lunedì 10 agosto 2026

LECTIO: XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 15,21-28
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
21Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. 22Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Gesù si trova a Gennesaret (Mt 14,34) e qui, con una delegazione di scribi e farisei venuti da Gerusalemme ebbe una discussione su ciò che rende puro o impuro l’uomo. Egli aveva insegnato il contrario della tradizione degli antichi, dichiarando puri tutti gli alimenti, e aveva aiutato il popolo e i discepoli a uscire dalla prigione delle leggi di purità (Mt 15, 1-20). Purtroppo, il discorso non è accolto e deve scappare da quelle discussioni ridicole ritirandosi verso terre pagane, dalle parti di Tiro e di Sidone. Qui fa un incontro con una donna Cananea con la quale era proibito conversare.
Con questo brano, l’Evangelista fa capire l’amore universale di Dio (cf. Mc 7,24-30). Egli dice che non c'è un popolo privilegiato, non c'è un prima noi e dopo gli altri, ma c'è l'amore di Dio per tutti.
Il brano è collocato nella “sezione dei pani” (si ripete 15 volte cf. Mt 13,53-16,12) ed è una continuazione del brano di domenica scorsa, in cui il pane abbondato è destinato a tutti i popoli: Giudei e pagani.
Protagonista in questo brano è una donna cananea che sorprende Gesù per la sua fede: un fatto che l’evangelista valorizza per dare indicazioni concrete su come essere Chiesa.
Con l’episodio della donna Cananea, Matteo mostra alle comunità come lo stesso Gesù avesse fatto passi concreti per oltrepassare i limiti della religione chiusa in sé stessa e come Lui facesse per discernere la volontà del Padre oltre lo schema tradizionale.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 21: partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Nel testo greco il verbo non è “partire” ma “uscire”. Infatti, è un uscire indicativo della persona e della missione di Gesù. Nell’Esodo succede la stessa cosa. Dio dice a Mosè: “fai uscire il mio popolo” (Es 3,10).
Gesù esce (dalla Galilea), potremmo dire sostanzialmente, esce dal Padre, esce come segno d’amore, come segno di verità, per raggiungere tutti. Anche qui, indicando forse un tempo o un fatto, Gesù esce e si dirige verso le parti di Tiro e di Sidone. Nel testo parallelo di Mc 7 si dice che Gesù va nella “regione di Tiro”, “passa per Sidone” entrambi territori pagani (cf. Mt 11,22). Matteo, invece, dice che punta verso quei territori, non ci arriva, non oltrepassa i confini della Palestina perché, come dirà Gesù stesso, egli è stato “mandato alle pecore perdute della casa di Israele”.
Qui Gesù si ritira. Nel Vangelo di Matteo troviamo spesso questo verbo. Forse Gesù cercava un luogo per “staccare la spina”, restare da solo e le località vogliono dare motivo a questo suo ritirarsi: Tiro (dall'ebraico sur = roccia) e Sidone (dall'ebraico sùdon = luogo di rifornimento o luogo pescoso).
v. 22: Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Qui entra in scena una donna Cananea. Anche se viene indicata la sua provenienza non è nell’intenzione dell’Evangelista indicarne la geografia ma l’aspetto religioso. Infatti, indica che non è d’Israele, che non fa parte del popolo eletto.
Questa donna va incontro a Gesù e fa la sua preghiera gridata. La sua preghiera è come quella dei Salmi (cf. Sal 129,1b-2a). Nell’Esodo (2,23) troviamo il grido del popolo eletto, ridotto in schiavitù, che si innalza verso Dio. Anche qui è la stessa cosa, anche la Cananea vive una situazione di schiavitù: vive una umanità piena di spiriti cattivi. Ma questo vale per tutti. Quando si vive una umanità lontano dal Signore si vive solo di spiriti cattivi e che hanno bisogno di essere cacciati da Cristo e dal suo Vangelo.
La donna incontra Gesù e riconosce in lui il Messia, lo chiama “figlio di Davide”. Questo titolo messo sulla bocca di una donna pagana può risultare strano. Forse la donna nella sua vita ha fatto dei “passaggi”, dei cambiamenti e per questo osa chiamarlo così facendo anche la sua preghiera, chiedendo una grazia particolare, chiedendo la compassione, chiedendo la Sua vicinanza, il dono della Sua presenza, della Sua forza, della Sua tenerezza per la figlia tormentata da un demonio.
Questa donna sente nel suo cuore che solo Gesù può cacciare dalla figlia quel demonio che la tormenta.
vv. 23-24: Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!».
La donna grida, innalza la sua preghiera ma Gesù non risponde. Sembra che Gesù mostri la stessa distanza e sfiducia che esisteva tra il popolo di Israele e i pagani. Atteggiamento strano da parte sua! Perché la certezza che percorre la Bibbia, da capo a fondo, è che Dio sempre ascolta il grido del popolo oppresso. Ma qui Gesù non ascolta. Non vuole ascoltare. Perché? Perfino i discepoli sono sorpresi dal comportamento di Gesù e chiedono che presti attenzione alla donna, per liberarsi da quel grido orante.
Qui viene utilizzato il verbo “esaudire” ma nel testo originale vi è il verbo “cacciare”. I discepoli sono del parere di non avere a che fare col mondo pagano. Quel “liberarsi” dal grido della Cananea è lo stesso verbo usato dai discepoli quando viene raccontato la condivisione del pane (cf. Mt 14,15).
Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Notiamo nel Vangelo di Matteo che Gesù limita il suo campo di azione al popolo dell’Alleanza. Sembra che voglia acconsentire al parere dei discepoli. Però, come mai a Nazareth fu accusato di comportarsi in maniera opposta, di interessarsi dei pagani di Cafarnao?
Ricordiamo l’invio dei discepoli, ai quali Gesù aveva ordinato di rivolgersi solo alle pecore perdute della casa di Israele (10,6). Gesù aveva anticipato questo atteggiamento nel “discorso della montagna”, dove aveva prescritto ai discepoli ancora da istruire a fondo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci» (Mt 7,6).
L’evangelista Matteo ricorda che Gesù è mandato alle pecore perdute della casa d’Israele, come il pastore è per il suo gregge, così il pane è per i figli. L’appellativo di «pecore perdute» si rifà alla nota immagine biblica del popolo come gregge senza pastore (cf. Ez 36) ma è solo un particolare legato al piano storico salvifico. L’apertura universale, però, era intrinsecamente iscritta nell’identità di Dio. L’Evangelista, invece, vuole sottolineare quel particolare pedagogico di Gesù partendo dalle opposizioni dei discepoli per poter arrivare ai pagani, perché anche quest’umanità ha bisogno di aiuto.
vv. 25-26: Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
La donna non si preoccupa del rifiuto di Gesù e pone, “in crescendo”, nuovamente la richiesta. La madre non indietreggia, pur se l’espressione è pesante ella va avanti fiduciosa, cosciente della sua povera esistenza.
Amore di madre per la figlia ammalata non si preoccupa di norme religiose, né della reazione degli altri, ma cerca la guarigione là dove la sua intuizione materna le fa vedere una soluzione: Gesù! Essa si fa più vicino, si getta ai piedi di Gesù e rinnova la sua supplica. Il suo insistere fa usare le stesse parole di Dio, prese dai Salmi: 70,2; 79,9; 109,26; 119,86.117.175. Il gesto è adorazione, riconoscimento di Gesù Signore. Lo stesso gesto che ebbe il giovane ricco quando corse da Gesù: si prostrò innanzi e lo adorò (Mc 10,17).
La sua è una preghiera significativa e Gesù ne resta colpito e risponde con un paragone preso dalla vita familiare. Egli mette davvero a dura prova l'umiltà e la fede della donna facendo uso del detto che nessuna madre toglie il pane di bocca ai propri figli per darlo ai cagnolini. L'asprezza del detto è alquanto attutita dall'uso del diminutivo “kynarion” che indica i cani domestici, che stanno in casa (15,27). Bambini e cani sono numerosi nelle case dei poveri anche oggi.
Gesù afferma chiaramente il principio ebraico tradizionale in materia di storia della salvezza: prima i Giudei.
Gesù dice. Ma il caso non è chiuso. Il messaggio sembra più diretto ai discepoli, perché c’è un pane da condividere anche con i pagani.
vv. 27-28: «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
La donna non si dà per vinta, anche se non afferra il discorso del pane perché il pensiero è sulla guarigione della figlia, fa ancora un terzo tentativo. Essa è d’accordo con Gesù, ma allarga il paragone e lo applica al suo caso. Ella tira semplicemente la conclusione di quella immagine, mostrando che in casa del povero (e perciò anche in casa di Gesù) i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei bambini. La donna comunque si mostra umile, non si offende per essere stata paragonata a un cane, non rivendica diritti nei confronti di Dio, perché lei sa che le briciole che cadono, se sono le briciole di Dio, sono sufficienti a saziare la sua vita e quella della figlia malata. Ella riconosce la sua situazione di miseria e il suo grido tocca il cuore di Gesù. Il problema qui, man mano che si avanza nella fede, non appartiene alla donna ma ai discepoli che fanno fatica a condividere il pane coi pagani. E nella "casa di Gesù", cioè nella comunità cristiana del tempo di Matteo, alla fine del primo secolo, c’erano in più "dodici ceste piene" (Mt 14,20) per i "cani", cioè per i pagani!
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Gesù educando i suoi discepoli ad “allargare lo spazio della propria tenda” (Is 54,2), in questo momento si meraviglia della fede della donna e fa capire ai discepoli che non esiste nessun privilegio nel dono della fede e della grazia: essa è aperta a tutti sia lontani che vicini, praticanti e non praticanti. L’esperienza della salvezza è aperta a quanti aprono il loro cuore con piena fiducia e abbandono.
Non è la prima volta che Gesù trova una grande fede tra i pagani. Ricordiamo il centurione: per fede il centurione si avvicinò a Gesù, per fede gli chiese la guarigione del suo servo; per fede gli disse che bastava una parola, che non era necessario che entrasse nella sua casa (cf. Mt 8, 5-13).
La risposta di Gesù è volere del Padre. Gesù esce “dalla prigione della razza eletta” per aprirsi a tutta l’umanità, senza barriere di razza o confini politici: è la volontà di Dio. Questa è l’ora della fede, della preghiera, della guarigione. È l’ora in cui Dio non dona le briciole ma il pane della vita. Il dono della vita e della salvezza è per tutti coloro che cercano la vita e che si sforzano di liberarsi dalle catene che imprigionano l'energia vitale.
Matteo concluderà il Vangelo riportando con assoluta chiarezza, quanto Gesù, prima di tornare al Padre suo ha comandato ai suoi discepoli: «andate, dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
Un fatto che possiamo attenzionare è che Gesù non caccia il demonio. La guarigione della figlia avviene perché quel pane di vita è stato accolto, perché quella briciola di Vangelo è stato accolto e questo è il segno di una grande fede che supera ogni ostacolo, anche quella del demonio, anzi, è la fede grande della donna che caccia il demonio, che è la figura del pregiudizio religioso che discrimina le persone, ed è quello che hanno in testa i suoi discepoli.
Concludendo, i discepoli come fecero fatica a portare la propria cesta in terra pagana, ancora una volta fanno fatica a comprendere questo discorso di Gesù. Lo capiranno nel momento in cui cominceranno a condividere e spezzare quel pane della cesta non per sé ma anche per i pagani. 
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono aperto alla fede presente nelle altre persone a cui Dio mi mette accanto oppure mi comporto come i discepoli del Vangelo?
Sono disposto ad ascoltare e condividere la mia esperienza di fede con coloro che vivono il loro rapporto con Dio in maniera differente dalla mia?
So riconoscere l'opera di Dio in coloro che non appartengono al mio gruppo o alla mia comunità?  
Come vivo la mia vita di preghiera? Come metto in pratica la volontà del Padre?
Sono consapevole della mia povertà per essere capace come la cananea di affidarmi alla parola salvifica di Gesù?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
 
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
 
Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. (Sal 66)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La celebrazione dell'Eucaristia ci aiuta a recuperare la nostra condizione indigente, l'incontro con il Dio della misericordia, la relazione di amore con i nostri fratelli. Attorno all'altare di Cristo nessuno è ospite, né straniero: ognuno è accolto come figlio e fratello. Dovremmo valorizzare maggiormente le parole e i segni della celebrazione eucaristica. (Cataldo Zuccaro).


immagine: La donna Cananea

martedì 21 luglio 2026

LECTIO: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 13,44-52

 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinunzia per l’acquisto del tuo dono. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45 Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
47 Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51 Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52 Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Continua anche in questa domenica la lettura del cap. 13 di Matteo per capire il significato del Regno dei cieli, meditando la conclusione del discorso in parabole che ti fanno capire l’importanza del Regno dei Cieli. Tre sono le ultime parabole: il tesoro nascosto, il mercante di perle preziose e la rete gettata nel mare. Rimangono i vv. 53-58 dedicati all’accoglienza o, meglio, alla non accoglienza, che Gesù ricevette al suo ritorno a Nazareth, come segno di rifiuto per entrare nel Regno dei Cieli.
Le tre brevi parabole conclusive sono rivolte ai discepoli, ai quali Gesù aveva spiegato il significato delle due parabole “maggiori” del capitolo, quelle del seminatore e della zizzania. Le tre parabole che si presentano appaiono ridotte, ma nella loro brevità, come ogni pagina della Bibbia, appare difficile e ricca di significato.
La parabola della rete si rivela una variazione sul tema già affrontato nella parabola della zizzania e del buon grano, le parabole del tesoro e della perla ci ricordano che il Regno dei Cieli se da un lato è dono gratuito di Dio dall’altro lato è impegno, serio, concreto dell’impegno dell’uomo. Da qui anche la necessità di fare buon uso delle ricchezze terrene, pur di poter entrare nel regno dei cieli e gioire di questa appartenenza.
Anche al termine di queste tre parabole il Maestro si preoccupa che i suoi abbiano capito il significato delle sue parole (v. 51), che ci aiutano a sintonizzare il nostro sguardo per percepire meglio la presenza del Regno di Dio nelle cose più comuni della vita. Esse, infatti, evocano quella Sapienza divina, preziosa, che risiede solo in Dio che è Padre, amore assoluto, misericordia senza limiti.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 44: Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Siamo in movimento, come del resto tutta la Parola di Dio è un continuo muoversi. Questo movimento pone l'accento su un tesoro nascosto. Per caso, un uomo, lo trova.
Accadeva spesso in Palestina di trovare un tesoro nascosto. Il ritrovamento occasionale di uno di questi tesori è un tema frequente nella letteratura antica.
L'uomo si rallegra di ciò e accoglie con gratitudine. È la gioia della scoperta che determina tutte le azioni successive e l’evangelista Matteo la vuole evidenziare.
Questo tesoro di cui bisogna gioire è un tesoro per il quale è necessario vendere tutti i propri averi e comprare tutto il campo. Erano così le leggi dell’epoca. La realtà del regno è sempre una realtà individuabile in un campo, non è una realtà fine a se stessa; è una realtà che si lega alle condizioni del mondo e alle condizioni del mondo di ciascuno. Il campo è la nostra realtà; è la realtà del creato ove è nascosta la sapienza creatrice di Dio. È nella nostra vita concreta, nella nostra realtà umana, nelle nostre relazioni, nelle nostre attività lavorative, etc., proprio lì è nascosto un tesoro: nelle pieghe del quotidiano, nelle vicende liete e tristi della nostra vita, in quel che succede intorno a noi, in quel che succede a noi è nascosto un tesoro. L'uomo, comprando il campo, acquisisce il tesoro.
Di questa azione morale Gesù non dice nulla, ma utilizza l’avarizia dell’uomo come un esempio dello zelo con il quale il credente deve accaparrarsi il regno, a qualsiasi prezzo.
vv. 45-46: Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora un movimento. Ancora un ritrovamento. Questa parabola è chiamata “gemella” della precedente in quanto contiene lo stesso messaggio. Cambia nei dettagli e l’attenzione è posta su un mercante che va in giro alla ricerca di un tesoro, alla ricerca di perle preziose. Questa immagine della perla preziosa, Gesù l’ha scelta come immagine del tesoro inestimabile che egli offriva: il Regno dei Cieli.
Qui a differenza di prima non ci sta l'imprevisto e si gioisce. Si può dire che la differenza tra le due parabole è che la prima scoperta è solo fortuna, mentre la seconda è solo frutto dell’impegno, una condizione indispensabile perché uno possa "trovare" i beni non visibili del Regno: «chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (cf. Mt 7,7).
La realtà del regno va cercata e una volta trovata dargli il suo giusto valore: «Quello che per me era un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura» (Fil 3,7-8).
Il Regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo. In realtà siamo stati comprati noi, e “a caro prezzo” (1Cor 6,20). Il prezzo di questo riscatto e di questo acquisto è stato il sangue di Cristo. «Abbiamo la redenzione mediante il suo sangue» (Ef 1,7). «Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). «Tu (Cristo) sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9). Se Esso non è presenza nella vita dell’essere umano e regna su di lui, impedisce proprio a Dio di regnare (cfr. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).
vv. 47-48: Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
L’immagine di questa parabola è presa dalla pesca sul lago di Tiberiade dove erano impiegate grandi reti a strascico che catturavano pesci buoni, ma anche pesci non commestibili o impuri (Lv 11,10-11). Sulla spiaggia i pescatori procedevano alla separazione. Viene poi aggiunto un commento in cui si applica la parabola alla separazione tra buoni e cattivi che avverrà alla fine del mondo (vv. 49-50). Così – dice Gesù – avviene nel regno dei cieli. Secondo la concezione degli antichi il mare era il regno delle forze diaboliche, nemiche della vita e che trascinavano nell’abisso. Ai discepoli è affidata la missione di “pescare uomini”, sottraendoli al potere del male. Ecco perché il Regno dei cieli è una rete, in quanto li tira fuori, li fa respirare, li porta verso la luce, verso la salvezza.
Questa parabola è simile alla parabola della zizzania. Il tema della presenza di entrambi i buoni e i cattivi nella Chiesa è qui ancora più chiaro e la soluzione escatologica è identica. Anzi alcune espressioni usate nella spiegazione della parabola della zizzania (vv. 41-42) vengono riprese testualmente anche qui (vv. 49-50), tanto da formare una specie di inclusione che delimita la seconda parte del discorso in parabole.
Come il grano e la zizzania devono giungere a maturazione, così la rete deve essere riempita prima che possa avvenire la cernita. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cf. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti. È la rete della Chiesa universale ove c’è di tutto: la nostra particolare esperienza di chiesa, nella diocesi, nella parrocchia, nella famiglia religiosa, in questa comunità, c’è di tutto.
Gesù aveva già riferito circa l'albero "marcio" che non dava più buoni frutti (cf. Mt 7,15-20). Il termine "cattivi" forse inappropriato, ci porta a far un giudizio ma non è nel pensiero dell'Evangelista. Egli fa una constatazione tra chi ha pienezza di vita e chi è invece nella putrefazione della morte. Il rifiuto del messaggio evangelico è vivere questa putrefazione della morte. Il “gettare fuori” i pesci cattivi non è solo il buttar “via”, è di più, è proprio l’allontanamento, del mandare all’esterno, distante da sé, dalla comunità, ciò che non è al posto giusto. vv. 49-50: Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Qui si riprende la parabola del grano e della zizzania che crescono insieme ma che alla fine saranno separati. L’Evangelista Matteo ne parla facendo uso di un linguaggio drammatico dei predicatori del suo tempo, impiegando immagini con cui nella Bibbia è descritta la distruzione dei nemici del popolo d’Israele (Ez 30,38-39): i giusti entreranno nella pace e i malvagi saranno puniti in una prigione infuocata. Matteo, infatti, usa lo stesso termine «exóteron» per indicare il destino dell’invitato a nozze che non aveva l’abito nuziale: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 22,13).
Qui abbiamo l’immagine di una fornace ardente, il pianto e lo stridore di denti. La fornace ardente è il simbolo di quel rifiuto, quindi una nostra scelta. Il pianto evoca il pentimento, ormai inutile, di quanti si trovano per loro colpa ad essere esclusi dal regno dei cieli. Lo stridore di denti è il gesto tipico dei malvagi che meditano iniquità e tramano vendette.
Cosa vuol dire tutto questo? Gesù vuole solamente darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. Rifiutare il dono del Regno è il rifiuto di Dio!
vv. 51-52: Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Siamo alla conclusione, dove Gesù chiede ai discepoli ma anche a coloro che hanno trovato il tesoro o la perla preziosa, se tutto il discorso in parabole (ed anche quello in privato) è stato compreso. Non si tratta solo di udire ma di capire. La risposta appare positiva, pronta. In questa risposta si rivela, sì la salvezza personale, ma anche la futura missione della Chiesa.
Comprendere il Regno è un dono che viene da Dio, concesso solo a chi è disponibile all'ascolto della parola di Gesù (cf. v. 11). Chi ascolta concretamente è paragonato allo scriba, cioè a colui che è capace di penetrare dentro la verità annunziata traendo da essa luce e forza per operare rettamente. Chi vuole annunziare, evangelizzare deve imparare bene la verità. "Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no" (Santa Teresa Benedetta della Croce).
In questo versetto, sembra che vi sia un’allusione o autoritratto dell’evangelista Matteo grazie all'assonanza tra Matteo e mathéteutehis che significa “che è stato addestrato o istruito”.
Matteo è lo scriba istruito, l'uomo di cultura e di lettere, che è diventato discepolo del Regno dei cieli. È lui che con le sue conoscenze della religione ebraica e con la sua frequentazione della predicazione di Cristo sa fare sintesi tra cose vecchie e cose nuove, ha nel suo cuore il duplice tesoro della Parola antica e nuova di Dio. Ascoltare la Parola del Signore permette di scoprire quel tesoro di cui parlano le prime due parabole.
Lo scriba cristiano, divenuto discepolo del Regno dei cieli, cioè, istruito secondo la novità del Vangelo, non rinnega la rivelazione contenuta nelle Scritture. Anzi, quanto più ne approfondisce il senso, tanto più comprende che le promesse veterotestamentarie sono diventate realtà nella predicazione e nell'opera di Gesù.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Cosa è per me un tesoro nascosto, le perle preziose o una rete gettata nel mare?
Come la mia esperienza mi aiuta a capire le parabole del tesoro, della perla e della rete?
Riconosco che sono stato comprato a caro prezzo?
Ho lasciato perdere la ricchezza terrena per guadagnare quella eterna? Vivo con gioia il Vangelo?
Vivo nell’umiltà o mi sento migliore degli altri?
Attingo al grande tesoro, la Sapienza di Dio, giorno dopo giorno, senza stancarmi?
Con che dinamica vivo le tre parabole? Ho capito “tutte queste cose”?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.
 
Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.
 
Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.
 
Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici (Sal 118).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Mi fermo a contemplare questa Parola di salvezza perché anch’io possa trovare quel tesoro, quella perla preziosa: Cristo Gesù e in Lui scoprirmi figlio di Dio e vivere secondo il Vangelo.
 
 
 
 

martedì 14 luglio 2026

LECTIO: XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 13,24-43
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Ci sostengano sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore, perché la tua parola, seme e lievito del regno, fruttifichi in noi e ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
24 Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». 28 Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». 29 «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio»». 31 Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33 Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
34 Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
36 Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40 Come, dunque, si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Anche in questa XVI domenica del Tempo Ordinario, il passo del Vangelo propone – in continuità - una parabola, che contiene quei simboli incontrati la scorsa domenica: sono simboli agricoli della semina e del seme, che Gesù usa, per rendere comprensibile, e quasi visibile, la realtà soprannaturale del “Regno dei Cieli”, che non ha nulla a che fare col dominio e col potere, perché è vita imperitura, che nasce dalla sorgente eterna dell’Amore: l'essenza stessa di Dio.
La nostra pericope presenta le parabole della zizzania seminata dal nemico in mezzo al buon grano (vv. 24-30), del granellino di senape che da realtà minuta e insignificante diventa albero (vv. 30-32) e del lievito che fermenta tutta la pasta (v. 33), seguite dalla spiegazione di Gesù della parabola della zizzania (vv. 36-43).
L’Autore qui constata che il male è sempre presente, nonostante che Gesù era venuto per dare inizio a un mondo nuovo ma la sua venuta non ha portato nessun cambiamento, anzi il mondo vecchio continua a prosperare e al suo fianco continua a crescere, rigogliosamente, anche il male.
I destinatari di questa pagina di Vangelo si domandano a che cosa sia servita la venuta di Gesù se il male continua a persistere, che nel popolo di Dio non tutti sono santi.
Qui viene fatto un discorso per far capire ai "figli del Regno" (v. 38a) la necessaria pazienza nel sopportare la presenza e la convivenza dei "figli del male" (v. 38c), e allo stesso tempo, la fede nel giudizio finale di Dio che assegnerà a ciascuno la sorte che si sarà meritata.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 24: Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
Gesù espone nuovamente un’altra parabola. Questa volta, pur se le parabole sono dette alla folla, sembra per un momento cambiare uditorio, si volge verso coloro che vogliono seguire Gesù, verso coloro che, nel discepolato, avrà modo di scontrarsi con il male.
L'Evangelista sottolinea che la parabola riguarda il Regno dei cieli, cioè del Regno di Dio. È l'annuncio del Regno di Dio e Gesù annuncia sé stesso. Egli semina del buon seme: è il seme della Parola, il seme della grazia, il seme della Verità che salva. Gesù rivolgeva la sua parola a tutti, compresi i peccatori. Attraverso la sua azione, era Dio stesso che spargeva il buon seme nel cuore degli uomini.
La parabola parla del buon seme, del seme bello – Kalos – seminato. Originariamente il seme è bello, quindi il principio non è il male: l’uomo è bello, il seme che riceve della Parola di Dio è bello, il bene sta all’origine, il male non è mai originario, è solo parassitario, è solo mancanza di bene, è solo un guasto.
Gesù dice che ciò che sta all’origine è il bene e ciò che sta all’origine sarà anche alla fine.
vv.25-26: Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Ora, da questo campo, si attende che produca frutto, un frutto buono, come il seme, che la terra ha accolto nel suo grembo; invece accade qualcos'altro: abbiamo l’ingresso del male, definito «nemico»: la presenza del male accanto al bene; il Vangelo che si scontra sempre con il male. Esso si presenta in maniera subdola, nel sonno, quando l’uomo non veglia, cioè indipendentemente dalla loro volontà.
L'uditorio, quindi, è in pieno sonno. Siamo nel pieno della pausa della giornata, nel sonno della fede ed è proprio in questo sonno, il nemico, viene e semina la sua zizzania.
La zizzania, lo sappiamo, è una graminacea tossica, un’erbaccia le cui radici, nella crescita, si intrecciano con quelle del frumento e quindi non può essere estirpata senza danneggiarlo.
La zizzania è quel seme cattivo, è la menzogna di colui che serpeggia dando diffidenza, togliendo la speranza, producendo egoismo.
Da questa parabola nasce il nostro comune linguaggio per definire l'opera di chi genera discordia, mettendo ostilità gli uni contro gli altri.
Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
Fuori dal sonno ci si accorge della sorpresa, del seme cattivo ormai diventato frutto, nato da una semina nell'ombra, da una mano abituata a compiere soltanto azioni malvage. Sono, queste, le opere di chiunque sia nemico del bene e semini iniquità. All’inizio tutto sembrava bene e solo dopo che si aprono gli occhi si notano le zizzanie. Occorre avere uno sguardo profondo per capire senza addormentarci nel campo morale, nel campo della fede.
vv. 27-29: Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano».
Lo zelo ardente dei discepoli è in contrasto con l'insegnamento che sta facendo Gesù. Questi si lasciano travolgere dalla sorpresa ricevuta, devono ancora imparare a convivere con pazienza, fiducia e misericordia. Vi è nei servi (i discepoli) un’attesa impaziente del giudizio escatologico, dominante in molti gruppi religiosi del giudaismo del tempo (e anche in molti cristiani, oggi). Atteggiamenti di inquietudine che riscontriamo nella Bibbia come nel profeta Elia e nel Battista, i quali vorrebbero immediatamente incenerire il male.
Qui inizialmente si incolpa il padrone di casa, Dio. C’è nella storia umana una sorta di scarica barile: il male è sempre colpa dell’altro. Ma sostanzialmente non è così, perché l’altro siamo noi che non accettiamo di essere altro. Da dove viene il male se hai seminato il bene? Una domanda di sempre, su ogni fronte, per tirare in ballo Dio. Anche nei Salmi troviamo forti espressioni contro Dio davanti al male.
La risposta che viene data è questa: un nemico. Chi è questo nemico? Non è Dio. Il nemico, le zizzanie appartengono alla condizione umana, che per sua natura è limitata e imperfetta e quindi, non può essere diversa. Le zizzanie sono quelle che ci disumanizzano. Dio non fa altro che amare questo uomo.
Allora nasce una proposta fanatica: estirpiamo il male, uccidiamolo. La risposta, molto chiara, è no! Eliminare la zizzania significa sradicare il grano. Il grano è simbolo della vita, la vita è Dio e Dio è amore e misericordia gratuita. Se tu sei implacabile con chi fa il male, sei senza misericordia, elimini il grano, elimini Dio, elimini il divino che è nell’uomo.
v. 30: «Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio».
Ecco l’invito, messaggio centrale della parabola: lasciate… perdonate… Gesù esige che i suoi discepoli vivano insieme ai malvagi, condividendo i momenti ordinari della vita. Gesù, infatti, è colui che si fa "amico dei pubblicani e dei peccatori" (Mt 11,19). Questa è una tolleranza generata dall'amore. Non solo. I discepoli sono chiamati a condividere la pazienza e l'attesa di Dio perché l’attività subdola del Maligno è instancabile. San Pietro ci ricorda: «Il vostro nemico, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando di dividere. Resistetegli, saldi nella fede» (1Pt 5,8-9); se così non fosse, Gesù non ci avrebbe insegnato a pregare, anche con questa invocazione: «Padre...non abbandonarci nella tentazione!» (Mt 6,13).
Gesù viene a vagliarci, a destarci dal sonno, a togliere quella pula che troppe volte ci ritroviamo addosso, per far crescere il buon grano, le nostre potenzialità positive. Quando però arriverà la fine del mondo, rappresentata simbolicamente nella mietitura (cf. Os 6,11; Ger 50,16; Gl 4,12-13), avrà luogo "la distinzione e la separazione" (Sant'Agostino).
Sulla bocca di Gesù, rimproverato spesso dagli avversari per la sua tolleranza verso i peccatori, il racconto rappresentava un messaggio di fiducia: la potenza del male non sarà mai tale da vanificare l’opera di Dio in questo mondo. Non si deve cedere alla tentazione di anticipare il giudizio, perché sarebbe una presunzione che rischierebbe di corrompere anche i giusti: raccogliere la zizzania vuol dire sradicare anche il buon grano.
La mietitura per Gesù non è il momento della tristezza ma della gioia, perché l’amore di Dio brucerà tutte le zizzanie e nel regno del Padre, entrerà solo quel bel grano che ci sta nell’uomo. Qui la meraviglia e lo scandalo dei servi nei confronti di Dio!
vv. 31-32: Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
La parabola la troviamo nei vangeli Sinottici, è riferita da Luca, insieme a quella del lievito. Il concetto base della parabola sta nel contrasto; il grano di senape deve essere stato proverbialmente piccolo, ma non è il più piccolo dei semi, né la pianta (più propriamente un cespuglio che cresce fino all'altezza di 3-4 m) è particolarmente alta.
L’accento della parabola non cade tanto sulla crescita o sullo sviluppo progressivo del piccolo seme, ma sulla sproporzione tra la causa e l’effetto, tra l’inizio e la fine. Il contrasto tra la piccolezza del granello di senape e la grandezza dell’arbusto che ne deriva viene esagerato intenzionalmente per sottolineare l’importanza dell’inizio, la cui vitalità garantisce il sorprendente effetto finale. L’immagine del grande albero nella letteratura profetica indicava la comunità messianica (cf. Ez 17,22-23; 31,6; Dn 4,9.18). Gesù, però, presenta il regno di Dio con un piccolo granello di senapa posto nella terra, che ha una bellezza in se che splende in coloro che lo accolgono in una terra bella.
La parabola coi suoi rimandi profetici nasconde quel significato, per il quale ci viene in aiuto il vangelo di Giovanni, che ritroviamo nella concezione degli antichi: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo; ma se muore produce molto frutto» (Gv 12,24). Matteo resta nella stessa linea quando afferma: «Chi vuol salvare la sua vita, la perderà; ma chi perde la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39 e 16,25).
v. 33: Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Questa parabola non è condivisa con Marco ma la troviamo anche in Lc 13,20-21. Anche qui possiamo cogliere il dono della vita. Nella Bibbia il lievito di solito simboleggia una forza corruttrice, la malvagità dei cuori qualcosa di impuro da eliminare (cf. Mt 16,6.12; 1Cor 5,6.8). Qui Gesù se ne serve invece per esprimere la forza trasformatrice del Vangelo, rovesciando il comune pensare senza dare nulla per scontato.
Il paragone serve ad illustrare la sproporzione tra la fase iniziale piuttosto meschina e impercettibile del regno, che corrisponde al periodo della predicazione di Gesù, e quella finale nel suo compimento escatologico. Gesù rassicura così i discepoli scoraggiati, mostrando loro che Dio è all’opera nella sua missione. È proprio la natura nascosta ma efficace del regno che viene messa particolarmente a fuoco nella parabola del lievito.
Tre misure di farina sono quasi mezzo quintale e il pane ricavato da tale quantità fornirebbe un pasto a più di cento persone. Vi è una sola donna, nella Bibbia, che abbia impastato tre misure di farina: Sara, moglie di Abramo, che secondo Gen 18,6 accoglie con tale banchetto i tre ospiti che le annunziavano la nascita di Isacco, il figlio della promessa. È la piccolezza della fede, che in Abramo e poi quanti seguiranno il suo esempio, saranno capaci di «spostare le montagne» (cf. Mt 17,20).
Il tema del lievito è ripreso diverse volte nel Nuovo Testamento (cf. Lc 13,20-21; 1 Cor 5,6; Gal 5,9), per la sua familiarità e per il suo facile significato.
vv. 34-35: Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
Gesù parlava alla folla solo in parabole per indicare che la vita ci parla di Dio e perché si adempisse ciò che fu detto dal profeta: «aprirò la mia bocca con una parabola, rievocherò gli enigmi dei tempi antichi» (Sal 78,2).
In queste parole, in qualche maniera riprese dall'Evangelista, vi è un ricordo della fede di Abramo, degli Antenati, che non è dato di comprendere così facilmente. Matteo le definirà: «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo», espressione che ritorna in Mt 25,34, dove si parla del «regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo». Matteo gioca sul significato bivalente del termine “massa” (enigma, parabola) per dimostrare, Scrittura alla mano, che, contrariamente a quanto afferma Marco nel v. 34b, la parabola era il modo ordinario secondo cui, per volontà divina, doveva avvenire la predicazione del Regno.
Gesù spiega in parabole, ma dietro queste parabole c’è il grande mistero di Dio, il mistero del suo amore per il mondo. Anche tutta la vita di Gesù è la parabola più eccelsa, elevata, santissima che il Padre ha creato per noi. E tutte quelle caratteristiche che Gesù presenta e che risaltano nelle parabole, sono rivelazione dell’opera del Padre in nostro favore.
vv. 36-43: Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come, dunque, si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!
In questi versetti abbiamo l’impronta redazionale di Matteo e della sua comunità. Adesso viene evidenziato quanto sembrava apparire al v. 24: il passaggio dalla folla ai discepoli, quasi come confidare qualcosa di particolare. Questo lo si evince dal suo entrare in casa, simbolo della chiesa (Gesù e i discepoli).
Questi versetti, che sono una spiegazione della parabola, si dividono in due parti: i vv. 37-39 riportano un arido vocabolario che identifica sette elementi della parabola; la seconda parte invece (vv. 40-43) è una sintetica descrizione di carattere apocalittico del giudizio ultimo.
L'accento ora non è più posto sul tempo dell’annuncio del Regno, durante il quale buoni e cattivi devono necessariamente convivere, ma sul giudizio finale da parte del Figlio dell’uomo. Egli lo governa con misericordia e alla fine dei tempi consegnerà il suo regno al Padre da cui l’ha ricevuto (1Cor 15,24 e 25,34).
La spiegazione della parabola della zizzania con la forte insistenza sul giudizio finale sembra discostarsi molto dalla parabola stessa, che parla invece della misericordia e della pazienza di Dio. L'Evangelista è proteso a scuotere i credenti della sua comunità dal torpore e dalla tiepidezza, invitandoli a vivere secondo la volontà del Padre espressa nel comandamento dell'amore del prossimo. Infatti, l'appartenenza alla comunità non garantisce la salvezza finale, nella comunità possono esserci le zizzanie, coloro che incarnano lo spirito malvagio; l'Evangelista combatte la falsa sicurezza dei cristiani che, fiduciosi negli elementi istituzionali e sacramentali della Chiesa, trascurano concretamente la legge rivelata dal Signore.
La Sacra Scrittura ci ricorda che una parte della nostra vita verrà bruciata per far emergere quella bellezza che ci sta in noi, per far emergere una umanità bella, perché il Padre dona la salvezza a tutti i suoi figli.
Quindi questa parabola vuol portarci alla grande responsabilità personale di rispondere alla misericordia di Dio con altrettanta misericordia, non verso noi stessi, condannando gli altri, ma verso gli altri, cambiando noi stessi.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Nella mia vita porto scompiglio, sono superbo, sono "zizzania"?
Riesco a sopportare pazientemente e con umiltà tribolazioni e persecuzioni a causa della Parola?
Cosa significa o ha significato nella mia vita “morire” come il chicco di grano?
Sono lievito nella massa per far fermentare la pasta?
Mi lascio scuotere dal torpore e dalla tiepidezza, per vivere secondo la benevolenza del Padre?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.
 
Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.
Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà (Sal 85).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Venera la vita che Dio ha posto in te, proteggila, porta avanti ciò che hai di positivo e la zizzania avrà sempre meno terreno. Tu pensa al buon grano, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio buono, sii indulgente con tutte le creature. E anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce (Ermes Ronchi).
 
 
 

martedì 7 luglio 2026

LECTIO: XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 13,1-23
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell'umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti».
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca! 16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Saltando il capitolo 12 del Vangelo di Matteo, entriamo in quel lungo discorso di Gesù fatto da un incipit (13,1-3) e una conclusione (15,51-52). In questo lungo discorso abbiamo un blocco di sette parabole (il seminatore, 13,3b-9; la zizzania, 13,24-30; il grano di senape, 13,31-32; il lievito, 13,33; il tesoro, 13,44; la perla preziosa, 13,45-46; la rete, 13,47-50). A questo settenario si aggiunge ancora un'ottava parabola riguardante lo scriba discepolo simile al padrone di casa (v. 52). La sezione del capitolo 13 si conclude al modo consueto con cui vengono chiusi i discorsi di Gesù in Matteo, con la formula «E avvenne che, quando Gesù ebbe terminato (questi discorsi…)» (v. 53).
Sette, quindi, sono le parabole, tre delle quali sono comune ai sinottici, perché per l'Ebreo il numero sette rievoca i sette giorni della settimana e della creazione, il simbolo della storia del mondo. Con le parabole Gesù rivela “cose nascoste sin dalla fondazione del mondo” (13,35); non si tratta dunque di un linguaggio esoterico o criptico, ma di rivelare cose che operano in maniera segreta e imprevedibile come sono i disegni di Dio. Infatti, le parabole hanno come tema il mistero del regno dei cieli.
Matteo colloca la parabola della semente con gli eventi precedenti dei capitoli 11 e 12 dove è menzionato il regno di Dio che soffre violenza.
Un'altra caratteristica di questo capitolo è che per le prime due parabole (quella del seminatore e quella della zizzania) vi è una netta separazione tra i discepoli e le folle: le parabole sono per le folle ma la loro spiegazione è riservata unicamente ai discepoli.
Tutto questo capitolo si muove tra la casa e il mare e quasi tutte si ispirano al tema del seme, della semina e della mietitura.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare.
La parabola inizia con questo incipit, quasi a sottolineare che il tutto accade in un solo giorno. Questo incipit è importante, in quanto "quel giorno" è un Kairos e Gesù lo racconta, racconta la sua missione di annunciatore del Regno dei Cieli; racconta questa parabola quando la sua vita pubblica è a metà del cammino ed é cominciato un periodo di crisi.
Il versetto parla di una casa da cui Gesù esce. Siamo a Cafarnao, la casa di Pietro condivisa con gli altri discepoli, frontiera tra Israele e i popoli pagani, il luogo della chiamata dei primi discepoli (4,18).
Questo suo uscire viene messo in relazione al v. 3 dove viene indicato l'uscita del seminatore. Matteo a differenza di Marco vuole indicare il passaggio dalla rivelazione speciale riservata ai discepoli alla rivelazione pubblica aperta alla folla.
Nell'uscire siede lungo il mare per insegnare come un Rabbi. Il mare è il luogo di passaggio verso i popoli pagani, quindi, rappresentava la frontiera fra Israele e il mondo pagano. Il mare è il luogo dell’esodo.
Lo sfondo del discorso in parabole è, quindi, il lago di Gennesaret o di Kinneret (cf. Nm 34,11; Gs 13,27), chiamato anche Mare di Galilea, Mare di Tiberiade secondo l’opinione della gente. Questa diventa la cattedra del suo insegnare ma anche luogo delle apparizioni del Risorto.  
v. 2: Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Come per il discorso della montagna, Gesù anche qui si siede. Il suo sedersi è l’atteggiamento del maestro.
Attorno a lui vi è tanta folla ed Egli sale sulla barca affinché la Parola possa giungere a tutti. La barca, simbolo della missione della Chiesa, (mentre la Chiesa in sé è rappresentata dalla casa di Pietro) poteva sollevare il maestro dal suo uditorio, divenuto troppo numeroso. Ma data la crescente ostilità dei farisei, la si può anche considerare come una misura di sicurezza.
Qui troviamo un gruppo che sembra non fare il loro esodo: la folla. Gesù, nuovo Mosè, vuole aiutare la folla a aderire al Regno di Dio. Questo è indice che il Signore ci parla attraverso le circostanze, le relazioni, le cose che ci succedono, le persone che abbiamo accanto. Per farlo usa le parabole.
v. 3: Egli parlò loro di molte cose con parabole.
A differenza di Marco che parla di "insegnare", Matteo qualifica la parabola come un parlare. I destinatari del suo parlare sono le folle. Il termine "molte cose" può essere anche inteso come un parlare loro a lungo, tutto il giorno.
Che cos'è la parabola? Diverse sono le traduzioni per capire: un paragone, una similitudine, qualche volta un po' enigmatica, con la realtà naturale o sociale, che serve ad illustrare in modo allusivo, un po' misterioso, una realtà che non è dell'ordine naturale, come appunto il regno di Dio. Una giusta definizione può essere questa: «una metafora o una similitudine tratta dalla natura o dalla vita quotidiana che colpisce l'ascoltatore con la sua vivezza e originalità e lo lascia in quel minimo di dubbio riguardo il significato dell'immagine sufficiente a stimolare il pensiero» (C. H. Dodd). La parabola, possiamo vederla, come un canto della speranza.
E disse: Ecco, il seminatore uscì a seminare.
L'accento cade sull'attività del seminatore, protagonista del racconto parabolico. Matteo mette davanti l'articolo. Ciò vuole alludere al grande Seminatore per eccellenza Gesù che «uscito» dal Padre è venuto nel mondo a gettare il seme salvifico della Parola.
C’è un brano del libro del profeta Isaia: 55,10-11, in cui si dice che: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata».
Possiamo pure dire che è una parabola in movimento, in atto perché spiega cosa sta accadendo in quel preciso istante.
vv. 4-8: Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
Il contadino palestinese prima semina e poi ara. Semina ovunque e poi passa l'aratro. Facendo un po' di attenzione, possiamo notare che Matteo non accenna all'aratro o all'aratura. Allora di cosa si tratta?
Certamente non si sta parlando di agricoltura. Del seminatore possiamo dire che non sapeva dov'era il terreno buono e fertile, in quanto in Israele il terreno è roccioso; quindi, spine e rovi potevano crescere più rapidamente del grano e soffocarne la crescita.
Il soggetto resta il seminatore, però l'attenzione è portata sul seme, anzi sui semi. L'evangelista qui non fa altro che mettere in evidenza la fiducia usata dal seminatore, da Gesù, in quel piccolo seme gettato, che sa farsi strada nella terra arida e nel terreno buono senza sapere qual è, dà fiducia a tutto il terreno. Così è Dio: dà fiducia a tutti, nessuno escluso, perché tutti campo di Dio!
Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Il seminatore sapeva che da qualche parte il terreno era buono e gli avrebbe dato un buon raccolto: il trenta, il sessanta, il cento per uno.
In questi pochi versetti l'evangelista descrive quattro terreni. La strada: che vuole indicare l'impenetrabilità e quindi non può crescere, nascere qualcosa di buono. I sassi: rappresentano il facile entusiasmo, le persone volubili, superficiali. All'inizio la cosa prende, ma alla prima difficoltà finisce tutto.
Le spine: descrivono le condizioni esterne soffocanti, quando cioè la persona è sottoposta a grosse pressioni e non ha una struttura di personalità sufficientemente forte. Prova a crescere ma viene soffocata dall'esterno che è più forte della sua spinta interna. Il terreno buono: qui solo il seme germoglia e porta molto frutto.
La conclusione è che la triplice infruttuosità è controbilanciata, e in modo sovrabbondante. Il pessimismo iniziale cede il posto all'ottimismo. Il 100 è il numero della benedizione plenaria, come avvenne a Isacco quando seminò a Gerar (Gn 26,12). Nei numeri simbolici 100 (multiplo di 5 e di 50), la pienezza, 60, altra forma di pienezza (5 x 12) e 30, ennesima forma di pienezza (3 x 10).
v. 9: Chi ha orecchi, ascolti".
Nel Nuovo Testamento l'espressione ammonitrice la ritroviamo in ognuna delle sette lettere che il Cristo indirizza alle «sette Chiese dell'Asia minore» (cf. Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22; 13,9).
Se la Parola è seme, la terra che l’accoglie è come l’orecchio che ascolta la parabola. Quindi la parabola narrata è seme. Seme della fede e della speranza che non delude.
Questo seme Dio “lo getta” a tutti, da sempre. E da sempre invita all'ascolto di Lui (cf. Dt 5,1; Pr 2,2; Bar 3,9; Sal 78 (77),1). L'evangelista Matteo ce lo ricorda dicendoci che il parlare di Dio non è subito comprensibile: chi ha orecchi, cioè capacità di comprendere attentamente, si metta in ascolto e cerchi di capire!
Solo quando viene ascoltato, e solo allora, il seme della Parola di Dio diventa vocazione, chiamata forte e vera a seguire e corrispondere l’amore grande di Dio per l’uomo.
vv. 10-11: Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”.
I versetti fanno osservare una certa riserva tra la folla e i discepoli. La parabola che Gesù racconta è un modo (o un invito) per stare accanto al Signore. Infatti, non è un racconto per venire incontro ai semplici. I discepoli stanno già col Signore, ma tanti altri no. Infatti, il verbo “avvicinare” vuole proprio indicare questo rapporto intimo dei discepoli con il Signore.
Discepolo vuol dire “disposto a imparare”. Se uno non vuole imparare è discolo, non è discepolo. Il discepolo è uno disposto ad accettare qualcosa di nuovo e questo indica l’apertura della mente. Ma sarà vero discepolo se a sua volta rivelerà quanto ha imparato insegnando ad altri fin quando non arriverà alla visione perfetta di Dio (1Cor 13,12; Gv 16,29).
Tra la folla possiamo trovare persone dal cuore chiuso e anche persone dal cuore aperto. La parabola ti parla a seconda della tua apertura di cuore. Tanti ascoltano e si allontanano, senza che le parabole siano diventate per loro l’occasione per stare con il Signore. Qui come in Mt 12,46-50 vi è una distinzione tra le folle e i discepoli. È quanto appare nella Chiesa delle origini, “che voleva passar oltre le parabole per cogliere direttamente la rivelazione a essa offerta dal Cristo” (G. Ravasi).
Incomincia a delinearsi la spaccatura palese nella parabola dell’ultimo giudizio (25,31-46). Chi possiede è il discepolo del Regno, chi non possiede è Israele che rischia di perdere tutto.
v. 12: Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha.
Siamo alla conclusione della parabola che mette l’accento sul valore finale di chi è disposto ad imparare, ad accogliere il seme della Parola. Forse possiamo cogliere il senso di quest'espressione dura nella parabola dei talenti (25,14-30). Tutti hanno ricevuto dall'inizio i loro talenti. Alcuni li sfruttano e dunque abbondano nella gioia del Signore; altri li congelano rendendoli sterili. A questi è tolto tutto, poiché è come se non avessero mai avuto.
Anche qui Matteo sta dicendo la stessa cosa: le parabole hanno precisamente questo doppio effetto: aggiungono e tolgono. Più uno già sa, più è in grado di aggiungere conoscenze al suo sapere. Non a tutti, però, è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma solo alle persone ben disposte, a quelle che accolgono le sue parole e le vivono.
Questa Parola di vita ci mette in guardia quindi contro una grave mancanza in cui potremmo cadere: quella di accogliere il Vangelo, facendolo magari solo oggetto di studio, di ammirazione, di discussione, ma senza metterlo in pratica.
vv. 13-15: Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!
Gesù non intende forzare a capire nessuno. Parla e agisce con chiarezza, ma le folle non comprendono. Per questo ricorre al linguaggio delle parabole che, essendo più velato potrà stimolare le folle a pensare di più, a riflettere sugli ostacoli che impediscono la loro comprensione dell’insegnamento di Gesù.
In qualche maniera la storia si ripete. Qui viene ricordato il tempo del profeta Isaia quando la gente era chiusa alla Parola di Dio.
Il testo di Isaia, uno dei più citati nel NT, serve a spiegare l'insuccesso della predicazione di Gesù, come già quella di Isaia (6,9-10) stesso: non si tratta di un giudizio di condanna. 
«L’indurimento del cuore, la miopia dello spirito, la sordità della mente del popolo spingono dunque Gesù a usare un annuncio della sua verità attraverso il velo dei simboli. La causa di questo modello di predicazione è, dunque, la povertà spirituale degli ascoltatori e la loro superficialità» (G. Ravasi).
vv. 16-17: Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano
Dopo le terribili parole di Isaia, Matteo riporta delle parole di approvazione rivolte da Gesù ai suoi discepoli partendo da una beatitudine. I discepoli sono esattamente in contrapposizione a loro, hanno occhi che vedono, cioè, sono venuti alla luce. Sono illuminati e capiscono la realtà. E questi sono nella beatitudine.
Non è la prima volta che Gesù dice “beati”. Già l’Antico Testamento risuona la beatitudine in coloro che ascoltano la Parola di Dio (cf. Dt 6,3; Sal 1,1-3; 94,12s; 106,3; 112,1-5; 128; Pr 8,34; 29,18; Sir 14,20-27; Bar 4,4). Ma anche in altre pagine del Nuovo Testamento lo si riscontra (cf. Lc 11,28; Ap 1,3; 22,7). La beatitudine inoltre ha molteplici sfumature. È legata a un vedere in profondità, a un cogliere quello che Gesù voleva comunicare.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Questa beatitudine è il desiderio di tutta la storia umana, della sua verità profonda, della profezia e dei giusti. La beatitudine ci riguarda ancora oggi. Saremo beati ogni qualvolta ci mettiamo in ascolto della parola di verità, della parola del Figlio, della parola che ci fa fratelli, della parola che ci dona la vita di Dio, che ci dona lo Spirito Santo, che ci dona il Suo Amore.
v. 18: Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Da qui inizia la spiegazione della parabola. Qui abbiamo un imperativo ed ha lo stesso sapore del credo religioso di Israele: “Ascolta Israele” (Es 6,4). Il termine dell’ascolto è ripetuto in ebraico per altre 1159 forme. L’ascolto non deve essere sterile ma fattivo.
L’udire nell’ascolto biblico richiede un atto mentale del comprendere e per il popolo ebreo quest’aspetto non è separabile dai sensi. Quindi interesse, applicazione e studio, se si vuole prendere sul serio la Parola.
Per questo Gesù dice: voi, dunque, che potete capire e non avete il cuore indurito, ascoltate la spiegazione della parabola, iniziate a capire il mistero della Parola dentro di voi. La parabola, quindi, tratta dell’ascoltare la Parola del Regno.
Essa viene chiamata la parabola del seminatore, ma la si può chiamare anche “dei quattro terreni” che corrispondono a diverse persone. In realtà, il Vangelo divide in due gruppi di ascoltatori: quelli che ascoltano e non comprendono (13,19.22) e quelli che ascoltano e comprendono (13,20.23). Ciò che semina il seminatore è il messaggio del regno. L’uomo è identificato col terreno e il suo modo di ascoltare.
v. 19: Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.
A differenza di Marco, questa spiegazione inizia al singolare. È l’impegno personale, il banco di verifica del vero ascolto e della vera comprensione. È necessario entrare nel suo significato profondo e salvifico (più che intellettuale) della parola del Regno per evitare il Maligno.
Il primo terreno corrisponde a quel seme gettato lungo la strada. Matteo lo identifica con l'uditore che lo riceve. Su questo terreno il seme non ha neppure il tempo di germogliare in quanto “strada dura” e rimane in superficie facile ad essere rubato dal maligno. “Il maligno”, espressione tipica di Matteo e Giovanni, è stata ricollegata all' “impulso cattivo” che fa lotta con quello buono nel cuore dell'uomo. Possiamo ricordare il discorso dell’apostolo Paolo nell’Areopago di Atene, «appena sentirono parlare della resurrezione dei morti, cominciarono a deridere Paolo. Altri invece gli dissero «Su questo punto ti sentiremo un’altra volta»» (At 17,32). Il male ha origine nel non ascolto e nella disobbedienza.
vv. 20-21: Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.
Il secondo terreno corrisponde al seme gettato sui terreni sassosi: il seme germoglia, ma non essendo la terra sufficientemente profonda, la piantina viene bruciata dal sole. Qui abbiamo le tre componenti dell’uomo: identificato col seme, cioè con la Parola, con la terra e il modo di accogliere la Parola.
La risposta è accogliente, cordiale, gioiosa, ma “momentanea”, cioè di breve durata: c'è un problema di impazienza, di incostanza, di mancanza di radici che viene messo in luce nei momenti di persecuzione o di tribolazione. Possiamo ricordare il giovane ricco di cui parla Mt 19,16-22 che chiedeva cosa dovesse fare per ottenere la vita eterna. Alla risposta di Gesù che lo chiama alla perfezione se ne andò rattristato perché legato a sé stesso, alla sua stessa vita.
All’entusiasmo dell’inizio segue la discontinuità della scelta, dovuta sicuramente a esperienze di sofferenza e persecuzione, inevitabili in ogni cammino di fedeltà all’ascolto di Dio.
La Parola non dà frutto a causa di una tenuta insufficiente: nella prova, "subito" uno viene meno.
v. 22: Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.
Il terzo terreno è quello infestato dai rovi. Qui la piantina cresce velocemente in quanto ombra e umidità favoriscono la crescita ma alla fine la soffoca.
Qui c'è stata sia l'accoglienza, sia una certa durata nel tempo: qualcuno che ha dato una buona prova di sé. Purtroppo, alla «preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza», a un cuore pieno di paura e sempre in cerca di scuse (cf. Lc 14,18), senza speranza, davanti alle difficoltà della vita si cede subito, si soffoca la Parola e tutto si arresta in quanto «non ha radice in sé ed è incostante» (v. 21).
Accogliere la Parola senza radici profonde si è già predisposti a smarrire la fede e la propria determinazione in situazioni difficili.
v. 23: Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno".
Il quarto terreno è quello che dà frutto, ma in proporzioni diverse (cento, sessanta, trenta). Uno studioso ha paragonato questi tre rendimenti con l'osservanza del triplice comandamento che gli ebrei ripetevano ogni giorno nella loro preghiera quotidiana: «Ascolta Israele, amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza». Nella comune interpretazione rabbinica “con tutta l'anima” significa “perfino se egli ti strappa l'anima”, cioè fino al martirio; mentre “con tutta la forza” significa “con tutte le tue ricchezze” (mamon).
Il versetto riprende la parte finale del cap. 12: Chi è mia madre? Chi sono le mie sorelle ed i miei fratelli? È la gente seduta attorno a Lui che ascolta la sua Parola e che compie la volontà di Dio, che diventa uguale a Lui. Ascoltando la Parola diamo corpo a Dio nel mondo, gli diamo vita, gli siamo madre, come la madre terra che germina il seme, così ciascuno di noi fa germinare Dio nella propria vita, diventiamo madre e poi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù perché generando la Parola, divento simile a Dio, divento figlio, divento come Gesù, suo fratello: ho prodotto il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Quelli che producono il cento sono coloro che hanno un cuore talmente obbediente da sacrificare non solo la loro proprietà (mamon), ma anche la cosa più preziosa di tutte, la loro vita (anima), questi sono i martiri.
Quelli che producono il sessanta hanno un cuore obbediente e danno via i loro averi, ma non si trovano nell'occasione di dare le loro vite a causa della parola.
Quelli che producono il trenta hanno pure un cuore obbediente e indiviso, ma non si trovano nell'occasione di offrire, per amore di Dio, né la loro vita né la loro proprietà.
Questi tre aspetti segnano l’atto del credere, attivo e perseverante: l’ascoltare, il comprendere e il portare frutto ognuno secondo la propria misura.
Per concludere prendiamo il Vangelo secondo Luca che ci fa dono di un particolare: «Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (qualcuno traduce «con sofferenza») (Lc 8,15). Il particolare vuole evidenziare che ci sarà chi verrà chiamato a rispondere del mancato invito al Vangelo, e chi concluderà una vita di testimonianza, ottenendone il premio.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale disponibilità interiore e comprensione manifesto di fronte all’ascolto della Parola?
Mi sento vicino a Gesù come un discepolo o piuttosto distante, come le folle?
Ognuno di noi è un terreno diverso a seconda delle situazioni della propria vita. In quali diverse occasioni sono stato/a strada, terreno pietroso, spine, terreno buono?
Cosa ho saputo donare di me stesso/a finora per dare spazio fattivamente alla Parola di Dio?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.
 
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.
 
Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.      
 
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia! (Sal 64).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La Parola ci invita a leggere la nostra vita, le nostre vicende, il nostro passato per vedere quanto l'incontro col Vangelo ci abbia cambiati senza desistere nello scuoterci dal torpore, dall’indecisione, dalla durezza d’ascolto ma essere tra coloro che danno frutto producendo ora il cento, ora il sessanta, ora il cento per uno.