Lectio divina su Gv
1,29-34
O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Abbiamo chiuso il tempo liturgico natalizio in cui abbiamo celebrato le manifestazioni del Figlio di Dio fattosi uomo e venuto tra di noi. Questa domenica, II del Tempo Ordinario, sostiamo ancora nel luogo del Battesimo del Signore, per accogliere ancora una epifania di Gesù.
Quale scenario presenta la Parola? Il battesimo di Gesù era già avvenuto. Successivamente il Battista fu interrogato dagli avversari, dai detentori del potere che lo ritenevano scomodo e da questo interrogatorio capisce la sua identità (cf. Gv 1,19-34), aprendo così il nostro brano con la solenne testimonianza di Giovanni Battista a quanti vanno da lui per ascoltarlo.
Il brano odierno lo troviamo comune nei tre cicli liturgici e rientra in quelle “scene” (sono 4) che preparano le nozze di Cana. Esso ci immette subito «al giorno dopo» (v.29) e lì Giovanni incontrando Gesù lo presenta come l’Agnello di Dio. “L'Antico Testamento conosceva due figure di agnello: uno vero e uno simbolico. L'agnello reale era quello che nella notte dell'esodo, per ordine di Dio, fu immolato in Egitto e il cui sangue liberò il popolo dalla schiavitù e lo fece passare alla libertà della terra promessa. In seguito a quel fatto, ogni anno, a Pasqua, il popolo ebraico, famiglia per famiglia, immolava un agnello e poi, durante la notte, lo consumava comunitariamente, in ricordo della liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Era, ed è ancora, per i fratelli ebrei l'equivalente della nostra Eucaristia che infatti da lì ha preso il nome di cena pasquale. L'agnello simbolico o figurativo era «l'agnello muto condotto all'uccisione» di cui aveva parlato il profeta Isaia” (Lucio D’Abbraccio).
v. 29: Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!
Il versetto inizia partendo dal «giorno dopo» la visita di una delegazione inviata dall’autorità di Gerusalemme, per capire l’identità del Battista e del suo operato e per vedere se di quanto andava dicendo era contrario alla Torah. Il Battesimo di Gesù era avvenuto quasi in sordina. Il Battista si rende poco alla volta di quanto è accaduto ma poi ne ha reso testimonianza (vv. 19-28).
Adesso siamo in un nuovo giorno che distingue il passaggio dall’attesa all’atteso. In questo nuovo giorno, Giovanni incontra nuovamente Gesù (letteralmente Giovanni Battista «vede Gesù, il veniente a lui…») l’uomo di cui ha reso testimonianza, e lo indica partendo da quell’ «ecco» iniziale che è indica il tempo della manifestazione, e invita a guardare Lui che è la Luce; facendo un passo indietro, invita a guardare Lui: l’Agnello di Dio. Il Battista indicando Gesù come Agnello di Dio, ci chiede di tenere d’occhio Gesù non per controllare cosa fa, ma perché, se vogliamo seguirlo, siamo chiamato ad essere agnello di Dio come Lui.
L’evangelista non fa altro che ricordare che Gesù è l’Agnello pasquale che con il suo sacrificio libera definitivamente l’umanità. Questa è l'opera dell’“Agnello che toglie il peccato del mondo”.
Una delle cose che possiamo attenzionare è l’uso singolare che abbiamo nel Vangelo, che facilmente nella popolarità la trasportiamo al plurale. Giovanni usa il singolare, perché non parla dei peccati degli uomini, ma dell’Agnello di Dio che toglie, addossandosi quell’unico e grande peccato.
Il peccato del mondo di cui si parla è tutto ciò che è inumano, corrotto, che impedisce il rapporto con Dio, perché quel peccato apre ad ogni peccato, toglie la libertà e la dignità a ogni donna e a ogni uomo. Questo mondo per essere umanizzato ha bisogno del sacrificio dell’Agnello. Infatti, ogni peccato ha in sé la disobbedienza a Dio, in modo più o meno grave. Cristo ha tolto, si è caricato su di sé il peccato del mondo con la sua obbedienza. Egli è Colui che ci rende liberi da ogni forma di male e farci vivere da figli di Dio.
v. 32: Giovanni testimoniò dicendo: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.
Qui l'Evangelista presuppone il racconto sinottico del battesimo di Gesù (cf. Mc 1,9-11 e paralleli) senza tuttavia parlarne. Racconta, invece, quanto il Battista ha visto.
Quello che Giovanni contempla è lo Spirito (non la colomba) che dimora su Gesù. Il contemplare di Giovanni è come quello descritto da Giovanni Climaco, il quale, nella sua Scala celeste, dice: «L'esicasta è colui che si sforza di circoscrivere l'incorporeo nel corpo».
L’evangelista Giovanni sullo Spirito che dimora o rimane in Gesù lo sottolinea per dire che tutta la vita di Gesù è stata animata interiormente dalla forza dell’Amore, proprio perché lo Spirito è il vincolo d’amore che lo lega al Padre. Al Re messianico era promessa la dimora dello Spirito, la sua pienezza sapienziale; sul virgulto di Jesse, infatti, «riposa» lo Spirito di Dio (Is 11,2), in modo permanente, «poiché Dio sta con lui» (cf. At 10,38).
v. 33: Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo.
Per la seconda volta il Battista dice che non conosceva Gesù (vedi v. 31). Questa insistenza di non conoscere va inteso che “nessuno conosce Dio se non lo Spirito di Dio” (cf. 1Cor 2,11-16). Gesù è Dio e può essere solo oggetto di rivelazione e di testimonianza. Per questo Giovanni dice: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Infatti, il riconoscimento da parte del Battista è il risultato di una rivelazione divina. La stessa cosa accade a Simon Pietro: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17).
I profeti dell'Antico Testamento avevano preannunziato un'effusione dello Spirito nell'era messianica (cf. Gal 3,1-2; Is 32,15; Zc 12,10); il Nuovo Testamento vede il compimento di questa profezia nella Pentecoste e nel battesimo cristiano (At 2,16-18; 10,45; Rm 5,5; Gal 4,6).
Battezzare nello Spirito Santo indica anzitutto un dono abbondante dello Spirito Santo. Fare dono dello Spirito Santo in abbondanza significa "immergere" nello Spirito Santo, cioè nella pienezza infinita della vita, dell'amore e della gioia di Dio. Ecco l’Agnello che immerge l’umanità intera nel suo Spirito donandoci la sua vita divina. Ed è quanto avviene nel battesimo cristiano. Inoltre, più in generale, si intende il dono permanente dello Spirito che il Risorto, e soltanto Lui, fa alla Chiesa e che è sgorgato dalla sua morte redentrice.
v. 34: E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio.
I verbi in cui ruota questo versetto sono “vedere” e “testimoniare”, anzi i due verbi sono collegati. Per rendere testimonianza bisogna “vedere”. Il vedere di cui parla Giovanni è un vedere in profondità, un vedere oltre l’orizzonte. Il Battista dice di Gesù che è il Figlio di Dio. Ciò non è solo pura costatazione ma riconoscimento di un mistero. L’Evangelista questo lo riprenderà in 1Gv 1,1-3: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi».
Il riconoscere Gesù come Figlio di Dio è lo scopo di tutto il vangelo di Giovanni (cf. Gv 20,31). Giovanni Battista era arrivato a conoscere questa realtà, egli ha visto e ne ha reso testimonianza.
Testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio è credere nella forza profetica scaturita dalla Parola di Dio che dona senso pieno al nostro esistere. Ancora oggi questa testimonianza è credibile ed è il dono più grande che possiamo fare a quanti incontreremo nel nostro cammino. Però questa testimonianza sarà credibile solo se ci faremo immergere nella vita divina, se cercheremo di unire la nostra vita alla Sua, se doneremo come l’Agnello, la nostra vita per i fratelli.
Questa testimonianza è un ripartire da Cristo Gesù, l’Agnello di Dio pieno di misericordia che il Padre ha donato a ciascuno di noi per amore.
Per il Battista il Battesimo di Gesù era passato in sordina, quasi dimenticato. Anche io ho dimenticato il mio Battesimo?
Sono sicuro/a di conoscere Gesù? Da che cosa lo deduco? Posso dire che ogni giorno lo riscopro con un'impronta di novità: la novità del suo insondabile Amore?
Ecco l’Agnello di Dio! Questa espressione l’ascolto sempre durante la Celebrazione Eucaristica. Cosa significa per me?
Sono pronto a seguire l’Agnello di Dio, ovvero, ad essere agnello di Dio nella quotidianità?
Sono cosciente che solo attraverso Gesù posso vincere il peccato che è in me?
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai. (Sal 39).