martedì 13 gennaio 2026

LECTIO: II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Gv 1,29-34
 

Invocare
O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”.
32Giovanni testimoniò dicendo: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Abbiamo chiuso il tempo liturgico natalizio in cui abbiamo celebrato le manifestazioni del Figlio di Dio fattosi uomo e venuto tra di noi. Questa domenica, II del Tempo Ordinario, sostiamo ancora nel luogo del Battesimo del Signore, per accogliere ancora una epifania di Gesù.
Quale scenario presenta la Parola? Il battesimo di Gesù era già avvenuto. Successivamente il Battista fu interrogato dagli avversari, dai detentori del potere che lo ritenevano scomodo e da questo interrogatorio capisce la sua identità (cf. Gv 1,19-34), aprendo così il nostro brano con la solenne testimonianza di Giovanni Battista a quanti vanno da lui per ascoltarlo.
Osservando bene i versetti precedenti al nostro brano, Gesù appare come uno che segue Giovanni (opíso mou: Gv 1,27). Mentre, stando al vangelo secondo Luca, è un parente nato poco dopo del Battista (cf. Lc 2,6-7).
Il brano odierno lo troviamo comune nei tre cicli liturgici e rientra in quelle “scene” (sono 4) che preparano le nozze di Cana. Esso ci immette subito «al giorno dopo» (v.29) e lì Giovanni incontrando Gesù lo presenta come l’Agnello di Dio. “L'Antico Testamento conosceva due figure di agnello: uno vero e uno simbolico. L'agnello reale era quello che nella notte dell'esodo, per ordine di Dio, fu immolato in Egitto e il cui sangue liberò il popolo dalla schiavitù e lo fece passare alla libertà della terra promessa. In seguito a quel fatto, ogni anno, a Pasqua, il popolo ebraico, famiglia per famiglia, immolava un agnello e poi, durante la notte, lo consumava comunitariamente, in ricordo della liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Era, ed è ancora, per i fratelli ebrei l'equivalente della nostra Eucaristia che infatti da lì ha preso il nome di cena pasquale. L'agnello simbolico o figurativo era «l'agnello muto condotto all'uccisione» di cui aveva parlato il profeta Isaia” (Lucio D’Abbraccio).
Giovanni Battista non poteva conoscere profondamente l’identità di Gesù, come giustamente confessa: «Io non lo conoscevo», in parallelo alle parole che aveva rivolto alle folle: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Solo una rivelazione da parte di Dio può fargli conoscere chi è veramente Gesù: l'eletto di Dio che battezza in Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). I
L’evangelista Giovanni, attraverso le parole del Battista, vuol portarci a capire il battesimo che anche noi abbiamo ricevuto tanto tempo fa e che nel tempo abbiamo dimenticato cos’è e che cosa significa.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 29: Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!
Il versetto inizia partendo dal «giorno dopo» la visita di una delegazione inviata dall’autorità di Gerusalemme, per capire l’identità del Battista e del suo operato e per vedere se di quanto andava dicendo era contrario alla Torah. Il Battesimo di Gesù era avvenuto quasi in sordina. Il Battista si rende poco alla volta di quanto è accaduto ma poi ne ha reso testimonianza (vv. 19-28).
Adesso siamo in un nuovo giorno che distingue il passaggio dall’attesa all’atteso. In questo nuovo giorno, Giovanni incontra nuovamente Gesù (letteralmente Giovanni Battista «vede Gesù, il veniente a lui…») l’uomo di cui ha reso testimonianza, e lo indica partendo da quell’ «ecco» iniziale che è indica il tempo della manifestazione, e invita a guardare Lui che è la Luce; facendo un passo indietro, invita a guardare Lui: l’Agnello di Dio. Il Battista indicando Gesù come Agnello di Dio, ci chiede di tenere d’occhio Gesù non per controllare cosa fa, ma perché, se vogliamo seguirlo, siamo chiamato ad essere agnello di Dio come Lui.
L’espressione Agnello nella Sacra Scrittura la troviamo circa 196 volte tra il l’Antico e il Nuovo Testamento. Nell’Antico compare frequentemente nell’Esodo, nel Levitico e nei Numeri. Nel Nuovo Testamento, troviamo il termine, in particolare, nel linguaggio giovanneo (Vangelo e Apocalisse) ma non secondo il pensiero del tempo che lo vedeva come un guerriero in difesa del gregge trionfando così sui nemici ma come un mite agnello che porta e toglie il peccato del mondo. Inoltre, abbiamo una allusione al "Servo del Signore" che Isaia, nell'annunciare in anticipo la sua passione, paragona a un «agnello condotto al macello», aggiungendo anche che «portava il peccato di molti» (Is 53,7.12). Agnello di Dio è un titolo messianico e rimanda all’agnello pasquale che, sacrificato nel tempio, veniva poi consumato nella cena pasquale, una festa notturna celebrata in famiglia.
L’evangelista non fa altro che ricordare che Gesù è l’Agnello pasquale che con il suo sacrificio libera definitivamente l’umanità. Questa è l'opera dell’“Agnello che toglie il peccato del mondo”.
Una delle cose che possiamo attenzionare è l’uso singolare che abbiamo nel Vangelo, che facilmente nella popolarità la trasportiamo al plurale. Giovanni usa il singolare, perché non parla dei peccati degli uomini, ma dell’Agnello di Dio che toglie, addossandosi quell’unico e grande peccato.
Il peccato del mondo di cui si parla è tutto ciò che è inumano, corrotto, che impedisce il rapporto con Dio, perché quel peccato apre ad ogni peccato, toglie la libertà e la dignità a ogni donna e a ogni uomo. Questo mondo per essere umanizzato ha bisogno del sacrificio dell’Agnello. Infatti, ogni peccato ha in sé la disobbedienza a Dio, in modo più o meno grave. Cristo ha tolto, si è caricato su di sé il peccato del mondo con la sua obbedienza. Egli è Colui che ci rende liberi da ogni forma di male e farci vivere da figli di Dio.
vv. 30-31: Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele.
In questi versetti, l’Evangelista non fa altro che affermare quanto il Battista ha già testimoniato. Giovanni, benché sia parente di Gesù, nato solo sei mesi prima, dice che non lo conosceva (lo ripete per ben due volte). Giovanni sicuramente non conosceva questi lineamenti del prescelto, aveva in mente un altro Messia, mai si sarebbe aspettato di vederlo fra i penitenti per ricevere un battesimo per il perdono dei peccati mai commessi. Questo, però, è l’agire di Dio, la sua novità sorprendente.
In queste parole e fatti, abbiamo un invito a spogliarci dal vecchio modo di pensare e vedere Dio per poter incontrare «la Luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Giovanni, infatti, non conosceva il Nome e il Volto di Colui-che-viene, ma sa che deve anzitutto manifestarsi ad Israele, il popolo dell'alleanza. La sua attività battesimale aveva infatti il preciso scopo di preparare gli uomini alla venuta del Messia secondo le parole dell'Angelo a Zaccaria suo padre (cf. Lc 1,16-17) e non di battezzarlo. Anche quest’aspetto faceva parte del disegno di Dio. Il Battista quando scoprendo che il Messia è l’Agnello di Dio, ha colto la novità di Dio e l’ha testimoniata indicando l’Agnello di Dio, anzi, indicando il Figlio di Dio che si è messo in fila con gli altri peccatori: uno stile che Gesù assumerà per il resto dei suoi giorni terreni.
Il Battista testimonia che il Figlio di Dio, proprio costui che fa questa scelta di farsi ultimo di tutti, di farsi solidale con tutti, è quel «mite agnello condotto al macello» (cf. Is 53,7-12).
v. 32: Giovanni testimoniò dicendo: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.
Qui l'Evangelista presuppone il racconto sinottico del battesimo di Gesù (cf. Mc 1,9-11 e paralleli) senza tuttavia parlarne. Racconta, invece, quanto il Battista ha visto.
Quello che Giovanni contempla è lo Spirito (non la colomba) che dimora su Gesù. Il contemplare di Giovanni è come quello descritto da Giovanni Climaco, il quale, nella sua Scala celeste, dice: «L'esicasta è colui che si sforza di circoscrivere l'incorporeo nel corpo».
Nella Bibbia lo Spirito Santo è la forza di Dio, la vita di Dio, è la forza con cui Dio ha creato il mondo e che umanizza: è la ricchezza di amore con cui Dio ama eternamente di un amore infinito. Ebbene, questo Spirito viene a dimorare su Gesù.
Giovanni continua la sua testimonianza dicendo che la discesa dello Spirito Santo è «come una colomba», non nella forma fisica del volatile, ma del suo modo di volare che infonde fiducia ed è bello a vedersi.
«Come colomba» indica l’attaccamento della colomba al proprio nido, che fa ritorno al proprio nido, come i piccioni viaggiatori: tornano sempre al loro nido. Ora se lo Spirito Santo scende su Gesù e in Lui vi rimane come fa la colomba col proprio nido, vuole dire che in Lui abita lo Spirito Santo.
L’evangelista Giovanni sullo Spirito che dimora o rimane in Gesù lo sottolinea per dire che tutta la vita di Gesù è stata animata interiormente dalla forza dell’Amore, proprio perché lo Spirito è il vincolo d’amore che lo lega al Padre. Al Re messianico era promessa la dimora dello Spirito, la sua pienezza sapienziale; sul virgulto di Jesse, infatti, «riposa» lo Spirito di Dio (Is 11,2), in modo permanente, «poiché Dio sta con lui» (cf. At 10,38).
La testimonianza del Battista è propria questa: riconoscere che Gesù è “il Figlio di Dio” (come avviene nel racconto del battesimo dei sinottici dove è la voce del Padre a proclamare Gesù Figlio: «tu sei il Figlio mio…» Mc 1,11; Mt 3,17; Lc 3,22).
v. 33: Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo.
Per la seconda volta il Battista dice che non conosceva Gesù (vedi v. 31). Questa insistenza di non conoscere va inteso che “nessuno conosce Dio se non lo Spirito di Dio” (cf. 1Cor 2,11-16). Gesù è Dio e può essere solo oggetto di rivelazione e di testimonianza. Per questo Giovanni dice: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Infatti, il riconoscimento da parte del Battista è il risultato di una rivelazione divina. La stessa cosa accade a Simon Pietro: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17).
Nel nostro brano, l'Inviante (Dio stesso o un suo angelo) parlò a Giovanni comunicandogli questo segno distintivo decisivo: lo Spirito discende e si posa solo su Gesù, in Lui vi fa dimora.
I profeti dell'Antico Testamento avevano preannunziato un'effusione dello Spirito nell'era messianica (cf. Gal 3,1-2; Is 32,15; Zc 12,10); il Nuovo Testamento vede il compimento di questa profezia nella Pentecoste e nel battesimo cristiano (At 2,16-18; 10,45; Rm 5,5; Gal 4,6).
Battezzare nello Spirito Santo indica anzitutto un dono abbondante dello Spirito Santo. Fare dono dello Spirito Santo in abbondanza significa "immergere" nello Spirito Santo, cioè nella pienezza infinita della vita, dell'amore e della gioia di Dio. Ecco l’Agnello che immerge l’umanità intera nel suo Spirito donandoci la sua vita divina. Ed è quanto avviene nel battesimo cristiano. Inoltre, più in generale, si intende il dono permanente dello Spirito che il Risorto, e soltanto Lui, fa alla Chiesa e che è sgorgato dalla sua morte redentrice.
v. 34: E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio.
I verbi in cui ruota questo versetto sono “vedere” e “testimoniare”, anzi i due verbi sono collegati. Per rendere testimonianza bisogna “vedere”. Il vedere di cui parla Giovanni è un vedere in profondità, un vedere oltre l’orizzonte. Il Battista dice di Gesù che è il Figlio di Dio. Ciò non è solo pura costatazione ma riconoscimento di un mistero. L’Evangelista questo lo riprenderà in 1Gv 1,1-3: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi».
La vita di cui si parla è quella eterna che “era presso Dio”. Essa è invisibile agli occhi umani, ma quello che era divino si è fatto visibile e percepibile ai sensi dell’uomo: «… e noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1,14).
Il riconoscere Gesù come Figlio di Dio è lo scopo di tutto il vangelo di Giovanni (cf. Gv 20,31). Giovanni Battista era arrivato a conoscere questa realtà, egli ha visto e ne ha reso testimonianza.
Testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio è credere nella forza profetica scaturita dalla Parola di Dio che dona senso pieno al nostro esistere. Ancora oggi questa testimonianza è credibile ed è il dono più grande che possiamo fare a quanti incontreremo nel nostro cammino. Però questa testimonianza sarà credibile solo se ci faremo immergere nella vita divina, se cercheremo di unire la nostra vita alla Sua, se doneremo come l’Agnello, la nostra vita per i fratelli.
Questa testimonianza è un ripartire da Cristo Gesù, l’Agnello di Dio pieno di misericordia che il Padre ha donato a ciascuno di noi per amore.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Per il Battista il Battesimo di Gesù era passato in sordina, quasi dimenticato. Anche io ho dimenticato il mio Battesimo?
Sono sicuro/a di conoscere Gesù? Da che cosa lo deduco? Posso dire che ogni giorno lo riscopro con un'impronta di novità: la novità del suo insondabile Amore?
Ecco l’Agnello di Dio! Questa espressione l’ascolto sempre durante la Celebrazione Eucaristica. Cosa significa per me?
Sono pronto a seguire l’Agnello di Dio, ovvero, ad essere agnello di Dio nella quotidianità?
Sono cosciente che solo attraverso Gesù posso vincere il peccato che è in me?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
 
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
 
«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».
 
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai. (Sal 39).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Nel silenzio del cuore, oggi, riscopro la Parola per scorgere il Signore che passa e riconoscerlo. Lo vedrò come l’"Agnello che toglie il peccato del mondo"; come colui che prende su di sé la mia fatica, la mia croce, i miei dubbi, le mie incertezze, i miei peccati. Ed è seguendo Lui dovunque vada che possiamo entrare nell’esperienza di essere figli di Dio, figli amati dalla tenerezza del Padre.