mercoledì 13 dicembre 2017

LECTIO: III DOMENICA D’AVVENTO (B)

Lectio divina su Gv 1,6-8.19-28


Invocare
O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
6 Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
19 Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20 Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21 Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22 Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23 Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». 24 Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25 Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26 Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27 colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28 Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Terza domenica d’Avvento la liturgia ci porta a gioire, infatti è la domenica Gaudete che inizia a farci respirare l’aria del Natale del Signore.
Oggi l’evangelista Giovanni mette in risalto il personaggio di Giovanni il Battista nella vicenda di Gesù. Egli appare per la prima volta nell’inno cristologico, nel Prologo giovanneo, che ripercorre idealmente tutto l'itinerario del Logos nel suo venire sulla terra a illuminare tutta l'umanità (vv. 6-8).
Dopo i due accenni fatti alla sua persona nel prologo, Giovanni il Battista appare bruscamente sulla scena per rispondere alle domande dei giudei. Gesù lo definirà come il più grande nato tra i figli di donna. Il contesto del brano gira attorno alla persona di Gesù preesistente nel logos e presente nel mondo dell’uomo con la sua incarnazione.
Il testo liturgico si divide in quattro parti: la testimonianza di Giovanni (vv. 6-8); l’aspetto negativo della sua risposta agli inviati dei giudei (vv. 19-21); Giovanni indica positivamente la propria identità (vv. 22-23); infine spiega il suo ruolo specifico (vv. 24-27).
Una breve frase di tipo geografico conclude il brano (v. 28).

Meditare
vv. 6-8: Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Questi versetti collocano Giovanni il Battista nel piano di Dio. Il precursore è il testimone della “Luce” che è apparsa in Gesù. Viene presentato come un “mandato” da Dio, il termine usato (parà) è riservato solo a Gesù e al Paraclito.
Giovanni Battista deve introdurre non solo Israele, ma tutta l’umanità alla fede, che consiste in un atteggiamento di totale fedeltà al Dio dell’alleanza (cfr. Gen 15,6) che si manifesta nel «Verbo». Successivamente nel v. 15 si aggiungerà che Giovanni ha reso testimonianza a Gesù dicendo: «Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». Si può facilmente intuire che questi due brani sono stati inseriti nell’inno quando questo veniva composto, allo scopo di collegarlo con il resto del vangelo. Essi rivelano una punta polemica nei confronti dei discepoli del Battista, i quali erano forse propensi ad attribuirgli una funzione messianica. 
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Giovanni Battista venne per aiutare il popolo a scoprire la presenza luminosa della Parola di Dio nella vita. La sua testimonianza fu così importante, che molta gente pensava che fosse lui il Cristo (Messia)! (At 19,3; Gv 1,20). Per questo il Prologo chiarifica: "Giovanni non era la luce! Venne per dare testimonianza alla luce!".
Giovanni è un personaggio storico, la cui testimonianza però supera una particolare situazione storica. Questo si comprenderà meglio se si mettono a confronto i tre versetti del Prologo con i versetti narrativi che parlano di Giovanni Battista (1,6-8.15.19-39; 3,22-30).
vv. 19-21: Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?».
I versetti che vanno dal 19 al 34 sono definiti “prologo storico”. Il prologo storico si divide in due giornate. Nella prima vi è la testimonianza di Giovanni Battista davanti agli inviati delle autorità. Nella seconda il Battista testimonia la sua esperienza di Gesù nel momento in cui ha ricevuto il battesimo.
Il versetto non ha un’autopresentazione del Battista. Esordisce subito nel momento in cui i giudei nutrono sospetti su di lui e promuovono un’inchiesta inviando degli inquisitori (sacerdoti e leviti, quindi personaggi di spicco) , a interrogarlo.
Con il termine Giudei (caratteristico dell’evangelista: 71 citazioni contro le 5 di Matteo, 6 di Marco e 5 di Luca) nel vangelo di Giovanni, per lo più, (salvo alcune eccezioni) non vengono indicati gli abitanti della Giudea, ma i capi politico-religiosi.
I sacerdoti erano gli addetti al culto. I leviti, gli appartenenti alla tribù di Levi (tribù che, essendo stata eliminata dalla spartizione della terra, aveva ricevuto in cambio il privilegio di fare i sacrestani nel tempio (Nm 1,48-53), esercitavano tra l’altro la funzione di vigilanza e di polizia (1Cr 6,33).
Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose.
La risposta di Giovanni è curiosa. Invece di dire chi è, risponde chi non è: "Non sono il Messia!". Aggiunge poi altre due risposte negative: lui non è né Elia, né il profeta. Si tratta di aspetti differenti della stessa speranza messianica. Nei tempi messianici, Elia sarebbe tornato per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e quello dei figli verso i padri. Sarà Gesù a dire che Giovanni era Elia (Mt 17,12-13). Ossia, sarebbe tornato per restaurare la convivenza umana (Ml 3,23-24; Sir 48,10). Il profeta, annunciato per condurre, in futuro, a buon termine l’opera iniziata da Mosè, era visto dal popolo come il Messia atteso (Dt 18,15). Giovanni rifiuta questi titoli messianici, perché non era lui il Messia.
Più avanti però, porta direttamente l'attenzione sull'identità del Messia e orienta indirettamente verso Colui che viene e che egli attende. Come spiegare questa affermazione? Il fatto è che c’erano varie interpretazioni sulla missione di Elia. Alcuni dicevano che il Messia sarebbe stato come un nuovo Elia. In questo senso Giovanni non era Elia. Altri dicevano che la missione di Elia era solo quella di preparare la venuta del Messia. In questo senso Giovanni era Elia.
In questo dialogo tra Giovanni e i farisei e sacerdoti traspare la catechesi delle comunità della fine del primo secolo. Le domande dei sacerdoti e dei farisei sul significato di Giovanni Battista dentro il piano di Dio erano anche le domande delle comunità. Così, le risposte di Gesù, raccolte dall’evangelista, servivano anche per le comunità.
vv. 22-23: Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Dopo i vari no, “gli inviati” si sentono spiazzati ma continuano un dialogo per capire cosa riferire circa la pericolosità del Battista. Ad essi non bastava sapere ciò che Giovanni non era. Volevano sapere chi egli è e cosa significa dentro il piano di Dio.
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».
Sembra che al Battista strappino la verità dalla bocca e dice di essere “voce”. Nel testo originale viene evitato “io sono” (eg eimi) riservata unicamente al Cristo e al cieco nato (Gv 9,9) e per questo omette il verbo. Mentre Gesù è stato presentato come il Logos, la Parola, Giovanni è solo una voce.
Secondo l’evangelista il Battista riconosce a se stesso la funzione dell’araldo, analoga a quella degli ignoti messaggeri che nel Deuteroisaia dovevano annunziare a Gerusalemme la fine dell’esilio e il ritorno degli esuli. Egli esclude così di essere uno dei mediatori escatologici attesi dai giudei, anzi nega qualsiasi importanza alla sua persona: ciò che conta è esclusivamente la sua missione.
Quanto dice il Battista di sé, è ripreso dal profeta Isaia, frase molto usata, che appare nei quattro vangeli: “Sono una voce che grida nel deserto. Preparate le vie del Signore” (Mt 3,3; Mc 1,3; Lc 3,4; Gv 1,23). La differenza è che mentre nei sinottici questa profezia è ricordata dal narratore, qui è il Battista stessa che la utilizza per definire se stesso. La profezia di Isaia (Is 43,1-10) si ritrova realizzata passo dopo passo nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni.
Nella citazione di Isaia troviamo l’annuncio di ciò che sarà: “Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno” (Is 40,5) ma, nella risposta, il Battista, prende dal testo il v. 3: “nel deserto preparate la via al Signore, raddrizzate/spianate nella steppa la strada per il nostro Dio” omette “preparate la via” ed utilizza solo “raddrizzate/spianate”.
Per l’evangelista le autorità religiose non devono preparare nulla (non sono in grado di preparare la strada…), ma solo togliere quegli ostacoli che essi stessi hanno posto sulla strada del Signore rendendone difficile il cammino.
v. 24: Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
L’evangelista inserisce per la prima volta i farisei, gli avversari di Gesù anch’essi sensibilissimi al primo sintomo di allarme per il loro sistema religioso.
Qui i farisei compaiono per interrogare (e se possibile arrestare) Giovanni, e l’ultima, per arrestare Gesù (Gv 18,3). Vengono presentati come le tenebre che tentano di soffocare la luce già al suo primo debole apparire.
Anch’essi attendono il Regno di Dio ma in una maniera del tutto diversa e in particolare attraverso delle regole severe di tutta la Legge. Costoro non sono soddisfatti delle risposte di Giovanni e continuano ad interrogarlo.
vv. 25-28: Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».
Quello che da sconcerto ai farisei è che Giovanni non si colloca nel solco della tradizione di Israele. L’atteso era il Messia, Elia o il profeta. Giovanni chi è? Dove si colloca? Per gli inviati Giovanni battezza senza nessun mandato eppure lui è un mandato da Dio.
Nelle comunità cristiane della fine del primo secolo c’erano persone che conoscevano solo il battesimo di Giovanni (At 18,25; 19,3). Entrando in contatto con altri cristiani che erano stati battezzati nel battesimo di Gesù, quelli volevano sapere quale era il significato del battesimo di Giovanni. In quel tempo c’erano molti tipi di battesimo. Il battesimo era una forma con cui la persona si comprometteva con un determinato messaggio. Chi accettava il messaggio era invitato a confermare la sua decisione attraverso un battesimo (abluzione, purificazione o bagno). Per esempio, con il battesimo di Giovanni la persona si vincolava al messaggio annunciato da Giovanni. Con il battesimo di Gesù, la persona si vincolava al messaggio di Gesù che gli comunicava il dono dello Spirito (At 10,44-48; 19,5-6).
Il fatto che sia Giovanni a battezzare, cioè a immergere le persone nell’acqua, indica che c’è chi lo riconosce come inviato da Dio e accetta il suo messaggio e attraverso questo rito accetta di passare dalle tenebre alla luce. E questo dava fastidio alle autorità.
Giovanni rispose loro: Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me.
In risposta all’ultima domanda Giovanni risponde affermando che la sua autorità deriva da un altro che si trova ormai in mezzo a loro, sebbene essi non lo conoscano. Sarà “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1,33).
Giovanni lo presenta come uno che viene «dopo» (opisô) di lui, perché il battesimo di Gesù darà la forza di restare nell’ambito della vita e della luce. É Costui che Giovanni sta annunciando con il suo battesimo.
a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo
Una interpretazione di questo versetto è in riferimento allo schiavo, al quale competeva il compito di slacciare i sandali del suo padrone (cfr. Mc 1,7-8 e Lc 3,16, mentre in Mt 3,11 parla di «portare» i sandali). Il Battista non si sente degno di essere lo schiavo di Gesù.
Un’altra interpretazione, forse la più plausibile, quella di alcuni esperti, fa riferimento alla legge del levirato (Dt 25,5- 10 e Rt 4,7-9). Il fratello di un uomo che era morto senza avere figli aveva il dovere di prendere in moglie la cognata vedova e dare una discendenza al proprio fratello. Non facendolo, si toglieva in pubblico il sandalo e lo consegnava al parente più prossimo che si prendeva carico dell'impegno al posto suo.
Giovanni Battista dunque non è degno di essere lo sposo dell'umanità per dare ad essa una discendenza, quindi riconosce la sua inferiorità davanti a Gesù. Più avanti egli si definirà l'amico dello sposo (Gv 3,29).
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Il brano termina con una indicazione geografica sconosciuta o inesistente. In alcuni manoscritti, la località è indicata come Bet Abara (Gdc 7,24) o Bet Araba (Gs 15,6).
La località “al di là del Giordano”, che porta lo stesso nome del noto villaggio di Betania (cfr. Gv 11,1; cfr. Lc 10,38-42), probabile che sia una località simbolica, quella dove Gesù si ritirerà nell’ultima tappa del suo esodo dove costituirà la sua comunità (Gv 10,40-42; 11,1).
L’espressione vuole indicare “il passaggio del fiume” da parte di Giosuè per entrare nella terra promessa (Gs 1,14-15). Ora ne vuole significare l’opposto: l’uscita per ritrovare quella libertà che solo Dio può donare, fuori dai confini di Israele, fuori dall’istituzione religiosa giudaica e sarà Gesù, il nuovo Giosuè, colui che guiderà il popolo nel nuovo esodo, l’unico capace di dare un senso pieno alla vita e alla storia umana.

La Parola illumina la vita e la interpella
Giovanni si colloca in un progetto di salvezza, nel piano di Dio. Io, da battezzato dove mi colloco?
Sono capace di essere voce, aiutando a scoprire la presenza luminosa della Parola di Dio nella vita quotidiana?
Sono capace di togliere quegli ostacoli che ho posto sulla strada, nella mia e in quella degli altri, rendendone difficile il cammino che va incontro al Signore?
Metto al centro della mia vita Cristo Gesù, il Logos incarnato?
Quale cammino di fede percorro per trovare quella libertà che viene da Dio?
Quali sono le “acque” attraverso sui sono chiamato/a ad attraversare per passare dalla morte alla vita?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono. 

Ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia. (Lc 1,46-50.53-54)

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…
Mi lascio interpellare dalla testimonianza di Giovanni Battista e dal suo servizio alla Verità, per essere voce, richiamo d’amore all’Amore.


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