23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Siamo alla conclusione sul discorso della vita ecclesiale che sfocia sulla necessità del perdono. Un tema non facile da mettere in atto come quello di domenica scorsa: la correzione fraterna.
Nella nostra vita portiamo tanti di quei magoni che insieme a tanti ragionamenti continuano a bruciare il cuore, tanto da far risultare il perdono sempre anni luce da noi. Figuriamoci se si parla di fatti gravissimi (esempi sono tanti) come è difficile perdonare. Un motivo e forse quello principale, è che non accettiamo l’umiliazione sulla nostra debolezza per questo, facilmente, restituiamo il male che ci è stato fatto.
Per perdonare occorre passare dal cuore di Dio per poi far dilatare il nostro cuore. È una chiamata dal perdono ricevuto al perdono offerto. Perdono che spesso preghiamo col Padre nostro, sia nella preghiera personale che comunitaria ma anche quando ci accostiamo a chiedere il sacramento della riconciliazione.
Il perdono è un umiliarsi come Gesù, infatti il perdono è un imitare Lui se no continueremo a nuotare nei nostri rancori, nelle nostre offese.
Questa domenica Gesù ci invita a meditare le sue parole che parlano di riconciliazione (Mt 18,21-22) e che ci parlano della parabola del perdono senza limiti (Mt 18,23-35).
Il testo fa da cerniera al brano di domenica scorsa sulla correzione fraterna. Questa domenica, riprendendo il discorso, l’Evangelista presenta la Parabola del servo spietato, cercando di mettere in evidenza che, come il Padre perdona gli uomini, così anch'essi devono perdonarsi gli uni gli altri.
Il tema del perdono, al tempo di Gesù, era ristretto al popolo di Israele e non ai pagani e in particolare, il numero delle volte era limitato a tre. Alla quarta volta si poteva arrivare alle vie legali.
Pietro sembra di aver afferrato il pensiero di Gesù e inizia a esporre il suo quesito cercando anche un limite al perdono. Gesù, con questa parabola, non solo di perdonare infinite volte, ma semplicemente di comprendere e giustificare con sincerità, sull’esempio del Padre che sempre perdona.
La parabola si articola in tre scene: il primo debitore, la sua supplica, e il condono del suo debito; il secondo debitore, la sua supplica e la risposta spietata del primo debitore; il meritato castigo del primo debitore.
vv. 21-22: Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Pietro ha cercato di comprendere il discorso fatto da Gesù sulla correzione fraterna e avvicinandosi a Lui gli pone una domanda sul perdono con un suo limite, limite che supera la prassi rabbinica che individuava la possibilità di perdonare fino a tre o quattro volte.
Nella prassi rabbinica si perdonava tre o quattro volte. Pietro parlando dell’arte difficile del perdono del fratello che a sua volta offende il fratello con il suo peccato (qui abbiamo il verbo “hamàrtanó” che indica: “sbagliare il bersaglio”, “errare”, “commettere mancanza”, “fare peccato”), azzarda con una cifra simbolica, che indica una forte quantità: sette volte. Pietro è cosciente che questo non è un numero a caso ma simbolico in quanto indica una pienezza, un perdono senza condizioni.
Ma Gesù va ben oltre: settanta volte sette facendo riferimento a un noto passo dell'Antico Testamento: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette” (Gen 4,24); la cifra 70x7, esorbitante, ha valore simbolico per dire un numero illimitato di volte: nell'Antico Testamento indicava l'apice dell'odio e della vendetta, mentre nelle parole di Gesù si afferma che fra i cristiani non possono esserci limiti alla misericordia e al perdono perché questa è la misura esagerata che caratterizza Dio. Per farlo capire, Gesù illustra subito dopo una parabola, che troviamo solo nel Vangelo di Matteo, da cui si evince la motivazione che può rendere attuabile la richiesta di Gesù.
v. 23: Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.
Questo è il versetto iniziale della parabola, il suo esordio in un palazzo regale, dove si descrive il mistero del Regno sotto l’aspetto di un giudizio. Protagonisti sono un re e i suoi servi.
La parabola inizia dicendo che il re volle fare i conti con i suoi servi, ma non viene specificato che egli faccia i conti solo con i servi che gli sono debitori; si tratta di un’omissione di grande significato, che porta il lettore a identificare la condizione di servo con la condizione del debitore. Il verbo “synáirô”, che noi traduciamo con “regolare i conti” trova il suo senso in 25,19, la parabola dei talenti; in Lc 16,6 la parabola del fattore disonesto; Lc 19,15, la parabola delle mine, Mt 24,46-47, la parabola del servo fedele e sapiente. Il rendiconto finale è conosciuto ed è per tutti; ciascuno è chiamato ad assumersi personalmente le sue responsabilità.
Il re chiamato successivamente «Signore» (Kyrios) simboleggia chiaramente Dio. I suoi servi non sono certamente dei semplici servitori, ma dei collaboratori ad alto livello, come apparirà subito dal primo e unico che è stato chiamato a rapporto.
Essere servi è dunque lo stesso che essere debitori, ossia essere uomini è lo stesso che essere peccatori, e quindi necessariamente bisognosi del perdono di Dio.
v. 24: Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti.
La parabola parla subito di un ammanco (oggi parleremmo di milioni di euro). La pena prevista era la confisca dei beni e la vendita del debitore insolvente e della sua famiglia ai mercanti di schiavi (v. 25).
Ma che cos’è il talento? Il talento è una misura molto grande che corrisponde a 36 Kg circa, figuriamoci diecimila. Diecimila talenti è una cifra sproporzionata che solo un re può possedere. Un debito che uno dovrebbe lavorare circa 200.000 anni senza fare spese per poterlo pagare. È chiaro che un debito così non si può pagare.
Questa è la cifra che ciascuno di noi ha da Dio. La cifra, esagerata, è in realtà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Mi ha creato suo figlio, a sua immagine e somiglianza; quando gli ho rapito il dono, mi ha perdonato dandomi molto di più: il suo medesimo Figlio, nel quale mi condona sé stesso!
Qui troviamo l’immagine ultima di Dio ma noi, difficilmente, ci rendiamo conto di quanto sia grande il nostro debito verso Dio, che tuttavia ci viene condonato, mentre il debito che a noi sembra grandissimo è solo quello che scriviamo sul nostro registro delle offese. Con Dio ho il debito di me stesso e di lui stesso! Solo che non è un debito ma un dono infinito che lui ha fatto, senza calcolare. Infatti, l’unica misura dell’amore è il non aver misura. Noi al contrario continuiamo a calcolare con lui e con tutti!
v. 25: Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito.
Questa decisione non è una cattiveria, ma era il diritto dell’epoca (cf. 2Re 4,1; Is 50,1; Ne 5,5). Quindi il re prende l’iniziativa, vede che costui non ha da restituirgli il debito e si rivolge alla prassi normale, quella che è la giustizia.
Chi stabilisce con Dio un rapporto di giustizia, resta sempre insolvente, chiuso nella gabbia dei suoi debiti. Per questo il Salmista dice: “nessuno può riscattare sé stesso o dare a Dio il suo prezzo” (Sal 49).
vv. 26-27: Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».
Il servo chiede clemenza, promette di pagare. Il versetto 26 si può dividere in due parti: la preghiera e l’illusione. La preghiera è quella del debitore. La legge, che ci accusa, ci porta a invocare la magnanimità di Dio. L’illusione è quella di chi chiede di avere un cuore grande nei suoi confronti, mentre crede di poter saldare il suo debito finché non scoprirà la grazia e il perdono.
Il padrone ebbe compassione di quel servo
Il padrone si commuove e fa ben di più: gli condona il debito!
La commozione del padrone è espressa con il verbo che sempre nel vangelo indica la compassione di Dio per l’uomo peccatore, bisognoso di misericordia: “splanchnìzomai”: “ebbe viscere di misericordia”, è un verbo proprio di Dio (cf. Mt 9,35-38). “Splànchna” sono le viscere materne, modo figurato per indicare la divina Misericordia. La Sacra Scrittura ci ricorda che, come una madre, è intimamente legata al figlio che le sue viscere hanno generato così Dio è legato all'uomo anzi «egli ti amerà più di tua madre» (cf. Sir 4,10); «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherei mai» (cfr. Is 49,15). Nel Nuovo Testamento il verbo si trova solo nei sinottici, quasi sempre riferito a Gesù, per indicare il moto divino di pietà per i sofferenti.
La nostra condizione commuove il Signore: ne muove le viscere materne. Gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione si fa compassione.
lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Il Signore del servo è «longanime e misericordioso (cf. Sal 7,11; 85,15; 102,8; 144,8; Es 34,6) compie il giubileo biblico della totale remissione dei debiti (Lv 25,8-22). Il verbo “aphìemi” = rimettere, lasciare con l'indicativo all'aoristo dice che l’azione si compie una volta per tutte.
Il Signore libera cancella il debito. Egli è Colui che mi ha amato e ha dato sé stesso per me (Gal 2,20), liberandomi da ogni colpa e peccato. L'Alto ha compassione della pochezza del basso, lo restituisce alla sua dignità e lo reintegra alla sua famiglia. Mi vuol far capire che il mio rapporto con lui non è di schiavo/padrone, ma di figlio/padre. Il credente si sa amato e perdonato gratuitamente da Dio, che lo considera figlio. Lo Spirito glielo testimonia, facendogli gridare: “Abbà!”. Non è in debito, ma in credito nei confronti di Dio; gli è Padre, infatti, ed è con lui in debito del suo amore.
v. 28: Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari.
Purtroppo, agisce sempre l’umano: il servo sollevato di quel debito infinito, si dimostra spietato verso un suo compagno che ha con lui un debito molto più piccolo, l’equivalente di 100 giornate di lavoro, un debito ingente, sanabile. I cento danari di cui si parla, sono altrettante giornate lavorative (cf. Mt 20,2). Cifra discreta, ma trascurabile rispetto al debito appena condonato.
Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!».
Qui la differenza tra la prima scena e questa: il Signore si commuove, lo libera e gli condona il debito; lui invece afferra il suo compagno, lo soffoca, gli toglie la gioia di vivere e vuole che lo paghi.
Ci sta nella parabola del Padre misericordioso una scena simile: il padre che va incontro al figlio gettandosi al collo, lo abbraccia e lo baciò (cf. Lc 15, 20) e Rembrandt lo descrive nell’atteggiamento di padre e madre.
Il confronto è questo: quanto Dio è magnanimo con noi, altrettanto noi siamo meschini con gli altri. Come pensiamo di dover restituire al Padre, così pensiamo che i fratelli devono restituire a noi. Con l’altro viviamo lo stesso rapporto che abbiamo con il primo Altro, e viceversa. L’Apostolo Paolo esorta la comunità cristiana ad imitare Cristo nell’atteggiamento di accoglienza, a partire dall’accoglienza personalmente sperimentata presso di Lui: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo vi ha accolto” (Rm 15,7). A partire dall’esperienza di perdono e di accoglienza, che il cristiano sperimenta nel sentirsi amato da Dio, si fonda l’offerta di un amore modellato su quello di Cristo.
vv. 29-30: Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Il parallelismo tra le due scene è interrotto solo perché il servo a cui era stato condonato il debito non accoglie la supplica, ma fa gettare il debitore in carcere finché non avesse pagato il dovuto. Il fratello gli fa la stessa preghiera che lui ha fatto al Signore. Lo chiama ad avere nei suoi confronti gli stessi sentimenti del suo Signore. Ma egli fece al suo compagno il contrario di quanto il suo Signore ha fatto con lui preferendo seguire la logica del mondo.
Alla pazienza del re segue la cattiveria del primo servo che non ha imparato l'umiltà e la misericordia da quello che gli era accaduto.
v. 31: Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto.
Chiunque è spettatore di ciò rimane dispiaciuto, addolorato, indignato, triste. Non ci sta la capacità di entrare nel mistero del misero. Non si pensa che si può vivere la stessa sorte, essere quel debitore.
Diversamente faccio valere i miei diritti quando non sono toccato in prima persona.
L’essere dispiaciuti comporta il vivere secondo il pensiero del padrone, di Dio. Comporta di andare a riferirlo a lui, di mettere tutto nella sua misericordia.
v. 32: Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato.
Il padrone da del malvagio, del maligno. Un termine molto importante perché è lo stesso che si ritrova al termine del Padre Nostro, quando Gesù invita a chiedere “liberaci dal maligno”. Il maligno è colui che è incapace di perdonare. E chi è incapace di perdonare può seminare solo morte.
La malvagità del servo non consiste nel debito che aveva, ma nel credito che realmente ha e fa valere! Il peccato più grave è sempre quello di non perdonare il fratello: è l’unico che esclude dal Padre, perché distrugge il mio essere figlio. Se non perdono, ritorno alla logica del debito: non accetto il perdono. Se caccio in prigione l’altro, caccio in prigione me.
v. 33: Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».
Questo versetto è l’apice della parabola. Ho pietà del mio simile perché il Signore ha pietà di me. Solo così ho gli stessi sentimenti del Padre e divento suo figlio. Se non perdono, muore in me il perdono che ho ricevuto: non ne vivo!
La comunità fraterna nasce dal perdono reciproco: ognuno perdona come è perdonato. L’unico debito che abbiamo gli uni verso gli altri è l’amore vicendevole (cf. Rm 13,8), Come il mio peccato mi fa conoscere il Padre e mi fa nascere come figlio, così il peccato del fratello, nel mio perdono, mi fa vivere da figlio simile al Padre! Se non vivo da figlio, sono morto. Per questo “perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto”. Pensare al proprio debito condonato, non solo rende tolleranti verso gli altri, ma addirittura magnanimi. In genere però non accettiamo davvero il perdono; infatti, non perdoniamo a noi stessi, e abbiamo sempre stizza, rancore e vergogna dei nostri peccati.
v. 34: Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Chi non perdona non è perdonato (6,15). Infatti, il Padre ci perdona come noi perdoniamo. Per questo la riconciliazione col fratello è più importante di ogni culto (5,23s). Senza di essa finiamo in prigione noi stessi, pagando fino all’ultimo spicciolo (5,25s).
L’insegnamento di Mt 7 ci dice che questa misura predeterminata, che noi applichiamo agli altri, rappresenta il criterio del giudizio della retribuzione divina quando, scaduto il tempo della pazienza, subentrerà il tempo della giustizia. In sostanza, il giudizio di Dio, per valutare noi, prenderà in prestito il criterio che noi stessi abbiamo applicato per valutare gli altri, come si vede in Mt 7,1-2: “con la misura con la quale misurate sarete misurati”.
v. 35: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
È la conclusione dell’esortazione al perdono. Il peccato dei peccati è il non perdono: è uccidere in me e negli altri l’amore del Padre. Nel perdono salvo il fratello offrendogli l’amore del Padre e salvo me stesso, vivendo di questo amore. Al di fuori di questo amore ricevuto e donato - che è lo Spirito Santo - non c’è che la morte.
L’evangelista Luca ci aiuta meglio a capire il particolare: “Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice ‘Mi pento’, tu gli perdonerai” (Lc 17,3-4). L’esperienza di riconciliazione, sia che riguardi l’uomo sia che riguardi Dio, rimane, comunque, una strada impraticabile, quando l’offensore non si pente del suo sbaglio e ritiene ostinatamente di essere nel giusto.
La parabola termina mostrando il significato del perdono: Dio perdona per primo, ma se io, perdonato, non imparo a perdonare, annullo anche il perdono che Dio mi dona!
Nel Padre nostro diciamo: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. È un essere coerenti con Dio e con se stessi. Tutti i cristiani devono mettere al centro della loro esistenza il bisogno e l’esigenza di perdonarsi reciprocamente e senza limiti. Forse dobbiamo anche chiederci se chiediamo a Dio il suo aiuto in questa arte così difficile. Noi siamo perdonati e il debito cancellato è maggiore rispetto a quello del fratello e della sorella. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei 10.000 talenti di debito di cui Dio mi fa grazia, non i 100 danari che l’altro mi deve.
Rileggendo la parabola, con quale personaggio mi identifico di più: con il re che vuole fare i conti con i suoi servi, o con il servo perdonato che non vuole perdonare il suo compagno?
La mia comunità è luogo di incontro con il Signore misericordioso o luogo di condanna, di morte? E io come sono?
Raccolgo i consigli di Gesù per vivere la riconciliazione e il perdono?
Dopo aver celebrato il sacramento della riconciliazione, mi sento perdonato da Dio?
Come ritengo il sacramento della confessione: solo per fare la comunione o una vocazione e missione?
Quanto del sacramento della riconciliazione passa dal rito in chiesa alla vita concreta di ogni giorno?
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.
non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe. (Sal 102).
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