In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
Ancora il tema della vigna. In Israele ogni famiglia aveva accanto alla casa un giardino con qualche pianta di vite. E quando si aveva piantava una vite, indicava che il proprietario aveva intenzione di dimorare a lungo in quella casa. La vite indicava anche segno di pace e di prosperità. Ci stavano anche dei grandi proprietari che possedevano delle vigne molto estese. Queste vigne venivano consegnate a degli affittuari e i proprietari andavano a vivere altrove. Poi tornavano per la vendemmia. Gesù fa uso di questa realtà per raccontare ancora una parabola.
La parabola degli operai omicidi è racchiusa da Matteo nella cornice di altre due parabole: quella dei due figli (Mt 21,28-32) e quella del banchetto di nozze (Mt 22,1-14). Insieme le tre parabole contengono una risposta negativa: quella del figlio al padre, di alcuni contadini al padrone della vigna, di certi invitati al re che celebra le nozze del suo figlio. Le tre parabole tendono a mostrare un unico punto: si tratta di coloro che, come non hanno accolto la predicazione e il battesimo di Giovanni, ora sono unanimi nel rifiuto dell’ultimo inviato di Dio, la persona di Gesù. L’introduzione alla prima parabola di Mt 21,28-33 è da ritenersi anche per la parabola degli operai omicidi: Giunse al tempio e mentre insegnava i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo gli si avvicinarono domandandogli: Con quale autorità agisci così? Chi ti ha dato questa autorità? É l’aristocrazia sacerdotale e quella secolare ad avvicinarsi a Gesù quando egli entra nel tempio. Sono preoccupati della popolarità di Gesù e pongono delle domande a Gesù per sapere due cose: che tipo di autorità si attribuisce nel fare quello che fa, e la provenienza di tale autorità. In realtà la seconda risolve il quesito della prima. I sommi sacerdoti e i capi del popolo esigono una prova giuridica: non si ricordano più che i profeti avevano autorità direttamente da Dio.
La parabola inizia con una citazione del cantico della vigna del profeta Isaia (Is 5,1-7; cf. anche Sal 79) riportato dalla Liturgia, una delle massime espressioni della Sacra Scrittura per indicare il forte legame tra Dio e il suo popolo: “La vigna del Signore era la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita” (Is 5,7). In essa Dio si presenta come un amante che è spinto verso l’amata da una forte passione e da un desiderio ardente.
La vigna ci ricorda che tutta l’azione di Dio è azione aperta, ed è azione che può andare delusa, così come si esprime il canto della vigna: “mentre aspettavo che producesse uva buona, essa fece uva selvatica” (Is 5,4). Qui non c’è semplicemente l’atteggiamento di delusione, quanto piuttosto l’atteggiamento di chi si vede deluso da un rapporto di amore. Per quanto lui ci abbia amato, di fatto siamo venuti a meno a questo rapporto. Pensiamo alla sposa del Cantico che parla di sé stessa: la mia vigna, l’ho custodita; cioè, ho incontrato colui al quale appartenere. Proviamo a trasferire questo nel cuore di Dio, nel cuore di Colui che si vede deluso da un rapporto che è venuto meno a causa dell’infedeltà del suo popolo.
Si dovrà dunque escludere a priori qualunque interpretazione della parabola che contraddica palesemente questa premessa: il Signore della vigna cambierà i vignaioli, ma non la vigna. Essa è proprietà di Dio!
v. 33: Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
La Parola inizia con un imperativo insistente all'ascolto quasi a dire quanto sia importante l’ascolto. Questa insistenza significa la nostra incapacità di metterci in ascolto e nello stesso tempo, un richiamo alla professione di fede: Shemà! Le parole dello Shemà sono 245. Ripetendone l'ultima espressione diventano 248, tante quante sono, per tradizione, le membra del corpo umano. Ciò vuole ricordare che bisogna aderire alle parole dello Shemà con tutta la propria persona. Ecco perché Gesù dice: “ascoltate!”, per porre attenzione con tutta la persona a quanto sta per dire.
Siamo alla terza parabola con protagonista la vigna. La parabola Gesù la indirizza alle autorità religiose e prendendo spunto da quanto accadeva nella vita concreta, introduce la parabola vertendo l’attenzione su un grande proprietario terriero. Questo proprietario rappresenta Dio con le sue premure per la vigna, per la casa di Israele, per tutta la Chiesa.
Cosa fa il proprietario? L’evangelista Matteo descrive la sua attenzione e cura verso quella proprietà con cinque verbi: piantò... circondò... scavò... costruì... affidò. Egli anzitutto pianta la vigna delimitandone con una siepe la sua proprietà in quanto la vuole proteggere. Ricorda l’Autore sacro del libro dell’Esodo le parole del Signore: «Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia, infatti, è tutta la terra!» (Es 19,5). Da queste parole possiamo capire che la siepe di cui si parla è la Torah, è la Parola di Dio, è il Vangelo. La terza attenzione è lo scavo della buca per il torchio. La buca per il torchio indica la gioia, l’amore da donare a tutti. Il profeta Geremia ce lo ricorda così: «grida di giubilo come i pigiatori delle uve, contro tutti gli abitanti della terra» (Ger 25,30). Dio si aspetta che tutti noi produciamo gioia per l’umanità intera. L’evangelista Giovanni, per farcelo capire, ci presenta l’immagine della vite unita ai tralci (Gv 15,1-8). I discepoli che sono uniti al Signore non possono che produrre l’unico frutto che è l’opera d’amore ed è il significato che diamo alla vita buona del Vangelo. L’altra premura è la costruzione di una torre. La torre nel terreno era il luogo di custodia degli attrezzi da lavoro, mentre il tetto della torre serviva alla vigilanza. Questa torre simboleggia il Signore che dall’Alto protegge perché nessuno la usurpi, che veglia sulla sua vigna con quella stessa paterna e materna di quel padre che rapportandosi coi figli li invitò a lavorare nella vigna (cf. Mt 21,28).
L’ultimo atteggiamento è l’affido della vigna ai contadini per poi partire verso un paese lontano. Il Regno di Dio non è offerto in dono ai vignaioli. Prova ne è che viene dato in affitto ai vignaioli (soprattutto nel testo parallelo di Marco si specifica questo; cf. anche Mt 25,14). Il Regno di Dio è il donare, è il dono. Dio non si offre in dono, Dio è il dono, è il donare. E i vignaioli pagano un affitto, pagano un prezzo. Per accogliere il dono non si paga un prezzo, ma per entrare nel dono, per avere parte a Colui che è il dono, che è il donarsi, si paga un prezzo. E il prezzo è diventare simili al dono, diventare come il donare, diventare come Dio. Non solo imparare a donare, non solo fare dei doni, non solo fare della vita un dono, ma essere il dono, essere il donare. L’essenza del cristianesimo non è il dono, perché questo finisce e diventa proprietà di qualcun’altro; ma è il darsi, in un movimento infinito in cui continuamente e totalmente l’uno si dà all’altro, rimanendo sé stesso, così come è manifestato nel mistero Trinitario.
vv. 34-36: Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
È arrivato il tempo per raccogliere i frutti che il profeta Isaia descrive molto bene quali sono (cf. Is 58). I servi di cui si parla, non hanno il ruolo di esattori; infatti, sono i profeti che Dio inviò ad Israele nei vari momenti della sua storia, prima e dopo l’esilio. Il profeta Geremia ce lo ricorda così: «Da quando i vostri padri sono usciti dall'Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; ma non mi hanno ascoltato né prestato orecchio, anzi hanno reso dura la loro cervìce, divenendo peggiori dei loro padri» (Ger 7,25-26).
Questi servi richiamavano continuamente i frutti che il Signore aspetta: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,6-7). Ma i servi trovavano ben altro: “sacrificio di tori, di agnelli, di capri, offerte inutili incenso, moltiplicazione di preghiere” (cf. Is 1,10-16). Non era questo quanto cercava il Signore. Isaia (cap. 1) stesso descrive la stanchezza del Signore dell’esteriorità, per questa infedeltà all’alleanza, a un amore continuamente preso in giro, bastonato, ucciso: trattamento riservato dal popolo eletto ai messaggeri di Dio. I contadini, coloro che sono installati nel potere non hanno il senso del cambiamento, ma solo mantenere la loro posizione di privilegio, di prestigio.
Il profeta viene anche lapidato, così come accadde a Zaccaria nel cortile del tempio (cf. 2Cr 24,20-22), il più osteggiato di tutti fu Geremia, messo in ceppi e gettato in una cisterna (Ger 20,2) poi fu ucciso. Questo è accaduto ai profeti di ieri e accade anche ai nostri giorni a coloro che richiamano a una vita più evangelica.
Amore, fratellanza, giustizia, attenzione al povero, sono quei frutti perenni a cui i profeti di ogni tempo annunzieranno, anche a costo della propria vita, in quanto sono nostra stessa carne, sono nostri fratelli.
vv. 37-38: Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!».
Il padrone invia il figlio con la stessa funzione dei profeti. L’invio del figlio è espressione dell'incarnazione del Verbo. È l'espressione di un Padre che ha dato tutto, che non si è risparmiato, per Lui conta questa reciprocità di amore di coloro nei confronti dei quali ha avuto una grande cura.
Abbiamo in questi versetti un richiamo alla parabola del fico sterile che Gesù racconta. Il fico non ha frutti ma solo foglie, simbolo di una religiosità apparente, sterile. Anche Gesù non ha trovato quei frutti che il Signore vuole ma solo il cuore dell'uomo sempre ostinato, duro, mascherato, invidioso... Il loro ragionamento non guarda in faccia nessuno; anche Gesù infastidisce per questo esclamano: «Questo è l’erede, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!». Quando si vuol mantenere una posizione si arriva anche all’estremo per ottenerla. Ed è questo quello che fanno i contadini. Ed è quello che hanno fatto a Gesù.
Qui il problema non è tanto pensare di poter possedere (l’eredità sarà nostra) e nemmeno tanto di aver ucciso l’erede (Dio avrebbe perdonato anche questo). Il vero problema è aver gettato l’erede fuori della vigna: in questo modo i vignaioli si sono esclusi dalla Trinità, da quel darsi eterno del Padre al Figlio nell’Amore. Hanno smesso di far vibrare il cuore e quindi hanno scelto la morte (essere fuori dalla Trinità è la morte). Poiché la vita è in quell’eterno “darsi reciproco” che verrà affidato ad altri.
v. 39: Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
I vignaioli omicidi, senza saperlo, pronunciano una profezia. È evidente il riferimento alla passione di Gesù, condotto fuori dalla città per essere crocifisso (Gv 19,20; Eb 13,12). Viene alla mente la folla che accompagna Gesù alla crocifissione e che, ancora una volta in modo ignaro, grida: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,25). E sarà così. Ma proprio nella sua condizione di “cacciato fuori” dalla vigna e attraverso la sua crocifissione Gesù ci rende partecipi della sua eredità. Per noi la condizione di crocifisso è una condizione che pone fine al nostro rapporto con Dio; per Dio la crocifissione del suo Figlio esprime in pienezza la sua misericordia per noi.
Dell’eredità tutti possono essere partecipi per la decisione del Padre di consegnarci il suo Figlio e per il dono che Gesù ha deciso di fare della sua vita. In fondo la nostra vocazione è la vocazione di coloro che si sanno partecipi della comunione con Dio proprio per i “cacciati fuori”. Va in questo senso anche la citazione del Salmo: “la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo” (Sal 118,22-23). Attenzione: è la pietra scartata che diventa testata d’angolo. Non è che ci sia una azione previa per cui la pietra scartata viene di nuovo quadrata; ma in quanto scartata è pietra d’angolo. Infatti, se la pietra d'angolo è quella pietra che regge la volta, qui abbiamo quella consapevolezza che il Figlio di Dio, Gesù, scartato dai potenti convinti di essere in grado di costruire la storia, sarebbe stato quella esigua pietra che regge la volta delle vicende umane.
Ogni battezzato corre il pericolo di cacciare dalla vigna Gesù e il suo Vangelo. Le beatitudini infastidiscono e questo è indice che manca l’unione con Cristo Gesù e senza di Lui non possiamo fare nulla (Gv 15,5).
vv. 40-41: Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
Il Figlio è stato ucciso e adesso che ne sarà della vigna? Tutto è finito? Gli affittuari hanno vinto? Saranno loro a portare avanti la vigna? Disse Gesù ai capi dei sacerdoti, agli anziani del popolo, ai farisei, cioè ai custodi della vigna, che non hanno capito la logica di Dio, che non esita a donare il suo Figlio per la vita del mondo. Ma soprattutto non hanno capito che quei malvagi su cui invocano la morte sono proprio loro. Proprio loro sono quei vignaioli omicidi che non esiteranno, nella passione del Signore, a mettere a morte Gesù. Ma quei malvagi potremmo essere anche noi, perché nessuno, durante la passione di Gesù, si è schierato dalla sua parte o a sua difesa. A tutti e a ciascuno è rivolto quel che dice l’apostolo Pietro: “Questo Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). Perché tutti, ancora oggi, tentiamo di gettare fuori dalla vigna il Vangelo, il Figlio di Dio. È un peccato su cui interrogarci. Diceva Benedetto XVI: “Dio ha un progetto per i suoi amici, ma purtroppo la risposta dell’uomo è spesso orientata all’infedeltà, che si traduce in rifiuto. L’orgoglio e l’egoismo impediscono di riconoscere e di accogliere persino il dono più prezioso di Dio: il suo Figlio unigenito”. Eppure, “Dio consegna se stesso nelle nostre mani, accetta di farsi mistero insondabile di debolezza e manifesta la sua onnipotenza nella fedeltà ad un disegno d’amore che, alla fine, prevede però anche la giusta punizione per i malvagi” (Benedetto XVI, Angelus 2 ottobre 2011).
vv. 42-43: E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Gesù cita il Sal 118,22-23 che nella tradizione viene attribuito al rifiuto del Messia, una tradizione di facciata visto che il Salmo veniva ripetuto spesso nelle liturgie. Le parole del Salmo compaiono cinque volte nel Nuovo Testamento e tre di queste cinque volte è collocato nel tempio di Gerusalemme. Le troviamo in tutti tre vangeli sinottici, pronunciato da Gesù alla fine della parabola dei vignaiuoli.
Le parole del Salmo rispecchiano i nostri giorni: scartiamo la pietra più importante della nostra vita. Scartiamo il Regno di Dio e lo cediamo ad un altro popolo capace di portare frutti, cioè capace di una fede viva ed operante in una prassi d’amore.
Più volte la Sacra Scrittura cita “la pietra scartata divenuta pietra d’angolo”, la pietra sulla quale poggia l’intera struttura: se essa viene a mancare, crolla tutto. Dio ci consegna Gesù Pietra Angolare, “l’elemento” sopra il quale poggiare e edificare la nostra fede, la nostra vita, la nostra famiglia, la nostra comunità. Egli è quel Tempio da cui salirà al cielo i sacrifici, gli olocausti unici graditi a Dio che sono le opere di amore. Se Gesù, pietra d’angolo, venisse a mancare nella nostra vita, la rovina sarebbe grande (cf. Lc 6,49). Però “l’Agnello è più forte dei lupi”. Colui che ha amato e donato la vita è più forte di coloro che gliel’hanno tolta. Infatti, dall’albero della croce scaturisce la vita; dall’albero della croce nascono i germogli della nuova vita, nasce la salvezza, nasce la risurrezione. Dalla croce di Gesù, dalla sua morte e dal suo fianco squarciato scaturisce per l’umanità il dono dello Spirito Santo, quel frutto che è in grado di portare frutto a sua volta. Dalla croce di Cristo si ha l’apertura al mondo dell’amore Trinitario.
Gesù, quindi, è la pietra scartata diventata pietra angolare ossia la pietra dalla quale sorge una nuova costruzione, un edificio, se vogliamo un tempio diverso cui siamo tutti e tutte invitati a fare parte. Ce lo ricorda l’apostolo Pietro: «Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi come pietre viventi siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).
Io, dove mi pongo? Dentro o fuori la vigna?
Quale volto di Dio ricerco nella vita di tutti i giorni?
Mi sento oggetto dell’amore premuroso e fedele di Dio?
Sono tra quelli che scacciano dalla vigna, di chi si arroga il diritto di sfruttare il mondo, il lavoro malpagato, le risorse naturali, oppure mi impegno a conservare e custodire il creato e rispetto i miei fratelli?
La pietra scartata dai costruttori è la pietra d'angolo della mia vita, della Chiesa di cui faccio parte, della mia lettura della storia?
Nel mio servizio all’interno della Chiesa (parrocchia, comunità, Diocesi) come mi comporto? Quali frutti porto?
Sono tra quelli del “faccio tutto io” oppure vivo la condivisione dell’amore?
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli.
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna.
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. (Sal 79).
