martedì 15 settembre 2026

LECTIO: XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 20,1-16
 
 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Padre, le tue vie sovrastano le nostre vie quanto il cielo sovrasta la terra: concedi a noi la gioia semplice di essere operai della tua vigna senza contare meriti e fatiche, lieti solo di portare frutti buoni per la speranza del mondo. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7 Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
La parabola di questa XXV domenica del Tempo Ordinario è inserita nel contesto dei capp. 19-20 che registrano lo spostarsi di Gesù e dei discepoli dalla Galilea alla Giudea, per poi dirigersi decisamente verso Gerusalemme per vivere la sua passione, morte e risurrezione (cf. Mt 19,1).
Ora, mentre è in cammino, probabilmente già in Giudea, Gesù racconta la parabola degli operai che soltanto l’evangelista Matteo ci tramanda. Questa parabola è la prima di tre parabole che hanno lo stesso denominatore comune e, soprattutto, la stessa ambientazione, quella della vigna; le altre due parabole della vigna sono quella detta “dei due figli” (Mt 21,28-32) e quella “dei vignaioli omicidi” (Mt 21,33-45). Di queste tre parabole, le prime due sono esclusivamente matteane.
La parabola segnala l’aggravarsi della crisi farisaica dinanzi alla prassi di Gesù. La narrazione riflette una situazione analoga a Lc 15 e sostanzialmente omogenea è la risposta di Gesù. Il quale, ai farisei suoi critici, riconosce due cose: il loro essere sin dall’alba nella vigna e il loro lavorare con frutto. Costoro, come anche il figlio maggiore di Lc 15 da sempre sono con il Padre e da sempre possono essere detti “figli del comandamento”. La loro vita è sinceramente conforme alla Torah. Gesù non sminuisce questo loro comportamento, ma solo notifica ai farisei cosa è ad essi richiesto per divenire “perfetti” come il Padre, che fa scendere sole, pioggia e misericordia sui giusti e sugli ingiusti, sui buoni e sui cattivi: il gioire con lui per il peccatore ritrovato, il non avere l’occhio cattivo e invidioso dinanzi alla bontà di Dio, il divenire come lui, con passione incontenibile, la mano tesa per i pubblicani, per i peccatori, per uomini e donne simili a pecore smarrite e a folle senza pastore. A tutti è chiesto di entrare nelle viscere di misericordia sconfinata del Padre apparsa in Gesù.
La parabola che abbiamo davanti racconta l’iniziativa del padrone della vigna per assumere operai. La parabola è descritta in quattro uscite del padrone, nelle quali ingaggia gli operai stabilendone anche un contratto. Segue la descrizione del salariato per gli operai con una protesta dei primi ingaggiati e la risposta del padrone. Chiude il brano una sentenza da parte del padrone.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
vv. 1-2: Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba
L'inizio del versetto, suggerisce che il regno dei cieli è simile a tutto ciò che segue nella parabola, non solo simile al padrone della vigna.
Il padrone di casa è colui che esce, non è il fattore (v. 8). È il Padrone che prende l’iniziativa. Ogni convocazione, ogni chiamata che ci viene per giungere alla fede nasce ed è preceduta da un Padrone che esce. L’uscita del padrone rappresenta il mistero dell’incarnazione. La nostra fede incomincia nel momento in cui il Padre decide di uscire. Quest’azione vuol dire “decidere di comunicarsi”, di “rendersi partecipe” a noi. Ciò che segna tutta la parabola è l’uscire del Padre.
Ora, entrare a far parte della Chiesa vuol dire, paradossalmente, uscire. Il nostro modo di essere nella Chiesa è quello di uscire, di essere missionari.
per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
La chiave per l'interpretazione della parabola è l'immagine della vigna come simbolo di Israele, lo stesso simbolismo che sta alla base della parabola della vigna di Mt 21,33-46. La fonte più esplicita di questo simbolismo è Is 5,1-7: «Il mio diletto possedeva una vigna... la vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele». Oggi siamo noi quell’Israele, tutta la Chiesa perché anche Lui si è fatto vigna con il suo annientamento, anzi è divenuto la vite vera (Gv 15, 1ss.), di cui noi siamo i tralci; si è unito a noi, così come la vite è unita ai suoi tralci.
Il fatto che il padrone della vigna ha bisogno di lavoratori a più riprese indica che il tempo della raccolta è vicino. Alla sera, alla fine della giornata, c'è il regolamento dei conti e la distribuzione delle ricompense. Colui che presiede l'operazione è il signore/padrone (kyrios) della vigna.
Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.
Non è sufficiente la chiamata e neppure lavorare per un’intera giornata nella vigna per un denaro (la paga giornaliera dell'operaio cf. Tb 5,15) per vivere realmente la realtà del Regno. Il rischio è quello di considerare il lavoro nella vigna solo fatica e impegno con cui accumulare meriti e rivendicare privilegi. L’importante è cercare il Signore e ritrovare la relazione con lui, quella relazione che è l’Alleanza rinnovata dal Padre nel suo Figlio (cf. Is 55,6). Il versetto, infatti, porta un accordo una promessa. La paga di un denaro basta per vivere quel giorno insieme alla propria famiglia. Mentre la promessa del padrone, cioè di Dio, è la vita eterna, la pienezza di vita, non solo il salario di un giorno e il salario dell’uomo è Dio stesso che per ciascuno di noi si compromette per la nostra piena realizzazione.
vv. 3-4: Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò».
La giornata lavorativa in Oriente andava dal sorgere del sole fino alla comparsa delle prime stelle, per un totale di 12 ore. L'ora terza ci ricorda anche il dono dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente. L’uscita del padrone nelle varie ore della giornata dimostra un padrone che è contro la disoccupazione, mostrando così che la bontà e la giustizia di Dio si sono manifestate in Cristo, nell’evento dell’incarnazione e della croce. Egli è il “giusto”, è la nostra eredità, il nostro salario. Cristo Gesù infatti dona se stesso.
Incarnazione e croce rinviano al dono di Dio e sono l’evento di rivelazione dell’amore e della giustizia di Dio: «Si è manifestata la giustizia di Dio … tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,21-24). La manifestazione della bontà di Dio è in Cristo e in Cristo crocifisso. Ora, quale giustizia, nel senso di principio di corrispondenza e di equivalenza, vi è nell’evento del dono del Figlio all’umanità? Quell’evento parla di un amore non contraccambiabile, di un dono che non può essere ripagato, di una gratuità e di una unilateralità assolute da parte di Dio. La giustizia e la bontà di Dio vanno comprese a partire da quell’evento che non è ascrivibile all’interno dei nostri parametri di giustizia, ma neppure all’interno dei nostri parametri di amore perché Dio, amando il mondo mentre gli è ostile, amando il peccatore e il nemico, non ama chi è amabile di per sé, chi presenta titoli per attirare amore, ma rende amabile chi amabile non è amandolo. Questa è la carità divina.
v. 5: Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto.
Fin qui abbiamo visto la chiamata ad andare a lavorare nella vigna nelle diverse ore della giornata. Il particolare è che con i primi la promessa riguarda la paga di un denaro, per i restanti dice “vi darò quello che è giusto” senza dire cosa darà. E questi si recano a lavorare nella vigna. Poi, il padrone esce ancora: è l'ora sesta. È l'ora in cui Cristo paga il riscatto per la nostra salvezza mentre l’ora nona è l’ora in cui siamo chiamati al servizio divino (cf. Liturgia delle Ore, Ora Media, Inno di Sesta e Inno di Nona) ripetendo lo stesso invito.  
vv. 6-7: Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
La prima parte della parabola termina ma prima ci sta ancora una chiamata, che non ha senso in quanto è al termine di una giornata lavorativa. Essa però contiene una preoccupazione: perché state qui a far niente? Questa volta l’uscita del padrone indica anche una preoccupazione per coloro che stanno in ozio, non li sgrida ma si preoccupa. Alla domanda la risposta è che nessuno li ha presi, non ha avuto interessi per loro. Il padrone li manda nella sua vigna a lavorare, anche se ormai siamo al tramonto.
Questi versetti contengono anche una domanda: a noi sta a cuore la condizione della nostra vigna? Il Padrone lo vediamo preoccupato e ingaggia sempre più operai e il suo invito fa parte di un unico disegno: siamo tutti chiamati a essere operai della vigna, cioè a raccogliere questo frutto che è l’amore del Padre ed è l’amore dei fratelli. Il tutto ruota a dare un senso che nasce dalla generosità e non dalla necessità.
v.8: Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi».
In questo versetto inizia la parte “più materiale” del discorso: la paga, iniziando dagli ultimi. Forse possiamo pensare che il Padrone inizia propria dagli ultimi così si sbriga subito, tanto cosa hanno fatto? Darà qualcosa, forse, a loro non ha detto proprio nulla riguardo il salario, quindi non è tenuto.
Qui, forse l’Evangelista fa capire una logica del Padrone molto lontana dal pensiero appena citato. Egli riprende la parte finale del brano anticipando così che tutti sono uguali e, in particolare, quell’eccomi generoso.
vv. 9-10: Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro.
Ed ecco si inizia a retribuire dall’ultimo al primo con sorpresa: questi che non hanno fatto nulla, in quanto la giornata era al termine, ricevono il salario intero. E qui nascono i pensieri umani: se a quelli che non hanno lavorato ha dato il salario di una giornata da sfamare una intera famiglia, figuriamoci a noi che abbiamo veramente lavorato tutto il giorno. Ma la sorpresa continua: anche questi prendono la stessa paga.
Cosa significa? Il Vangelo non usa giustizia distributiva. Il Signore non può dare a nessuno meno della paga giornaliera in quanto serve per sfamarsi. Ma dona qualcosa che va oltre: il suo amore che ci rende figli, fratelli. Occorre Dio amore alla nostra vita e Dio non può dare meno di se stesso, anzi da tutto. Ha dato il suo Figlio (cf. Gv 3,16) e questo a chiunque, anche a chi arriva all’ultima ora.
Anche quest’atteggiamento è una chiamata all’imitazione. Al giovane disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Mt 19,16-22). E questo perché Lui stesso lo fa per primo.
v. 11: Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone
Non possiamo negare che anche noi, oggi, siamo tra quelli che mormorano. Il brontolio, la mormorazione abita il nostro cuore, i nostri pensieri e spesso siamo tormentati interiormente da tutto ciò che ci allontaniamo persino dal Signore in quanto si cerca il di più da Lui ma Lui ha dato se stesso. Non possiamo ridurre Dio a merce di lavoro e per questo lo disprezziamo.
Mormorare è sinonimo di non ascoltare la voce del Signore, a non credere più al suo amore infinito per noi e ci indigniamo perché non riusciamo a cambiare le cose. Un po’ come succede in questo versetto, una mormorazione che nasce dalla gelosia, dall’invidia, dal nostro occhio cattivo, come dice il padrone della vigna. Lui sa guardarci dentro, sa penetrare il nostro sguardo e raggiungerci nel cuore, nell’anima. Lui sa come siamo, ci conosce, ci ama; per questo ci aiuta a prendere coscienza di come siamo, di ciò che ci vive dentro.
v.12: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».
Il problema non è la paga, visto che il salario è giusto, ma l'invidia che rode dentro nei confronti dei vantaggi che gli altri hanno ricevuto. L'invidia è la madre della superbia. Gli operai della prima ora non si lamentano per un danno subito ma con la loro invidia vogliono difendere, come sempre, una differenza. È questo che li irrita: la mancanza di una distinzione. Il torto che credono di subire è nel vedere che il padrone è buono con gli altri. È l’invidia del giusto di fronte a un Dio che perdona i peccatori. Ma la Parola di Dio prende le distanze dai calcoli retributivi. Dio chiama nella sua vigna a qualsiasi ora e chiunque e ciascuno ha tutto il tempo per corrispondere alla chiamata.
vv. 13-15: Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».
Qui si innesta la risposta del padrone nei confronti di chi mormora. Il padrone fa notare che in realtà non ha rubato niente a nessuno: quelli che hanno lavorato un giorno intero, hanno lo stipendio esatto secondo le norme e secondo il contratto. Non è violata la giustizia; però, dice il padrone, voglio dare anche agli ultimi quello che ho dato a voi; voglio essere generoso con gli altri: Io do tutto non hai ancora capito che sono generoso?
L’insegnamento che regala la parabola agli operai della prima ora è che dovrebbero essere contenti di aver potuto lavorare tutto il giorno, di non aver mai avuto un momento di insicurezza, certi di poter mangiare; dovrebbero essere contenti di aver potuto lavorare e produrre di più con e per il Signore.
Questi operai dovrebbero capire che il rapporto con Dio non è semplicemente un rapporto salariale, – per una certa quantità di lavoro, tu mi rendi un certo salario –; il lavoro nella vigna del Signore, infatti, non si basa su un rapporto di salariato-padrone. Lavorando nella vigna del Signore, il salario è Dio stesso; non è qualche cosa, ma la comunione con Dio, che rimane sempre un dono infinitamente più grande di quello che abbiamo potuto fare noi, un dono che viene dalla generosità di Dio per tutti e per il quale possiamo semplicemente benedire e ringraziare senza pretendere niente.
Chi ha una mentalità liberista farà fatica a capirlo, perché segue l’etica dell’invidia.
Il modo di agire di Gesù è quello di Dio; egli è buono e lo è Gesù. Purtroppo, questi sono uomini, persone invidiosi della bontà di Dio (cf. Dt 15,9) e si scandalizzano: «beato chi non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11,6). Bisogna entrare in una concezione non farisaica della vita religiosa: “farisaico” ha per noi un significato negativo, ma, di per sé, esprime l’esigenza per cui alle mie opere, Dio risponde con un salario equivalente: se moltiplico le opere, avrò di più.
Nell’ottica di Gesù invece, questo rapporto non ha senso: non conta la quantità delle opere ma la qualità. Occorre, sì, farle con amore, con spirito filiale, ma poi dobbiamo fidarci del Signore, senza più misurare niente.
v. 16: Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
La conclusione di questa parabola riporta la differenza nel lavorare con il Padrone della vigna, facendo capire che per gli ultimi sono diventati primi perché hanno colto la grazia. I primi invece no, hanno guardato se stessi, il proprio io, il proprio tornaconto: non sono stati capaci ad aprirsi al mistero della salvezza, non c’è stata una piena apertura al Regno di Dio, non hanno capito che il suo amore non ha la nostra misura perché è infinito.
“Dio ama chi dona con gioia (2Cor 9,10) e ciascuno è chiamato a realizzare secondo le proprie capacità e i doni di cui è stato reso oggetto lavorando volentieri e con serenità. Anche per questo occorre allontanare da noi ogni forma di gelosia, invidia e animosità verso gli altri, ma concentrarci esattamente sull'attività che ci viene richiesta per l'edificazione del Regno e proprio questo apporta nell'animo maggiore ottimismo e serenità: lavorare senza guardarsi attorno” (p. Gian Franco Scarpitta).
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Gesù è quel padrone che chiama. Come rispondo alla sua chiamata? Offro me stesso o continuo a vivere nel torpore della vita?
Guardando me stesso, posso dire di lavorare con e per il Signore?
Come mi rapporto nella vita con gli altri: da mormoratore, da invidioso o pieno di bontà?
La mia fede è vissuta come la fede grazia, gratuità, dono?
Mi converto a quel Dio che Gesù è venuto ad annunciare?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.  
 
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
 
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità (Sal 144).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Durante la mia preghiera meditativa, mi lascio incontrare dal Padrone della vigna perché corregga le mie visioni della vita, le mie visioni sull’altro e innalzo quest’invocazione: Signore, ti prego: fa che io veda. Con occhi buoni, senza gelosia; con la stessa tua accoglienza, con il tuo stesso amore e senza mormorare.