martedì 6 ottobre 2026

LECTIO: XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 22,1-14

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che inviti tutti gli uomini alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, donaci di accogliere sempre le sorprese del tuo amore, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1 Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4 Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5 Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10 Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12 Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Matteo scrive per una comunità in grande espansione. Erano molti i pagani che accogliendo il Vangelo si sono convertiti. Davanti a questa conversione si registra l’incredulità degli Israeliti e nasce, all’interno della comunità cristiana, la prima tiepidezza spirituale. Per questo Matteo presenta questa parabola e dare orientamento alla vita della comunità cristiana.
La parabola è conosciuta anche come “la parabola della cena”. È preceduta immediatamente da quella dei vignaioli omicidi che hanno rifiutato di consegnare al legittimo proprietario i proventi della vigna, giungendo al punto di uccidere il figlio del padrone (Mt 21,33-44). La parabola nel suo contesto è legata anche alla precedente parabola iniziata in Mt 21,23 e insieme, le tre parabole, nate nel Tempio di Gerusalemme da una disputa di Gesù con i sommi sacerdoti e i farisei sulla sua missione e autorità, contemplano quei frutti che inaspettatamente non arrivano.
Domenica scorsa, con la parabola della vigna, Gesù fece un riassunto della storia della salvezza. Dio circondava Israele con attenzione particolare e aspettava che tanta cura avrebbe prodotto frutto in una vita di fedeltà e giustizia. Di tempo in tempo inviava i profeti per ricordare al popolo il frutto che Dio attendeva, ma la loro missione incontrava sempre il rifiuto da parte di Israele. Finalmente Dio inviò il proprio Figlio, ma questi fu ucciso. A questo punto Gesù dichiara che siccome Israele continuava a rifiutare il Regno, questo passerà ad un altro popolo, cioè ai pagani (Mt 21,43). Questa frase ci offre la chiave di lettura per la nostra parabola che in realtà ripete il messaggio della precedente con un’altra immagine e altre sfumature.
L’argomento principale è il rifiuto da parte di Israele di entrare a fare parte della gioia di Dio descritta dalle “nozze regali” e dalla sua “veste” ma è anche un monito per tutti coloro che si definiscono cristiani pensando di avere, come per magia, la partecipazione al Regno.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 1: Gesù riprese a parlare loro con parabole
Gesù aveva iniziato a parlare in parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei (cf. Mt 21,45) i quali decisero di eliminare Gesù. Queste parabole, rivolte da Gesù ai suoi interlocutori, parlano di loro. Ora continua a parlare loro sempre in parabole. Questa parabola, in questo momento è rivolta a ciascuno di noi, perché ci aiuti a trovare e dare senso a quei frutti che il Signore ci chiede di condividere.
v. 2: Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.
Il racconto della parabola inizia con una formula tipica: “il Regno dei cieli è simile” e subito illustra un aspetto dell’intervento escatologico di Dio. Il re di cui si parla è Dio, il banchetto a cui invita gli ospiti è un pranzo di nozze - figura tipica dell’alleanza - per il figlio del re che allude chiaramente al Messia, inteso come Figlio di Dio, secondo l’immagine attinta dalla parabola precedente.
La parabola in parallelo con Lc 14,15-24 dove si parla di una grande cena mentre Matteo parla di un banchetto di nozze per il figlio del re. Questa immagine del banchetto di nozze, simbolo delle nozze messianiche, la troviamo sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
Anche l’immagine del re è simbolica, infatti il re di cui si parla è Dio che invita al convito nuziale, figura tipica dell’alleanza; il figlio del re allude chiaramente al Messia, al Figlio di Dio.
La metafora biblica delle “nozze” per descrivere l’alleanza tra Dio e il suo popolo viene riportato per ben cinque volte ai vv. 2.9.10.11.12 e richiama quanto riporta il libro dell’Apocalisse: “Ecco, sono giunte le nozze dell’Agnello” (Ap 19,7). Le nozze dell’Agnello rappresentano la volontaria immolazione di Gesù, con la quale Egli ha inaugurato il suo Regno. Con quest'invito, il Padre chiede di essere partecipi alla condizione del Figlio, ci chiede di essere partecipi della nuzialità del Figlio, che si manifesta attraverso il dono della sua vita sulla croce per tutta l’umanità.
Si può notare che non si parla dello sposo, che resta un’identità misteriosa, né della sposa, altra figura da identificare. Il soggetto di tutte le azioni sembra solo il re. A maggior ragione ebbe a dire sant’Agostino: «Conoscete lo Sposo: è Cristo. Conoscete la Sposa: è la Chiesa» (S. Agostino, Disc. 90,1.5.6).
vv. 3-6: Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
Ecco l’azione del re: invia i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze. Qui abbiamo il termine Kalèo che significa “vocare”, “chiamare”, “invitare”. La chiamata è tipica dell’evangelista Matteo. La troviamo nella vocazione dei primi discepoli (Mt 4,18-22) e anche nelle parabole (cf. Mt 9,13; 20,8; 25,14).
Abbiamo una chiamata ripetuta dove il Vocante è sempre il Re. Lungo la pagina abbiamo il verbo che si ripete per sei volte (vv. 3.4.9.10.14); non solo, ma segna i tempi del prima, del poi, dell’eterno presente. Ciò è sinonimo che la chiamata è sempre attuale.
La chiamata è una chiamata ad una esperienza di comunione prima di tutto ed è una chiamata ad un qualcosa che ci viene donato. Cioè, l’Alleanza che Dio ha stipulato con Israele è irrevocabile, rimane inviolata nonostante il rifiuto.
Chiamata e rifiuto camminano di pari passo. Coloro che Dio aveva chiamato, con i quali aveva stretto Alleanza, coloro ai quali aveva dato un nome, cioè a cui aveva riconosciuto una identità, quella di popolo di Dio, non accolgono l’invito. È la cecità del cuore che non vede l’ingresso di Dio nel tempo e nella storia degli uomini. Infatti, questi, hanno altre cose a cui pensare, sono dilaniati da altri interessi. Non sono disponibili a mutare il centro dei loro interessi. Per capire, san Paolo ci dice che grazie a questo rifiuto si apre una porta di speranza per gli altri: “Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?” (Rm 11,15) e continua: “Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio, infatti, ha rinchiuso tutti nella misericordia, per usare a tutti misericordia” (Rm 11,30-32).
Nella versione di Luca gli invitati semplicemente rifiutano l’invito, perché hanno altri impegni; invece nel racconto di Matteo coloro che ricevono l’invito a pranzo non solo non se ne curarono, ma addirittura presero i servi, li insultarono e li uccisero. Omicidio, violenza, sopruso, inganno… troveranno sempre gli inviati di Dio fino ad oggi. Un amore gratuito fa fatica ad entrare nella vita personale di ciascuno mettendo in crisi la propria autosufficienza. Appena mi si presenta uno che mi ama gratuitamente, mi ricorda il mio fallimento e lo uccido, così faranno con Gesù.
v. 7: Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Un versetto particolare: questa furia omicida non dovrebbe essere presente qui. Nel libro dell'Apocalisse (cf. 11,8) si parla di alcune città, tra cui anche la città in cui il loro Signore fu crocifisso, e tutte questa città sono equiparate a Babilonia, perché è la città che uccide i profeti. Perché è una città che si costruisce una sua forma di giustizia dal basso, perché è la città che si fonda sull’autonomia, sull’autosufficienza e anche Gerusalemme. Per cui tutti hanno bisogno di essere salvati, per questo la croce di Gesù acquista un senso, cioè non è possibile salvarsi da soli.
Per questo Gesù usa il linguaggio dei profeti, un linguaggio colorito e sta annunziando quella che sarà la sorte di Gerusalemme, che uccide i profeti, che ha seminato violenza e sarà travolta dalla violenza.
Il versetto può essere benissimo letto alla luce della distruzione del tempio di Gerusalemme avvenuta a opera dei Romani nel 70 d.C. che l'Evangelista legge come castigo di Dio.
v. 8: Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni
Per la terza volta, ancora una volta si ripete la festa delle nozze. Il Re non si stanca, ha a cuore questo convito ma i destinatari, i chiamati, non erano degni. Per l’evangelista Matteo gli invitati rappresentano sia il popolo giudaico che i loro capi; in Luca, invece, essi rappresentano soltanto il popolo giudaico nel suo insieme.
Questa inadeguatezza non riguarda l’essere degni rispetto a un merito che si possa acquisire, in quanto il Regno di Dio è donato, gratuitamente, a tutti.
Nel banchetto vi è l’amore gratuito di Dio che entra nel mondo, un amore infinitamente libero nella sua iniziativa. Forse quest’aspetto è tralasciato da noi, dimenticato. Occorre, invece, meditarlo e farlo nostro. L’essere degni del banchetto di nozze del figlio del re significa dirci e lasciarci dire cosa sia questo per noi.
Vuol dire fare nostra la logica di Dio che è una logica di alleanza, che è una logica di comunione, per la quale Dio si compromette; è la logica per la quale Dio è Dio solo se è amore, se è carità, se è servizio. L’essere degni vuol dire entrare in una logica di nozze, in quella logica per la quale tutto è rivolto, da parte di Dio, alla persona che ha deciso di amare nel Cristo suo figlio.
 
v. 9: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
«Andate» è il verbo della missione (cf. Mt 10,6; 28,19). Si va verso i crocicchi, gli incroci delle strade, cioè al luogo reale della vita, il luogo reale dove si incontrano le varie culture, tra varie città, varie nazioni, vari modi di essere. I crocicchi sono il crocevia della vita. È il mondo della periferia, dove stanno i luoghi dell’esodo giornaliero segnati dalla croce di Cristo. Biblicamente sono i confini di territorio. È il mondo pagano.
In questi crocicchi abita l’uomo che Gesù cerca. Qui si incrociano quei cuori nonostante il modo diverso di pensare, agire. Questi sono i nuovi invitati alle nozze. Sarà la nuova comunità, il nuovo popolo di Dio.
v. 10: Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Questo Signore che chiama è il Signore della strada: della mia, tua e altrui strada. È il Signore della vita. Amante della vita.
Ecco la sala che si riempie di buoni e cattivi. Un particolare che viene annotato da Matteo che gli invitati qui sono cattivi e buoni, in pratica tutti. Mentre Luca li specifica in poveri, storpi, ciechi, zoppi (cf. Lc 14,21): gli emarginati. La mescolanza di buoni e cattivi all’interno della Chiesa è il riflesso della gratuità dell’invito.
Tutti sono invitati. Tutti possono entrare: è il sogno di Dio. Entrare nella sala significa lasciarsi trasformare dalla logica del banchetto di nozze. Il Signore chiama tutti, ma chi è chiamato deve rispondere al Signore con la propria vita. Non basta aver accettato l’invito; bisogna anche trasformare la propria esistenza in funzione di questo invito. Non basta essere cristiani avendo accolto l’annuncio della fede; bisogna anche lasciare che questo annuncio cambi la vita dell’uomo e la conformi alla volontà di Dio.
vv. 11-12: Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì.
Ritorna in questa vicenda il re e contempla tutti coloro che siedono, che giacciono a mensa. Qui nota un uomo della strada senza il vestito bello, nuziale.
L’abito nuziale in Oriente era un vestito di lusso usato dai Sovrani. Al tempo di Gesù probabilmente era semplicemente un vestito elegante per una occasione particolare. Ma chi veniva dai crocicchi che abito potevano avere? Qui la mancanza dell’abito richiama a un’altra mancanza: quella della conversione.
La conversione è il presentarsi a Dio con un cuore adatto a ricevere i suoi doni. San Paolo ce lo fa capire con queste parole: “perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di essere trovati già vestiti, non nudi” (2Cor 5,2).
L’invitato è senza l’abito battesimale. Un abito che dovevamo custodire per tutta la vita. È quell’abito che riveste l’uomo nuovo, anzi, che è l’uomo nuovo; infatti, non lo riveste come una sopravveste, ma, sconfitto l’uomo vecchio, carnale, lo sostituisce. Continua S. Paolo: “Sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati, ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita”. Non una sopravveste, dunque, ma un abito nuovo che è Cristo stesso. Questa, dice un grande maestro spirituale bizantino: “aderisce a coloro che la indossano molto più della pelle e delle ossa. Le nostre membra non solo sono membra di Cristo, ma sono ricoperte del salvatore tutto intero” (Nicholas Cabasilas).
Anche se l’invito è gratuito, bisogna prepararsi per la festa. I rabbini descrivono quell’abito pulito, come un segno di penitenza e di opere buone.
Il re lo chiama con l’appellativo “amico”, “compagno”. Quest’espressione indica la stessa generazione, vuole indicare una persona che entra in sintonia, nel nostro caso con il Vangelo, con quella buona notizia piena di un amore gratuito; infatti, c'è un invito alla festa che è preparato gratuitamente. Ma questi compagni sono tra coloro che non accettano l'invito. Sono come quelli della parabola: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato” (cf. Lc 7,31-35).
v. 13: Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».
L’uomo non ha l’abito, non ha il vestito del Vangelo per questo il re interviene. La monizione del re, più che una condanna è una rivelazione di una situazione esistente: negativa e chiusa. Formalmente è presente al banchetto ma il suo cuore è altrove.
Questa immagine, utilizzata nella parabola del banchetto del Regno è simile alla parabola della zizania, l’erba cattiva è destinata al fuoco; come il servo inutile del talento sterile (cf. Mt 25,30), è gettato nelle tenebre. Essa vuol significare che non si entra nel Regno senza essersi preparati, senza nessun interesse; l’unico modo per prepararsi ad esso è la conversione. Infatti, cambiare vestito nel linguaggio biblico indica cambiare stile di vita ovvero convertirsi (cf. Rm 13,14; Gal 3,27; Ef 4,20-24).
L’espressione “pianto e stridore di denti” indica la condizione di coloro che si sono esclusi dal Banchetto delle Nozze. Il pianto è di chi troppo tardi si pente e ammette il proprio errore. Lo stridore di denti è di chi si rode dalla rabbia per avere fatto la scelta sbagliata e dall’invidia per coloro che invece sono stati trovati degni di partecipare alla festa (cf. Lc 16,19-31).
v. 14: Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Questo versetto dovrebbe farci riflettere molto. La chiamata non garantisce l’elezione di tutti. Infatti, l’espressione è un semitismo. Nell’assenza del comparativo, l’ebraico biblico usa espressioni fondate su drastiche opposizioni. Per cui quest'espressione non dice niente sulla relazione numerica tra i convocati nella Chiesa e gli eletti per la vita eterna. Però è anche vero che la parabola distingue tra la chiamata alla salvezza e l’elezione e perseveranza finale. La generosità del re è immensa, ma bisogna prendere sul serio le esigenze del Regno.
L’espressione è un pressante appello a non accontentarsi di una appartenenza formale al popolo di Dio. «Molti…pochi», nel linguaggio biblico indica un rapporto più qualitativo che numerico. Non si può dare per scontato la salvezza. In questo Gesù segue da vicino l’insegnamento dei profeti (cfr. Ger 7,1-15 e Os 6,1-6).
Possiamo cogliere qui il consiglio che Gesù nella parabola delle dieci vergini: «Vegliate, poiché non conoscete giorno né l’ora» (Mt 25,13).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
La mia vita sostanzialmente è incentrata su Cristo? Mi sento chiamato da Lui al banchetto nuziale del Regno?
Sono tra quelli che ascoltano e accolgono l’invito del Vangelo?
Seguo gli “affari urgenti” per non accettare l’invito di Dio? Oppure mi accontento di una appartenenza formale al popolo di Dio?
Quale è l’abito nuziale richiestomi concretamente per poter partecipare al banchetto nuziale del Regno di Dio? Oppure continuo a presentarmi senza l’abito nuziale?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.  
 
Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
 
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.
 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. (Sal 22)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
La Parola di Dio non la si può comprendere se Dio stesso non apre il cuore (At 16,14). Egli "ci insegna a stabilire delle priorità, a tendere all’essenziale. In una parola, a non perdere l’importante per l’urgente, come successe agli invitati della nostra parabola" (Raniero Cantalamessa).





martedì 29 settembre 2026

LECTIO: XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 21,33-43
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
33 Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? 43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Ancora il tema della vigna. In Israele ogni famiglia aveva accanto alla casa un giardino con qualche pianta di vite. E quando si aveva piantava una vite, indicava che il proprietario aveva intenzione di dimorare a lungo in quella casa. La vite indicava anche segno di pace e di prosperità. Ci stavano anche dei grandi proprietari che possedevano delle vigne molto estese. Queste vigne venivano consegnate a degli affittuari e i proprietari andavano a vivere altrove. Poi tornavano per la vendemmia. Gesù fa uso di questa realtà per raccontare ancora una parabola.
La parabola degli operai omicidi è racchiusa da Matteo nella cornice di altre due parabole: quella dei due figli (Mt 21,28-32) e quella del banchetto di nozze (Mt 22,1-14). Insieme le tre parabole contengono una risposta negativa: quella del figlio al padre, di alcuni contadini al padrone della vigna, di certi invitati al re che celebra le nozze del suo figlio. Le tre parabole tendono a mostrare un unico punto: si tratta di coloro che, come non hanno accolto la predicazione e il battesimo di Giovanni, ora sono unanimi nel rifiuto dell’ultimo inviato di Dio, la persona di Gesù. L’introduzione alla prima parabola di Mt 21,28-33 è da ritenersi anche per la parabola degli operai omicidi: Giunse al tempio e mentre insegnava i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo gli si avvicinarono domandandogli: Con quale autorità agisci così? Chi ti ha dato questa autorità? É l’aristocrazia sacerdotale e quella secolare ad avvicinarsi a Gesù quando egli entra nel tempio. Sono preoccupati della popolarità di Gesù e pongono delle domande a Gesù per sapere due cose: che tipo di autorità si attribuisce nel fare quello che fa, e la provenienza di tale autorità. In realtà la seconda risolve il quesito della prima. I sommi sacerdoti e i capi del popolo esigono una prova giuridica: non si ricordano più che i profeti avevano autorità direttamente da Dio.
La parabola inizia con una citazione del cantico della vigna del profeta Isaia (Is 5,1-7; cf. anche Sal 79) riportato dalla Liturgia, una delle massime espressioni della Sacra Scrittura per indicare il forte legame tra Dio e il suo popolo: “La vigna del Signore era la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita” (Is 5,7). In essa Dio si presenta come un amante che è spinto verso l’amata da una forte passione e da un desiderio ardente.
La vigna ci ricorda che tutta l’azione di Dio è azione aperta, ed è azione che può andare delusa, così come si esprime il canto della vigna: “mentre aspettavo che producesse uva buona, essa fece uva selvatica” (Is 5,4). Qui non c’è semplicemente l’atteggiamento di delusione, quanto piuttosto l’atteggiamento di chi si vede deluso da un rapporto di amore. Per quanto lui ci abbia amato, di fatto siamo venuti a meno a questo rapporto. Pensiamo alla sposa del Cantico che parla di sé stessa: la mia vigna, l’ho custodita; cioè, ho incontrato colui al quale appartenere. Proviamo a trasferire questo nel cuore di Dio, nel cuore di Colui che si vede deluso da un rapporto che è venuto meno a causa dell’infedeltà del suo popolo.
Si dovrà dunque escludere a priori qualunque interpretazione della parabola che contraddica palesemente questa premessa: il Signore della vigna cambierà i vignaioli, ma non la vigna. Essa è proprietà di Dio!
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 33: Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
La Parola inizia con un imperativo insistente all'ascolto quasi a dire quanto sia importante l’ascolto. Questa insistenza significa la nostra incapacità di metterci in ascolto e nello stesso tempo, un richiamo alla professione di fede: Shemà! Le parole dello Shemà sono 245. Ripetendone l'ultima espressione diventano 248, tante quante sono, per tradizione, le membra del corpo umano. Ciò vuole ricordare che bisogna aderire alle parole dello Shemà con tutta la propria persona. Ecco perché Gesù dice: “ascoltate!”, per porre attenzione con tutta la persona a quanto sta per dire.
Siamo alla terza parabola con protagonista la vigna. La parabola Gesù la indirizza alle autorità religiose e prendendo spunto da quanto accadeva nella vita concreta, introduce la parabola vertendo l’attenzione su un grande proprietario terriero. Questo proprietario rappresenta Dio con le sue premure per la vigna, per la casa di Israele, per tutta la Chiesa.
Cosa fa il proprietario? L’evangelista Matteo descrive la sua attenzione e cura verso quella proprietà con cinque verbi: piantò... circondò... scavò... costruì... affidò. Egli anzitutto pianta la vigna delimitandone con una siepe la sua proprietà in quanto la vuole proteggere. Ricorda l’Autore sacro del libro dell’Esodo le parole del Signore: «Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia, infatti, è tutta la terra!» (Es 19,5). Da queste parole possiamo capire che la siepe di cui si parla è la Torah, è la Parola di Dio, è il Vangelo. La terza attenzione è lo scavo della buca per il torchio. La buca per il torchio indica la gioia, l’amore da donare a tutti. Il profeta Geremia ce lo ricorda così: «grida di giubilo come i pigiatori delle uve, contro tutti gli abitanti della terra» (Ger 25,30). Dio si aspetta che tutti noi produciamo gioia per l’umanità intera. L’evangelista Giovanni, per farcelo capire, ci presenta l’immagine della vite unita ai tralci (Gv 15,1-8). I discepoli che sono uniti al Signore non possono che produrre l’unico frutto che è l’opera d’amore ed è il significato che diamo alla vita buona del Vangelo. L’altra premura è la costruzione di una torre. La torre nel terreno era il luogo di custodia degli attrezzi da lavoro, mentre il tetto della torre serviva alla vigilanza. Questa torre simboleggia il Signore che dall’Alto protegge perché nessuno la usurpi, che veglia sulla sua vigna con quella stessa paterna e materna di quel padre che rapportandosi coi figli li invitò a lavorare nella vigna (cf. Mt 21,28).
L’ultimo atteggiamento è l’affido della vigna ai contadini per poi partire verso un paese lontano. Il Regno di Dio non è offerto in dono ai vignaioli. Prova ne è che viene dato in affitto ai vignaioli (soprattutto nel testo parallelo di Marco si specifica questo; cf. anche Mt 25,14). Il Regno di Dio è il donare, è il dono. Dio non si offre in dono, Dio è il dono, è il donare. E i vignaioli pagano un affitto, pagano un prezzo. Per accogliere il dono non si paga un prezzo, ma per entrare nel dono, per avere parte a Colui che è il dono, che è il donarsi, si paga un prezzo. E il prezzo è diventare simili al dono, diventare come il donare, diventare come Dio. Non solo imparare a donare, non solo fare dei doni, non solo fare della vita un dono, ma essere il dono, essere il donare. L’essenza del cristianesimo non è il dono, perché questo finisce e diventa proprietà di qualcun’altro; ma è il darsi, in un movimento infinito in cui continuamente e totalmente l’uno si dà all’altro, rimanendo sé stesso, così come è manifestato nel mistero Trinitario.
vv. 34-36: Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
È arrivato il tempo per raccogliere i frutti che il profeta Isaia descrive molto bene quali sono (cf. Is 58). I servi di cui si parla, non hanno il ruolo di esattori; infatti, sono i profeti che Dio inviò ad Israele nei vari momenti della sua storia, prima e dopo l’esilio. Il profeta Geremia ce lo ricorda così: «Da quando i vostri padri sono usciti dall'Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; ma non mi hanno ascoltato né prestato orecchio, anzi hanno reso dura la loro cervìce, divenendo peggiori dei loro padri» (Ger 7,25-26).
Questi servi richiamavano continuamente i frutti che il Signore aspetta: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,6-7). Ma i servi trovavano ben altro: “sacrificio di tori, di agnelli, di capri, offerte inutili incenso, moltiplicazione di preghiere” (cf. Is 1,10-16). Non era questo quanto cercava il Signore. Isaia (cap. 1) stesso descrive la stanchezza del Signore dell’esteriorità, per questa infedeltà all’alleanza, a un amore continuamente preso in giro, bastonato, ucciso: trattamento riservato dal popolo eletto ai messaggeri di Dio. I contadini, coloro che sono installati nel potere non hanno il senso del cambiamento, ma solo mantenere la loro posizione di privilegio, di prestigio.
Il profeta viene anche lapidato, così come accadde a Zaccaria nel cortile del tempio (cf. 2Cr 24,20-22), il più osteggiato di tutti fu Geremia, messo in ceppi e gettato in una cisterna (Ger 20,2) poi fu ucciso. Questo è accaduto ai profeti di ieri e accade anche ai nostri giorni a coloro che richiamano a una vita più evangelica.
Amore, fratellanza, giustizia, attenzione al povero, sono quei frutti perenni a cui i profeti di ogni tempo annunzieranno, anche a costo della propria vita, in quanto sono nostra stessa carne, sono nostri fratelli.
vv. 37-38: Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!».
Il padrone invia il figlio con la stessa funzione dei profeti. L’invio del figlio è espressione dell'incarnazione del Verbo. È l'espressione di un Padre che ha dato tutto, che non si è risparmiato, per Lui conta questa reciprocità di amore di coloro nei confronti dei quali ha avuto una grande cura.
Abbiamo in questi versetti un richiamo alla parabola del fico sterile che Gesù racconta. Il fico non ha frutti ma solo foglie, simbolo di una religiosità apparente, sterile. Anche Gesù non ha trovato quei frutti che il Signore vuole ma solo il cuore dell'uomo sempre ostinato, duro, mascherato, invidioso... Il loro ragionamento non guarda in faccia nessuno; anche Gesù infastidisce per questo esclamano: «Questo è l’erede, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!». Quando si vuol mantenere una posizione si arriva anche all’estremo per ottenerla. Ed è questo quello che fanno i contadini. Ed è quello che hanno fatto a Gesù.
Qui il problema non è tanto pensare di poter possedere (l’eredità sarà nostra) e nemmeno tanto di aver ucciso l’erede (Dio avrebbe perdonato anche questo). Il vero problema è aver gettato l’erede fuori della vigna: in questo modo i vignaioli si sono esclusi dalla Trinità, da quel darsi eterno del Padre al Figlio nell’Amore. Hanno smesso di far vibrare il cuore e quindi hanno scelto la morte (essere fuori dalla Trinità è la morte). Poiché la vita è in quell’eterno “darsi reciproco” che verrà affidato ad altri.
v. 39: Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
I vignaioli omicidi, senza saperlo, pronunciano una profezia. È evidente il riferimento alla passione di Gesù, condotto fuori dalla città per essere crocifisso (Gv 19,20; Eb 13,12). Viene alla mente la folla che accompagna Gesù alla crocifissione e che, ancora una volta in modo ignaro, grida: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,25). E sarà così. Ma proprio nella sua condizione di “cacciato fuori” dalla vigna e attraverso la sua crocifissione Gesù ci rende partecipi della sua eredità. Per noi la condizione di crocifisso è una condizione che pone fine al nostro rapporto con Dio; per Dio la crocifissione del suo Figlio esprime in pienezza la sua misericordia per noi.
Dell’eredità tutti possono essere partecipi per la decisione del Padre di consegnarci il suo Figlio e per il dono che Gesù ha deciso di fare della sua vita. In fondo la nostra vocazione è la vocazione di coloro che si sanno partecipi della comunione con Dio proprio per i “cacciati fuori”. Va in questo senso anche la citazione del Salmo: “la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo” (Sal 118,22-23). Attenzione: è la pietra scartata che diventa testata d’angolo. Non è che ci sia una azione previa per cui la pietra scartata viene di nuovo quadrata; ma in quanto scartata è pietra d’angolo. Infatti, se la pietra d'angolo è quella pietra che regge la volta, qui abbiamo quella consapevolezza che il Figlio di Dio, Gesù, scartato dai potenti convinti di essere in grado di costruire la storia, sarebbe stato quella esigua pietra che regge la volta delle vicende umane.
Ogni battezzato corre il pericolo di cacciare dalla vigna Gesù e il suo Vangelo. Le beatitudini infastidiscono e questo è indice che manca l’unione con Cristo Gesù e senza di Lui non possiamo fare nulla (Gv 15,5).
vv. 40-41: Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
Il Figlio è stato ucciso e adesso che ne sarà della vigna? Tutto è finito? Gli affittuari hanno vinto? Saranno loro a portare avanti la vigna? Disse Gesù ai capi dei sacerdoti, agli anziani del popolo, ai farisei, cioè ai custodi della vigna, che non hanno capito la logica di Dio, che non esita a donare il suo Figlio per la vita del mondo. Ma soprattutto non hanno capito che quei malvagi su cui invocano la morte sono proprio loro. Proprio loro sono quei vignaioli omicidi che non esiteranno, nella passione del Signore, a mettere a morte Gesù. Ma quei malvagi potremmo essere anche noi, perché nessuno, durante la passione di Gesù, si è schierato dalla sua parte o a sua difesa. A tutti e a ciascuno è rivolto quel che dice l’apostolo Pietro: “Questo Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). Perché tutti, ancora oggi, tentiamo di gettare fuori dalla vigna il Vangelo, il Figlio di Dio. È un peccato su cui interrogarci. Diceva Benedetto XVI: “Dio ha un progetto per i suoi amici, ma purtroppo la risposta dell’uomo è spesso orientata all’infedeltà, che si traduce in rifiuto. L’orgoglio e l’egoismo impediscono di riconoscere e di accogliere persino il dono più prezioso di Dio: il suo Figlio unigenito”. Eppure, “Dio consegna se stesso nelle nostre mani, accetta di farsi mistero insondabile di debolezza e manifesta la sua onnipotenza nella fedeltà ad un disegno d’amore che, alla fine, prevede però anche la giusta punizione per i malvagi” (Benedetto XVI, Angelus 2 ottobre 2011). 
vv. 42-43: E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Gesù cita il Sal 118,22-23 che nella tradizione viene attribuito al rifiuto del Messia, una tradizione di facciata visto che il Salmo veniva ripetuto spesso nelle liturgie. Le parole del Salmo compaiono cinque volte nel Nuovo Testamento e tre di queste cinque volte è collocato nel tempio di Gerusalemme. Le troviamo in tutti tre vangeli sinottici, pronunciato da Gesù alla fine della parabola dei vignaiuoli.
Le parole del Salmo rispecchiano i nostri giorni: scartiamo la pietra più importante della nostra vita. Scartiamo il Regno di Dio e lo cediamo ad un altro popolo capace di portare frutti, cioè capace di una fede viva ed operante in una prassi d’amore.
Più volte la Sacra Scrittura cita “la pietra scartata divenuta pietra d’angolo”, la pietra sulla quale poggia l’intera struttura: se essa viene a mancare, crolla tutto. Dio ci consegna Gesù Pietra Angolare, “l’elemento” sopra il quale poggiare e edificare la nostra fede, la nostra vita, la nostra famiglia, la nostra comunità. Egli è quel Tempio da cui salirà al cielo i sacrifici, gli olocausti unici graditi a Dio che sono le opere di amore. Se Gesù, pietra d’angolo, venisse a mancare nella nostra vita, la rovina sarebbe grande (cf. Lc 6,49). Però “l’Agnello è più forte dei lupi”. Colui che ha amato e donato la vita è più forte di coloro che gliel’hanno tolta. Infatti, dall’albero della croce scaturisce la vita; dall’albero della croce nascono i germogli della nuova vita, nasce la salvezza, nasce la risurrezione. Dalla croce di Gesù, dalla sua morte e dal suo fianco squarciato scaturisce per l’umanità il dono dello Spirito Santo, quel frutto che è in grado di portare frutto a sua volta. Dalla croce di Cristo si ha l’apertura al mondo dell’amore Trinitario.
L’espressione «perciò vi dico... sarà tolto e sarà dato...» indica la solennità dell’azione di Dio con cui viene segnata la storia dell’antico Israele e quella del nuovo popolo.  Qui “popolo” (ethnos) non sta ad indicare - come di consueto - le nazioni pagane (i gentili) né il popolo eletto (concetto reso con il termine laos), ma la nuova comunità dei credenti: Ebrei e pagani che formano la Chiesa di Cristo; quella comunità che nasce dal costato trafitto di Cristo e dal suo dono all’umanità dello Spirito Santo, quello Spirito che guida l’esistenza cristiana all’amore Trinitario che è più forte del pensare umano. Questi sono coloro che produrranno frutti!
Gesù, quindi, è la pietra scartata diventata pietra angolare ossia la pietra dalla quale sorge una nuova costruzione, un edificio, se vogliamo un tempio diverso cui siamo tutti e tutte invitati a fare parte. Ce lo ricorda l’apostolo Pietro: «Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi come pietre viventi siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Io, dove mi pongo? Dentro o fuori la vigna?
Quale volto di Dio ricerco nella vita di tutti i giorni?
Mi sento oggetto dell’amore premuroso e fedele di Dio?
Sono tra quelli che scacciano dalla vigna, di chi si arroga il diritto di sfruttare il mondo, il lavoro malpagato, le risorse naturali, oppure mi impegno a conservare e custodire il creato e rispetto i miei fratelli?
La pietra scartata dai costruttori è la pietra d'angolo della mia vita, della Chiesa di cui faccio parte, della mia lettura della storia?
Nel mio servizio all’interno della Chiesa (parrocchia, comunità, Diocesi) come mi comporto? Quali frutti porto? 
Sono tra quelli del “faccio tutto io” oppure vivo la condivisione dell’amore?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli.
 
Perché hai aperto brecce nella sua cinta
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna.
 
Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
 
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. (Sal 79).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Ogni battezzato è tenuto a coltivare la vigna del Signore e a farla fruttificare. Questo non è un compito che richiede delega, perché tutti chiamati a costruire la civiltà dell’amore. L’alternativa, come ci mostra il Vangelo, è solo egoismo e violenza rendendo la vita infelice.





martedì 22 settembre 2026

LECTIO: XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 21,28-32
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, che prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall'ingiustizia, donaci gli stessi sentimenti di Cristo, perché possiamo donare la nostra vita e camminare con i fratelli verso il tuo regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». 29 Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. 30 Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 Giovanni, infatti, venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Abbiamo lasciato, domenica scorsa, la parabola dei lavoratori nella vigna che anche questa domenica e l’altra ancora ritroveremo il riferimento. Questo è indice che il lavoro da svolgere in questa vigna, al padrone, cioè a Dio, preme tanto. Non dimentichiamo però che questo discorso è inserito in un contesto di tensione e pericolo. Andando indietro nei capitoli, dopo il “Discorso alla comunità” (Mt 18,1-35), Gesù si allontana dalla Galilea, attraversa il Giordano e inizia il suo ultimo viaggio verso Gerusalemme (Mt 19,1). Molto prima Egli aveva detto che doveva “andare a Gerusalemme per essere arrestato e ucciso e poi risuscitare” (Mt 16,21; 17,22-23). Ora è giunto il momento di salire fino a Gerusalemme e di affrontare la passione e la morte (Mt 20,17-19).
Arrivato a Gerusalemme, Gesù diviene motivo di conflitto. Da un lato il popolo che lo accoglie con giubilo (Mt 21,1-11), perfino i bambini lo acclamano quando, con un gesto profetico, espelle i venditori dal tempio e guarisce i ciechi e gli zoppi (Mt 21,12-15). Dall’altro lato i sacerdoti e i dottori che lo criticano. Essi chiedono che comandi ai bambini di chiudere la bocca (Mt 21,15-16).
La situazione era tanto tesa, che Gesù dovette passare la notte fuori della città (Mt 21,17; cf. Gv 11,53-54). Ma il giorno dopo di buon’ora egli già ritorna e, sulla strada che porta al tempio, maledice un fico, simbolo della città di Gerusalemme: albero senza frutto, solo con foglie (Mt 21,18-22). E poi entra nel tempio e comincia a insegnare al popolo. Mentre sta parlando al popolo arrivano le autorità per discutere con quale autorità Gesù insegna e guarisce, e Gesù le affronta, una per una (Mt 21,33-22,45) rispondendo con un'altra domanda provocatoria rivolta a loro, che li faceva ricordare l'autorità con cui Giovanni Battista aveva svolto la sua missione, essendo riconosciuto come uomo di Dio e profeta dal popolo (cf. Mt 21,23).
Alla fine, Gesù fa una lunga e durissima denuncia contro gli scribi e i farisei (Mt 23,1-36) e una breve e tragica accusa contro Gerusalemme, la città che non si converte (Mt 23,37-39). È dentro questo contesto carico di tensione e pericolo che Gesù pronuncia la parabola dei “due figli” nella vigna, uno bravo all’apparenza mentre l’altro, anche se sembra disubbidiente, fa la volontà del padre. In altre parole, la parabola mostra che Dio ha “due figli” uno buono e uno meno buono e ciò indica l’universalità dei figli.
Troviamo qui la dinamica della conversione come passaggio da un agire sbagliato a un altro che conduce a fare solo il bene.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 28: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli;
I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo interruppero Gesù nel suo insegnamento, probabilmente sotto il portico di Salomone, chiedendo spiegazioni in merito al suo insegnamento. Gesù risponde loro con una controdomanda sull’origine della missione del Battista. Ma questi, forse per paura del popolo non risposero a Gesù e di conseguenza neanche Gesù rispose alla loro domanda (Mt 21,23-27). Però, Gesù continua con una parabola rivolta a loro che sono persone religiose, pie, scrupolose soprattutto su tutti i comandamenti, persone rispettabili, la massima autorità religiosa. E inizia nello stile dei rabbini che quando iniziavano a raccontare una parabola i cui personaggi erano il padre e il figlio, si capiva subito che era riferita a Dio e a Israele, gli altri, cioè i peccatori, le prostitute e quanti non osservano i comandamenti non sono considerati figli di Dio. E qui il particolare della parabola di Gesù: «un uomo aveva due figli». Iniziando così, Gesù non dice altro che ogni uomo ha impressa l’immagine di Dio ed è indelebile, non si può cancellare. È una paternità che non può essere cancellata. Dio ha due figli: quelli buoni e quelli meno buoni. Tutto inizia da questo tipo di paternità: la fraternità universale di tutti i figli di Dio. Possiamo o non possiamo accettare questa verità? Senza dimenticare che questa verità si riallaccia alla parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32) dove anch’essa manifesta una paternità nell’atteggiamento dei due figli. Gesù comincia a raccontare questa esperienza di famiglia, perché gli ascoltatori, anche loro padri di famiglia, dovevano conoscere questo fatto per esperienza propria.
Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna.
Il testo originale più che usare il verbo rivolse come se il padre volesse padroneggiare, usa il verbo accostare. Infatti, si ha tutta quella attenzione tenerezza di un padre. E poi per il termine figlio usa la parola teknon che viene dal verbo tikto che vuol dire dare alla luce, partorire. Questo verbo allude a una sfumatura materna, alla dolcezza di una mamma. Il padre per rivolgersi al figlio usa questi atteggiamenti materni.
Con questa sua delicatezza, il Padre non dice semplicemente di andare a lavorare nella vigna ma soprattutto a dare senso alla sua vita con gioia, con amore. Anche perché la vigna in questo caso è la stessa casa dove si abita. La vigna, infatti, nella letteratura profetica presenta la casa d'Israele (cf. Sal 80,9ss; Is 5,1). La vigna è la nuova famiglia che fa esperienza di Dio, che fa della propria vita un capolavoro.
v. 29: Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò.
La risposta lapidaria del figlio segna il suo rifiuto. Sicuramente altri progetti nella testa di questo figlio. Possiamo azzardare a dire che è un no che entra in discernimento perché si possa arrivare a dire di sì, in quanto la proposta non è una semplice devozione o qualche intimismo spirituale ma è impegnativa.
All’improvviso, dopo aver riflettuto si pente della sua risposta. Il termine greco, che qui utilizzato è metamélomai (usato anche al v. 32 e al cap. 27,3 per indicare il pentimento di Giuda), indica più che altro il sentimento di rimorso per il peccato, che riconosce che quell’invito non viene da un padrone qualsiasi, ma dal Padre e che si può fidare anche se è sempre libero di scegliere.
Gli appelli alla conversione del Nuovo Testamento chiamano l’uomo a un orientamento nuovo e radicale della volontà a Dio, ad abbandonare perciò l’errore e a fare ritorno a colui che è il Salvatore di tutti gli uomini. L’Evangelista ci dice che questo figlio trasformò il modo di vedere le cose. Non vede più un padre-padrone ma un Padre di cui conosce già il suo amore e che adesso lo chiama a dare senso alla sua vita collaborando per una vendemmia infinita fidandomi di Lui.
v. 30: Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò.
Anche con il secondo figlio, il Padre si accosta alla stessa maniera ma questi risponde in maniera analoga e lapidaria ma diversa: «sì, signore». La traduzione letterale suona così: «io, signore». Al di la della traduzione, il secondo figlio non dice “padre” ma “signore” in quanto lui vede solo un padre-padrone, uno che da ordini e basta. A differenza del primo risponde “sì” perché non entra in un discernimento, non ha capito ciò che realmente il Padre gli ha chiesto.
Quest’atteggiamento risponde bene a ciò che disse il profeta Isaia: «questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani» (Is 29,13).
Questo secondo figlio rappresenta coloro che non hanno capito ciò che realmente vuole il Signore. Infatti, nel Vangelo troviamo in evidenza le incoerenze e l’obbedienza puramente formale di quanti si trincerano dietro le apparenze ma concretamente alle esigenze del Vangelo mettono il loro “io”, il loro orgoglio dimenticando così l’amore per il povero, la giustizia.
v. 31: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
Qui Gesù termina la breve parabola esplicitando ai suoi interlocutori ancora una domanda che richiama quella iniziale: un richiamo a tirare le conseguenze guardando ognuno la propria posizione.
Risposero: «Il primo».
La risposta dei sacerdoti e degli anziani è immediata: Il primo! Forse una situazione familiare comune, conosciuta da tutti, vissuta in prima persona, nella propria famiglia ha reso possibile una risposta lapidaria.
Così, nella realtà, la risposta era un giudizio non sopra i due figli della parabola, ma sopra loro stessi.
Nella parabola nessuno dei due figli può vantare obbedienza piena al Padre. L’obbedienza non è fatta di parole sterili e disimpegnate ma di fatti concreti e precisi (ricorda il fico sterile, Mt 21,18-22). Tutta la tradizione ebraica lo stava a dimostrare; gli ascoltatori non hanno difficoltà a dare la risposta esatta.
Il giudizio che questi danno dimostra la necessità di fare la volontà del Padre e non accontentarsi delle parole (cf. Mt 7,21) e neanche di precetti e pratiche sterili. Infatti, dice Gesù: «non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
Usando come chiave la risposta data dagli stessi sacerdoti e anziani, Gesù applica la parabola al silenzio peccaminoso dei suoi uditori di fronte al messaggio di Giovanni Battista. La risposta che avevano dato diventa la sentenza della loro stessa condanna. In linea con questa sentenza i pubblicani e le prostitute sono quelli che, inizialmente, avevano detto no al padre e che, in seguito, avevano finito per fare la volontà del Padre, perché avevano ricevuto e accettato il messaggio di Giovanni Battista, come proveniente da Dio. Mentre loro, i sacerdoti e gli anziani, sono quelli che, inizialmente, avevano detto si al padre, ma non avevano fatto quello che il padre chiedeva, perché non vollero accettare il messaggio di Giovanni Battista, neppure davanti a tanta gente che lo accettava come messaggero di Dio.
Per entrare nel Regno di Dio bisogna cambiare! Ecco l’applicazione del particolare decisivo: bisogna pentirsi, cioè, è necessario rendersi conto di essere sulla strada sbagliata e cambiare. Infatti, solo riconoscendo il proprio peccato, nasce in noi quella sete di amore che ci muove tutti alla stessa maniera.
I pubblicani e le prostitute, bisognosi della salvezza, proprio perché si sono pentiti, solo coloro che hanno ascoltato e creduto alla predicazione di Giovanni, la loro vita è cambiata con un senso di gratitudine al Padre, mossa per un nuovo inizio, più vero e realista, senza nessun senso di colpa per il passato, ecco perché sono i primi e possono entrare nel Regno di Dio a differenza di coloro che si sono affidati alla religione hanno perso l’opportunità di entrare subito nella vigna del Signore.
v. 32: Giovanni, infatti, venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.
Qui si vede la fatica dei sommi sacerdoti, gli anziani, gli scribi e i farisei a credere ad un inviato di Dio, a credere alla Parola del Signore a non lasciarsi convertire. I pubblicani e prostitute sono le categorie considerate da Dio, quelle per le quali si credeva fosse ritardato il regno, “invece gli hanno creduto”, persone capaci di fede. La loro condizione non è una condizione che impedisce loro di obbedire alla volontà di Dio. Infatti, questi sono coloro che non vivono una appartenenza. Il credere, da parte loro, sembra essere il sapersi di qualcuno, il sapere che interessano a qualcuno; che di qualcuno si possono fidare. Il rapporto che vivono non è più un rapporto mediato dal denaro, anzi, non è più nemmeno un rapporto mediato perché è un rapporto di comunione quello che sono chiamati a vivere.
La parabola originaria si chiude al v. 31. Qui l’evangelista non fa altro che invitare alla conversione.
La “via della giustizia” di cui si parla non è altro che un allontanarsi dal male per praticare il bene: «Cercate il bene e non il male, sicché possiate trovare la vita. Odiate il male, amate il bene... Forse il Signore, Dio degli eserciti, avrà pietà del resto di Giuseppe» (Am 5,14-15). Ma perché il messaggio di conversione non rimanga senza risposta, ha bisogno di trovare un terreno ben preparato (cf. Mt 13,8). É necessario che cada in cuori che, profondamente consapevoli della propria colpevolezza, ricercando la giustizia, cerchino sinceramente la volontà di Dio (cf. Is 51,1) e in novità di spirito vogliano “ritornare” a lui con tutto il cuore (cf. Ger 24,7).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quale punto di questa storia dei due figli ha richiamato di più la mia attenzione? E perché?
A che punto è il mio prendere coscienza da un cristianesimo di facciata a un cristianesimo di coscienza?
Quale tipo di obbedienza Gesù raccomanda alla mia vita attraverso questa parabola?
Il mio “sì” mi porta a lavorare nella vigna del Signore?
In questo brano, dove mi colloco: tra le prostitute e i peccatori o tra i sacerdoti e gli anziani?
Sono pronto a sognare con Dio, per una grande vendemmia infinita nella storia di tutti i giorni?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.
 
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.
 
Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. (Sal 24)
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
“Conoscere bene se stessi e imparare a tenersi in poco conto è il massimo compito e quello più utile. Non mettere in luce se stessi, ma avere sempre una buona opinione degli altri, questa è vera sapienza e perfezione” (T. Kempis).






martedì 15 settembre 2026

LECTIO: XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 20,1-16
 
 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, le tue vie sovrastano le nostre vie quanto il cielo sovrasta la terra: concedi a noi la gioia semplice di essere operai della tua vigna senza contare meriti e fatiche, lieti solo di portare frutti buoni per la speranza del mondo. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7 Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
La parabola di questa XXV domenica del Tempo Ordinario è inserita nel contesto dei capp. 19-20 che registrano lo spostarsi di Gesù e dei discepoli dalla Galilea alla Giudea, per poi dirigersi decisamente verso Gerusalemme per vivere la sua passione, morte e risurrezione (cf. Mt 19,1).
Ora, mentre è in cammino, probabilmente già in Giudea, Gesù racconta la parabola degli operai che soltanto l’evangelista Matteo ci tramanda. Questa parabola è la prima di tre parabole che hanno lo stesso denominatore comune e, soprattutto, la stessa ambientazione, quella della vigna; le altre due parabole della vigna sono quella detta “dei due figli” (Mt 21,28-32) e quella “dei vignaioli omicidi” (Mt 21,33-45). Di queste tre parabole, le prime due sono esclusivamente matteane.
La parabola segnala l’aggravarsi della crisi farisaica dinanzi alla prassi di Gesù. La narrazione riflette una situazione analoga a Lc 15 e sostanzialmente omogenea è la risposta di Gesù. Il quale, ai farisei suoi critici, riconosce due cose: il loro essere sin dall’alba nella vigna e il loro lavorare con frutto. Costoro, come anche il figlio maggiore di Lc 15 da sempre sono con il Padre e da sempre possono essere detti “figli del comandamento”. La loro vita è sinceramente conforme alla Torah. Gesù non sminuisce questo loro comportamento, ma solo notifica ai farisei cosa è ad essi richiesto per divenire “perfetti” come il Padre, che fa scendere sole, pioggia e misericordia sui giusti e sugli ingiusti, sui buoni e sui cattivi: il gioire con lui per il peccatore ritrovato, il non avere l’occhio cattivo e invidioso dinanzi alla bontà di Dio, il divenire come lui, con passione incontenibile, la mano tesa per i pubblicani, per i peccatori, per uomini e donne simili a pecore smarrite e a folle senza pastore. A tutti è chiesto di entrare nelle viscere di misericordia sconfinata del Padre apparsa in Gesù.
La parabola che abbiamo davanti racconta l’iniziativa del padrone della vigna per assumere operai. La parabola è descritta in quattro uscite del padrone, nelle quali ingaggia gli operai stabilendone anche un contratto. Segue la descrizione del salariato per gli operai con una protesta dei primi ingaggiati e la risposta del padrone. Chiude il brano una sentenza da parte del padrone.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
vv. 1-2: Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba
L'inizio del versetto, suggerisce che il regno dei cieli è simile a tutto ciò che segue nella parabola, non solo simile al padrone della vigna.
Il padrone di casa è colui che esce, non è il fattore (v. 8). È il Padrone che prende l’iniziativa. Ogni convocazione, ogni chiamata che ci viene per giungere alla fede nasce ed è preceduta da un Padrone che esce. L’uscita del padrone rappresenta il mistero dell’incarnazione. La nostra fede incomincia nel momento in cui il Padre decide di uscire. Quest’azione vuol dire “decidere di comunicarsi”, di “rendersi partecipe” a noi. Ciò che segna tutta la parabola è l’uscire del Padre.
Ora, entrare a far parte della Chiesa vuol dire, paradossalmente, uscire. Il nostro modo di essere nella Chiesa è quello di uscire, di essere missionari.
per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
La chiave per l'interpretazione della parabola è l'immagine della vigna come simbolo di Israele, lo stesso simbolismo che sta alla base della parabola della vigna di Mt 21,33-46. La fonte più esplicita di questo simbolismo è Is 5,1-7: «Il mio diletto possedeva una vigna... la vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele». Oggi siamo noi quell’Israele, tutta la Chiesa perché anche Lui si è fatto vigna con il suo annientamento, anzi è divenuto la vite vera (Gv 15, 1ss.), di cui noi siamo i tralci; si è unito a noi, così come la vite è unita ai suoi tralci.
Il fatto che il padrone della vigna ha bisogno di lavoratori a più riprese indica che il tempo della raccolta è vicino. Alla sera, alla fine della giornata, c'è il regolamento dei conti e la distribuzione delle ricompense. Colui che presiede l'operazione è il signore/padrone (kyrios) della vigna.
Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.
Non è sufficiente la chiamata e neppure lavorare per un’intera giornata nella vigna per un denaro (la paga giornaliera dell'operaio cf. Tb 5,15) per vivere realmente la realtà del Regno. Il rischio è quello di considerare il lavoro nella vigna solo fatica e impegno con cui accumulare meriti e rivendicare privilegi. L’importante è cercare il Signore e ritrovare la relazione con lui, quella relazione che è l’Alleanza rinnovata dal Padre nel suo Figlio (cf. Is 55,6). Il versetto, infatti, porta un accordo una promessa. La paga di un denaro basta per vivere quel giorno insieme alla propria famiglia. Mentre la promessa del padrone, cioè di Dio, è la vita eterna, la pienezza di vita, non solo il salario di un giorno e il salario dell’uomo è Dio stesso che per ciascuno di noi si compromette per la nostra piena realizzazione.
vv. 3-4: Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò».
La giornata lavorativa in Oriente andava dal sorgere del sole fino alla comparsa delle prime stelle, per un totale di 12 ore. L'ora terza ci ricorda anche il dono dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente. L’uscita del padrone nelle varie ore della giornata dimostra un padrone che è contro la disoccupazione, mostrando così che la bontà e la giustizia di Dio si sono manifestate in Cristo, nell’evento dell’incarnazione e della croce. Egli è il “giusto”, è la nostra eredità, il nostro salario. Cristo Gesù infatti dona se stesso.
Incarnazione e croce rinviano al dono di Dio e sono l’evento di rivelazione dell’amore e della giustizia di Dio: «Si è manifestata la giustizia di Dio … tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,21-24). La manifestazione della bontà di Dio è in Cristo e in Cristo crocifisso. Ora, quale giustizia, nel senso di principio di corrispondenza e di equivalenza, vi è nell’evento del dono del Figlio all’umanità? Quell’evento parla di un amore non contraccambiabile, di un dono che non può essere ripagato, di una gratuità e di una unilateralità assolute da parte di Dio. La giustizia e la bontà di Dio vanno comprese a partire da quell’evento che non è ascrivibile all’interno dei nostri parametri di giustizia, ma neppure all’interno dei nostri parametri di amore perché Dio, amando il mondo mentre gli è ostile, amando il peccatore e il nemico, non ama chi è amabile di per sé, chi presenta titoli per attirare amore, ma rende amabile chi amabile non è amandolo. Questa è la carità divina.
v. 5: Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto.
Fin qui abbiamo visto la chiamata ad andare a lavorare nella vigna nelle diverse ore della giornata. Il particolare è che con i primi la promessa riguarda la paga di un denaro, per i restanti dice “vi darò quello che è giusto” senza dire cosa darà. E questi si recano a lavorare nella vigna. Poi, il padrone esce ancora: è l'ora sesta. È l'ora in cui Cristo paga il riscatto per la nostra salvezza mentre l’ora nona è l’ora in cui siamo chiamati al servizio divino (cf. Liturgia delle Ore, Ora Media, Inno di Sesta e Inno di Nona) ripetendo lo stesso invito.  
vv. 6-7: Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
La prima parte della parabola termina ma prima ci sta ancora una chiamata, che non ha senso in quanto è al termine di una giornata lavorativa. Essa però contiene una preoccupazione: perché state qui a far niente? Questa volta l’uscita del padrone indica anche una preoccupazione per coloro che stanno in ozio, non li sgrida ma si preoccupa. Alla domanda la risposta è che nessuno li ha presi, non ha avuto interessi per loro. Il padrone li manda nella sua vigna a lavorare, anche se ormai siamo al tramonto.
Questi versetti contengono anche una domanda: a noi sta a cuore la condizione della nostra vigna? Il Padrone lo vediamo preoccupato e ingaggia sempre più operai e il suo invito fa parte di un unico disegno: siamo tutti chiamati a essere operai della vigna, cioè a raccogliere questo frutto che è l’amore del Padre ed è l’amore dei fratelli. Il tutto ruota a dare un senso che nasce dalla generosità e non dalla necessità.
v.8: Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi».
In questo versetto inizia la parte “più materiale” del discorso: la paga, iniziando dagli ultimi. Forse possiamo pensare che il Padrone inizia propria dagli ultimi così si sbriga subito, tanto cosa hanno fatto? Darà qualcosa, forse, a loro non ha detto proprio nulla riguardo il salario, quindi non è tenuto.
Qui, forse l’Evangelista fa capire una logica del Padrone molto lontana dal pensiero appena citato. Egli riprende la parte finale del brano anticipando così che tutti sono uguali e, in particolare, quell’eccomi generoso.
vv. 9-10: Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro.
Ed ecco si inizia a retribuire dall’ultimo al primo con sorpresa: questi che non hanno fatto nulla, in quanto la giornata era al termine, ricevono il salario intero. E qui nascono i pensieri umani: se a quelli che non hanno lavorato ha dato il salario di una giornata da sfamare una intera famiglia, figuriamoci a noi che abbiamo veramente lavorato tutto il giorno. Ma la sorpresa continua: anche questi prendono la stessa paga.
Cosa significa? Il Vangelo non usa giustizia distributiva. Il Signore non può dare a nessuno meno della paga giornaliera in quanto serve per sfamarsi. Ma dona qualcosa che va oltre: il suo amore che ci rende figli, fratelli. Occorre Dio amore alla nostra vita e Dio non può dare meno di se stesso, anzi da tutto. Ha dato il suo Figlio (cf. Gv 3,16) e questo a chiunque, anche a chi arriva all’ultima ora.
Anche quest’atteggiamento è una chiamata all’imitazione. Al giovane disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Mt 19,16-22). E questo perché Lui stesso lo fa per primo.
v. 11: Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone
Non possiamo negare che anche noi, oggi, siamo tra quelli che mormorano. Il brontolio, la mormorazione abita il nostro cuore, i nostri pensieri e spesso siamo tormentati interiormente da tutto ciò che ci allontaniamo persino dal Signore in quanto si cerca il di più da Lui ma Lui ha dato se stesso. Non possiamo ridurre Dio a merce di lavoro e per questo lo disprezziamo.
Mormorare è sinonimo di non ascoltare la voce del Signore, a non credere più al suo amore infinito per noi e ci indigniamo perché non riusciamo a cambiare le cose. Un po’ come succede in questo versetto, una mormorazione che nasce dalla gelosia, dall’invidia, dal nostro occhio cattivo, come dice il padrone della vigna. Lui sa guardarci dentro, sa penetrare il nostro sguardo e raggiungerci nel cuore, nell’anima. Lui sa come siamo, ci conosce, ci ama; per questo ci aiuta a prendere coscienza di come siamo, di ciò che ci vive dentro.
v.12: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».
Il problema non è la paga, visto che il salario è giusto, ma l'invidia che rode dentro nei confronti dei vantaggi che gli altri hanno ricevuto. L'invidia è la madre della superbia. Gli operai della prima ora non si lamentano per un danno subito ma con la loro invidia vogliono difendere, come sempre, una differenza. È questo che li irrita: la mancanza di una distinzione. Il torto che credono di subire è nel vedere che il padrone è buono con gli altri. È l’invidia del giusto di fronte a un Dio che perdona i peccatori. Ma la Parola di Dio prende le distanze dai calcoli retributivi. Dio chiama nella sua vigna a qualsiasi ora e chiunque e ciascuno ha tutto il tempo per corrispondere alla chiamata.
vv. 13-15: Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».
Qui si innesta la risposta del padrone nei confronti di chi mormora. Il padrone fa notare che in realtà non ha rubato niente a nessuno: quelli che hanno lavorato un giorno intero, hanno lo stipendio esatto secondo le norme e secondo il contratto. Non è violata la giustizia; però, dice il padrone, voglio dare anche agli ultimi quello che ho dato a voi; voglio essere generoso con gli altri: Io do tutto non hai ancora capito che sono generoso?
L’insegnamento che regala la parabola agli operai della prima ora è che dovrebbero essere contenti di aver potuto lavorare tutto il giorno, di non aver mai avuto un momento di insicurezza, certi di poter mangiare; dovrebbero essere contenti di aver potuto lavorare e produrre di più con e per il Signore.
Questi operai dovrebbero capire che il rapporto con Dio non è semplicemente un rapporto salariale, – per una certa quantità di lavoro, tu mi rendi un certo salario –; il lavoro nella vigna del Signore, infatti, non si basa su un rapporto di salariato-padrone. Lavorando nella vigna del Signore, il salario è Dio stesso; non è qualche cosa, ma la comunione con Dio, che rimane sempre un dono infinitamente più grande di quello che abbiamo potuto fare noi, un dono che viene dalla generosità di Dio per tutti e per il quale possiamo semplicemente benedire e ringraziare senza pretendere niente.
Chi ha una mentalità liberista farà fatica a capirlo, perché segue l’etica dell’invidia.
Il modo di agire di Gesù è quello di Dio; egli è buono e lo è Gesù. Purtroppo, questi sono uomini, persone invidiosi della bontà di Dio (cf. Dt 15,9) e si scandalizzano: «beato chi non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11,6). Bisogna entrare in una concezione non farisaica della vita religiosa: “farisaico” ha per noi un significato negativo, ma, di per sé, esprime l’esigenza per cui alle mie opere, Dio risponde con un salario equivalente: se moltiplico le opere, avrò di più.
Nell’ottica di Gesù invece, questo rapporto non ha senso: non conta la quantità delle opere ma la qualità. Occorre, sì, farle con amore, con spirito filiale, ma poi dobbiamo fidarci del Signore, senza più misurare niente.
v. 16: Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
La conclusione di questa parabola riporta la differenza nel lavorare con il Padrone della vigna, facendo capire che per gli ultimi sono diventati primi perché hanno colto la grazia. I primi invece no, hanno guardato se stessi, il proprio io, il proprio tornaconto: non sono stati capaci ad aprirsi al mistero della salvezza, non c’è stata una piena apertura al Regno di Dio, non hanno capito che il suo amore non ha la nostra misura perché è infinito.
“Dio ama chi dona con gioia (2Cor 9,10) e ciascuno è chiamato a realizzare secondo le proprie capacità e i doni di cui è stato reso oggetto lavorando volentieri e con serenità. Anche per questo occorre allontanare da noi ogni forma di gelosia, invidia e animosità verso gli altri, ma concentrarci esattamente sull'attività che ci viene richiesta per l'edificazione del Regno e proprio questo apporta nell'animo maggiore ottimismo e serenità: lavorare senza guardarsi attorno” (p. Gian Franco Scarpitta).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Gesù è quel padrone che chiama. Come rispondo alla sua chiamata? Offro me stesso o continuo a vivere nel torpore della vita?
Guardando me stesso, posso dire di lavorare con e per il Signore?
Come mi rapporto nella vita con gli altri: da mormoratore, da invidioso o pieno di bontà?
La mia fede è vissuta come la fede grazia, gratuità, dono?
Mi converto a quel Dio che Gesù è venuto ad annunciare?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.  
 
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
 
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità (Sal 144).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Durante la mia preghiera meditativa, mi lascio incontrare dal Padrone della vigna perché corregga le mie visioni della vita, le mie visioni sull’altro e innalzo quest’invocazione: Signore, ti prego: fa che io veda. Con occhi buoni, senza gelosia; con la stessa tua accoglienza, con il tuo stesso amore e senza mormorare.