martedì 23 giugno 2026

LECTIO: XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 10,37-42
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
Infondi in noi, o Padre, la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nelle scorse domeniche abbiamo ascoltato un “grande discorso” che Gesù ha fatto al gruppo ristretto dei suoi discepoli, prima di mandarli in missione per annunciare la presenza del Regno di Dio.
Precedentemente ai versetti di questa domenica, abbiamo avuto una presentazione paradossale della stessa missione di Gesù e la situazione che essa provoca: “non la pace ma una spada; una separazione, indicando nemici quelli della stessa casa”. Certo Gesù non parla di armarsi per una guerra. Questo no! Gesù ripudia la violenza. Non rientra nel suo annuncio evangelico. Non sarà una spada a portare pace e a costruire un mondo nuovo. Non per nulla dice «beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) «amate i vostri nemici… fate del bene a coloro che vi odiano… a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» (cf. Mt 5,38-45).
Quindi l’immagine della spada non è quella della guerra. Quest’immagine la ripigliamo dal Vangelo di Luca nelle parole del vecchio Simeone, nel momento in cui viene presentato Gesù al Tempio, Simeone, rivolgendosi a Maria disse: «anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Un riferimento alla divisione interiore che la Madre di Dio avrebbe sperimentato una volta accolto il messaggio divino, una volta accolto la scelta di vita che il Figlio avrebbe fatto. Quindi la spada vuole indicare i conflitti che il messaggio evangelico provocano, anche all’interno stesso della famiglia.
Quando Matteo scrisse il Vangelo (siamo dopo la distruzione di Gerusalemme intorno all’anno 80 d.C.), queste divisioni di cui Gesù parlava, si erano presentate in mezzo ai credenti in una forma drammatica. Chi aderiva a Cristo Gesù era ritenuto un rinnegato e veniva anche ripudiato dai familiari. La situazione era talmente dolorosa, non solo dal punto di vista affettivo ma anche sociale ed economico, in quanto perdeva tutto. Ecco la divisione di cui parla Gesù.
Questo mostra tutt’oggi la serietà dell’impegno per quanti si fanno discepoli di Gesù Cristo, anche a costo della propria vita.
Il brano di questa XIII domenica del Tempo Ordinario (vv. 37-42), costituisce l’ultima parte del discorso fatto da Gesù ai suoi discepoli, ma che si ricollega al discorso doloroso e provocante della missione stessa.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 37: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me
Il versetto lo possiamo mettere in parallelo con Lc 14,26. Che vorranno dire le parole di Gesù? Una divisione in famiglia? No, Gesù non vuole spezzare nessun legame familiari, altrimenti non parlerebbe bene della famiglia e dell'osservanza del quarto comandamento che obbliga di amare il padre e la madre (Mc 7,8-13; 10,17-19). Lui stesso ha obbedito ai genitori (Lc 2,51). Sembrano due affermazioni contraddittorie. Una cosa è certa: Gesù non si contraddice.
Allora è il caso di vedere il linguaggio. Sappiamo che i Vangeli sono stati diffusi in lingua greca. La lingua, abitudinariamente, riflette in filigrana ciò che è dell’originale. Nell’originale ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’“amare”, cioè l’“odiare”. Quindi possiamo tradurre: «Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre o sua madre, non è degno di me, non può essere mio discepolo». Gesù chiede ai figli di sciogliere quei vincoli che impediscono loro di crescere, troncando ogni tipo di dipendenza dai loro genitori e ai genitori di distaccarsi da quei legami verso i figli che condizionano la loro realtà di coniugi e la loro libertà.
Gesù chiama ed esige un impegno forte, un distacco da tante abitudini, per essere veri, genuini e spontanei: un orientamento radicale verso di lui e il regno di Dio. Per esprimere questa esigenza egli non esita a ricorrere al paradosso: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25).
v. 38: chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
In diversi momenti, Gesù menziona la parola “croce”. La croce di cui parla Gesù non è la malattia, la sofferenza o chissà quale disgrazia come è nel pensiero comune ancora oggi. La croce sotto l’Impero Romano era il simbolo di morte, pena di morte per i banditi ed emarginati. E chi era crocifisso veniva definito un castigato, un maledetto da Dio.
Gesù va contro questo pensiero, abbraccia la croce come facevano gli schiavi del tempo. La croce indica la scelta di chi si ritiene schiavo, di chi si sente dipendente dal padrone. Uno che si sente servo a pieno titolo.
Gesù qui parla di “prendere” la propria croce e portarla dietro a Lui. Una cosa simile la troviamo in Mc 8,34.
Quest’invito non è altro di essere «emarginato tra gli emarginati»; di essere «altri Gesù», emarginato, per le strade del mondo, è un «passare per la porta stretta» (cf. Mt 7,13-14) e bisogna abbassarsi, spogliarsi, farsi piccoli per potervi passare. Questo è l’impegno liberamente assunto di rivelare la Buona Novella che Dio è Padre e che quindi tutte le persone devono essere accettate e trattate da fratelli e sorelle. Questo ha fatto Gesù donando la propria vita.
Per capire meglio tutto questo, possiamo sostituire la parola croce con la parola amore. Infatti, non c'è prova di amore maggiore che dare la vita per il proprio fratello (Gv 13,15). Dare la vita non è sinonimo di morire. Ma dare vita, accendere, dare vitalità, offrire la propria vita, donarla.
v. 39: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
La missione della Chiesa consiste nel dare la vita. È la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cf. Gv 12,24). Quindi il pensiero volge a una radicale trasformazione del senso della propria vita ma a causa di Gesù. Questo non vuol dire che tutti siamo votati al martirio ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana.  È in gioco la scelta per un amore più grande e nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: «Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio» (Gv 3,16). «Non c’è amore più grande che dare la vita!» (Gv 15,13).  Ricordiamo anche l’esempio di Paolo che per poter essere fedele a Gesù e guadagnarsi la vita, dovette perdere tutto ciò che aveva, una carriera, la stima della sua gente, soffrì persecuzioni.
Fin dall’inizio, i cristiani per essere tali, erano perseguitati. Paolo dice: «Sono crocifisso con Cristo» (Gal 2,20). «Sono crocifisso per il mondo e il mondo è crocifisso per me» (Gal 6,14). Seguendo Gesù, il discepolo impara a staccarsi da una vita proiettata su sé stesso per mettere al centro il Regno e i rapporti nuovi che esso implica.
Il versetto sembra riprendere il tutto e vuol far chiarezza sulla dinamica “perdere-trovare”. Che cosa perdi? Forse tutto te stesso? Assolutamente no! Vieni solo perdendo quello che in te è cupidigia di possedere e tenere stretto quello che Dio ti ha dato in cura, affidandotelo per amore. Diversamente sei isola.
Qui il paradosso del Vangelo: L'ultimo è il primo, chi perde vince, chi tutto dà tutto conserva, chi muore vive. Guadagna la vita chi ha il coraggio di perderla. Non rientra nella logica del mondo, un mondo neoliberale e liquido. Seguire Gesù comporta la decisione di seguire la sua strada, con la certezza della croce.
vv. 40-41: Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Da questi versetti abbiamo un messaggio per coloro che hanno abbracciato la croce. Secondo la mentalità semitica, un inviato come ambasciatore o messaggero godeva della stessa dignità di colui che lo aveva mandato. Il verbo accogliere è ripetuto più volte al centro di questo messaggio evangelico, segno di un autentico rapporto con Dio, che parte dal concreto del discepolo del Vangelo, per poter svelare il Volto del Padre. Accogliendo Gesù, rappresentato dai suoi discepoli, è Dio stesso che si accoglie. È chiaro che non si tratta della semplice ospitalità ma dell’ascolto del Vangelo.
Gesù augura che il suo discepolo venga accolto, ovunque vada. Diversamente è un rifiutare Lui stesso. Questo perché il discepolo appartiene al Signore e dipende dal Signore ed avrà sempre accanto “il bastone”, “il vincastro” “che gli daranno sicurezza” (Sal 22; cf. anche Mt 10,9-10). Quando si accoglie chi viene nel nome del Signore, si accoglie Egli stesso e si entra nel vortice della ridondanza del suo dono, che si riversa su ciascuno come benedizione e fecondità.  
Il profeta è e sempre resterà scomodo. Egli ha bisogno di essere sostenuto da chi capisce la novità del Vangelo. Egli quanto annuncia viene da Dio e non dalle tradizioni popolari. Chi, allora, collaborerà col profeta sarà riconosciuto come collaboratore in quello che ha fatto, diventando anche una testimonianza d’amore verso Dio. Così anche chi entrerà in sintonia con la proposta di vita del giusto sarà tale.
v. 42: Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Il tema dell'accoglienza dei piccoli (greco: mikròs) è per l'Evangelista un tema di primaria importanza tanto da farne la chiave della grande parabola del giudizio (Mt 25,31-46).
Chi sono questi piccoli? Nella bocca di Gesù il piccolo è il bambino (cf. Mc 9,37; Mt 18,10.14) e in particolare l’ultimo a cui abbiamo dato amore (Mt 25,40). Viene utilizzato per indicare la statura (vedi Zaccheo Lc 19,3).
Il piccolo è la definizione del Regno di Dio (granello di senapa, Mt 13,31-32). Qui viene attribuito ai missionari, ai discepoli del Vangelo, umili e poco significativi.
I piccoli sono persone socialmente insignificanti e anche quelle spiritualmente esposte a pericolo a causa della loro insicurezza sociale. Pertanto, vanno assistite con premurosa sollecitudine nella Chiesa a imitazione di Gesù, sempre solidale con le persone semplici ed emarginate.
La piccolezza è quella che cambierà il mondo, la convivenza umana. La piccolezza è quella che supererà le decisioni dei grandi politici e magari i grandi discorsi teologici. Infatti, “Dio non cavalca la grandezza, ma si cala nella piccolezza” (Papa Francesco) per questo dinanzi a Dio siamo tutti uguali, perché tutti bisognosi di Dio e la piccolezza ci avvicinerà a Dio.
La vita deve apparire fresca come acqua di sorgente, scoprendosi deboli dinanzi a Dio. Allora si diventerà umili. È necessario un mutamento nella nostra vita e nella vita delle persone, nei rapporti interpersonali e comunitari, altrimenti non cambierà nulla, non avremo “la nostra ricompensa”. 
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Cosa raccolgo per me, per la mia vita, da questa pagina di Vangelo?
In quali occasioni la mia fede è stata più importante degli affetti familiari?
Accolgo i discepoli del Vangelo nella mia vita sapendo che accogliendo loro accolgo Gesù?
Il mio impegno sociale è testimonianza viva del rinnovamento umano prodotto dall'incontro con Cristo?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».
 
Beato il popolo che ti sa acclamare:
camminerà, Signore, alla luce del tuo volto;
esulta tutto il giorno nel tuo nome,
si esalta nella tua giustizia.
 
Perché tu sei lo splendore della sua forza
e con il tuo favore innalzi la nostra fronte.
Perché del Signore è il nostro scudo,
il nostro re, del Santo d’Israele. (Sal 88).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Abbandona te stesso, e mi troverai. Vivi libero da preferenze, libero da tutto ciò che sia tuo proprio, e ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia sempre più grande sarà riversata sopra di te, non appena avrai rinunciato a te stesso, senza volerti più riavere. Da' il tutto per il tutto (dall'Imitazione di Cristo).