martedì 5 maggio 2026

LECTIO: VI DOMENICA DI PASQUA (Anno A)

Lectio divina su Gv 14,15-21
 

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16 e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Anche questa domenica continua il discorso del commiato di Gesù. È avvenuta la lavanda dei piedi e la cena, in cui il Maestro esplicita l’estremo dono di amore per i suoi discepoli. I versetti 15-24 costituiscono una sola voce legata al verbo amare, che nel brano ricorre come una sorta di ritornello. L’amore di cui parla Gesù è l’amore che salva con il dono totale di sé, perché è l’amore a edificare la comunione. Colui che percorre la via del comandamento dell’amore diventa egli stesso linfa d’amore di cui Dio si serve per costruire la comunità.
Come possono i discepoli essere uniti a Gesù se egli se ne va da loro? Come possono ancora amarlo? A queste domande risponde e si sviluppa il brano.
L'attenzione sul brano è posta sul rapporto personale di fede e di amore del discepolo e della Chiesa, con Gesù suo Signore, nella prospettiva della resurrezione e della vita nello Spirito; dunque, un discorso rivolto ai credenti di ogni tempo e di ogni luogo.
Il testo ha uno spiccato timbro trinitario e costituisce uno dei cinque brani, contenuti nei discorsi d'addio del vangelo giovanneo, in cui si parla dello Spirito Santo. L'unità letteraria è data dalla promessa della presenza dello Spirito (vv. 15-17), di Gesù (vv. 18-21) e nella sezione finale che non è inclusa nella pericope odierna (vv. 22-26), del Padre. Con la discesa dello Spirito Santo e nell'amore verso il Padre e il Figlio, tutti i credenti in Cristo saranno continuamente accompagnati dal suo amore.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 15: Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
Nel precedente capitolo, Gesù aveva detto: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Ora è riferito alla sua persona.
I greci usano quattro verbi per dire amare. Qui viene utilizzato il verbo “Agapan” che è il verbo che indica, in coloro che lo vivono, che non cerca il proprio interesse. Esso ricorre 259 volte nel Nuovo Testamento, ciò vuol indicare l’importanza che Gesù dà a questo verbo che non cerca interessi. Nel nostro brano questo verbo lo troviamo quattro volte.
Cosa vuol dire amare Gesù? Scegliere la sua proposta di vita, unire la propria vita alla sua. Questo è l’amore che Gesù chiede. E Gesù ci chiede quanto siamo disposti a puntare sulla sua proposta.
Quali sono i comandi di cui parla Gesù e che gli appartengono? L’osservanza dei precetti del Signore costituisce il banco di prova dell’amore per il Figlio di Dio. "Entolài" è il termine con cui la Bibbia greca detta "Settanta" rende l'originale ebraico "Le 10 parole" (che corrispondono ai famosi "10 comandamenti"); ma nella concezione biblica la Legge-comandamento è soprattutto la rivelazione divina che conduce alla vita; i "comandamenti" sono "indicazioni per un cammino", quello della salvezza, cioè quello che porta al senso e alla pienezza della vita; ecco perché, "se" si ama il Signore, ci si troverà incamminati nella via autentica. Quindi l’osservanza dei comandamenti è conseguenza e condizione dell’amore verso Gesù. Vivere i comandamenti significa scoprirsi amati. Allora nasce una risposta piena di gratitudine a una salvezza già ricevuta. Allo stesso tempo è “condizione” per amare Cristo in modo autentico e vivo.
v. 16: io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Gesù promette di pregare il Padre affinché possa donare lo Spirito di verità, il Paràclito. La parola Paràclito in greco significa: “chiamato vicino”, “avvocato”; sia il termine che il verbo parakalein da cui deriva, può significare anche “esortazione”; nei LXX hanno il senso di “dare gioia, consolare” con riferimento esplicito ai beni dell’epoca messianica e al senso della gioia che ne deriva (cfr. Is 40, 1); nel NT si riferiscono all’annuncio profetico cristiano (cf. At 2, 40; 1Cor 14,3).
Anticamente non c’era l’istituzione degli avvocati; ogni imputato doveva difendersi da solo, cercando di portare testimoni che lo scagionassero dalle accuse. Accadeva a volte che qualcuno, pur non essendo colpevole, non riuscisse a provare la propria innocenza oppure che, pur avendo commesso il crimine, meritasse il perdono. Per costui rimaneva un’ultima speranza: che in mezzo all’assemblea ci fosse un uomo onorato da tutti per la sua integrità morale e che questa persona irreprensibile, senza pronunciare alcuna parola, si alzasse e andasse a porsi al suo al fianco. Questo gesto equivaleva ad un’assoluzione. Nessuno più avrebbe osato chiedere la condanna. Questo “difensore” era chiamato “paraclito”, cioè, “colui che è chiamato a fianco di chi si trova in difficoltà”.
Gesù prega il Padre perché dia ai discepoli il dono di un altro Paràclito. Questo fa intendere che Gesù si presenta come il primo Paràclito (cf. 1Gv 2,1), Colui che è stato accanto ai discepoli; lo Spirito che lo sostituisce o, meglio, che continua la sua opera presso i discepoli è «un altro». Ciò non significa che ci sono diversi Paraclito o Consolatore. Se Gesù con la sua presenza ci ha fatto il dono del suo Spirito, con l’andarsene darà la pienezza dello stesso Spirito, ci dona tutto il suo amore. E questo sarà per sempre.
Al dono dello Spirito viene attribuita una duplice funzione: anzitutto quella di vincere la solitudine del discepolo nel mondo; poi quella di illuminare l’esistenza del discepolo attraverso un insegnamento perfetto. La venuta e la permanenza dello Spirito presso il discepolo è collegata strettamente all’amore; all’amore del credente per Cristo, all’amore di Cristo e del Padre per il credente.
v. 17: lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Lo Spirito della verità è il dono del Padre al Figlio ed è il dono del crocifisso risorto agli apostoli riuniti nel cenacolo. L’espressione “Paraclito” per indicare lo Spirito è già usata nel giudaismo ed è ripresa solo dal quarto vangelo, ed indica la relazione tra lo Spirito e la verità e quindi suggerisce che quest'ultima è una realtà interiore; infatti, lo Spirito agisce nel cuore dell'uomo per renderlo un vero uomo.
Il legame tra Spirito e verità è da capire sia in senso negativo (si oppone all'errore e alla menzogna, cf. 1Gv 4,6; Gv 8,44), sia più precisamente perché ha lo scopo di far comprendere, attraverso l'intelligenza della fede, tutto quanto ha detto e fatto Gesù Cristo e dunque aiuta a progredire nella sua conoscenza e a rendergli testimonianza. Il «mondo», incapace di ricevere lo Spirito della verità perché non lo vede e non lo conosce, è quello schiavo dello spirito mondano di cui parla Gesù in Gv 12,48: «Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno».
Il dono dello Spirito può essere ricevuto solo da chi si è aperto alla fede in Gesù Cristo, per questo coloro che lo hanno rifiutato e sono rimasti nelle tenebre, indicate qui con il termine mondo, non possono riceverlo, né vederlo, né riconoscerlo (cf. 7,34; 8,21). Il testo si ricollega alla contrapposizione, più volte presentata nel vangelo di Giovanni, tra coloro che accolgono il Cristo e quanti si chiudono alla sua parola.
I discepoli al contrario conoscono lo Spirito di verità, così che Egli può rimanere presso di loro e, dopo la resurrezione di Gesù, sarà in loro.
Ci sono due piani nel discorso di Gesù: quello presente, rivolto ai discepoli e quello futuro, per la Chiesa dei secoli a venire, che grazie alla testimonianza di quanti per primi hanno creduto in Lui, potrà a sua volta vivere l'esperienza del dono dello Spirito e della comunione con Dio da Lui operata nel cuore di chi crede (cf. 20,29).
L'esperienza e la conoscenza della vita del Risorto costituiscono già per Giovanni la vita eterna.
vv. 18-19: Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
Dopo aver promesso il dono dello Spirito, ora Gesù promette ai suoi, che già li vede tristi, che non ci lascia orfani, questo non accadrà. Il termine “orfano” significa “orbato” quasi a dire che gli manca la vista, gli manca qualcosa o qualcuno prezioso. I discepoli riconoscono che senza il Maestro, senza Gesù, non possono stare, non si sentono più discepoli.
Il v. 18 richiama al v.13, ma possiamo chiederci, di quale ritorno sta parlando Gesù? Il Signore non lascia soli i suoi discepoli; rimane presente nel dono dello Spirito, nell'esperienza dell'amore (cf. v. 21) e nel dono della pace (cf. v. 27). Se la crocifissione e la morte faranno sparire Gesù agli occhi del mondo, Egli resterà visibile a coloro che vivono la Sua stessa vita, che vi sono ancorati come i tralci con la vite. Gesù, apparendo agli apostoli nel cenacolo, si pone davanti a loro mostrando le ferite della passione, che sono il segno del suo amore. Tommaso e gli altri apostoli hanno creduto perché hanno visto. La loro fede è beata perché sono stati destinatari di un privilegio, ma, dice Gesù, «perché m'hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non han veduto, e hanno creduto!», hanno creduto che sono presente nel loro cuore come forza e sostegno della loro vita.
Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.
L’espressione “ancora un poco” la ritroviamo ricorrente nell’Antico Testamento, indica la venuta dell’epoca escatologica (cf. Is 2,17; 4,1-2; Ger 4,9; Zc 2,15). Questo ci suggerisce quel pensiero che Gesù alluda alla sua morte ma anche alla sua resurrezione: tra poco il mondo non vedrà più Gesù, perché egli sta per morire sulla croce, ma coloro che credono in lui potranno di nuovo vederlo (cf. At 10,40-41). Coloro che avranno in se stessi una fede anche piccola e la forza dello Spirito Santo, vedranno Gesù e potranno vivere della sua stessa vita. I discepoli avranno questa gioia se entreranno nella Pasqua del Signore, se risorgeranno anch’essi e questo vorrà dire passare dalla morte alla vita, cioè passare dall’egoismo all’amore certi di vivere di Lui.
v. 20: In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Il versetto si apre con la letteratura profetica che indica il tempo escatologico (cf. Am 9,11; Os 2,20; Mt 24,36; ecc.). Nella Bibbia quando si parla di “quel giorno”, fa riferimento al “giorno del Signore”. Esso è il giorno della fine del mondo, è il giorno in cui Dio rivela la sua Gloria, è il giorno in cui salva l’uomo. Quel giorno, è il giorno della Resurrezione. Qui abbiamo un rimando in Gv 20 nel quale Gesù si fa vedere da Maria Maddalena nel giardino presso il sepolcro aperto e poi nel cenacolo.
Ora, a quel giorno, mancano tre giorni e quel giorno i discepoli capiranno che il dare la vita per amore non è morte ma è pienezza di vita e capiranno che Gesù, il Figlio, è nel Padre. Inoltre, i discepoli capiranno che sono nel Figlio. Sarà una risposta d’amore, sarà un dono dello Spirito che permetterà di conoscere la partecipazione alla comunione tra le divine persone. Sarà un dono pasquale che aprirà la mente e il cuore alla comprensione del legame tra Lui e il Padre. Inoltre, quel giorno capiremo un’altra cosa: che noi siamo in Lui: Voi siete in me. È l’amore che parla: noi siamo amati infinitamente da Lui, tant’è vero che ha preso su di sé la nostra morte dando la vita per noi. E questo sarà anche un punto di arrivo: Lui è in noi. Perché noi, rispondendo al Suo amore lo amiamo e, se lo amiamo, entra nel nostro cuore, entra nella nostra vita, viviamo di Lui. Ed è questo il dono pieno del suo Spirito che ci guida alla comprensione dell’inabitazione divina. «Essere in» allora vuol dire “fare casa”, “vivere l’uno per l’altro”. Questa è la vita eterna: vivere per l’altro e non per sé stessi (cf. Rm 14,7-12). Non vi è gioia più grande che sapersi amati dall’altro e sapere che l’altro si senta veramente amato.
v. 21: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".
L'esortazione di Gesù ad osservare i suoi comandamenti, essenza del messaggio del libro del Deuteronomio, chiude questo brano così come l'aveva aperto e si ricollega al v. 23; l'amore e l'obbedienza a Cristo ci fa ottenere l'amore del Padre e l'esperienza intima e profonda della comunione con Lui. Viene ancora una volta ribadito l’importanza dell’osservanza dei comandamenti che un mettere in pratica il comandamento dell’amore.
Attenzione però all’esteriorità. Gesù si riferisce a quella capacità di prendere sul serio tutti i suoi insegnamenti, la sua Parola, che risiedono in tutto il Vangelo, che con una sola parola, forse la più pressante, è: ama! E questo si riconosce il discepolo: dal fatto che ama. Solo chi è disposto a crescere, a progredire nell’amore può anche dire di amare Gesù.
Allora quei verbi “accogliere”, “osservare”, riportate nel versetto, assumono lo stesso senso di conoscere, praticare e progredire nell’amore. In altre parole, diventare casa di Dio, perché solo nell’amore Dio prende dimora. La comunità diventa l’unico santuario dove si manifesta l’amore del Padre, l’incontro con il Vivente. Quanto più grande sarà la risposta degli uomini praticando l’amore gli uni verso gli altri, tanto più grande sarà la risposta del Padre con una nuova effusione dello Spirito Santo e di nuove capacità d’amore ai suoi. Infatti, lo Spirito Santo è mandato appositamente per venire in aiuto alla nostra debolezza (Rm 8,26) e ci accompagna giorno dopo giorno a maturare nell’amore come Gesù stesso.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quali paure o chiusure mi fanno vivere come se fossi “orfano”, dimenticando che lo Spirito del Risorto abita in me e nella comunità?
Come vivo la presenza dello Spirito Santo nella mia vita di fede? Sperimento il suo aiuto, la sua luce? In quali occasioni?
Cosa significa per me amare Gesù Cristo? Come lo esprimo nella vita quotidiana? Come coltivo questo legame con Lui, soprattutto nelle relazioni più difficili?
Come comprendo la comunione con Gesù risorto, il suo Spirito e il Padre: solo come esperienza personale o come realtà comune per tutti i credenti?  
Sono aperto a creare un mondo nuovo, nella linea dettata dallo Spirito di Dio, in occasione di testimonianza, comunione e gioia?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!
 
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
 
Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.
 
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. (Sal 65).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Riuscire a capire questo progetto d'amore è una grossa fatica. C'è bisogno di accogliere e pregare ogni giorno lo Spirito Santo, perché possa trasformaci interiormente e darci la forza per cambiare la nostra vita e la nostra storia facendoci entrare sempre più in comunione con Dio e con tutti nella vita di ogni giorno.