martedì 20 aprile 2021

LECTIO: IV DOMENICA DI PASQUA Anno B

Lectio divina su Gv 10,11-18
 
Invocare
Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore. Egli è Dio, e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,  15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
La IV domenica di Pasqua è dedicata al buon Pastore, una domenica in cui tutta la Chiesa è invitata a riflettere sulla propria vocazione e a pregare per le vocazioni.
Il brano è inserito nella terza parte del “libro dei segni”, dove l’evangelista Giovanni riporta gli interventi fatti da Gesù durante le principali feste liturgiche giudaiche.
Dopo la guarigione di un paralitico avvenuta a Gerusalemme in occasione di una festa (5,1-47) e la moltiplicazione dei pani, avvenuta in Galilea, in prossimità della Pasqua (c. 6), seguite ambedue da un lungo discorso, l’Evangelista situa “i segni e i discorsi” che hanno avuto luogo in occasione della festa delle Capanne (7,1-10,21; cfr. 7,2): Gesù si presenta anzitutto come “fonte di acqua viva” (c. 7) e poi, dopo l’episodio dell’adultera (8,1-11) come “luce del mondo” (8,12-59) e lo dimostra con la guarigione del cieco nato (c. 9).
Collegato con questo episodio si trova poi un discorso in cui Gesù si presenta come buon pastore (10,1-21). Questo discorso prosegue poi nell’ambito della festa della Dedicazione (vv. 22-29). In esso egli approfondisce il tema del pastore e del gregge (cfr. Lc 15,4-7; Mt 18,12-14), mettendo maggiormente in luce, in contrasto con quanti prima di lui hanno avuto a che fare con le pecore, le prerogative che gli competono in quanto pastore.
Sullo sfondo del brano vi è sempre il tema biblico del Pastore escatologico (cfr. Ez 34). Il Testo liturgico riporta la seconda parte di questo discorso. È evidente il legame pasquale con Gv 10, dove sotto l'allegoria del pastore e della porta si parla dell'unico mediatore che Dio ha inviato per salvare il suo popolo (con riferimenti pure all'Esodo), mediatore che offre la sua vita.
I testi scritturistici abbinati al Vangelo di questa domenica, oltre al Salmo pasquale (Sal 117) sono un brano della prima Lettera di san Giovanni (1Gv 3,1-2) dove ritroviamo il tema della conoscenza vitale tra Gesù / Dio Padre e noi suoi figli e il testo di Atti (At 4,8-12) in cui Pietro afferma che solo nel nome di Gesù c'è salvezza. La centralità dell'opera di Cristo Gesù nel piano di salvezza di Dio Padre appare così in piena luce, mostrando che essa si compie nel dare la vita; un modello a cui i discepoli sono invitati a guardare e in cui ogni vocazione nella Chiesa prende forma e può sussistere.
 
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 11: Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.
Nei vv. 7-10, Gesù si presentò come “porta”, in quanto egli è l’accesso alla vita. Ora, continuando il discorso, si presenta come pastore.
Anzitutto il v. 11 inizia con una autopresentazione di Gesù: “Io Sono”. Questa affermazione indica il nome divino, lo stesso che ritroviamo in Es 3,14. Questa espressione in 18 versetti sarà ripetuta per tre volte (vv. 9.11.14).
I Testi non descrivono Gesù come un pastore qualsiasi. Egli è il pastore ideale annunziato nelle Scritture. Dice: ho kalòs che richiama alla bellezza più che alla bontà; tipica caratteristica del pastore vero che dona la vita per i suoi (cfr. 15,13).
Egli è colui che dona, che depone la propria vita per le pecore. Questa è la motivazione per cui Egli è il Pastore bello o buono, “per eccellenza”. Questa ragione è riportata più volte in questo brano (vv. 11.15.17.18). Gesù depone la vita «per» le sue pecore. Questa frase richiama Mc 10,45 dove si dice che Gesù dà «la sua vita come riscatto per (anti) molti» (le due espressioni hyper e anti si equivalgono).
Il verbo «(de)porre» (tithêmi) è usato nel senso di offrire in modo consapevole e libero. Tale espressione la ritroviamo nel capitolo 13 per la lavanda dei piedi (cfr. Gv 13,4.12, dove si parla delle vesti, simbolo della vita stessa) è tipica di Giovanni per indicare il libero gesto di Gesù che si mette nella mani del Padre in favore delle pecore, gli uomini e le donne di ogni tempo, in vista della loro salvezza. Ciò scaturisce dall’amore.
La vita viene comunicata soltanto dall’amore, che è dono di sé agli altri (15,13). Il massimo dono di sé è la piena comunicazione dell’amore.
L'immagine del pastore, che troviamo anche nei sinottici in testi diversi su Gesù e le sue opere (vedi Mt 18,12-14; Lc 15,3-7; Mt 9,36-38; Mc 6,34; 14,27; Mt 10,16; 25,31-11; Lc 12,32) ha sullo sfondo molti passi AT ed ha un chiaro valore messianico (vedi Mi 5,3; Ez 34,23-31; Ger 3,15; 23,35; Sal 23; Zc 13,7-9).
vv. 12-13: Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
L’immagine del mercenario che viene presentata dall’Evangelista in questi versetti è il negativo del pastore. Infatti, il mercenario è colui che ha interesse a riscuotere per quello che fa: lo fa per soldi. Inoltre, egli sfrutta e abbandona seminando l’odio, la malizia, il dubbio, il turbamento delle idee e dei sensi. Il mercenario è colui che pasce se stesso e non gli importa nulla delle pecore (cfr. Ez 34,1-4). Il Pastore invece no: presta il suo servizio con amore rinunciando al proprio interesse, disposto a dare, deporre la vita per le pecore.
Altra figura negativa è il lupo, che non fa altro che compiere strage: rapisce e disperde (cfr. 10,8). Questa figura negativa, è da identificare con l’Avversario di Dio, il diavolo che non fa altro che allontanarci da Dio. Gesù è venuto per distruggere le opere del maligno. Egli non fa altro che raccogliere i figli dispersi (11,52).
Il messaggio è rivolto anche a quanti nella Chiesa primitiva e di sempre svolgeranno il ruolo di pastori: anch'essi dovranno essere animati dai sentimenti qui descritti e che anche san Pietro ripropone (vedi 1Pt 5,2-4). Pure negli Atti c'è un eco di questo nel discorso di Paolo a Mileto (At 20,29.31).
C’è da chiedersi se la nostra vita è più da mercenario che da Pastore bello. Se cerchiamo interesse o il bene dell’altro.
vv. 14-15: Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.
Il buon (bello) pastore, Gesù, ha una conoscenza particolare di noi, così come testimonia l'AT (cfr. Os 6,6; Am 3,2; Ger 22,16; Sal 139,1-6) e dal contesto biblico generale in cui il verbo greco ginòsko indica una conoscenza esistenziale, intima, profonda dove tutta la persona e la sua esperienza concreta è coinvolta.
Il verbo “conoscere” usato quattro volte nel brano indica l’amore di Gesù per i suoi discepoli. Fondamento e modello di questo è l’amore reciproco tra lui e il Padre, sorgente ultima. La particella «come» (kathôs) comporta infatti anche questa sfumatura: è l’amore mutuo tra Gesù e il Padre che viene esteso a coloro che credono in lui, i quali perciò non sono solo amati da Gesù ma sono resi partecipi della sua comunione di vita con il Padre. Cioè l’amore che Gesù ha per ciascuno di noi è lo stesso amore che il Padre ha per lui. Ora, questo stesso amore che Lui ha per noi, vuole che noi l’abbiamo per Lui in modo che tra noi e lui, tra l’uomo e Dio, ci sia lo stesso amore e la stessa vita. Ora, questa relazione fra Gesù e i suoi è creata dalla partecipazione allo Spirito (1,16).
Questa è la vita di Gesù, del Pastore bello: disporre della sua vita a nostro favore, in modo che possiamo vivere da figli del Padre, rendendoci come Dio. Questa intimità d’amore, donataci dallo Spirito Santo la troviamo nella crocifissione, momento cruciale in cui partecipiamo alla comunione divina Trinitaria.
v. 16: E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Gesù rivela alla gente di Israele la presenza di altre pecore (che non sono di questo ovile) e che egli deve pure condurre. Vuol dire chiaramente che lʼattuale comunità di fede non esaurisce il concetto di comunità di Gesù, ma ne rappresenta solo lʼinizio. Le altre pecore sono i gentili, i pagani, che entreranno a far parte della comunità messianica. Anch’essi ascolteranno la «voce» di Gesù, cioè crederanno in lui. I verbi al futuro si riferiscono a un tempo successivo, quello in cui la Chiesa svolgerà la missione universale che le è stata affidata dal Risorto (cfr. Mt 28,19). Infatti, nelle parole di Gesù vi è anche il futuro della Chiesa. La sua missione non si limita al popolo giudeo, si estende a tutti i popoli (11,52-54). La prospettiva del pastore è universale. Gesù viene per tutti i popoli, per tutto il mondo.
Questo universalismo è in consonanza con la concezione di Giovanni che, fin dal Prologo, colloca il suo Vangelo nel contesto della creazione. Nel pensiero dell’evangelista Giovanni uno degli effetti della morte di Cristo è il raccogliere nell’unità i dispersi (cfr. 11,52). Per Giovanni la Chiesa è un gregge riunito dal Pastore grazie a una relazione personale con Cristo Gesù che conduce alla libertà (cfr. Gal 5,13).
vv. 17-18: Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio.
Gesù ora dice l’ultima qualifica del Pastore bello: il Pastore bello è Figlio amato dal Padre. Qui troviamo nuovamente la motivazione del Pastore che sa dare la vita per i fratelli, facendo di noi un popolo unico di persone libere.
Gesù, a partire dal momento in cui il Padre, con lo Spirito, gli conferisce la missione (1,32s), tutta la sua esistenza è interamente dedicata a condurla a termine, identificando la sua attività con quella del Padre (5,17).
Qui, in poche battute, si riassume la Pasqua del Signore. Il Gesù pasquale è Colui che sta davanti al Padre come colui che offre la vita e come colui che la riprende di nuovo. La Pasqua del Signore diventa lʼevento nel quale Gesù offre la sua vita e nel quale Gesù la riprende. Così anche noi in lui, solamente in lui.
Nel testo di Giovanni troviamo diversi riferimenti in merito (12,24.32; 15,13; 16,21): l'amore del Padre per il Figlio e per il mondo e l'amore del Figlio per il Padre e per il mondo si manifesta nell'obbedienza sino alla morte di croce, dove si dona completamente e liberamente nel dare la vita in abbondanza a noi e a cui il Padre risponde con la resurrezione.
In queste parole trova “corpo” la Chiesa popolo della Pasqua, un chiesa cosciente capace di offrire la sua vita. Solo offrendo la vita può vivere.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Sono capace di ascoltare la voce del buon Pastore?
Gesù, Pastore buono, vive la follia dell’amore. Mi sento pensato, amato, salvato, chiamato? Oppure penso che sia una elite riservata?
Mi sento al seguito di Gesù perché parte di una comunità pasquale in cammino?
Riconosco in Gesù il modello secondo l’evangelista Giovanni, perché possa riconoscere e e “dare la vita” come ha fatto Gesù?
Pensando alla mia famiglia o alla mia comunità, come la mantengo unita come unico gregge?
Sono facile a dire “sono abbandonato dal Pastore”. Io, quando mi isolo dal gregge?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nei potenti.
 
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto,
perché sei stato la mia salvezza.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
 
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signore, perché è buono,
perché il suo amore è per sempre. (Sal 117).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Contemplare il mistero dell’amore significa ritrovarlo e darne il giusto senso. Lasciamoci guidare dallo Spirito per essere in grado di vivere il progetto d’amore di Dio e di annunciarlo incondizionatamente.