delinearsi la spaccatura
palese nella parabola dell’ultimo giudizio (25,31-46). Chi possiede è il
discepolo del Regno, chi non possiede è Israele che rischia di perdere tutto.
v.
12: Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che
non ha, sarà tolto anche quello che ha.
Siamo alla conclusione della parabola che
mette l’accento sul valore finale di chi è disposto ad imparare, ad accogliere
il seme della Parola. Forse possiamo cogliere il senso di quest'espressione
dura nella parabola dei talenti (25,14-30). Tutti hanno ricevuto dall'inizio i
loro talenti. Alcuni li sfruttano e dunque abbondano nella gioia del Signore;
altri li congelano rendendoli sterili. A questi è tolto tutto, poiché è come se
non avessero mai avuto.
Anche qui Matteo sta dicendo la stessa
cosa: le parabole hanno precisamente questo doppio effetto: aggiungono e
tolgono. Più uno già sa, più è in grado di aggiungere conoscenze al suo sapere.
Non a tutti, però, è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma solo
alle persone ben disposte, a quelle che accolgono le sue parole e le vivono.
Questa Parola di vita ci mette in guardia
quindi contro una grave mancanza in cui potremmo cadere: quella di accogliere
il Vangelo, facendolo magari solo oggetto di studio, di ammirazione, di
discussione, ma senza metterlo in pratica.
vv.
13-15: Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono,
udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di
Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non
vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono
diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli
occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si
convertano e io li guarisca!
Gesù non intende forzare a capire
nessuno. Parla e agisce con chiarezza, ma le folle non comprendono. Per questo
ricorre al linguaggio delle parabole che, essendo più velato potrà stimolare le
folle a pensare di più, a riflettere sugli ostacoli che impediscono la loro
comprensione dell’insegnamento di Gesù.
In qualche maniera la storia si ripete.
Qui viene ricordato il tempo del profeta Isaia quando la gente era chiusa alla
Parola di Dio.
Il testo di Isaia, uno dei più citati nel
NT, serve a spiegare l'insuccesso della predicazione di Gesù, come già quella
di Isaia (6,9-10) stesso: non si tratta di un giudizio di condanna.
«L’indurimento del cuore, la miopia dello
spirito, la sordità della mente del popolo spingono dunque Gesù a usare un
annuncio della sua verità attraverso il velo dei simboli. La causa di questo
modello di predicazione è, dunque, la povertà spirituale degli ascoltatori e la
loro superficialità» (G. Ravasi).
vv.
16-17: Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché
ascoltano
Dopo le terribili parole di Isaia, Matteo
riporta delle parole di approvazione rivolte da Gesù ai suoi discepoli partendo
da una beatitudine. I discepoli sono esattamente in contrapposizione a loro, hanno
occhi che vedono, cioè, sono venuti alla luce. Sono illuminati e capiscono la realtà.
E questi sono nella beatitudine.
Non è la prima volta che Gesù dice
“beati”. Già l’Antico Testamento risuona la beatitudine in coloro che ascoltano
la Parola di Dio (cf. Dt 6,3; Sal 1,1-3; 94,12s; 106,3; 112,1-5; 128; Pr 8,34;
29,18; Sir 14,20-27; Bar 4,4). Ma anche in altre pagine del Nuovo Testamento lo
si riscontra (cf. Lc 11,28; Ap 1,3; 22,7). La beatitudine inoltre ha molteplici
sfumature. È legata a un vedere in profondità, a un cogliere quello che Gesù
voleva comunicare.
In
verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che
voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!
Questa beatitudine è il desiderio di
tutta la storia umana, della sua verità profonda, della profezia e dei giusti. La
beatitudine ci riguarda ancora oggi. Saremo beati ogni qualvolta ci mettiamo in
ascolto della parola di verità, della parola del Figlio, della parola che ci fa
fratelli, della parola che ci dona la vita di Dio, che ci dona lo Spirito
Santo, che ci dona il Suo Amore.
v.
18: Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Da qui inizia la spiegazione della
parabola. Qui abbiamo un imperativo ed ha lo stesso sapore del credo religioso
di Israele: “Ascolta Israele” (Es 6,4). Il termine dell’ascolto è ripetuto in
ebraico per altre 1159 forme. L’ascolto non deve essere sterile ma fattivo.
L’udire nell’ascolto biblico richiede un
atto mentale del comprendere e per il popolo ebreo quest’aspetto non è
separabile dai sensi. Quindi interesse, applicazione e studio, se si vuole
prendere sul serio la Parola.
Per questo Gesù dice: voi, dunque, che
potete capire e non avete il cuore indurito, ascoltate la spiegazione della
parabola, iniziate a capire il mistero della Parola dentro di voi. La parabola,
quindi, tratta dell’ascoltare la Parola del Regno.
Essa viene chiamata la parabola del
seminatore, ma la si può chiamare anche “dei quattro terreni” che corrispondono
a diverse persone. In realtà, il Vangelo divide in due gruppi di ascoltatori:
quelli che ascoltano e non comprendono (13,19.22) e quelli che ascoltano e
comprendono (13,20.23). Ciò che semina il seminatore è il messaggio del regno. L’uomo
è identificato col terreno e il suo modo di ascoltare.
v.
19: Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il
Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme
seminato lungo la strada.
A differenza di Marco, questa spiegazione
inizia al singolare. È l’impegno personale, il banco di verifica del vero
ascolto e della vera comprensione. È necessario entrare nel suo significato
profondo e salvifico (più che intellettuale) della parola del Regno per evitare
il Maligno.
Il primo terreno corrisponde a quel seme
gettato lungo la strada. Matteo lo identifica con l'uditore che lo riceve. Su
questo terreno il seme non ha neppure il tempo di germogliare in quanto “strada
dura” e rimane in superficie facile ad essere rubato dal maligno. “Il maligno”,
espressione tipica di Matteo e Giovanni, è stata ricollegata all' “impulso
cattivo” che fa lotta con quello buono nel cuore dell'uomo. Possiamo ricordare
il discorso dell’apostolo Paolo nell’Areopago di Atene, «appena sentirono
parlare della resurrezione dei morti, cominciarono a deridere Paolo. Altri
invece gli dissero «Su questo punto ti sentiremo un’altra volta»» (At 17,32).
Il male ha origine nel non ascolto e nella disobbedienza.
vv.
20-21: Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la
Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante,
sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola,
egli subito viene meno.
Il secondo terreno corrisponde al seme
gettato sui terreni sassosi: il seme germoglia, ma non essendo la terra
sufficientemente profonda, la piantina viene bruciata dal sole. Qui abbiamo le
tre componenti dell’uomo: identificato col seme, cioè con la Parola, con la
terra e il modo di accogliere la Parola.
La risposta è accogliente, cordiale,
gioiosa, ma “momentanea”, cioè di breve durata: c'è un problema di impazienza,
di incostanza, di mancanza di radici che viene messo in luce nei momenti di
persecuzione o di tribolazione. Possiamo ricordare il giovane ricco di cui
parla Mt 19,16-22 che chiedeva cosa dovesse fare per ottenere la vita eterna.
Alla risposta di Gesù che lo chiama alla perfezione se ne andò rattristato
perché legato a sé stesso, alla sua stessa vita.
All’entusiasmo dell’inizio segue la
discontinuità della scelta, dovuta sicuramente a esperienze di sofferenza e
persecuzione, inevitabili in ogni cammino di fedeltà all’ascolto di Dio.
La Parola non dà frutto a causa di una
tenuta insufficiente: nella prova, "subito" uno viene meno.
v.
22: Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la
preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed
essa non dà frutto.
Il terzo terreno è quello infestato dai
rovi. Qui la piantina cresce velocemente in quanto ombra e umidità favoriscono
la crescita ma alla fine la soffoca.
Qui c'è stata sia l'accoglienza, sia una
certa durata nel tempo: qualcuno che ha dato una buona prova di sé. Purtroppo,
alla «preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza», a un cuore
pieno di paura e sempre in cerca di scuse (cf. Lc 14,18), senza speranza, davanti
alle difficoltà della vita si cede subito, si soffoca la Parola e tutto si
arresta in quanto «non ha radice in sé ed è incostante» (v. 21).
Accogliere la Parola senza radici
profonde si è già predisposti a smarrire la fede e la propria determinazione in
situazioni difficili.
v.
23: Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la
comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per
uno".
Il quarto terreno è quello che dà frutto,
ma in proporzioni diverse (cento, sessanta, trenta). Uno studioso ha paragonato
questi tre rendimenti con l'osservanza del triplice comandamento che gli ebrei
ripetevano ogni giorno nella loro preghiera quotidiana: «Ascolta Israele,
amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la
tua forza». Nella comune interpretazione rabbinica “con tutta l'anima”
significa “perfino se egli ti strappa l'anima”, cioè fino al martirio; mentre
“con tutta la forza” significa “con tutte le tue ricchezze” (mamon).
Il versetto riprende la parte finale del
cap. 12: Chi è mia madre? Chi sono le mie sorelle ed i miei fratelli? È la
gente seduta attorno a Lui che ascolta la sua Parola e che compie la volontà di
Dio, che diventa uguale a Lui. Ascoltando la Parola diamo corpo a Dio nel
mondo, gli diamo vita, gli siamo madre, come la madre terra che germina il seme,
così ciascuno di noi fa germinare Dio nella propria vita, diventiamo madre e
poi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù perché generando la Parola, divento
simile a Dio, divento figlio, divento come Gesù, suo fratello: ho prodotto il
cento, il sessanta, il trenta per uno.
Quelli che producono il cento sono coloro
che hanno un cuore talmente obbediente da sacrificare non solo la loro
proprietà (mamon), ma anche la cosa più preziosa di tutte, la loro vita
(anima), questi sono i martiri.
Quelli che producono il sessanta hanno un
cuore obbediente e danno via i loro averi, ma non si trovano nell'occasione di
dare le loro vite a causa della parola.
Quelli che producono il trenta hanno pure
un cuore obbediente e indiviso, ma non si trovano nell'occasione di offrire,
per amore di Dio, né la loro vita né la loro proprietà.
Questi tre aspetti segnano l’atto del
credere, attivo e perseverante: l’ascoltare, il comprendere e il portare frutto
ognuno secondo la propria misura.
Per concludere prendiamo il Vangelo
secondo Luca che ci fa dono di un particolare: «Quello sul terreno buono sono
coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la
custodiscono e producono frutto con perseveranza» (qualcuno traduce «con
sofferenza») (Lc 8,15). Il particolare vuole evidenziare che ci sarà chi verrà
chiamato a rispondere del mancato invito al Vangelo, e chi concluderà una vita
di testimonianza, ottenendone il premio.
Ci
fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il
Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
La Parola
illumina la vita e la interpella
Quale disponibilità interiore e
comprensione manifesto di fronte all’ascolto della Parola?
Mi sento vicino a Gesù come un discepolo
o piuttosto distante, come le folle?
Ognuno di noi è un terreno diverso a
seconda delle situazioni della propria vita. In quali diverse occasioni sono
stato/a strada, terreno pietroso, spine, terreno buono?
Cosa ho saputo donare di me stesso/a
finora per dare spazio fattivamente alla Parola di Dio?
Rispondi
a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi
germogli.
Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di
esultanza.
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia! (Sal 64).
L’incontro con
l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La Parola ci invita a leggere la nostra
vita, le nostre vicende, il nostro passato per vedere quanto l'incontro col Vangelo
ci abbia cambiati senza desistere nello scuoterci dal torpore, dall’indecisione,
dalla durezza d’ascolto ma essere tra coloro che danno frutto producendo ora il
cento, ora il sessanta, ora il cento per uno.