martedì 3 novembre 2026

LECTIO: XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno A)

Lectio divina su Mt 25,1-13
 
Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa' che alimentiamo l'olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell'attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. 5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». 9Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». 10Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». 12Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». 13Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nel vangelo di Matteo dopo il discorso escatologico, che si sviluppa in modo ampio (vedi Mt 24,1-31), l’Evangelista ci lasciava con queste parole: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà!” (Mt 24,42). Parole che fanno da cerniera ad una serie di parabole che accompagneranno queste ultime domeniche dell’anno liturgico. Questa serie di parabole dai biblisti viene chiamata “scene di giudizio”. Per distinguerle, le parabole hanno sempre i verbi al presente o al passato. Mentre le scende di giudizio al futuro, perché intendono farci riflettere sui criteri con cui Dio valuterà la nostra vita. Questa domenica ci fermiamo sulla prima scena: “la parabola delle dieci vergini” che troviamo solo nel vangelo secondo Matteo ed evidenzia l’incontro con lo Sposo.
La parabola fa riferimento al modo in cui si svolgevano le nozze nella Palestina del I secolo d.C. durante il quale un corteo di ragazze (il termine vergine qui ha questo senso) accompagnava gli sposi, di solito verso sera (ciò spiega l'impiego delle lampade).
L'accento è posto sulla necessità di essere pronti per la venuta dello Sposo e per non essere esclusi dal banchetto eterno. Il racconto ha sicuramente un senso allegorico, ma ciò non significa che ogni particolare ha un preciso riferimento a qualcosa d'altro. L'attesa nel testo evangelico è volta al ritorno del Cristo glorioso, applicando a lui l'immagine dello sposo che l'Antico Testamento aveva utilizzato per Dio. L’attesa è un luogo teologico in cui coltivare il desiderio di Dio (cf. Sap 6,12-16; Sal 62) e accoglierlo nella vita di ogni giorno.
Le dieci vergini rappresentano coloro che accolgono lo Sposo ma in loro si apre una scelta divisa in saggezza e stoltezza. Il numero dieci nella Bibbia indica la completezza, mentre il numero cinque indica Israele.
La parabola, quindi, rappresenta l’incontro dello Sposo con la sua sposa, anche se nella parabola non viene menzionata esplicitamente.

Sostare con la Parola (Meditare)
v. 1: Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.
L’inizio di questo versetto è molto importante. Inizia dicendo: “allora…sarà simile”. Cosa vuol dire? È il riferimento all’incontro con Colui che valuterà la nostra vita. Quindi la “similitudine” non riguarda semplicemente le dieci vergini (qui in questione) ma tutto il racconto.
Nel racconto abbiamo dieci vergini che si muniscono delle loro lampade per andare incontro allo sposo. Questo verbo “uscire” nella Bibbia è molto importante. Nel libro dell'Esodo ricorre 94 volte. Ricordiamo Dio che dice a Mosè: «Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!» (Es 3,10). Questo popolo percorre un esodo per raggiungere la terra promessa. Anche noi, quando nasciamo, usciamo dal grembo di nostra madre e iniziamo il nostro esodo, iniziamo il cammino della nostra vita.  La nostra vita è un esodo, anche se il cammino dell’esodo è duro e faticoso ma al termine ci sarà l’abbraccio dello sposo, Cristo, che ci introduce nella festa delle nozze eterne, nella vita che non avrà fine, per chi crede.
Il tema dello sposo nella Bibbia è costante: emerge nei profeti. Il profeta Osea dice: «Ti attirerò nel deserto e parlerò al tuo cuore» (Os 2,16); tutto il Cantico dei Cantici dove è proprio visto dalla parte femminile, è una donna che parla che è la sposa, cioè, sarebbe l'uomo la sposa di Dio, si vedono le varie forme di amore nell’espressione con Dio. Altri profeti come Isaia e Geremia parlano dello sposo. Il libro dell'Apocalisse, soprattutto nel finale gli ultimi due capitoli, che è proprio l’attesa delle nozze tra l'uomo e Dio. E Gesù stesso si definisce lo sposo, il messia.
Queste vergini, che sarebbero delle ragazze che fanno da ancelle, fanno la loro accoglienza allo sposo. Essere ancella significa accogliere (ascolto) lo sposo e la sua parola nella propria vita. Dentro questa accoglienza, che vuole indicare l’accoglienza del re nella sua parusia, nella visita ufficiale a una città, indica l’accoglienza del Cristo, re singolare, che viene ad aprirci il regno dei cieli.
Questo regno è aperto a tutti. Il numero 10 delle vergini indica la totalità, la comunità, tutta l’umanità esce incontro allo sposo. Tutte e dieci sono convocate, come in Lc 19,13 il Padrone convoca i suoi 10 servi, ossia tutti, e consegna ad essi una mina.
Queste vergini escono… è la vita che si presenta tra un uscire ma anche un finire. Qui però non si pone fine perché ci sta l’incontro.
È il cammino della vita cristiana la cui metà è il banchetto nuziale, una festa. Per arrivarci è facile sbagliare meta, andare verso le tenebre, occorre prendere la “lampada”, simbolo della fede vigilante (cf. Lc 12,35) e che può rischiarare.
vv. 2-4: Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi.
Gesù inizia a fotografare le ancelle mettendole in risalto così come sono. Chi sono queste dieci vergini? Nella Bibbia il numero dieci indica la completezza, la totalità. Queste dieci vergini sono divise in due gruppi di cinque e il numero cinque è il simbolo del popolo di Israele. Inoltre, nella Bibbia, anche il termine “vergine” viene attribuito al popolo di Israele.
Queste dieci vergini rappresentano la totalità del popolo di Israele. Del resto, nel racconto, non compare la sposa ma queste dieci vergini che vanno incontro allo sposo. Israele è la sposa che doveva essere pronta ad accogliere il suo sposo. Lo sposo è il Signore!
Queste dieci vergini vengono presentate cinque sagge e cinque stolte. È un popolo diviso tra chi accoglie e chi rifiuta e uccide. Oggi il numero 10 non è rilegato al semplice popolo di Israele ma a tutto il popolo di Dio. Infatti, è nella comunità cristiana che oggi noi troviamo la saggezza evangelica e purtroppo, troviamo anche la stoltezza della mondanità. Questo particolare lo ritroviamo nel vangelo secondo Giovanni: «Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome» (Gv 1,11-12).
La stoltezza delle prime cinque ancelle è la prima ad essere nominata. Essa è simbolo di quella comunità (o di quei cristiani) a rischio. Sono coloro che alzano la voce: «Signore, Signore!» (Mt 7,21) ma non fa la volontà del Padre e la volontà del Padre è amare i fratelli. Puntano la vita su ciò che è caduco, trascurano i valori autentici, dimenticano l’unica cosa necessaria (simbolo della scorta d’olio), quella che Maria aveva scelto stando ai piedi del Signore e divenendo sua discepola (Lc 10,38-42).
La saggezza invece è simbolo delle vergini o cristiani vigilanti che non si lasciano sedurre dalle vanità e rimangono concentrati su ciò che è importante nella vita, pronte ad affrontare ogni evenienza (i piccoli vasi).
Le lampade che vengono indicate diventano qui il simbolo di tutto questo. Indicano, anzitutto, la luce che guida tutta la nostra vita: la parola di Dio, questa lampada che orienta ogni nostra scelta (cf. Sal 118,105). Per poter fare l’incontro c’è bisogno dell’olio. L’olio è lo Spirito Santo. È l’amore. Ogni nostra azione compiuta sotto l'influsso dello Spirito è un'azione di amore, è un'azione divina ed è eterna. Ogni azione non compiuta sotto lo Spirito di amore è un’azione diabolica, ci divide dagli altri, da noi stessi, ci uccide e questa è la mancanza di olio e il nostro vaso resta un coccio. La lampada è il simbolo dell’amore vivo verso lo Sposo, è la luce della lampada della fede, che può spegnersi se non viene alimentata. Quindi il significato si fa sempre più chiaro: l’olio, cioè la Parola di Dio, non deve mai mancare, perché senza di essa la fede si affievolisce.
Questo particolare rimanda alla conclusione del discorso della montagna dove viene descritto che il saggio è colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Mt 7,24-25). Diversamente lo stolto è colui che ascolta la Parola ma non la mette in pratica e costruisce la sua vita sulla sabbia (Mt 7,26-27).
v. 5: Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
L’Evangelista continua a sottolineare altri particolari: il ritardo dello sposo, della parusia, della venuta finale di Gesù, un vero e proprio trauma per le prime generazioni cristiane. Quando Matteo scrive questa pagina, i cristiani di Antiochia avevano perso il fervore iniziale; quindi, si sono addormentati su se stessi dove iniziano dubbi, scoraggiamento, defezioni, ritorno al paganesimo.
Anche per le vergini si ripete questa esperienza: l’attesa fa addormentare. Questa, però, è l’esperienza di tutti e che diviene a favore dello stolto, in quanto è una attesa che parla: “intanto fai la tua provvista! cioè, intanto alimenti la tua fede con la Parola e maturi con Essa; in modo che il nostro incontro definitivo sia pieno”.
Qui manca ciò che alimenta la lampada della fede. Ecco perché ci si addormenta, ci sta il sonno, che è un congedo dalla vita, il congedo da Dio, il sonno della notte del maligno. Un tempo in cui vi è buio, confusione e si semina zizzania (cf. Mt 13,25). Il tema sarà ripreso alla fine del brano con l’invito a rimanere svegli (cf. v.13).
vv. 6-7: A mezzanotte si alzò un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro!".
Finalmente arriva il giorno senza fine, l’ora più inattesa, l’ora in cui il Signore viene e ci sorprende come un ladro nella notte, afferma a più riprese il Nuovo Testamento (cf. Mt 24,43; 1Ts 5,2-4; 2Pt 3,10; Ap 3,3; 16,15).
Perché la mezzanotte? È un riferimento preso dal Libro della Sapienza nella sua forma poetica: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo decreto irrevocabile» (Sap 18,14-15). È la notte delle notti per liberare da tutte le schiavitù; le notti delle guerre, delle violenze, le notti delle ingiustizie che sono tutte notti create dal nostro peccato; è quella notte beata come canta l’exultet pasquale, perché tutti noi veniamo liberati da tutte quelle notti in cui siamo avvolti. È la notte in cui lo Sposo non ci lascia soli.
Ora, tutte le ragazze si svegliano al grido. Qualcuno si è accorto dell’arrivo dello sposo e grida. Questo qualcuno è più sensibile, più attento alla venuta dello Sposo (cf. nell'Antico Testamento per indicare Dio: Ger 31,32; Is 54,5; Os 2,18; cf. nel Nuovo Testamento il riferimento è Cristo: Mt 9,15; Gv 3,29; 2Cor 11,2; Ef 5,21-33; Ap 21,2.9; 22,17), il Veniente (del resto da 24,29 a tema è proprio il ritorno glorioso del Cristo).
A questo grido, a quest’invito bisogna rispondere. Tutto l’arco della vita è un andare incontro allo sposo e l'incontro è quando abbiamo detto il sì definitivo. Solo il servo cattivo, stolto, continua a pensare al ritardo (Mt 24,48), ma il Signore viene inesorabilmente per concludere la storia (Mt 25,19). Allora, si chiude la porta. Il brano vuol ribaltare, però, la frittata. L’importante è quel che si fa prima perché, dopo la porta è chiusa.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.
All’udire questa voce potente, tutte le vergini, come si erano addormentate, così si destarono, cioè, “risorgono” (egheíro). La luce del Veniente irrompe nella loro vita per risorgerla. San Paolo invita: «Svegliati o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14). È un imperativo rivolto a tutti coloro che dormono nel sonno della propria autoreferenzialità, dell’indifferenza dell’altro, a chi pensa di poter fare a meno di Dio, a chi nutre sentimenti di potenza o di onnipotenza sul fratello. Cristo ci tiene desti, svegli, attenti, ci mantiene in piedi come il germoglio che spunta dalla terra durante il gelo invernale e ci invita a preparare le proprie lampade. 
Il preparare le lampade è il simbolo di una comunità che celebra, che si prepara a fare l’incontro. Ma non è così per le vergini stolte.
vv. 8-9: Le stolte dissero alle sagge: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". Le sagge risposero: "No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene".
Anche se il sonno, il buio, le difficoltà le hanno accomunate, qui, all’interno della comunità, si manifesta la differenza. Le cinque stolte non hanno con sé l’olio, non hanno l’alimento, non hanno la Parola di Dio. La vita di queste vergini non è stata una vita nell'amore e nello spirito alimentata dalla Parola di Dio, ma una vita chiusa in sé stessa nell'egoismo, quindi totalmente vuota. Sono costrette a chiederne un po’ alle altre cinque, ma si scontrano con il rifiuto delle sagge e sono invitate a recarsi dai venditori. Chi sono questi venditori di olio? Verrà spiegato dall'Evangelista dal v. 31.
A prima vista abbiamo davanti a questa risposta delle sagge una sorta di egoismo, di mancanza di carità, ma la loro risposta ha un significato importante. Siccome stiamo parlando della parusia, del giudizio finale, in altre parole, le sagge dicono alle stolte: “ognuno deve rispondere per sé, non può far uso della fede dell’altro”. Non si tratta di condivisione o di aiuto vicendevole. L’incontro con il Signore va preparato prima, non si può rimediare affannosamente all’ultimo istante, ognuno deve rispondere per sé. Del resto, in un matrimonio il sì è pronunciato dallo sposo e dalla sposa, non può essere pronunciato da un amico o da un'amica.
L’apostolo Pietro ci ricorda l’importanza della lampada della fede: deve durare tutta la nostra vita nell’attesa dell’incontro con lo Sposo: «E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino» (1Pt 1,19). Se ne abbiamo fatto uso entriamo felicemente come le sagge diversamente saremo spenti insieme a quella lampada.
Allora quell’olio che indica anche la perseveranza nella fede, la vigilanza spirituale, permette alla lampada di dare luce ma solo se è alimentata dalla Parola di Dio. “Senza la luce della lampada i passi dell’uomo o si fermano per paura di avanzare nelle tenebre o proseguono in mezzo al pericolo di un burrone, di una trappola, di una buca, di uno strapiombo senza fine, di un baratro. La Parola di Dio è l’unica luce del cuore e della mente che consente all’uomo di salvare la propria anima dal pericolo del peccato e della morte eterna. Essa però presuppone la totale fiducia in Dio, l’affidamento completo alla sua fedeltà e al suo amore, come ben evidenziato dal Salmista, che al riguardo afferma che occorre custodire i precetti di Dio” (Dario Sirna).
Questa lampada ci farà vivere delle opere giuste che aprono le porte del regno di Dio. Quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore.
Non basta allora essere invitati al banchetto del regno, bisogna saper ricercare la sapienza (Sap 6,12). Essa è dono che viene dall’Alto. Essere sapienti non è conquista personale, ma perseveranza nelle opere, attingendo all'olio dell'impegno fedele e generoso lasciando che la lampada arda fino all’arrivo dello sposo.
v. 10: Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Rimanere privi dell’olio porta l’affanno, porta la morte; occorre porre rimedio. Le vergini stolte cercano di comprare, ma l’olio di cui hanno bisogno non si può mercanteggiare. Il tempo che ci è dato in cui la porta è aperta è il tempo in cui viviamo; quello è il tempo per “comprare” l'olio, non bisogna aspettare la fine della vita. Privarsi del tempo che ci è dato si rischia di trovare la porta chiusa e affrontare il Giusto Giudice.
Arriva lo Sposo e la porta viene chiusa. La chiusura della porta ha un richiamo in Gen 7,16b quando il Signore stesso chiuse la porta dell'arca dove Noè aveva trovato alloggio. Qui è la stessa cosa, indica la fine di tutte le opportunità. Da qui l’urgenza di stabilire come impiegare bene la vita e l’immagine della lampada accesa suggerisce il modo.
vv. 11-12: Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: "Signore, Signore, aprici!". Ma egli rispose: "In verità io vi dico: non vi conosco".
Le altre arrivano tardi perché, dopo, è troppo tardi. Vivere senza fede e l’amore verso Gesù e la sua Parola, impedisce di entrare nel Regno dei Cieli, si rimane fuori, si sceglie di restare fuori, si sceglie di essere esclusi dal Regno. Questo è l'incapacità dell'uomo a capire i misteri del Regno di Dio e, quindi, la necessità di un dono che venga dall'Alto.
Le escluse però non si danno per vinte e implorano da fuori e nonostante hanno fatto una scelta non distinguono fra coloro che sono “dentro” e loro (o coloro) che rimangono “fuori”.
Lo sposo qui è riconosciuto come Signore. Altrove Matteo aveva sottolineato: “non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli” (Mt 7,21). Infatti, la risposta dello sposo, chiamato Signore, è molto dura: cioè, l’Amen, il Fedele: “non vi conosco” (il v. 12 ha un parallelo in Mt 7,23 e Lc 13,25-27). L'espressione significa in questo contesto: non voglio avere nulla a che fare con voi (come in Mt 26,74, nel rinnegamento di Pietro).
Le stolte si ritrovano respinte dallo Sposo e dalle compagne: sono fuori! Il suo “non vi conosco” non è altro che un evidenziare, un ripetere, quanto abbiamo scelto. Queste vergini non si sono rese conto che la lampada della fede, la Parola di Dio, serve in questa vita e non dopo. Per questo san Pietro dice: «Fate bene avvolgere
l'attenzione alla parola di Dio come una lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino» (2Pt 1,19).
v. 13: Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
Siamo all’epilogo, un ultimo richiamo alla vigilanza. La vigilanza va intesa come un atteggiamento vitale complessivo fatto di desiderio e attenzione, di amore operoso e di speranza.
Forse una cosa che può consolare le stolte è che quest’invito alla vigilanza è fatto anche alle sagge. Anch’esse si sono addormentate. La venuta dello Sposo è sempre “adesso”!
Con questa esortazione valida per tutti i tempi, Cristo ci chiama a non costruire la casa sulla sabbia ma sulla roccia (cf. Mt 7,24-27), ci chiama ad essere vigili per essere pronti il giorno in cui tornerà e ci dà anche un prezioso consiglio su cosa dobbiamo fare durante la nostra attesa: “Ricordati, dunque, come hai ricevuto e ascoltato la Parola, continua a serbarla e ravvediti. Perché, se non sarai vigilante, io verrò come un ladro, e tu non saprai a che ora verrò a sorprenderti” (Ap 3,3). Ricordati che la tua vita è comunione con Dio, è incontro sponsale, è beatitudine.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato

La Parola illumina la vita e la interpella
Quanto è importante nella mia vita l’ascolto della Parola di Dio?
Vivo la mia vita di fede con saggezza o con stoltezza?
Come alimento la lampada della mia fede perché rimanga sempre accesa?
Come vivo, durante la mia vita, il mio rapporto sponsale con il Signore?
Attendo la venuta dello Sposo con entusiasmo oppure sono tra coloro che sono spenti?
Come vivo il monito alla vigilanza a cui il Signore Gesù mi chiama?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
O Dio, tu sei il mio Dio,
dall'aurora io ti cerco,
ha sete di te l'anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz'acqua.
 
Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.
 
Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
 
Quando nel mio letto di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all'ombra delle tue ali. (Sal 62).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Alimentiamo la lampada della fede, della speranza, della carità con la Parola di Dio. Gesù non viene solo al termine della nostra vita, ma in ogni istante e vuole trovarci impegnati nel servizio, nel dono di sé ai fratelli, perché tutti abbiano la vita.